L’alienazione dell’intellettuale

Andrea Fumagalli

E’ da qualche anno che si discute del ruolo dell’intellettuale, seppur in ambiti ancora molto ristretti e senza grande enfasi sui media di larga diffusione. Per intellettuale, intendiamo non chi fa lavoro intellettuale (attività oggi tutta da ridefinire), ma chi - per dirla con Eco - “ricopre la funzione intellettuale, svolgendo un’attività critica e creativa”. E’ grande merito del primo numero di Alfabeta2 a domandarsi se nel dibattito culturale contemporaneo abbia ancora senso parlare di funzione intellettuale. Il secolo XX – il secolo degli intellettuali – è terminato, infatti, nel segno di  un strutturale cambiamento sociale, economico e valoriale, al cui interno le categorie sociali, culturali  e antropologiche novecentesche sono in buona parte saltate.  Per rispondere a tale domanda, è dunque necessario partire, direi marxianamente, proprio dalle mutate condizioni materiali e soggettive della produzione e del lavoro.

La crisi del paradigma fordista-industriale è stata anche conseguenza di una nuova soggettività che erompe nella scena della valorizzazione: l’intellettualità diffusa o di massa, prodotta dalle lotte degli anni Settanta. Avrebbe potuto e dovuto (almeno nelle nostre intenzioni)  essere il trionfo della creatività e della coscienza critica, quindi il terreno ideale perché dieci, cento, mille intellettuali fiorissero. Vi erano tutte le premesse perché ciò potesse avvenire, soprattutto dopo l’eruzione del 1977 che aveva definitivamente spazzato via l’idea togliattiana di ”intellettuale organico”.  Invece nulla si è verificato, anzi, la funzione intellettuale si è progressivamente marginalizzata, inizialmente costretta all’esodo per sfuggire alla repressione, successivamente travolta dalle nuove forme di comunicazione, imposte proprio dall’avvento dell’intellettualità di massa. Leggi tutto "L’alienazione dell’intellettuale"

Ottimista senza speranza

[Una versione più breve di questa intervista realizzata da Andrea Cortellessa a Nanni Balestrini è uscita su «Tuttolibri» della «Stampa» il 21 agosto.]

AC

Sembra esserci qualcosa di non italiano in te. Voglio dire al di là del tuo aspetto fisico, delle tue origini famigliari. C’è qualcosa di straniero, come se fossi sempre in fuga o, comunque, velocemente di passaggio. Come se risiedere in Italia fosse qualcosa di accidentale, anzi proprio un incidente; uno di quegli incidenti dai quali non ci si rimette mai del tutto…

NB

Mia madre era tedesca, di Colonia, ma ha sempre vissuto in Italia; si trasferì a Milano quando sposò mio padre, che faceva l’industriale nel settore chimico. Dal punto di vista esistenziale, più che in fuga non mi sono mai sentito legato a un’identità locale. Le città dove ho vissuto, Milano, Roma, Parigi e Berlino, le sento tutte città mie, non sento legami con un’origine specifica. Ho l’idea che potrei stare in qualsiasi posto del mondo: dove faccio delle cose, lì sto bene. Per me è stato molto importante, piuttosto, essere stato giovane negli anni Cinquanta, un’epoca straordinaria per la cultura europea. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati un nuovo Rinascimento, i cui esiti si riverberano ancora oggi. Un periodo ricchissimo, pieno di curiosità instancabili, e che venivano soddisfatte! Ora, tutto questo in effetti proveniva dall’estero; la generazione di intellettuali italiani precedente alla mia non mi pareva più in grado di offrire niente. Al limite, dell’Italia mi interessava più quello che era successo all’inizio del secolo; il Futurismo per esempio. Leggi tutto "Ottimista senza speranza"

Ecco gli italiani dai piedi leggeri

[Questo articolo è apparso sul "Sole 24 ore" l'1/08/2010]

Franco La Cecla

C'è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent'anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell'esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l'Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell'Erasmus dalla scoperta che la vita all'estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all'estero in Europa «come se fossero in Italia».

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Viaggio nell’Italia del lavoro non-salariato 1

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su "PrecarieMenti", blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria".]

Valentina Fulginiti

Non è un problema solo italiano, quello degli stage e dei tirocini gratuiti. Se persino tra le vacche smagrite degli USA la concorrenza tra i laureati prende spesso la forma della possibilità di lavorare gratuitamente, figuriamoci in Italia, con la disoccupazione giovanile più alta d'Europa (28,2% a febbraio 2010). Sono un esercito che fa surf sopra e sotto le statistiche: disoccupati, inoccupati, in cerca di prima occupazione, studenti, neo-laureati e diplomati allo sbaraglio, dentro e fuori la formazione e (spesso) con le valigie pronte. Stagisti, tirocinanti, volontari: come chiamarli? Anche all'interno della redazione di PrecarieMenti un po’ di dibattito c'è stato. “Il lavoro non può essere gratuito, per principio”, è l’obiezione che si affaccia alla mente di chi lavora nella cultura, sperimentando quotidianamente la fatica di veder riconosciuta come una professione ciò che molti vorrebbero considerare un hobby. Leggi tutto "Viaggio nell’Italia del lavoro non-salariato 1"

Del pensionamento dei docenti universitari a 65 anni

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su "PrecarieMenti", blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria".]

