Toujours Charlie?

UNO SPECIALE SULLA RÉPUBLIQUE E CHARLIE CON TESTI DI BADIOU - INGLESE – DONAGGIO – BUFFONI – RAKHA – GALLO LASSERE

A un mese dagli eccidi di Parigi, abbiamo voluto ritornare sul dibattito che ad essi è seguito. Lo abbiamo fatto raccogliendo alcune voci e concentrandoci su alcuni aspetti, convinti non solo che non sia facile dare una lettura univoca di quegli eventi, ma che non sia neppure necessario. In Francia, intanto, analisi e discussioni continuano, e non solo su legislazioni antiterrorismo e sul potenziale nemico interno, ma anche sulla segregazione sociale e razziale che mina la République ben più in profondità degli occasionali massacri realizzati da un piccola minoranza di adepti dell’idiozia e del fascismo di marca religiosa.
Andrea Inglese

IL ROSSO E IL TRICOLORE
Alain Badiou

Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è.
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NOTE SU IO SONO CHARLIE E IL SUO CONTRALTARE
Andrea Inglese

Sei Charlie o non sei Charlie? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con Charlie Hebdo.
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COMPAGNI DI NIENTE
Enrico Donaggio

Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d'acciaio, seguendo l'evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po' mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa.
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DA CHARLIE A ADONIS
Franco Buffoni

La reazione della popolazione francese mi è parsa più sotto il segno dell’orgoglio ferito, anche territorialmente, che non della fredda rivendicazione di laicità e di libero pensiero. Tuttavia, mi sembra evidente che la mentalità comune francese, quanto a laicismo, ad abbandono del cattolicesimo, abbia una cinquantina d’anni di vantaggio rispetto a quella italiana. La Vandea, è vero, è sempre in agguato - e lo ha ben dimostrato due anni fa con l’avversione al mariage pour tous - ma è fortemente minoritaria.
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CHI C... È CHARLIE
Youssef Rakha

Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag.
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OLTRE CHARLIE
Davide Gallo Lassere

Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie.
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Il Rosso e il Tricolore

Alain Badiou

Sfondo: la situazione mondiale

Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è.

Vediamo allora apparire – come controcanto al tempo stesso logico e orribile, disperata e fatale miscela di capitalismo corrotto e di gangsterismo assassino – un ripiegamento maniaco, soggettivamente manovrato dalla pulsione di morte, contro le identità più variegate. Questo ripiegamento suscita a sua volta delle contro-identità sclerotizzate e arroganti. Sulla trama generale dell’“Occidente”, patria del capitalismo dominante e civile, contro l’“Islamismo”, referente del terrorismo sanguinario, appaiono da un lato delle bande armate e assassine o degli individui “armati fino ai denti”, i quali per farsi obbedire brandiscono il cadavere di qualche dio; dall’altro, in nome dei diritti dell’uomo e della democrazia, troviamo invece delle selvagge spedizioni militari internazionali che distruggono Stati interi (Iugoslavia, Iraq, Afghanistan, Sudan, Congo, Mali, Centrafrica…) e che producono migliaia di vittime, senza pervenire a nulla se non a negoziare con dei banditi corrotti una pace precaria attorno a pozzi, miniere, risorse naturali ed enclave in cui prosperano le grosse multinazionali.

E così sarà fino a quando l’universalismo vero, l’assunzione del destino dell’umanità da parte dell’umanità stessa, e quindi la nuova e decisiva incarnazione storico-politica dell’Idea comunista, non avrà dispiegato la sua nuova potenza su scala mondiale, annullando in questa maniera non solo l’asservimento degli Stati all’oligarchia dei proprietari e dei loro servitori, ma anche l’astrazione monetaria così come le identità e le contro-identità che annientano gli spiriti con la loro chiamata alla morte.

La situazione mondiale è dunque connotata dall’assenza – provvisoria, se riusciremo a volerlo su grande scala – del momento in cui ogni identità (perché vi saranno sempre delle identità, differenti e contraddittorie) sarà integrata in modo egualitario e pacifico nel destino dell’umanità generica.

Dettagli francesi: Charlie-Hebdo e la République

Nato dal gauchismo in rivolta degli anni ’70, Charlie-Hebdo è diventato – come molti intellettuali, politici, nouveaux philosophes, economisti impotenti e vari altri imbonitori – un difensore al contempo ironico e febbrile della Democrazia, della Repubblica, della Laicità, della Libertà d’opinione, della Libera impresa, del Sesso libero, dello Stato libero, in breve: dell’ordine politico e morale costituito. Questo genere di diniego, paragonabile all’invecchiamento dello spirito, pullula ovunque e, di per sé, è del tutto privo di interesse.

Più innovativa, invece, la costruzione paziente, avviata in Francia durante gli anni ’80, di un nemico interiore di tipo inedito: il musulmano. Ciò è avvenuto sulla scorta di diverse leggi scellerate che spingono la “libertà d’espressione” fino al controllo pignolo dei vestiti, ad originali divieti riguardanti la narrazione storica e alle nuove frontiere poliziesche. Ciò è anche avvenuto con una sorta di rivalità “di sinistra” contro l’irresistibile ascesa del Front national, il quale dalla guerra d’Algeria in poi pratica un razzismo coloniale franco e aperto. Aldilà della diversità delle cause, il fatto è che il musulmano, da Maometto ai giorni nostri, è diventato l’oggetto cattivo del desiderio di Charlie-Hebdo. Affliggere di sarcasmi i musulmani e deriderli ripetutamente è diventato la moneta di scambio di questo crepuscolare settimanale “umoristico”, un po’ come quasi un secolo fa si sfottevano, chiamandole bécassine, le contadine povere (e cristiane, all’epoca…) provenienti dalla Bretagna per accudire i figli dei borghesi di Parigi.

Tutto ciò, in fondo, non è poi così nuovo. L’ordine stabilito del parlamentarismo francese – almeno dal suo atto fondatore, ossia il massacro del 1871 di ventimila operai per le strade di Parigi da parte di Thiers, Jules Ferry, Jules Favre e altri divi della sinistra “repubblicana” – questo “patto repubblicano” al quale si sono allineati tanti ex-gauchisti, ha sempre sospettato che nei sobborghi, nelle fabbriche di periferia o negli oscuri bar di quartiere si tramino cose spaventose. Ha sempre inviato in questi luoghi delle ingenti brigate poliziesche, ripopolando le prigioni, sotto innumerevoli pretesti, con i loschi giovani maleducati che vi abitano. Ha introdotto nelle “bande di giovani” dei delatori corrotti. E la République stessa ha moltiplicato i massacri e le nuove forme di schiavitù richiesti per il mantenimento dell’ordine dell’Impero coloniale. Quest’Impero sanguinario, che torturava con costanza i “sospetti” financo nel più piccolo commissariato della più piccola borgata africana o asiatica, si rispecchia nelle dichiarazioni dello stesso Jules Ferry – decisamente un attivista del patto repubblicano – le quali esaltavano la “missione civilizzatrice” della Francia.

Ora, vedete, un numero considerevole di giovani che popolano le nostre periferie, oltre alle loro losche attività e alla loro flagrante mancanza di educazione (stranamente, la famosa Scuola repubblicana pare non ne abbia dedotto nulla, senza riuscire a convincersi che la colpa sia sua piuttosto che degli studenti), hanno dei genitori proletari d’origine africana, oppure sono essi stessi arrivati dall’Africa per sopravvivere, e, di conseguenza, sono spesso di religione musulmana. Al contempo proletari e colonizzati, insomma. Due motivi per diffidare e prendere nei loro confronti delle severe misure repressive. La polizia, per fortuna, sotto la guida illuminata dei nostri governi, tanto di estrema destra quanto di presunta sinistra, fa ciò che le conviene. Supponiamo che siate un giovane nero o un giovane di sembianze arabe, oppure una giovane donna che ha deciso, per spirito di rivolta, in quanto è vietato per legge, di coprirsi i capelli. Ebbene, avete allora nove o dieci volte più possibilità di essere interpellati in strada dalla nostra polizia democratica e di essere pure trattenuti in un commissariato che se avete una faccia da “francese”, e ciò significa, unicamente, l’aspetto di qualcuno che probabilmente non è né proletario né ex-colonizzato. Né musulmano. Charlie-Hebdo, in tal senso, non fa che gridare all’unisono con gli usi della polizia.

