Europa: di che cosa è il nome?

Uno speciale sulle ambivalenze dell'Europa. Testi di: F. Berardi Bifo – G. Amendola - L. Demichelis - G.B. Zorzoli *

TRE RIFLESSIONI SULL'ORLO DELL'ABISSO
Franco Berardi Bifo

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna.
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L'EUROPA COME METROPOLI DEL COMUNE
Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà.
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DISUNIONE EUROPEA E COLPA METAFISICA
Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione.
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EUROPA FINO A QUANDO?
G.B. Zorzoli

È singolare che anche un opinionista distante anni luce da Bifo, come Angelo Panebianco, sul Corriere del 15 marzo interpreti il referendum francese del 2005 come “primo segnale di una grande svolta, ormai non era più pacifico o automatico che gli elettori trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles”.
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Tre riflessioni sull’orlo dell’abisso

Franco Berardi Bifo

L’errore del 2005

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna. I socialisti francesi come i democratici italiani hanno tradito le loro già pallide promesse di opporsi all’oltranzismo austeritario, hanno gestito in prima persona la mattanza sociale, e ora fanno le vittime, si lamentano perché il popolo non li segue e gli intellettuali non si impegnano. Lasciamo perdere gli intellettuali francesi che non esistono più da almeno venti anni, a meno di considerare Bernard-Henri Levy un intellettuale mentre a me pare che si tratti di un imbecille molto pericoloso, come dimostrano le sue campagne a favore dell’intervento in Siria e in Libia.

Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra. Non so come andranno le elezioni. Le sorprese sono possibili perché il sentimento anti-razzista dei francesi potrebbe alla fine sottrarre al Front National la vittoria. Ma è improbabile. Solo il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 avrebbe potuto rappresentare le ragioni di un europeismo progressista, libertario, egualitario, ma il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 non ha più alcuna credibilità almeno a partire dal 2005.

In quell’anno i francesi (e anche gli olandesi) furono chiamati a votare su un referendum a favore o contro la Costituzione europea che rappresentava la definitiva torsione in senso liberista del progetto europeo. L’attenzione si concentrò sulla questione del mercato del lavoro: per il ceto politico europeo l’obiettivo era soggiogare definitivamente il lavoro e ridurne il costo sfruttando il vantaggio della globalizzazione del mercato del lavoro.

Ma i lavoratori francesi (e olandesi) compresero che il sì a quel referendum avrebbe sancito definitivamente la sottomissione del loro salario alle regole ferree del neo-liberismo: competizione feroce tra i lavoratori, riduzione costante del salario, aumento costante del tempo di lavoro. Dani Cohn Bendit e Toni Negri insieme si pronunciarono a favore del per il superamento dello Stato-nazione. Questa scelta sanciva l’irrilevanza della cultura di origine sessantottina (e della cultura in generale) rispetto ai destini dell’Unione, ma soprattutto dimostrava che non avevamo capito cosa fosse l’Unione europea. Il discorso anti-sovranista si riduceva a un’affermazione puramente formale: opporsi alla cessione di sovranità è regressivo.

È vero, ma a chi si stava cedendo sovranità? Non a una forma politica democratica post nazionale, bensì a un organismo intergovernativo che aveva, e ha, la sola funzione di imporre gli interessi dell’accumulazione di capitale finanziario, e di ridurre in completa soggezione il lavoro. Dopo il 2005 solo la destra ha finito per rappresentare la resistenza contro la violenza finanziaria. A partire del 2005 è così iniziata l’ascesa del nazionalismo, che si presenta come difesa nazionalista contro la dittatura finanziaria. I lavoratori francesi (e olandesi) sconfissero l’offensiva neoliberista con il sostegno delle forze nazionaliste e delle forze più retrograde del movimento operaio. Da quel momento in poi solo la destra è in grado di opporsi alla violenza finanziaria, al prezzo di un’altra violenza che rischia di inghiottire il continente.

Il futuro d’Europa

L’austerità ha devastato l’economia greca tanto quanto la sconfitta militare devastò la Germania dopo la prima guerra mondiale: il prodotto nazionale lordo greco è caduto del 26 per cento dal 2007 al 2013, mentre quello tedesco declinò del 29 per cento tra il 1913 e il 1919.