Max Livi

Io sono un privilegiato e so di esserlo. Sono (ancora) giovane ed ho raggiunto una posizione di assoluto riguardo nei vari gradini della carriera accademica. Dirigo un progetto d’interesse nazionale in un centro d’eccellenza, ho un budget di ricerca a quattro zeri, un’assistente e faccio parte di un collegio di colleghi miei coetanei. Beh sì che c'entra, sono in Germania. Da quassù vedo le cose in maniera talvolta diversa rispetto ai miei colleghi italiani che, loro malgrado, sono costretti a parare ogni giorno i colpi inferti da un sistema che a me ha fatto paura da subito e per questo ho deciso di lasciarlo più di dieci anni fa.

Continuo a seguire però con interesse e sgomento le discussioni ed i loro destini e mi rendo conto che la situazione non è facile. Con più sgomento che interesse seguo però anche le discussioni, o meglio i dibattiti sul previsto o possibile pensionamento a 65 anni per gli ordinari, nei quali i miei colleghi non coetanei da qualche settimana sono impegnati sui quotidiani nazionali.

Lo sgomento è dato da alcune argomentazioni dei diretti interessati che, seppur molto ben fondate su numeri (quelli della finanziaria) e scenari politico-giuridici (riforma/e dell’università, sistema dei concorsi), per lo più sottendono e/o esplicitano apertamente alcune considerazioni direi poco eleganti se non riprovevoli sul valore intrinseco (e non) del lavoro di migliaia di persone che oggi, di fatto, sostengono sulle loro spalle una parte fondamentale dei processi interni al funzionamento degli atenei italiani.

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I professori Rüf dell’università italiana

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente suPrecarieMenti, blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria". Come già messo in luce da articoli apparsi sul numero 1 di "Alfabeta2" e dalla discussione proseguita sul sito, la domanda sullo statuto odierno dell'intellettuale non può che prolungarsi nella domanda sul lavoro intellettuale diffuso e sulla sua condizione salariale e contrattuale precaria. Ed è proprio a questo tema che sarà dedicato il numero 2 della rivista, in uscita il 15 settembre. Sito web: "PrecarieMenti"]

La Redazione di PrecarieMenti

In questi giorni la creazione dell’Anvur, agenzia di valutazione della qualità della ricerca ha sollevato critiche serrate, specie in risposta ad un articolo comparso sul Corriere della Sera. Si discute in sostanza della possibilità di recuperare fondi per l’inserimento di una nuova generazione di ricercatori e docenti abbassando il pensionamento dei docenti universitari a 65 anni di età, equiparandolo quindi non solo all’età pensionabile in questo paese, ma all’età in cui in altri Paesi europei ed extraeuropei è chiesto ai docenti di lasciare il posto ai più giovani. Inoltre, un sistema di valutazione della ricerca che adotti criteri standard europei garantisce che il governo distribuisca i fondi in base ad una graduatoria creata sulla base di un criterio di produttività degli atenei e di qualità della ricerca ivi prodotta.
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Sorprendente BHL sulla politica della “guerra civile”

Francia. Nel momento in cui il presidente Sarkozy – messo in difficoltà da diversi scandali che toccano uomini del suo partito e del governo di destra – alimenta una campagna dai toni razzisti e bellicosi nei confronti degli stranieri e dei rom, considerati come una minaccia per la stabilità nazionale, Bernard-Henry Lévy, filosofo mediatico, inflazionato, e ultra-moderato, riesce comunque a scrivere su Le monde un articolo estremamente lucido e duro contro la politica presidenziale. Un articolo che difficilmente potremmo veder scaturire dalla penna dei moderati editorialisti del Corriere della sera.

Leggere per credere, dal sito di Le monde:

Les trois erreurs de Nicolas Sarkozy

Bernard-Henri Lévy

Le président de la République vient, à la faveur de la trêve estivale et de la torpeur qui va avec, de commettre, en huit jours, trois erreurs.

La première fut de convoquer, à l'Elysée, le 28 juillet, au lendemain des actes de délinquance graves dont Saint-Aignan (Loir-et-Cher) fut le théâtre, un "sommet" supposé "faire le point" sur "la situation des Roms et des gens du voyage". Il n'est pas sûr, d'abord, que le palais de l'Elysée soit le bon endroit pour débattre de questions de délinquance.

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