A destra come a sinistra si pretende che non è il musulmano in sé, in quanto tratto negativo, l’oggetto delle caricature di Charlie-Hebdo, quanto piuttosto l’attivismo terrorista degli integralisti. Ciò è oggettivamente falso. Prendete una caricatura tipica: si vedono un paio di chiappe nude, e nulla più, con la vignetta che dice “Ecco il culo di Maometto, possiamo servircene?” Il profeta dei credenti, bersaglio di queste stupidità, sarebbe un terrorista contemporaneo? No, ciò non ha nulla a che vedere con la politica. Nulla a che vedere con la bandiera solenne della “libertà d’espressione”. Si tratta di un’oscenità ridicola e provocatrice contro l’Islam in quanto tale, e stop! E non si tratta di nulla più che di un infimo razzismo culturale, uno “scherzo” per far ammazzare dalle risate un lepenista qualsiasi. Una compiacente provocazione “occidentale”, colma di soddisfazione da benestanti, non soltanto contro delle immense masse popolari in Africa, in Medio-oriente o in Asia, le quali vivono in condizioni drammatiche, ma contro una larga fetta di popolazione salariale che vive qui, svuotando i sacchi dell’immondizia, lavando i piatti, stroncandosi col martello pneumatico, rifacendo a ritmo accelerato le stanze degli hotel di lusso oppure pulendo alle quattro del mattino le vetrate delle grandi banche. Insomma, quella fetta di popolazione che tramite il suo lavoro, la sua vita complessa, i suoi spostamenti rischiosi, la sua conoscenza di una molteplicità di lingue, la sua saggezza esistenziale e la sua capacità di riconoscere ciò che costituisce un’autentica politica d’emancipazione merita come minimo che la si consideri – e che la si ammiri – aldilà delle differenze di religione.

Già in passato, a partire dal XVIII secolo, tutti questi scherzi sessuali, antireligiosi solo in apparenza, antipopolari in realtà, costituivano lo “humour” da caserma o da sala di smistamento dei manicomi. Guardate le oscenità di Voltaire a proposito di Giovanna d’Arco: il suo La pulzella di Orléans è perfettamente degno di Charlie-Hebdo. È sufficiente soltanto questo scabroso poema indirizzato contro un’eroina sublimemente cristiana per autorizzarci a dire che i veri e grandiosi lumi del pensiero critico non sono certo quelli illustrati da questo infimo Voltaire. E per spiegare la saggezza di Robespierre quando condanna tutti coloro che fanno delle violenze antireligiose il cuore della Rivoluzione, ottenendo così la diserzione popolare e la guerra civile. Questi fatti, poi, ci invitano a considerare ciò che divide realmente l’opinione democratica francese: lo stare, consapevolmente o meno, dalla parte costantemente progressista e realmente democratica di Rousseau oppure dalla parte del furfante affarista, del ricco speculatore scettico e godereccio che è stato quel geniaccio controverso di Voltaire, capace del resto, in certe occasioni, di autentici combattimenti.

Ma tutto ciò oggigiorno puzza di mentalità coloniale; come del resto la legge contro il velo “islamico” ricorda – aimè in modo ben più violento – le prese in giro contro le acconciature alla bécassine: punti in cui il razzismo culturale adescatore collima con l’ostilità sorda, la crassa ignoranza e la paura che ispira al piccolo borghese delle nostra contrade, molto soddisfatto di sé stesso, l’enorme massa, “banlieusarda” o africana, dei dannati della terra

Ciò che è successo, 1: il crimine di tipo fascista

E i tre giovani francesi che la polizia ha immediatamente ammazzato? Diciamo subito che si è trattato, con somma soddisfazione generale, di evitare un processo in cui si sarebbe dovuto discutere della situazione e della reale provenienza dei colpevoli. Si è inoltre trattato di una cancellatura dell’abolizione della pena di morte, il ritorno alla pura vendetta pubblica, in buono stile western. Direi che questi tre giovani francesi hanno commesso un atto che bisogna definire come un crimine di tipo fascista.

Definisco crimine di tipo fascista un crimine che si distingue per tre caratteristiche. Innanzitutto si tratta di un crimine mirato e non cieco, in quanto la sua motivazione è ideologica, di carattere fascistizzante, ossia: strettamente identitario, nazionale, razziale, comunitario, di costumi, religioso… Sovente il crimine di tipo fascista se la prende con pubblicisti, giornalisti, intellettuali o scrittori, che gli assassini ritengono essere rappresentanti dello schieramento opposto. In secondo luogo, si tratta di una violenza estrema, rivendicata, spettacolare, in quanto mira a imporre l’idea di una determinazione fredda e assoluta, che può in fondo prevedere in modo suicida la probabilità della morte degli assassini stessi. Si tratta dell’aspetto “Viva la muerte!”, di stampo nichilista, di queste azioni. In terzo luogo, il crimine intende, per via della sua enormità e del suo effetto di sorpresa, creare un clima di terrore e alimentare, tramite il fatto stesso, delle reazioni incontrollate da parte dello Stato e dell’opinione, le quali, agli occhi dei criminali e dei loro mandanti, possono giustificare a posteriori, e simmetricamente, l’attentato sanguinario.

Questo tipo di crimini richiedono degli uccisori che possono essere abbandonati a loro stessi da parte dei mandanti non appena l’atto sia stato compiuto. Non si tratta certo di grandi professionisti, di gente dei servizi segreti, di assassini provetti. Si tratta di giovani del popolo, estrapolati dalla loro esistenza – senza vie d’uscita e priva di senso – tramite la fascinazione per l’atto puro mischiata a qualche ingrediente identitario selvaggio, e che così facendo hanno accesso ad armi sofisticate, a viaggi, a una vita di banda, a delle forme di potere, di godimento e a un po’ di denaro. Anche in Francia, lo si è visto, vi sono stati in un altro periodo dei reclutamenti da parte di gruppi fascistizzanti capaci di tramutarsi in assassini e torturatori per delle ragioni non dissimili. Si pensi per esempio, durante l’occupazione nazista, ai molti miliziani arruolati da Vichy sotto la bandiera della “Rivoluzione nazionale”.

Se si vuole ridurre il rischio di crimini fascisti, bisogna tenere in considerazione questo ritratto. I fattori decisivi che possono suscitare tali crimini sono chiari. Vi è l’immagine negativa che la società si fa dei giovani provenienti dalla miseria mondiale, il modo in cui li tratta. Vi è lo sventolamento sconsiderato delle questioni identitarie, l’esistenza non combattuta, o perfino incoraggiata, di determinazioni razziste e coloniali, le leggi scellerate di segregazione e di stigmatizzazione. Vi è indubbiamente non certo l’inesistenza – visto che vi sono nel nostro paese dei militanti pieni di idee e legati al popolo reale – ma la debolezza disastrosa, su scala internazionale, delle proposte politiche fuori consenso, di natura rivoluzionaria e universale, suscettibili di organizzare questi giovani nella solidità agente di una convinzione politica razionale. È solo a partire da un’azione persistente per modificare tutti questi fattori negativi, da un appello a cambiare da cima a fondo la logica politica dominante, che potremo ragionevolmente far assumere all’opinione la vera misura di ciò che è successo, e subordinare l’azione poliziesca, sempre pericolosa se abbandonata a sé stessa, a una coscienza illuminata e capace. Ora, la reazione mediatica e di governo ha fatto esattamente tutto il contrario.

Ciò che è successo, 2: lo Stato e l’Opinione

Fin dall’inizio, lo Stato si è impegnato in una strumentalizzazione smisurata ed estremamente pericolosa del crimine fascista. Al crimine a motivazioni identitarie, ha opposto nei fatti una motivazione identitaria simmetrica. Al “musulmano fanatico” si è opposto senza vergogna il buon francese democratico. Il tema scandaloso dell’“unità nazionale”, perfino dell’“unione sacra”, che in Francia è sempre e solo servito a inviare dei giovani al massacro gratuito nelle trincee, è stato rispolverato dai cassetti zeppi di naftalina. Che del resto questo tema sia identitario e guerriero, lo si è visto chiaramente quando i nostri dirigenti, gli Hollande e i Valls, seguiti da tutti gli organi mediatici, hanno intonato l’inno, inventato da Bush per la sinistra invasione dell’Iraq (di cui si conoscono oggi gli assurdi effetti devastatori), della “guerra contro il terrorismo”. È già andata bene che, in occasione di un isolato crimine di tipo fascista, non si è esortata la popolazione tutta a rintanarsi a casa propria e/o a rindossare l’uniforme da riservista per partire in Siria al suono della tromba.

Il colmo della confusione lo si è raggiunto quando lo Stato ha lanciato l’appello, in modo perfettamente autoritario, alla manifestazione. Qui, nel paese della “libertà d’espressione”, una manifestazione su ordine dello Stato! È già stato un lusso che Valls non abbia pensato d’imprigionare gli assenti – in compenso, però, sono stati puniti un po’ ovunque i riluttanti al minuto di silenzio. Con questo avremmo veramente visto tutto. È così che, al più basso della loro popolarità, i nostri dirigenti hanno potuto, grazie a tre fascisti traviati che mai avrebbero potuto immaginare un tale trionfo, sfilare davanti a più di un milione di persone, terrorizzate dai “musulmani” e nutritesi con le vitamine della democrazia, del patto repubblicano e della grandezza superba della Francia. È persino stato possibile che il criminale di guerra coloniale Netanyahu comparisse in prima fila davanti ai manifestanti, i quali si suppone fossero lì per celebrare la libertà d’opinione e la pace civile.