Così Paul Krugman in un articolo intitolato Weimar on the Aegean. Il Congresso di Versailles spinse la Germania in una situazione catastrofica e preparò la strada all’ascesa di Hitler. Il governo tedesco sta seguendo oggi esattamente la stesa direzione che condusse alla distruzione d’Europa. La vendetta della classe finanziaria contro il popolo greco è ingiustificata perché i greci non sono responsabili per i misfatti del sistema bancario. Spinta dagli zeloti dell’austerità l’Unione europea sta uccidendo se stessa.

La vittoria elettorale di Syriza ha aperto una prospettiva di discussione, ricontrattazione dei rapporti interni all’Unione e quindi di trasformazione dell’Unione. Il governo greco ha tentato di dare priorità al salvataggio umanitario, come è stato chiamato, ha tentato di attenuare il rigore austeritario. Per quanto possiamo giudicare, dopo la firma di un accordo il 20 febbraio, la strada verso una riduzione umanitaria del rigore finanziario è stata chiusa dagli zeloti dell’austerità. I pensionati greci possono morire di fame, la gente può essere cacciata di casa se non può pagare l’affitto, i lavoratori pubblici che sono stati licenziati dal governo Samaras non saranno riassunti. Non si possono mantenere le promesse perché l’ordine dell’algoritmo ha preso il sopravvento.

Non penso che Tsipras e Varoufakis siano dei traditori. Penso che abbiano tentato di fare qualcosa che non si può fare: hanno tentato di opporre la democrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irreversibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce l’hanno fatta. Piantiamola con la retorica della democrazia. Democrazia è divenuta una parola ripugnante e ipocrita. Qualcuno del partito nazista di Alba dorata ha detto qualche settimana fa: “Adesso Syriza ci proverà e fallirà. Dopo verrà il nostro turno.”

Abbiamo il dovere intellettuale di riconoscere la realtà. Adesso è il turno della violenza scatenata del Finanzismo, e la sola opposizione al Finanzismo è il fascismo identitario. La sola opposizione all’ordine violento dell’austerità ordo-liberista è il disordine della destra che cresce in tutta Europa,e presto travolgerà gli argini, distruggendo l’Unione e scatenando in tutto il continente un’ondata di violenza razzista, e paradossalmente ultraliberista. Quando la matematica cancella il corpo, il corpo ritorna sotto orribili spoglie.

L’algoritmo finanziario non può comprendere la sensibilità, e la matematica non può comprendere l’imperfezione umana. La guerra verrà a ristabilire aggressivamente i diritti del corpo contro il dominio arbitrario dell’astratto. Dopo la sconfitta di Syriza, Jugoslavia ’90 è il futuro d’Europa.

Greci ed ebrei

In un articolo del 1918 scrive Carl Gustav Jung:

Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio. (Jung, Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la belva bionda (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

Naturalmente tutti sanno che la Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure la sfiducia e il disgusto che il contribuente tedesco prova di fronte ai Greci contemporanei (sfiducia e disgusto che il gruppo dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante) sembrano ripropongono talora i sentimenti che la belva bionda provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa.

Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso. Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali, pigri, ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno invece deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria.

E poi cosa gli accadrà? Saranno espulsi, gettati nell’isolamento e nella miseria, esposti alle furie dei mercati dopo l’impoverimento imposto dalla troika? E poi? Sopravviverà l’Unione alla punizione degli insolventi? Oppure l’Unione è condannata a crollare? Oppure quelli di Alba Dorata hanno ragione nel dire che Syriza sarà sconfitta (con l’aiuto della Merkel e di Draghi) e sarà finalmente il momento del nuovo fascismo, non in Grecia soltanto?

urgeurge/net

L’Europa come metropoli del comune

Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà. Questi movimenti erano espressioni di un europeismo forse eretico rispetto alle storie più o meno risapute dell’europeismo, figli selvaggi, e spesso difficilmente riconoscibili, e quasi mai riconosciuti, del Manifesto di Ventotene.

