Su Umberto Eco e gli imbecilli

Alberto Abruzzese

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico.

Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell'indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all'esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse.

I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell'appello contro la "barbarie che monta", buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all'autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del "frammento" di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).

Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.

In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l'esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall'esterno all’interno della propria identità.

Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso del 2 luglio, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via queste ultime considerazioni per avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terzietà che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace).

E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’“inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

Che cos’è l’Eco di Facebook?

Franco Berardi Bifo

Cosa abbia detto Umberto Eco non lo so. Un po’ perché ha detto cose diverse, come capita a tutti legittimamente. Un po’ perché qualche giornalista gli ha attribuito frasi che non avrebbe detto, un po’ perché forse ha detto qualcosa così tanto per dire, mentre usciva dall’aula e qualcuno lo inseguiva col taccuino in mano. Un po’ perché poi ha scritto una bustina di minerva in cui smentiva di aver detto quel che forse aveva detto e forse no.

Insomma non lo so, ma posso immaginarlo, perché ricordo un articolo che forse è stato ripubblicato in Sette anni di desiderio, ma non lo ricordo con esattezza, e non lo trovo in Internet, e il libro adesso non ce l’ho mica qui con me. Però ricordo un articolo che si chiamava Il terzo occhio uscito pressappoco nel 1976 o forse 1977, in cui diceva le cose più intelligenti che si potessero leggere all’epoca a proposito del fenomeno delle radio libere.

Naturalmente io dissentivo da lui perché non avrei potuto fare altrimenti. Lui era il professore per eccellenza, diciamo pure l’arci-professore e io ero l’arci-studente, anche se non studiavo più. Mi ero già laureato ma gli studenti mi stavano ad ascoltare proprio perché me la prendevo con il professore. Altrimenti che ci stavo a fare.

Veniamo al terzo occhio. Eco diceva più o meno che le radio libere andavano considerate come un’estensione del sensorio umano, mica per quello che le radio dicono. Le radio permettono di estendere la comunicazione fra individui più o meno liberi e dotati di pochissimo potere, perfino di quelli che non hanno alcun potere.

Aveva letto McLuhan e siccome lo avevo letto anch’io, su questo punto ci capivamo, anche se dissentivo programmaticamente. McLuhan ci aveva insegnato che i media non sono il libro della verità, ma sono modificatori dell’ambiente perché trasformano prima di tutto la nostra capacità di elaborazione e le modalità della comunicazione.

Ecco allora che quando ho letto da qualche parte (su Facebook? su La Repubblica? e chi se ne ricorda?) che Eco aveva detto che Facebook fa male alla salute perché permette a legioni di imbecilli di predicare al mondo, ho pensato: non può aver detto questo. Oppure magari l’ha detto ma gli è scappato, o l’ha detto forse per scherzo.

Intendiamoci, non sto insinuando che l’argomento sia irrilevante, è rilevante eccome. Ma occorre un po’ di flessibilità quando ci si occupa di queste cose. La memoria vacilla, talvolta faccio confusione, e anche Eco probabilmente talvolta si contraddice, talvolta ci ripensa.

Facebook permette a legioni di imbecilli di prendere la parola? E allora? Non la prendevano anche prima? Sul pianerottolo di casa, al bar, sulla piazza del paese. Che ci piaccia o no Facebook è un salto evolutivo nella storia della comunicazione umana, perché estende all’intero pianeta le dimensioni del bar di quartiere. Ma non dovremmo esagerare l’importanza di quello che si scrive in Facebook. Talvolta una voce che circola in Facebook può scatenare un pogrom, o una rivoluzione? Sì, ma anche nella piazza del villaggio poteva capitare di riferire voci giunte chissà da dove e chissà come, e quelle voci potevano scatenare un pogrom o una rivoluzione.

Per farla breve: non è la verità il criterio con cui giudicare i media. I media non si giudicano punto e basta, ma ciò che essi fanno non è dire la verità o la menzogna. Essi creano il mondo come proiezione del nostro intenderci. Essi spostano i corpi, mettono in contatto soggetti che prima non si conoscevano, perché permettono di vedere e di sentire quel che l’occhio e l’orecchio non potevano vedere né sentire.

Internet rese possibile la comunicazione senza prossimità e senza corpo. Poi venne Facebook, e per molti ragazzi dell’ultima generazione di internauti Facebook è Internet. Spesso neppure sanno che fuori da quella cornice blu e oltre quella “effe” c’è una rete infinita. Facebook ha fissato le modalità di navigazione che in Internet avevano carattere libero ed aleatorio. Per questo Facebook mi fa rabbia, perché ha ossificato le potenzialità della rete, e formalizzato l’amicizia e la condivisione in procedure tecniche uniformate.

Mi fa rabbia perché sono vecchio e obsoleto (quasi quanto il professor Eco, ohibò). Ma chi se ne frega della mia rabbia? Facebook ha creato condizioni di comunicazione e di socialità incorporea che non esistevano e non scompariranno. Perciò è inutile che io gli tenga il broncio. È meglio che io capisca quali abissi di immiserimento psichico Facebook ha spalancato, come un tempo Jerry Mander e Derrick de Kerckhove ci permisero di comprendere quali abissi di immiserimento cognitivo spalancava la televisione. Ma dovremmo avere imparato che ogni media-mutazione dell’ambiente spalanca abissi. La politica, la psicoanalisi, la letteratura sono esercizi per abitare gli abissi, e magari anche per uscirne fuori, a rivedere talvolta la luce del sole.