La “libertà d’espressione”, ma parliamone! La manifestazione affermava al contrario, a forza di bandiere tricolori, che essere francesi comporta innanzitutto essere tutti, sotto la guida dello Stato, della stessa opinione. Era praticamente impossibile, durante quei giorni, esprimere sui fatti un’altra opinione rispetto a quelle che s’incantano davanti alle nostre libertà e alla nostra République o che maledicono la corruzione della nostra identità da parte dei giovani proletari musulmani e delle ragazze orribilmente velate, preparando così virilmente la “guerra contro il terrorismo”. Si è persino sentito il grido seguente, ammirevole nella sua libertà espressiva: “siamo tutti dei poliziotti”.

Del resto, come si può al giorno d’oggi parlare di “libertà d’espressione” in un paese in cui, salvo qualche rara eccezione, la totalità degli organi di stampa e televisivi sono nelle mani di grandi gruppi privati, industriali e finanziari? È necessario che il nostro “patto repubblicano” sia accomodante e riguardevole per immaginarsi che questi grandi gruppi – Bouygues, Lagardère, Niel, etc. – siano pronti a sacrificare i loro interessi privati sull’altare della democrazia e della libertà d’espressione”?

È invece più naturale che la legge del nostro paese sia quella del pensiero unico e della vile sottomissione. La libertà in generale, compresa quella di pensiero, di espressione, di azione, della vita stessa, consiste oggi nel diventare all’unanimità gli ausiliari della polizia nel braccare qualche decina di fascisti irreggimentati, nella delazione universale di uomini barbuti e donne velate e nel sospetto continuo relativo agli oscuri quartieri di banlieue, eredi dei sobborghi in cui si compì la carneficina dei comunardi? Oppure il compito centrale dell’emancipazione, della libertà pubblica, non consiste piuttosto nell’agire in comune con il maggior numero di giovani proletari di queste banlieue, di giovani ragazze, velate o meno, poco importa, all’interno della cornice di una politica nuova, che non si riferisca a nessuna identità (“i proletari non hanno patria”) e che prepari la figura egualitaria di un’umanità capace infine di assumere il proprio destino? Una politica che immagini razionalmente di congedare i nostri veri padroni impietosi, i ricchi reggitori del nostro destino?

Vi sono state in Francia, da molto tempo oramai, due tipi di manifestazioni: quelle sotto la bandiera rossa e quelle sotto la bandiera tricolore. Credetemi: anche per annientare le piccole bande fasciste identitarie e assassine – si richiamino esse a forme settarie della religione musulmana, all’identità nazionale francese o alla superiorità dell’Occidente – non vi sono tricolori che tengano, tanto più se comandati e strumentalizzati dai nostri padroni. Sono gli altri, i rossi, che bisogna far ritornare.

Traduzione di Davide Gallo Lassere

Ringraziamo Alain Badiou di averci autorizzato a tradurre la versione integrale di questo suo intervento, apparso scorciato su “Le monde” del 27 gennaio.

 

Note su Io sono Charlie e il suo contraltare

Andrea Inglese

Identificazioni

Sei Charlie o non sei Charlie? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con Charlie Hebdo. Intorno a quest’identificazione o al suo rifiuto ha finito col ruotare una parte rilevante del dibattito politico nato da quegli avvenimenti. Alcuni fenomeni importanti, però, da un punto di vista sociale, si sono situati probabilmente altrove, laddove non erano in questione identificazioni, ma altre forme più articolate di adesione e testimonianza. E proprio in ragione del loro potenziale semantico non riconducibile a un identificante semplice, tali fenomeni sono stati spesso malintesi. Proverò a soffermarmi su di essi, e lo farò nell’unico modo che mi sembra accettabile, partendo cioè dalla mia diretta esperienza, includendomi nel discorso non solo come una mente che analizza e giudica, ma anche come un corpo che sente, riflette e percepisce attraverso limiti, vuoti, opacità.

M’interessa in modo particolare riflettere su alcuni punti emersi nelle posizioni di alcuni Non sono Charlie (Mi riferisco ovviamente ai Non sono Charlie di sinistra, perché ce n’era ovviamente anche una certa quantità di estrema destra). A fronte del progressivo convergere del discorso politico, mediatico e di piazza, e a fronte del progressivo impoverimento di questo discorso, schiacciato in modo apologetico sullo slogan Io sono Charlie e sulla figura autoassolutoria della République unita e unanime, le voci minoritarie dei Non sono Charlie, soprattutto quelle in grado di proporre analisi e critiche articolate, hanno costituito un sano e necessario contraltare. Esse hanno ricordato, innanzitutto, che la cosiddetta barbarie a cui gli eccidi di Parigi ci hanno confrontato non è prerogativa esclusiva di gruppi minoritari, che sostengono ed esprimono, attraverso il loro radicalismo religioso, una visione fascista della società. Forme di barbarie e fascismo sono componenti ordinarie della politica estera di paesi democratici e occidentali, Stati Uniti in testa, e sono ormai componenti altrettanto ordinarie della politica interna della République, sia nei confronti delle minoranze senza diritti – i non-cittadini presenti sul proprio territorio – sia nei confronti dei ceti popolari, sottoposti a un duplice castigo: quello della povertà e quello della discriminazione.

Si è voluto anche precisare che l’attività satirica e giornalistica di Charlie Hebdo non poteva essere considerata esemplare di una battaglia per la libertà di espressione. Penso che anche queste critiche siano state utili a fronte di una celebrazione tanto entusiasta quanto ignorante della complessa storia del giornale e dei suoi redattori. Ciò non ha però impedito che tanta gente rendesse ugualmente un omaggio affettuoso a quelle persone assassinate, fossero o meno campioni esemplari della libertà di espressione. Così è accaduto, ad esempio, per quanto mi riguarda. Dopo una strage del genere, si rende omaggio alla storia complessiva di una persona e non alla linea politica del suo giornale in una determinato epoca, e questo omaggio è un’espressione di affetto, che non deve per forza accordarsi con una comunione di opinioni e attitudini. È sufficiente che questa comunione ci sia stata in un determinato momento, e in modo particolarmente intenso per lasciare un ricordo importante.

Soggetti collettivi

Ognuno degli attacchi omicidi dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly ha mostrato un chiaro carattere fascista, nel modo in cui è stato realizzato e per le ragioni che, ai loro occhi, avrebbero dovuto giustificarlo. Nulla di ciò, se non metaforicamente, aveva a che fare con la guerra. Si è trattato di atti terroristici in piena regola: ammazzamenti di individui per lo più civili ed inermi e non motivati da alcuna necessità di difesa personale. Gli attentatori hanno ucciso dei miscredenti colpevoli di aver oltraggiato l’immagine del Profeta, delle persone in un negozio perché colpevoli di essere (probabilmente) ebrei, delle persone in divisa perché, anche se neri o arabi, erano al servizio di uno stato occidentale.

Nelle ore immediatamente seguenti al primo massacro, si è diffuso in modo spontaneo, attraverso i social network in effervescenza, lo slogan Io sono Charlie. Poi è stato ripreso anche nelle piazze, durante i primi improvvisati assembramenti, ed è divenuto quasi lo slogan ufficiale della grande manifestazione nazionale di domenica 11 gennaio. Come tutti gli slogan, anche questo ha qualcosa di rozzo e di riduttivo. Come tutti gli slogan, esso prospera all’ombra delle figura retorica della sineddoche. Come tutti gli slogan, esso dice qualcosa di importante, e tace molte altre cose altrettanto importanti. Importante qui è l’orrore che è stato suscitato in seguito alla strage nella redazione di un giornale satirico popolare. Una delle prime forme pubbliche di espressione di questo orrore, a metà strada tra l’esorcismo e il gesto elementare di solidarietà, è stato questo slogan, e ciò lo ha candidato a divenire con successo una leva simbolica di mobilitazione. Sarebbe futile dare tanto peso a uno slogan, se appunto esso non avesse già catalizzato un’enorme attenzione e non avesse condizionato le riflessioni politiche inerenti agli attacchi di Parigi, alle loro cause e conseguenze.