Questa corrente carsica quanto si vuole, ma continuamente capace di rimettere in gioco le geografie consolidate e di trasformare gli spazi dei conflitti sociali, è stata ora decisamente protagonista delle manifestazioni di Blockupy 2015 a Francoforte. Messaggio netto, inequivocabile: il rifiuto delle politiche di austerity sceglie come campo di azione lo spazio politico europeo. Anzi, i movimenti provano sempre più a europeizzare sia i contenuti programmatici che le proposte organizzative. Molto significativamente, per esempio, quest’anno le giornate di Francoforte hanno visto anche incontri sulla costruzione possibile dello sciopero sociale europeo, a partire dalle esperienze degli strikers italiani, che stanno da tempo sperimentando nuove modalità di organizzazione e di lotta, nuove modalità di sciopero praticabili dalle soggettività precarie contemporanee. Si è riaffacciato con forza un movimento postnazionale che è perfettamente consapevole dell’impossibilità di praticare sul solo terreno nazionale le lotte per un nuovo welfare contro il comando finanziario e per una riappropriazione della decisione democratica contro meccanismi istituzionali sempre più verticalizzati e incentrati sul dominio degli esecutivi.

Questa consapevolezza postnazionale, però, ha sempre meno a che fare con la semplice aspirazione astratta, radicata soprattutto in un sentimento etico, a un mondo al di là di confini e frontiere, a un altrove, moralmente auspicato, rispetto alla dannazione delle sovranità nazionali: oggi la decisione dei movimenti sociali di attraversare lo spazio sovranazionale si radica sempre più in una precisissima considerazione politica dei limiti delle lotte negli spazi nazionali e in una assolutamente realistica individuazione dei livelli ai quali il conflitto sociale può essere significativo. Altro che europeismo “astratto”o “normativo”: ogni volta che si presentano sulla scena le mobilitazioni dei nuovi soggetti “esplosivi”, dai precari al nuovo lavoro autonomo, dai migranti a tutte le singolarità che rifiutano le gerarchie consolidate di classe/razza/genere, appare evidente come il conflitto sociale oggi non possa in nessun modo essere articolato e mantenuto all’interno delle forme della cittadinanza nazionale. Quella cittadinanza si presenta decisamente come irrecuperabile: nessuno si illude più che, sotto il suo ombrello, si possa rinnovare una qualche rete di protezione sociale decente, un qualche livello accettabile di difesa dalla precarietà e dagli effetti deleteri delle politiche di austerità. E non perché ci si trovi davanti a soggettività “avvelenate” da un qualche trasognato antistatualismo o “antisovranismo” ideologico.

La faccenda è molto più immediata e radicata nelle vite: la cittadinanza nazionale, che si è sviluppata attorno a una precisa idea di soggetto, l’eroe maschio, etero, contrattualizzato a tempo indeterminato, che è “cittadino” in quanto collabora allo sforzo produttivo della Nazione, è letteralmente impossibile da praticare per l’eterogeneo mondo delle soggettività precarie contemporanee. Chi pensa all’Europa come un terreno astratto, ideologico, non tiene evidentemente conto di quanto sia proprio l’ambito asfittico delle politiche nazionali ad essere vissuto oramai neanche come “nemico”, ma semplicemente come estraneo, e per l’appunto, ideologico. La cittadinanza nazionale non è più né un paradiso perduto da rimpiangere, né uno scudo difensivo dietro il quale rifugiarsi in mancanza di meglio. Semplicemente, non è un campo che intercetta davvero le esperienze di vita, e quindi tantomeno può essere immaginato come spazio di conflitto.

La dimensione transnazionale è allora l’unica che può essere investita dalle trasformazioni, proprio perché la cittadinanza nazionale è immediatamente vista come il problema, non come la soluzione: come l’ultimo status di privilegio sopravvissuto (secondo la definizione che ne diede Luigi Ferrajoli), lontano dalla dinamica della vite delle persone, che si muovono su traiettorie che non incrociano più quelle consacrate al buon cittadino, onesto lavoratore, e buon padre di famiglia. I movimenti sociali sono perfettamente disincantanti rispetto alle possibilità di muoversi all’interno dei recinti della cittadinanza nazionale; e non perché lo Stato sia un Moloch ideologico da condannare. No, non fa più paura lo Stato in quanto “mostro freddo”: molto più semplicemente, è apparsa in tutta evidenza che lo Stato, le costituzioni nazionali, i welfare “casalinghi”, non sono sufficienti a difendere neanche le soglie minime per un’esistenza decente.

Leggiamo per un momento la piattaforma attorno alla quale si sono aggregate le campagne dello “sciopero sociale”: rilanciano il reddito di base europeo, chiedono il salario minimo di base europeo, spingono per il permesso di soggiorno di due anni a livello europeo: e sulla base di queste richieste, l’assedio alla BCE perde, almeno in parte, per quanto possibile qui e ora, quel sapore simbolico dei controvertici alterglobalisti, e acquista il valore, tutto politico, di consapevole scelta del vero obiettivo. Se ne è accorto anche Draghi, che, nel tentativo forse un po’ patetico, ma non per questo meno significativo, di blandire il nemico vero, o forse avvertendo il salto intensivo e qualitativo di questi movimenti transnazionali, non ha potuto non sottolineare la novità di contestazioni non reattive, non populiste, non nazionaliste. Altro che illusione ideologica: qui il livello europeo viene scelto e continuamente ribadito proprio perché si è precisamente consapevoli del livello sul quale il conflitto sociale deve muoversi, se vuole aprire spazi credibili di lotta, se vuole evitare il destino di riassorbimento e di spoliticizzazione al quale quelle lotte andrebbero incontro se costrette negli spazi nazionali.

Si può certo obiettare che le novità che si aprono sul fronte Sud, tra Grecia e Spagna, segnano anche un ritorno all’utilizzo delle leve nazionali, e spesso anzi tornano a parlare un linguaggio segnato “patriotticamente”. Anche qui, però, difficilmente si comprende l’elemento di novità introdotto dal successo elettorale di Syriza se lo si astrae dalla vera, grande, coraggiosa decisione costitutiva della nuova “coalizione” greca: che è precisamente quella di aver intuito come nessuna resistenza sarebbe stata possibile se non si fosse scelto di rivendicare, con forza e con orgoglio, l’Europa come proprio spazio di azione, lasciando ai sacerdoti dell’austerità il ruolo di minacciare, loro sì sempre più freneticamente antieuropeisti, la fine definitiva dei processi di integrazione.

Certamente, anche questo tentativo potrà finire in tragedia: le politiche dell’austerity si rivelano sempre più politiche di un capitale che reagisce alla mancanza di misura della finanziarizzazione, con la dismisura di un comando politico avventuroso e irrazionale, la cui forma ultima – ha perfettamente ragione qui Bifo a rimettere questa follia al centro di ogni nostro ragionamento – è la guerra e l’annientamento. Ma senza la scelta europeista di Syriza la partita non solo non sarebbe ancora in corso, ma non si sarebbe neanche aperta: e il mostro dell’austerity avrebbe semplicemente sbaragliato con poca fatica le ultime residuali resistenze nazionali.

Dal canto spagnolo, se è vero che il linguaggio di Podemos si infittisce di riferimenti alla patria, è anche sempre più chiaro che la sfida si va facendo cruciale negli appuntamenti amministrativi, nei laboratori politici di Barcellona e di Madrid, insomma nella città, nella metropoli. È un altro segnale importante: i movimenti per un nuovo diritto alla città, per la riappropriazione di uno spazio urbano a un tempo “comune” e animato da libere differenze e singolarità, sono quanto di meno riassorbibile si possa pensare nei confini della cittadinanza nazionale e del suo alfabeto politico. I movimenti delle metropoli, i nuovi comunardi, le nuove città ribelli, sono pienamente e immediatamente transazionali: agiscono dal basso quella destrutturazione degli spazi della cittadinanza nazionale, e, contemporaneamente, quella reinvenzione di nuovi spazi di produzione di soggettività politica, che rendono immaginabili lotte contro l’austerity non spiazzate, non residuali, rispetto all’inferocirsi della costituzione finanziaria.

Sicuramente il 2005, i no ai referendum europei, è stato un anno tragico per la sinistra europea, come ci ricorda ancora Bifo: ma non perché si sarebbe lasciata al nazionalismo truculento il monopolio della lotta contro l’Unione Europea. In verità, molta sinistra “nazionale” seguì propriola strada del “no”: e fu lì, probabilmente, che la socialdemocrazia europea finì definitivamente la sua poco gloriosa storia, non per aver disertato il “no” e per averlo lasciato ai fascisti, ma perché il suo scollamento dalle trasformazioni reali, dalle nuove soggettività e dalle nuove forme di vita, si rivelò oramai irrimediabile. Quella socialdemocrazia in bancarotta non poteva allora che dividersi tra il cedimento alla egemonia delle politiche neoliberali e il malinconico ritirarsi verso le trincee, oramai disertate dal lavoro vivo e dalla cooperazione sociale, della difesa della cittadinanza nazionale.