Qualcuno ha sottolineato che una tale reazione di solidarietà non ha avuto luogo in seguito agli attentati realizzati da Mohammed Merah nel marzo 2012 a Tolosa e Montauban, che avevano fatto sette vittime, tra cui tre bambini ebrei. Ciò è senza dubbio vero, ma è anche vero che Charlie Hebdo, come testata giornalistica e come complessiva attività dei suoi disegnatori, è penetrato nella vita culturale dell’intero paese, e ne è divenuto una componente familiare, e in modo trasversale alle sensibilità politiche e alle generazioni. Poiché le identità nazionali esistono, intese come identità collettive, ossia fatti sociologici fondamentali e non come ideologie più o meno minoritarie, è evidente che determinati fenomeni le tocchino nel vivo più di altri. Ed è anche evidente, piaccia o meno, che l’enfasi sull’appartenenza confessionale o etnica indebolisce i legami con il nucleo identitario nazionale. Per identità nazionale intendo ciò che determina l’adesione di un individuo ad un soggetto collettivo in grado di inglobarlo e di esserne, nel medesimo tempo, l’espressione politica e culturale. I criteri che determinano tale identità sono molteplici: non solo la fisionomia di un determinato territorio e una determinata costituzione, ma anche tutta una serie di realtà che precedono e rendono possibile ogni legislazione esplicita: la lingua, la famiglia, le istituzioni educative, i “costumi”, ecc. Mi pare indispensabile un riferimento al soggetto collettivo nazionale per comprendere la portata delle manifestazioni di massa che si sono svolte in Francia dopo l’attentato. In un passo del Contratto sociale, per illustrare le caratteristiche di un soggetto collettivo, che è qualcosa di più e di diverso di una semplice moltitudine d’individui, Rousseau scriveva: “Appena questa moltitudine è riunita in un corpo, non è possibile offendere una delle membra senza attaccare il corpo, e ancor meno offendere il corpo senza che le membra ne risentano”.

La questione dell’identità nazionale, come fatto sociologico fondamentale e ineludibile, non è certo una di quelle particolarmente care al pensiero marxista, che vede in un soggetto collettivo interclassista un modello negativo, mistificatorio, di soggettività. Ciò nonostante, tale questione dovrebbe ancora oggi essere trattata con attenzione proprio da chi si pone come obiettivo di costruire un soggetto politico antagonista. La creazione di un tale soggetto collettivo, in grado di rappresentare la parte sfruttata della società, non può realizzarsi che a patto d’indebolire l’identità nazionale o, addirittura, di ridefinirla. Il pensiero anticapitalistico sorvola spesso magicamente non solo la questione della composizione di classe di un possibile soggetto antagonista, ma sorvola anche il rapporto per nulla evidente che un tale soggetto collettivo dovrebbe avere nei confronti delle diverse identità nazionali. Nonostante gli sforzi dell’ideologia individualistica, nella sua declinazione più radicale e neoliberista, volti a negare qualsiasi realtà a identità di carattere collettivo e nazionale, tali identità continuano ad esistere, non certo come realtà immobili, ma nemmeno come residui irrilevanti di qualche ideologia obsoleta o reazionaria.

Una prova che le identità collettive esistono è che sono in grado di mobilitare masse di persone, e che tali mobilitazioni, per sfaccettate e articolate che siano, trovano contenuti, simboli, rituali ben definiti e comuni. Se l’autentica voce dell’autentica classe antagonista, dopo gli ammazzamenti di gennaio, fosse stata quella dell’anti-slogan Non sono Charlie, avremmo dovuto vedere non solo una sparpagliata astensione, ma anche una diversa e consistente mobilitazione, ma è proprio ciò che non è avvenuto. Ora, quella voce sarà stata anche autentica – e senza dubbio ha prodotto una serie di analisi importanti e condivisibili – ma non è stata in grado di catalizzare un’identità collettiva e alternativa a quella nazionale e repubblicana che contestava. Non è un piccolo problema per chi ha a cuore i destini generali. Le voci fuori dal coro sono necessarie, ma non sono sufficienti per far cambiare la musica. Bisognerà che, prima o poi, queste voci fuori dal coro siano in grado di produrre una realtà corale, catalizzando, componendo e articolando una grande massa di altre voci. Sarebbe interessante, ad esempio, riflettere su come il successo di un partito come Syriza abbia potuto realizzarsi non attraverso un conflitto frontale con l’identità nazionale greca, ma facendo anzi leva su tale identità.

Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, le identità nazionali, a differenza di quanto credono i nazionalisti, hanno natura prospettica e progettuale: vivono guardando al futuro piuttosto che al passato, e sono costantemente aperte a una ridefinizione, dal momento che vivono nell’interazione continua con altre realtà collettive, altre identità e culture. Nella Grecia attuale, la questione sociale è divenuta una questione nazionale. E, in questa vicenda, l’esperienza del popolo greco, i suoi affetti oltre che i suoi semplici bisogni materiali, hanno senza dubbio e comprensibilmente giocato un loro ruolo importante. I dettami della commissione Europea non hanno solo contribuito all’enorme impoverimento di un popolo, ma hanno anche, nei suoi confronti, avvalorato forme di pubblica umiliazione.

Non è comunque mia intenzione indagare la possibilità di costruire un soggetto collettivo antagonista, confrontandosi o meno con il dato storico e sociologico delle identità nazionali. Mi pare, però, che una tale analisi avrebbe senso, e potrebbe illuminare quello che mi sembra un punto cieco, ad esempio, nelle riflessioni per altri versi estremamente lucide di Badiou nell’articolo Il rosso e il tricolore.

Il volto ambiguo della République

Quando Io sono Charlie è apparso, esso si è inserito come uno slogan tra i tanti possibili all’interno di una corrente di reazioni molteplici e spontanee che, per altro, non sembrava così assetata di simboli, bandiere e divise. Esso ha coesistito, quindi, con una varietà di atteggiamenti, che spesso non avevano alcun bisogno di rivendicare un’identificazione stretta. Mi raccontava un amico, che le prime persone a ritrovarsi in piazza a Parigi, triste e attonite, la sera dell’attentato del 7 gennaio, sono state proprio quelle più vicine affettivamente a Charlie Hebdo, quali che fossero le loro valutazioni sulla recente linea politica del giornale o sulla fondatezza delle sue campagne satiriche contro il fanatismo religioso. Queste persone, paradossalmente, erano le ultime a sentire l’esigenza di uno slogan come Io sono Charlie. I loro legami diretti o indiretti di amicizia o simpatia con i personaggi assassinati non li sollecitavano a nessuna identificazione: si può rendere omaggio alla scomparsa di qualcuno che ci è caro o che ci è stato caro, anche avendo piena coscienza della distanza che, sotto diversi aspetti, è esistita o esiste tra noi e lui.

Io sono Charlie ha funzionato così in modo duplice e ambiguo: ha permesso, da un lato, alle amplificazioni mirate dei media e del governo di enfatizzare un comune denominatore rigido, ma nello stesso tempo si è prestato a declinazioni plurali: Io sono Charlie, io sono musulmano, io sono ebreo, io sono un poliziotto. Il versante plurale, però, pur non coincidendo con un’adesione acritica ai generici valori della libertà d’espressione o a quelli della Repubblica, non ha neppure voluto dire pluralità indiscriminata. Le imponenti manifestazioni francesi, nate spontaneamente in diverse città di Francia, e sfociate nelle grandi manifestazioni nazionali di domenica 11 gennaio, hanno avuto a mio parere come componente comune, pur nella pluralità delle specifiche espressioni, una presa di posizione antifascista. Questa presa di posizione antifascista, trasversale alle generazioni, alle comunità e in parte anche ai ceti sociali, ha potuto convivere, seppure in modo contraddittorio, con una difesa “assolutoria” della Repubblica. Ma la difesa antifascista della Repubblica e la celebrazione della Repubblica, grazie al pretesto antifascista, non sono la stessa cosa. Non solo, ma il rito antifascista in un paese dove il Fronte Nazionale è considerato, secondo gli ultimi sondaggi, intorno al 30%, non è né vuoto né insignificante. E soprattutto, se la percezione di una componente anti-fascista maggioritaria è corretta, non si può certo parlare di una mobilitazione a-politica. Non mi sogno con questo di credere che una manifestazione, anche se di straordinarie proporzioni numeriche, sia di per sé risolutiva di alcunché. Mi sembra, però, che nelle analisi critiche mosse a sinistra dai diversi Non sono Charlie su questo punto ci sia stato malinteso, errore o consapevole forzatura.

È indubbio che la ricerca di unanimità da parte del governo ha toccato vertici demenziali e controproducenti, arrivando a proporre sanzioni per quei giovani che, all’interno delle istituzioni scolastiche, hanno rifiutato di rendere omaggio alle vittime degli attentati, e in speciale modo ai vignettisti di Charlie Hebdo. Tutto questo non autorizza però a considerare in blocco milioni di manifestanti degli allocchi manipolati dalla televisione e dalla classe politica, o degli acritici apologeti delle politiche estere occidentali o delle politiche interne dello stato francese, o peggio ancora dei persecutori anti-islamici. Ci sarà stato probabilmente anche tutto questo, ma come parte di un insieme più grande, contradditorio e complesso. Così come è abbastanza sbalorditivo leggere in un articolo di Frédéric Lordon [http://blog.mondediplo.net/2015-01-13-Charlie-a-tout-prix], pensatore stimabilissimo per lucidità e impegno politico, una frase di questo tenore: “Tutto porta a credere che il corteo parigino, per immenso che sia stato, si sia rivelato di una notevole omogeneità sociologica: bianco, urbano, educato”.