Oggi, le lotte che si muovono sul nuovo welfare europeo, sulla riappropriazione dal basso della decisione politica, sulla reinvenzione degli spazi urbani, hanno certo davanti a sé un mostro feroce: ma si muovono, finalmente, oltre quel disastro, oltre l’alternativa sinistra tra ripiegamento nazionalista e subalternità al neoliberalismo. Può, evidentemente, finire egualmente tutto in tragedia: del resto, finché il mondo sarà comandato dal capitale, che finisca in tragedia non si può certo escludere, siamo comunisti proprio per quello. Ma intanto, sviluppiamo quanto più è possibile le lotte che si danno sul piano europeo e nelle metropoli, perché solo il piano transnazionale e metropolitano è abitato oggi dalla forza della cooperazione sociale, e solo quella forza può produrre comune ed evitare il delirio nazionalista e fascista.

Disunione europea e colpa metafisica

Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione: la cosa dovrebbe farci gridare allo scandalo, ma ormai l’osceno è diventato normale e normalizzato, perfino banale.

Rovine e populismi che sono gli effetti di un potere che (a noi illuministi) pare ottuso, stupido e irrazionale (sono apprendisti stregoni ma, e insieme, re nudi), che gioca irresponsabilmente ma ostinatamente con l’austerità (e con la riduzione scientifica dello stato sociale) soffiando e alimentando incessantemente il fuoco della crisi sociale, quasi che anzi non gli dispiaccia se le destre (neoliberiste comunque, quindi funzionali a questo potere), tengono a bada quei sovversivi keynesiani di Syriza o di Podemos. Vale allora ricordare ciò che scriveva Karl Polanyi nel 1940: “il fascismo non è altro che la più recente e virulenta esplosione del virus antidemocratico, insito nel capitalismo industriale fin dall’inizio” (oggi da aggiornare in capitalismo finanziario). Perché il conflitto tra capitalismo e democrazia è antico e basta niente per far circolare di nuovo il virus antidemocratico (se questo serve), infettando il corpo sociale.

Un potere che, sotto i nostri occhi distratti o bendati o davvero accecati produce un’Europa in frantumi, accanendosi (forte coi deboli) contro la Grecia perché non onorerebbe i suoi creditori ma tacendo (debole coi forti) sull’Ungheria di Urban. “La Grecia è in un programma, le elezioni non cambiano il programma”, ha sentenziato cinicamente il tedesco Schäuble, dimostrando di avere un’idea di democrazia decisamente surreale. E quello che doveva essere il passaggio da una Comunità economica a una Unione anche politica, facendo l’Europa e gli europei dopo avere fatto il mercato comune, si è infranto contro la volontà di potenza della Germania, ma non solo della Germania. E il vizio era nell’origine, nell’idea che da un mercato di merci potessero nascere dei cittadini europei.

Il monito lanciato da Thomas Mann nel 1953 agli studenti di Amburgo a non puntare ad un’Europa tedesca ma ad una Germania europea avrebbe infine prodotto, secondo Timoty Garton Ash una Germania europea in un’Europa tedesca. Ma l’ipotesi è sbagliata e va corretta in: una Germania sempre più tedesca e una Europa (tedesca) sempre meno europea. Perché è una Disunione classista e autoritaria quella che si sta realizzando (con un divide che genera una nuova questione sociale, ma lasciandone la soluzione ai singoli individui), che produce inevitabilmente un rafforzamento politico della Germania (et impera) e un indebolimento delle democrazie nazionali. Un potere nichilista quello della Germania capitalista, ma nichilista perché il nichilismo è strutturale al capitalismo (è il capitalismo) e alla sua volontà di onnipotenza che genera un cortocircuito mortale per la democrazia (ma non per i mercati e la finanza) e più capitalismo si produce meno democrazia si ottiene.

La Germania, dunque e il problema dell’Europa (lo ha detto Thomas Piketty) non è la Grecia ma Angela Merkel e la Germania; perché è ordoliberale e così come questo modello (evoluzione della weberiana etica protestante) doveva diventare egemone in patria grazie ad una appropriata pedagogia, così deve esserlo anche in Europa (et impera, ancora); perché l’etica (sic) protestante concepisce il lavoro come vocazione e non come mezzo per vivere e per essere né tanto meno come un diritto sociale e individuale. Perché l’uomo ordoliberale deve essere un uomo economico inquadrato nel mercato e dal mercato e capace di vivere solo nella razionalità calcolante del mercato, superando la logica dello scambio (antica come la società umana) e incorporando invece quella (moderna e per niente naturale, ma artificiale), della concorrenza, della competizione e dell’essere impresa.