Posto che questi tre criteri difficilmente possono, da soli, contribuire a fornire una categoria sociologica particolarmente efficace, bisognerebbe essere onesti nel momento in cui si avanza come argomento squalificante la presunta omogeneità sociologica di tali manifestazioni. Innanzitutto, da mercoledì 7 a domenica 11 gennaio, vi sono state in Francia mobilitazioni in grandi come in piccoli centri, e non solo nella capitale. Io stesso ho assistito a un raduno davanti al municipio di una cittadina popolare della periferia parigina, raduno a cui hanno partecipato tanto il sindaco comunista quanto alcune donne musulmane con il velo. Visto l’alto tasso di persone meticce a Parigi, oltre che di neri e francesi originari del Maghreb, mi sembra assai poco probabile che solo i bianchi si siano mobilitati, o forse mia moglie, che è meticcia, faceva parte domenica sera, in piazza della Nazione, di una sconsiderata minoranza. L’omogeneità sociologica, che andrebbe però definita attraverso criteri più pertinenti di quelli indicati da Lordon, è senz’altro un problema di fondo non dei soli manifestanti pro-Charlie, ma di tutta la società francese, e si riscontra anche nella categoria professionale a cui appartiene Lordon (docente universitario) e persino nei gruppi antagonisti attivi nei grandi centri urbani e connessi variamente con le università. Su questo punto, ho voglia di dire che tanto prospera un sapere antagonista nei dipartimenti universitari in Francia, tanto questo sapere pare sprovvisto di organi politici sul territorio, e in modo particolare nelle periferie urbane povere, dove sopratutto i giovani francesi figli d’immigrati africani sono destinati ai lavori non qualificati, nel migliore dei casi, alla disoccupazione e alla marginalità, in quello peggiore. La rottura dell’omogeneità sociologica è quindi un obiettivo che dovrebbe riguardare sia i contesti di formazione di un sapere critico e antagonista sia quelli di messa in opera, in forma allargata e organizzata, di un tale sapere.

Affetti

Un altro aspetto della mobilitazione generale che è stato considerato in modo riduttivo riguarda le cosiddette “emozioni”. Si tratta, in questo caso, di una valutazione abbastanza diffusa che ho ritrovato spesso nei Non sono Charlie, ma anche in coloro che, pur solidarizzando con le vittime degli attentati, hanno sottolineato il rischio di lasciarsi trasportare dalle emozioni, rinunciando così a una postura critica e riflessiva. Un platonismo ortodosso è divenuto il tratto comune dei commentatori: le emozioni sono una cosa inaffidabile, illusoria, incostante, e su di esse nulla di sensato, di razionale, di positivo può essere edificato. È poi bizzarro ritrovare il medesimo atteggiamento anche nel già citato articolo di Frédéric Lordon, economista e filosofo che, in diverse occasioni, ha difeso in un’ottica spinozista l’importanza degli affetti sul terreno dell’agire collettivo.

Farò riferimento alla mia esperienza personale, per mostrare quanto la mobilitazione spontanea, che ha portato la gente per le strade in diverse città della Francia fin dalla giornata del 7 gennaio, ha avuto un ruolo catartico, terapeutico, in ogni caso benefico. E questo nonostante tutti i tentativi di “recupero” politico, e di celebrazione della Repubblica “senza macchia”. Ogni giorno veniamo a conoscenza di centinaia, a volte di migliaia di morti violente. Possiamo averne anche qualche assaggio televisivo o fotografico. La morte violenta, però, che colpisce anche una sola persona in una cerchia sociale a noi prossima, tende a toccarci molto più vivamente di un grande numero di morti lontane. Gli attacchi terroristici del 7 e del 9 gennaio hanno prodotto nella popolazione francese l’amplificazione traumatica di questa esperienza: l’ammazzamento ha fatto irruzione in modo imprevedibile e indiscriminato nel quotidiano, ha sfigurato i luoghi familiari, ha minato la certezza dell’incolumità fisica, che fa da sfondo a tutte le abitudini della vita ordinaria.

In chi lo patisce, un tale trauma tende a esasperare gli stati d’animo che sono già esistenti, che fanno già parte di lui in modo più o meno latente. È come se ognuno diventasse la caricatura di se stesso: il proprio patrimonio di affetti e conoscenze subisce come un effetto di radicale stilizzazione. E una volta che ognuno diventa caricatura di se stesso, il dialogo, ma anche il semplice contatto con l’altro, diventa certo più difficile, più pericoloso. In qualità di abitante della periferia che viene a lavorare giornalmente a Parigi, ho potuto studiare direttamente su di me ciò che l’evento terroristico ha suscitato. Il 7 gennaio, venni a sapere del massacro della redazione di Charlie Hebdo poco prima di terminare la mia giornata lavorativa. Durante tutto il tragitto di ritorno, che mi portava di nuovo da Parigi alla mia cittadina di periferia, mi ero trasformato in un concentrato di aggressività. Mi sentivo in guerra, in modo particolare, con due tipologie di persone: da un lato, con il parigino tipico, uomo tra i trenta e i cinquant’anni, che si muove in modo autistico per corridoi e banchine del metrò, e che ti scavalcherebbe vivo, morto, o agonizzante, senza batter ciglio; dall’altro, con la donna col chador e magari i guanti. Sono queste due tipologie di persone che, di solito, non mi piacciono per ragioni più o meno idiosincratiche, come non mi piacciono una quantità di altre persone, situazioni, oggetti. Queste idiosincrasie, ovviamente, non hanno mai compromesso i miei rapporti né con gli abitanti di Parigi maschi, che hanno tra i trenta e i cinquant’anni, né con le donne musulmane col velo, che incontro quotidianamente nella scuola materna frequentata da mia figlia.

Il punto, qui, non sono certo le persone che non ci attirano, che non suscitano la nostra simpatia, ma semmai come delle ordinarie e innocue antipatie quotidiane, confinate nell’ambito del vissuto personale, si possono trasformare in sentimenti di autentica ostilità. Il trauma dell’attacco terroristico aveva trasformato anche me, durante qualche ora, in una caricatura, esasperando alcune mie idiosincrasie sociali. Il parigino coi paraocchi era divenuto il simbolo esagerato dell’indifferenza sociale a tutto; la donna con il chador il simbolo esagerato del rigorismo religioso. Per altro, né l’indifferenza sociale né il semplice rigorismo religioso erano direttamente responsabili del massacro fascista, ma il massacro fascista era stato efficace nei suoi scopi ultimi: suscitare e diffondere l’odio. Insomma, dopo essere venuto a conoscenza di quanto era accaduto, avevo un surplus d’aggressività da scaricare da qualche parte, e le mie ordinarie antipatie sociali mi avevano offerto due candidati, probabilmente per semplice metonimia. Se l’attacco fosse stato realizzato da qualche neonazista cristiano, avrei cominciato, probabilmente, a guardare torvo preti e suore.

Quanto accadeva a me, stava accadendo con molta probabilità a una grande quantità di gente a Parigi e in tutto il paese – santi e beati esclusi. Ci doveva essere un surplus d’aggressività in circolazione, e un popolo in procinto di diventare la propria caricatura. In questa situazione è accaduto qualcosa di inatteso. Una volta arrivato a casa, come tutti mi sono messo a guardare la televisione e, ad un certo punto, alcuni canali hanno cominciato a trasmettere le immagini di gruppi di persone che, spontaneamente, si erano radunati in piazza della Bastiglia. Mi è bastata una breve visione di quella folla. Ho provato dapprima un enorme sollievo. Ciò che era accaduto aveva cessato di riguardarci come individui privati, o come commentatori furiosi della propria pagina di Facebook. Ci riguardava ora come generici cittadini, in grado di uscire per strada, e di riunirci anche senza avere grandi cose da dire o da fare. La maledizione del muro privato delle vite era stata dissolta con un gesto elementare. Quel raduno sanava il surplus di aggressività che mi ero portato dietro, lo disperdeva, lo dissolveva. E soprattutto mi permetteva di riconoscere l’inconsistenza delle mie idiosincrasie, il loro carattere di pregiudizi “periferici” che, come tanti altri, costellano la nostra vita in modo superficiale, senza giungere mai a condizionarla. In un momento simile, l’andare in piazza dei parigini e degli altri francesi voleva dire una cosa molto semplice ma precisa: non siamo solo degli individui, ognuno chiuso nella propria solitudine, non siamo solo dei gruppi, ognuno chiuso nel proprio tratto differenziale, siamo anche una collettività, cioè un insieme di individui diversi che si possono avvicinare liberamente gli uni agli altri, e stare assieme gli uni con altri, in un medesimo e comune spazio pubblico. E possiamo fare questo proprio nel momento, in cui tutti i nostri pregiudizi ordinari, le nostre antipatie, diffidenze e paure sono state esasperate e minacciano di prendere il sopravvento, dividendoci e isolandoci ancora di più.

Le persone, in questo caso, e giustamente, si sono lasciate guidare dagli affetti, e gli affetti hanno espresso qualcosa di razionale: il nostro nemico è il fascismo, laico o religioso che divide, e ciò di cui abbiamo bisogno ora è di incontraci, di comprendere che facciamo parte di un unico soggetto collettivo, che non vuole disgregarsi e lasciarsi disgregare. Il governo ha voluto trasformare questo bisogno di unità, in una certificazione di unanimità. Ancora una volta è importante distinguere le due cose: ci si è uniti sì contro l’attacco fascista, ma ci si è uniti, anche, per contenere le tentazioni fasciste interne al corpo sociale (i razzisti del Fronte Nazionale e le costellazioni annesse). Quanto alla pantomima dei capi di stato, essa ha sancito la fine del percorso terapeutico e spontaneo delle persone. Il massimo di mobilitazione ha coinciso con la massima visibilità della classe politica, ma invece di sancire il trionfo della nazione unita dietro i capi, quella coincidenza ha prodotto una sorta d’ossimoro, l’incontro della derisoria e ipocrita sfilata dei pochi, isolati e ultravisibili, con l’anonimo, massiccio, sovrabbondante, stralunato corteo dei tanti.

A un mese da quei fatti di sangue, nulla ovviamente è stato sanato delle sofferenze sociali, della discriminazione ordinaria, dei soprusi polizieschi che colpiscono i ceti popolari della République, ma possiamo sperare che una buona parte della popolazione, oggi, sia consapevole che lo jihadismo dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly non è un problema musulmano, non è un problema di differenze etnico-culturali, ma è un problema repubblicano e francese, perché nasce dentro la società francese e dentro le istituzioni repubblicane.

 

Compagni di niente

Enrico Donaggio

Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d'acciaio, seguendo l'evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po' mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa. Non gli altri, loro, alla cui dimenticanza, silente ma iperattiva, dedico ogni secondo della mia vita: rumore bianco, sporco lavoro di sfondo di un antivirus che non si vede, ma che divora energia e memoria. Ho scritto “Je suis Charlie” su di un sito e mi è spiaciuto non andare alla manifestazione dove tutti si sentivano Charlie.

Due giorni dopo era già come se fosse passato un secolo: notizie, emozioni e attenzioni ritornate nei valori di norma. Routine and business as usual. Con i professionisti e i dilettanti del mondo intero a chiedersi perché, a riempire montagne di carta, video e pixel con speculazioni pelose o acutissime. Per me, invece, tutto quasi come prima. Tranne per la foto di Charb. Da cui fatico a staccare gli occhi. A scrollarmi lo sguardo di dosso. Che non riesco a buttare. Perché mi dice o chiede qualcosa che non capisco.

“Sono anche io un fumetto, una figurina senza potere, e non me l'aspettavo proprio di morire così”, questo non smette di dire la faccia di Charb, la sua postuma tenerezza. Il pugno alzato, probabilmente ironico al momento dello scatto, esorcismo e citazione di un'appartenenza simbolica, di una comunanza priva di contenuto preciso. Parodia e segno di riconoscimento cifrato per vecchi animali di un branco in diaspora. Le spalle e la maglietta da nerd o da bambino andato a male. Gli occhi come una strada in un giorno di pioggia, foglie per terra e umido nelle ossa. L'assurda luce retrospettiva che inzuppa la foto, quella del destino che già conosce la fine della storia, li vela addirittura di lacrime inesistenti. L'ironia macabra del titolo in prima pagina, gli “intoccabili”. Quel foglio di giornale sulla pancia. Non un sequestrato, rapimento borghese o politico, che dimostra di essere ancora in vita; non l'ostaggio di qualche gruppo di fanatici; nemmeno un ciclista prima di una discesa lunga e fredda come la morte, o un supereroe smandrappato anni Settanta, stile Max Bunker. Un rompicoglioni, invece, con il suo giubbotto antiproiettile e le sue armi di una lotta senza quartiere e nemico: parole, disegni, coraggio. Un intellettuale, insomma.

Charb

Sul fatto che non esistessero più, fino a questo brutto inizio d'anno, tutti d’accordo. Come sulla certezza che a estinguerli fosse stata la loro vanità. Nella stragrande maggioranza dei casi, quella che li ha spinti a saltare dentro al monitor dei vincitori (tv o fb poco importa), perché tenevano famiglia, narcisismo e conto in banca. In altri, quella di cui era fatta la fragilità del loro impegno: l’impotenza della cultura a trasformare e a governare il mondo, la mancanza di un terreno su cui tracciare una linea netta, oltre cui non si passa. Da difendere a costo della vita. Come nella poesia con cui Franco Fortini ha lasciato il mondo: “'Non possiamo più, - ci disse – ritirarci. / Abbiamo Mosca alle spalle'. Si chiamava / Klockow … Proteggete le nostre verità”. Già, le “nostre” verità. Quelle per cui nessuno ci chiederà mai di lasciarci la pelle, ultimi uomini d'Occidente.

Sta tutto qui il problema della strage di Charlie Hebdo. L'enigma per cui in metà del mondo si rischia la morte per disegni, parole, idee che, nell'altra metà del mondo, la nostra, non sfondano di un millimetro il muro di un'indifferenza tollerante e distratta, non incidono di un grado sul corso dei destini privati e generali, vengono digerite con un rutto di soddisfazione dallo stomaco tritatutto del nuovo spirito del capitalismo. Fino al giorno, orrendo e imprevisto per qualunque filosofia della storia, in cui questi due mondi vengono a contatto in una redazione parigina. A cadere sotto il piombo di due coglioni è un nostro compagno, un rompicoglioni. Un compagno di niente che, esattamente come noi, non se lo aspettava. Di lui oggi restano una foto, che non smette di guardarci.

E una poesia, che sembra scritta da un illuminista di bassa lega e fuori tempo massimo. Ma che dopo quei kalshnikov riluce di una intollerabile, bellissima, inattesa verità: “Dipingi un Maometto glorioso, e muori. Disegna un Maometto divertente, e muori. Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori. Fai un film di merda su Maometto, e muori. Resisti al terrorismo religioso, e muori. Lecca il culo agli integralisti, e muori. Prendi un oscurantista per un demente, e muori. Cerca di discutere con un oscurantista, e muori. Non c’è nulla da negoziare con i fascisti. La libertà di ridere senza alcun ritegno, la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la dà ancora una volta. Grazie, banda di coglioni”1. Grazie Charb.

  1. Dall'editoriale del numero di Charlie Hebdo del 15 ottobre 2012 []

Da Charlie a Adonis

Franco Buffoni

Questo pezzo è una risposta unica a due domande che ho inviato a Franco Buffoni in seguito agli attentati parigini di gennaio e che toccano aspetti particolari della riflessione pubblica nata intorno ad essi. A. I.

Che lettura complessiva dai del modo in cui l’opinione pubblica italiana ha parlato non solo dell’attacco terroristico in sé, ma soprattutto della reazione della popolazione francese a sostegno di un giornale di satira come “Charlie Hebdo”? Quell’idea di laicità rivendicata da una fetta importante della popolazione francese è una particolarità nazionale, una sorta di storica idiosincrasia del popolo francese, o riguarda più generalmente i principi dell’uguaglianza in una società che si vorrebbe democratica?

Cosa ne pensi del diritto alla blasfemia, quando viene esercitato in contesti come quello della satira politica, delle arti o della letteratura? Nello scenario politico attuale, sia all’interno dei paesi europei, sia in un’ottica d’informazione globalizzata, molti considerano che, per diverse ragioni, il diritto alla blasfemia debba essere rimesso in discussione, o rappresenti comunque una forma degenerata di libera espressione. Nel 2007, il Parlamento Europeo raccomandò la soppressione del reato di blasfemia in tutti i paesi dell’Unione, ma in Italia la blasfemia è ancora considerata un illecito amministrativo.

Con l’eccezione di due frange numericamente esigue (una tesa al sostegno incondizionato a CH e ai suoi modi e contenuti, l’altra a sostenere il punto di vista degli assalitori), mi sembra che l’opinione pubblica italiana sia stata perfettamente interpretata dalle parole (e dal gesto in aereo) del suo capo spirituale: la religione è sacra come la mamma e, se qualcuno la insulta, il credente-figlio è legittimato a reagire. Certo, non con l’assassinio, ma con un bel pugno sì.