Ed è vero che i francesi e gli olandesi hanno rifiutato nel 2005 la Costituzione europea, ma il successivo Trattato di Lisbona, nel suo Preambolo richiama programmaticamente e in modo vincolante il valore dell’uguaglianza e della solidarietà, impegnando l’Europa a promuovere il benessere dei cittadini (e non il loro impoverimento deliberato). Certo, poi si aggiunge che l’obiettivo è un’economia sociale di mercato fortemente competitiva. Però l’obiettivo è anche quello della piena occupazione e del progresso collettivo, combattendo l’esclusione sociale ed economica. E a sua volta, il Preambolo della Carta dei diritti fondamentali aggiunge il rispetto delle identità nazionali e l’ordinamento dei loro pubblici poteri e riconosce il diritto (non al lavoro ma) a lavorare (anche se subito dopo sancisce in modo ben più forte il diritto alla libertà dell’impresa), il diritto ai contratti collettivi di lavoro (che la troika ha cancellato dalla Grecia e che ora Syriza vorrebbe reintrodurre, ma a cui l’Europa si oppone), nonché a condizioni di lavoro dignitose, ribadendo il divieto di licenziamenti ingiustificati. Ovvero, nel Trattato e nella Carta era (è) scritto a chiare lettere che alcune cose non dovevano essere fatte; e che non si deve continuare a farle. Che invece sono incessantemente reiterate con un meccanismo psico-patologico di coazione a ripetere.

Se tutto questo è vero, allora aveva ragione Ulrich Beck (in Europa tedesca, Laterza) a sostenere che l’Europa ha dimenticato la società. Stupirsene? No, perché era la scelta deliberata dei neoliberisti, per loro la società non esiste ed esistono solo gli individui (Margaret Thatcher), così come per gli ordoliberali. Ma è diventata la scelta anche della sinistra europea che ha confuso mercato con democrazia, libertà con rischio e rovesciato la classifica dei diritti (oggi: prima l’impresa poi i cittadini e i lavoratori; prima il mercato poi i diritti sociali ma anche, conseguentemente, quelli politici e civili), cancellando non tanto la sovranità nazionale quanto (e peggio) la sovranità del demos. Una sinistra che nega se stessa perché crede che il neoliberismo sia moderno, razionale, efficiente, anche un poco rock e che la società non esista più. Una sinistra che definisce (Renzi) gli imprenditori come i nuovi eroi dimenticando i milioni di poveri e di impoveriti che essa stessa e gli imprenditori hanno contribuito a creare.

Se questo è avvenuto, non basta manifestare contro la nuova sede della Bce (che è comunque uno scandalo), perché prima esistono diversi livelli di colpa da considerare. Non quella che i tedeschi associano in modo paranoico al debito, ma quella richiamata da Karl Jaspers parlando (era il 1946) del comportamento dei tedeschi durante il regime nazista (ne La questione della colpa, Cortina). Questione che va allargata oggi all’intera Europa e spostata – pur tenendo conto delle dovute differenze tra il regime di allora e quello di oggi - dal politico all’economico/culturale perché ormai tutti siamo neoliberisti, tutti abbiamo introiettato il mantra capitalista del dover essere imprenditori di noi stessi, tutti accettiamo di dover competere all’infinito con gli altri e con noi stessi, tutti abbiamo accettato di essere capitale umano e risorsa umana - perché così è la vera vita da vivere secondo gli ordoliberali-neoliberisti e anche la vita è ormai diventata, come doveva diventare, una merce e i greci sono diventati cose cessando da tempo di essere persone. Ed è una colpa di tutti noi europei, che abbiamo lasciato che il mercato uccidesse la società, la democrazia, la libertà.