La reazione della popolazione francese mi è parsa più sotto il segno dell’orgoglio ferito, anche territorialmente, che non della fredda rivendicazione di laicità e di libero pensiero. Tuttavia, mi sembra evidente che la mentalità comune francese, quanto a laicismo, ad abbandono del cattolicesimo, abbia una cinquantina d’anni di vantaggio rispetto a quella italiana. La Vandea, è vero, è sempre in agguato - e lo ha ben dimostrato due anni fa con l’avversione al mariage pour tous - ma è fortemente minoritaria. In Italia invece - pur di non abbandonare la coperta di Linus di una vaga credenza - si prende oggi sul serio un “teologo” come Vito Mancuso. Proprio come in Francia si prendeva sul serio Maritain a metà del secolo scorso.

La pulsione alla blasfemia è direttamente proporzionale al senso soffocamento, di oppressione, che una determinata confessione religiosa esercita su una società. Si tratta a volte di una sensazione, di una impressione. Un po’ come il tasso di umidità: è come una temperatura percepita. Non a caso gran parte della blasfemia di CH era esercitata contro il mondo musulmano e solo in minima parte contro quello cattolico o ebraico.

In Italia, se si assiste ad una assemblea UAAR, il tasso di blasfemia contro il cattolicesimo appare molto alto: certamente diminuirebbe se venisse abolito l’ottopermille, se il concordato venisse espunto dalla Costituzione, se l’IRC lasciasse il posto ad un insegnamento laico di evoluzione delle civiltà culturali, ecc.

È certamente percepibile una contraddizione tra la richiesta di blasfemia libera per tutti e contemporaneamente la richiesta di sanzioni contro opinioni che la modernità occidentale considera politicamente scorrette. Mi sembrerebbe contraddittorio, per esempio, sostenere da una parte una legge contro l’omofobia che prevede sanzioni per chi dichiara che l’omosessualità è contro natura, e dall’altra permettere la libera irrisione delle credenze metafisiche di alcuni altri cittadini. Parlare di buon gusto, di arte, di satira, mi sembrerebbe a questo punto leopardianamente necessarissimo. Ma avrei anche la sensazione di rifuggire dal vero nodo della questione. Che secondo me concerne l’uso del Libro nella nostra contemporaneità. Testo epico o testo sacro?

Una radicata convinzione di Daniel Baremboim, è che per instillare l’amore per la musica si debba iniziare molto presto, educando l’orecchio. Aggiungerei: persino prima della nascita. Se la madre ascolta buona musica, o addirittura se suona il pianoforte mentre è in attesa, ci sono buone probabilità che il piccolo nasca mozartianamente “già imparato”. Baremboim, da uomo pragmatico e generoso quale è, una ventina di anni fa fondò a Berlino un “asilo musicale” per bambini dai due ai sei anni, con programmi e metodi di apprendimento calibrati sui gusti e l’età dei giovanissimi allievi. Ebbene, l’ottanta per cento di quei bambini ha poi scelto di compiere studi musicali, o almeno fa regolarmente parte di un coro.

Perché il punto non è come combattere i terroristi dell’Isis. Ma come sottrarre i piccoli alle cosiddette scuole religiose, alle madrase, avviandoli a forme di spiritualità più alta, disancorate da dogmi, precetti, odi e ideologie. Cercando di volgerli all’assorbimento di un’etica basata sul rispetto dell’intelligenza e della natura, sullo studio armonico delle scienze e dei fenomeni naturali, del micro e del macro, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Intervenire successivamente, quando gli ex piccoli sono indottrinati e nel pieno vigore dei loro vent’anni, è pericoloso e controproducente. A meno di farlo ad armi pari. Come stanno facendo i curdi contro l’Isis nel nord della Siria. Lì si sta svolgendo una guerra che mi ricorda le guerre di religione europee di cinque-secentesca memoria.

Una riflessione a parte meriterebbe l’indottrinamento dei seconda o terza generazione. Costoro nascono europei e scoprono a vent’anni che un Islam revanscista può soddisfare il loro bisogno di riscatto nei confronti di una società evoluta che li emargina: “Fanatismi terribilmente crudeli, disumani” – scrive Danilo Mainardi – “sono comparsi in tutti i tempi e all’interno di molte, se non tutte, le culture. Merito dell’etologia è avere delineato la dinamica biologica, sociale e culturale che può portare convincimenti ‘per fede’, siano essi politici o religiosi, fino alla degenerazione del fanatismo. E dunque della pseudospeciazione. Comprendere, e usare la ragione, può essere un passo determinante perché certi errori finalmente non continuino a ripetersi”.

Sono convinto che il dialogo interreligioso tra ebrei, cristiani e musulmani diverrebbe credibile se promuovesse filologicamente lo studio della Bibbia come testo epico, con le sue ramificazioni evangeliche e coraniche. Inducendo nei giovani abramitici - ebrei, cristiani e musulmani - un interesse critico per la cruenta e gloriosa storia delle loro religioni, spinta propulsiva all’arte più sublime come al più gretto oscurantismo e all’odio più feroce, fino a mostrare l’origine - in epoca illuministica - di un valore come la tolleranza.

Gli ebrei potrebbero dare il buon esempio affermando di non essere il popolo eletto semplicemente perché non esistono popoli eletti, o meglio di esserlo, ma solo per la loro capacità di leggere in originale un testo epico di valore inestimabile. I cristiani replicherebbero che Cristo fu un grandissimo maestro - il cui insegnamento è valido e attuale - nato da una donna come tutte le altre, torturato, giustiziato e sepolto come tanti altri uomini innocenti. In questo i cristiani troverebbero laici e atei al loro fianco, nella esaltazione per esempio dell’istituto del perdono - desumibile da Matteo 5, 38-48 - se disancorato da un’ottica metafisica. Istituto che in primis i cristiani dovrebbero nuovamente e apertis verbis implorare gli ebrei di porre in essere nei loro confronti, viste le persecuzioni che la loro rozzezza “apocalittica” li ha portati ad esercitare contro gli ebrei per due millenni. E gli ebrei - considerata la buona volontà anche “filologica” (per fare un solo esempio: Gerolamo mis-traducendo da Isaia 7, 14 l’ebraico “almàh” - una donna giovane - con “virgo” rese anche biblico un mito ben precedente: quello del dio nato da una vergine) - accoglierebbero l’istanza nella loro immensa sapienza talmudica.

I musulmani certamente apprezzerebbero questi limpidi esempi di onestà intellettuale. I giovani universitari - futura classe dirigente - in particolare ne sarebbero commossi. Senza magie e resurrezioni, elezioni, incarnazioni e transustanziazioni, sarebbero anch’essi maggiormente indotti a volgersi verso una nuova spiritualità, verso una religione dell’umanità, della solidarietà di specie.

Tutti uniti contro l’odio e la pseudospeciazione, potrebbe essere lo slogan. E magari potrebbero cominciare a scorgere l’anacronismo – per esempio – di criteri religiosi a fondamento di stati moderni, o del concetto stesso di religione di stato. In particolare, se da parte dei cristiani arrivasse qualche scusa in più per le crociate, se a san Petronio in Bologna si contestualizzasse l’offesa al Profeta con una sottostante lapide di “presa di distanza”; e se i fratelli maggiori, nella loro immensa sapienza talmudica, la smettessero di predicare che un’anziana signora in età non più fertile avendo partorito Isacco, il marito Abramo scacciò a formare altro popolo i figli avuti in precedenza dalle concubine…: perché a nessuno fa piacere di essere considerato figlio di.

La Bibbia considerata esclusivamente come testo epico da parte di ebrei e cristiani sarebbe un grande esempio per i musulmani. Che potrebbero sentirsi incoraggiati a sottoporre il Corano a una analisi del testo con moderna strumentazione ermeneutica, e magari a soffermarsi criticamente su sura 47, versetto 4 (“Quando incontrerete coloro che non credono, uccideteli”).

Chiudo ricordando che in un incontro pubblico con Adonis, convenimmo che l’ostacolo maggiore allo scatto antropologico di cui necessita la Sapiens-sapiens di cultura abramitica è costituito dal monoteismo. Il monoteismo con la sua costrizione a scegliere tra vero o falso. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” - l’espressione fondante del monoteismo - infatti, non esclude l’esistenza di altri dèi: esclude semplicemente gli “altri”. Una esclusione posta in essere da Israele nei confronti delle “nazioni”, e in seguito fatta propria anche dagli altri abramitici cristiani e musulmani. Pronti a scannarsi – in primis – tra loro. È il monoteismo in sé che - secondo Adonis e secondo me - dovremmo imparare a leggere come un retaggio mitico, con la sua coda di credenze babbonatalistiche: ordine del creato, diritto naturale, disegno intelligente...