È la colpa – dei politici europei di sinistra e degli intellettuali incapaci di un j’accuse! contro il neoliberismo e contro l’ordoliberalismo, lasciando così che lo storytelling dell’austerità diventasse senso comune e con-senso – è la colpa di avere tollerato il totalitarismo neoliberista (come altrimenti chiamarlo? - il vecchio principio degli eserciti e degli apparati: gli ordini sono ordini e tutto è esecuzione di un lavoro si è tradotto in: le regole sono regole, i programmi sono programmi e non si discutono, ma vanno solo eseguiti senza se e senza ma): e questa è (usando Jaspers) una colpa politica. Ma è anche la colpa – individuale – di avere accettato di essere cose e merci sul mercato: ed è una colpa morale. Ed è infine la colpa di avere accettato in silenzio ciò che è stato imposto a Grecia, Portogallo, Italia, Spagna; ed è una colpa metafisica, la colpa di avere tollerato l’ingiustizia e la macelleria sociale ma anche il disciplinamento di mercato degli individui, violando (Jaspers) il principio di solidarietà tra gli uomini, quel principio per cui il dolore degli altri è anche il mio dolore.

E allora, fino a quando noi europei non risolveremo questo insieme di colpe uscendo dal mostruoso che ha prodotto la crisi e dal nichilismo passivo (“declino e regresso della potenza dello spirito”, Nietzsche) che ne è l’effetto, la crisi non si risolverà o - se si risolverà - sarà solo e ancora nella logica irrazionale e nell’ordine socialmente e umanamente disordinante dell’ordoliberalismo più neoliberismo - e allora sarebbe ben più di una colpa.

 

Europa fino a quando?

G.B. Zorzoli

È singolare che anche un opinionista distante anni luce da Bifo, come Angelo Panebianco, sul Corriere del 15 marzo interpreti il referendum francese del 2005 come “primo segnale di una grande svolta, ormai non era più pacifico o automatico che gli elettori trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles”. E legga nell’affermazione di movimenti nazionalisti una conseguenza di quella rottura, amplificata dalla successiva crisi economica. Benché, ovviamente, declinata all’interno di una logica – politica ed economica - tutta istituzionale, l’analisi di Panebianco, pur senza varcare la soglia del catastrofismo, è connotata da una visione molto pessimista del futuro.

Posso altresì confermare che almeno nel mondo degli under forty, anche fra laureati con un lavoro non necessariamente precario, non è difficile trovare persone che, grosso modo, condividono la diagnosi di Bifo. Proprio perché la situazione è seria e, anche se Dio non è ancora morto, ci siamo presi ben più di un terribile raffreddore, va evitata una visione dell’Europa in cui, come le famose vacche, tutti gli schieramenti nazionalisti sono bigi.

In Gran Bretagna l’UKIP rappresenta l’espressione estrema di un sentimento antieuropeo, ben radicato anche negli altri partiti e nel loro elettorato, come confermano i continui distinguo, le ripetute prese di distanza, la ferma determinazione a impedire che l’Unione europea vada oltre i confini di un’area di libero scambio. In Europa il Regno Unito è entrato obtorto collo, su pressione USA, per fare il cane da guardia, e adesso che il rapporto particolare agonizza, sta pensando di togliere il disturbo (non sarebbe una grave perdita).

Fra i grandi paesi dell’Europa continentale, la Francia è l’unica dove è immediato il rischio che un partito nazionalista, antieuropeo, xenofobo, come il Front National, abbia la maggioranza relativa dei suffragi. In Italia la protesta antieuropea è frazionata fra M5S e Lega, difficilmente conciliabili, mentre in Germania è per ora minoritaria.

Tuttavia, in assenza di un’inversione di rotta, niente garantisce che a lungo andare la situazione non peggiori radicalmente. La battaglia per un’Europa democratica sul piano non solo politico richiede però la presenza di aggregazioni in grado di incidere, quindi forti in termini di strategie e di adesioni. Syriza e Podemos dimostrano che è possibile, ma si sono affermati in paesi periferici, e l’andamento dei rapporti fra Grecia e poteri forti europei mette in evidenza quanto ridotta sia la possibilità di modificare lo status quo e, per contro, quanto è elevato il rischio di un rapido indebolimento del consenso popolare di cui gode Syriza. Insomma, la partita vera si gioca in Germania, Francia, Italia. Non siamo alla vigilia del crollo dell’Unione europea, ma l’attuale assenza in questi tre paesi di realtà alternative, comparabili a quelle greca e spagnola, ci dice che non abbiamo tempo da perdere.