Ebrei, Cristiani e Musulmani condividono epicamente la stessa rampa di lancio, in quel km quadrato tra Palestina e Libano da dove, nell’ordine, per gli ebrei decollò Elia sul carro di fuoco, per i cristiani Cristo con propellente autonomo, per i musulmani Maometto sul bianco cavallo alato. Potrebbero i loro saggi, grazie alla filologia, cominciare a pensare di avere a che fare con testi epici e non con testi sacri? Potrebbero essi cominciare a insegnare agli innocenti che poi si massacreranno che non esistono popoli eletti, né vergini che partoriscono né profeti che decollano?

 

Chi c… è Charlie?

Youssef Rakha

Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag. È problematico soprattutto perché trasforma un crimine, dalle minime proporzioni al di fuori della Francia, in un tropo culturale.

Charlie Hebdo non riguarda l'insensato (o altrimenti politico) omicidio di qualcuno da parte di un altro. Riguarda un male platonico chiamato Islam che disturba il pacifico e benigno ordine mondiale creato e mantenuto dall'Occidente post-cristiano. Difendendo quest'ultimo dal primo, i commentatori non solo presuppongono ciò che prima o poi si trasformerà nella tesi della supremazia razziale della vittima, ma travisano anche i contorni di chi è responsabile di quegli eventi, rappresentandolo come una forza estranea e indipendente da quell'ordine.

È come se i fratelli Kouachi non fossero un prodotto della società francese. È come se l'immigrazione araba in Francia non fosse il risultato delle conquiste francesi in Nord Africa, come se l'ascesa dell'Islam politico non fosse una conseguenza dell'eredità rivoluzionaria, coloniale e della Guerra Fredda dell'Occidente. La cronaca suggerisce, piuttosto, l'idea che i fratelli Kouachi sarebbero dei viaggiatori del tempo provenienti da un'epoca in cui la teocrazia e l'Illuminismo si disputavano il dominio sul mondo (mettete da parte la verità storica del ruolo dei musulmani in quella lotta e dimenticatevi anche dell'incapacità di fatto odierna dei musulmani di modificare il corso della civiltà).

Quanto è da vigliacchi opporsi ad una penna con una pistola; dobbiamo restare uniti contro la censura in tutte le sue forme; le vignette incriminate dovrebbero essere ristampate; e poi, ancora, erano davvero poco politically correct, forse non dovremmo ristamparle. Nessuno qui mette in dubbio l'orrore del crimine, ma dobbiamo guardarci da possibili reazioni nei confronti dei musulmani innocenti che vivono in Europa... Farsi coinvolgere in questo discorso vuol dire farsi intimidire da qualcosa che è anche peggio di una qualsiasi di tali banalità: l'idea preconcetta secondo la quale tutti i musulmani sarebbero per loro natura magicamente propensi ad offendersi di fronte all'irriverenza secolare.

Nessuna delle reazioni a Charlie Hebdo sembra essere consapevole dell'esistenza di musulmani per i quali la sola idea di “vendicare il Profeta” non è niente di più che una trita battuta. A prescindere dalle credenze di ciascuno – e questo musulmano concorderà sull'idea che le credenze sono comunque una questione personale –ci sono musulmani, la cui unica possibile rimostranza nei confronti della tendenza dell’infedele ad “insultare la religione” riguarda il rabbioso razzismo che la sottende. Questi musulmani fanno regolarmente satira su quel dogma ortodosso con cui sono costretti a vivere, senza parlare degli eccessi dei Wahhabiti e dei Salafiti, e lo fanno correndo un rischio personale significativamente più grande di qualsiasi rischio coscientemente assunto da Charlie. Mica si può pretendere da loro che si scusino per non essere riusciti a rinnegare pubblicamente la cultura in cui sono nati, no?

L'idea preconcetta per cui tutti quelli che sono nati musulmani sono automaticamente furibondi con Charlie Hebdo – che la dichiarata avversione di Charlie Hebdo nei confronti dell'Islam sia qualcosa a cui devono contrapporre la loro risposta intrinsecamente omicida, il che, io sospetto, è stata una parte significativa della motivazione che sta dietro alle vignette – è condivisa dalle reazioni di destra e di sinistra ai fatti di Parigi. È questa la cosa più offensiva di tutte, secondo questo musulmano che vi sta parlando, e non da ultimo perché quell'idea ha moltissimo in comune con i ripetuti tentativi da parte dell'ordine mondiale di impacchettare il Frankenstein islamista e rispedirlo nuovamente nel mondo arabo-musulmano.

Ironia della sorte, l'impegno per la libertà di espressione che ha informato la solidarietà per Charlie Hebdo fa eco all'impegno dimostrato verso le trasformazioni democratiche durante la primavera araba che, come è risultato, poteva solo condurre alla presa del governo da parte degli islamisti. Il risultato è che, ove la vecchia guardia autoritaria non è riuscita a recuperare il potere con la violenza, i petrodollari e i guerrafondai settari hanno dato origine a mutazioni del mostro, del tipo dell'ISIS (a cui, per una qualche contorta strada che passa per al-Qaeda nello Yemen, gli assalitori di Charlie Hebdo sembrano apparentemente rispondere).

Proprio come si presuppone che tutti i musulmani rappresentino una minaccia anti-secolare alla libertà, la libertà viene esportata nei paesi a maggioranza musulmana in forme settarie. E lo si fa attraverso mezzi militari e diplomatici; e in ogni caso, sia che venga presentato come “liberazione” umanitaria o “lotta al terrorismo” punitiva, l'intervento è sempre controproducente dal punto di vista politico e potenzialmente genocida, quando non lo – più sovente – nei fatti (pensiamo ad Afghanistan, Iraq, Siria e Libia).

E non contando il contraccolpo in termini di “spedizioni punitive” militari che ha provocato (il caso forse più evidente a Gaza), il terrorismo islamico è costato un numero infinitamente più alto di vite di musulmani che di non musulmani – e non sto parlando del fatto che una delle vittime dell'attacco iniziale di Charlie Hebdo fosse un poliziotto di religione musulmana.

Sotto questa luce, l'omicidio di Parigi appare meno come un difetto genetico nel DNA dei musulmani che come, invece, un effetto collaterale inevitabile della medicina capitalista e discriminatoria somministrata unilateralmente dal “mondo libero”. Sembra meno una lotta per la libertà di espressione che un tentativo per denigrare i musulmani, non tanto identificandoli con il terrorismo (e, in ogni caso, chi di loro ha scelto l'Islam politico sta facendo un gran lavoro in questo senso) quanto suggerendo che sono incapaci di assimilare i valori dell'Illuminismo. Ecco perché dover assecondare queste banalità sulla moderazione e la tolleranza, dover “migliorare l'immagine dell'Islam in Occidente”, è un insulto ancora più grave che l'essere chiamato terrorista.

E forse è possibile entrare in una discussione su Charlie Hebdo senza insultarsi; ma, almeno dal mio punto di vista, farsi coinvolgere in essa vuol dire negare, se non la propria pelle scura di per sé, allora la propria capacità di essere irriverente, di sapersi ribellare ed essere eversivo; la propria fede nella ragione, nella scienza e nell'uguaglianza; il proprio impegno nelle libertà personali e nei diritti individuali negati dall'Islam politico.

Significa negare la stessa possibilità di essere quel musulmano che io voglio essere: non la mia identità come potenziale fanatico che sostiene un dogma religioso sempre più irrilevante, ma la mia rivendicazione di appartenenza nei confronti di una parte gloriosa del passato di quella civiltà a cui si dà il caso io abbia diritto per nascita, e verso cui cerco, per quanto le probabilità siano veramente impossibili, di essere all'altezza.

Traduzione dall'inglese di Chiara Comito

titolo originale: Who the F*** Is Charlie, apparso il 12 gennaio 2015 su “The Sultan's Seal. The Blog of (Arabic) Literature and Photography”

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Youssef Rakha è nato al Cairo nel 1976 e ha studiato inglese e filosofia in Inghilterra; è giornalista culturale e collabora con diverse testate egiziane e internazionali. È autore di diversi romanzi, poesie, reportage fotografici e di viaggio; cura un blog sulla letteratura araba e la fotografia scritto in inglese e in arabo. Nel 2009 ha fatto parte del progetto “Beirut 39”, che raccoglieva i 39 scrittori arabi emergenti sotto i 39 anni.

Due dei suoi ultimi romanzi sono stati da poco tradotti in inglese: The Book of the Sultan's Seal. Strange Incidents from History in the City of Mars (Interlink Books, Northampton, Massachusetts 2015), The Crocodiles (Seven Stories Press 2014). Suoi scritti sono apparsi in traduzione italiana anche su Nazione Indiana e Internazionale.

Oltre Charlie

Davide Gallo Lassere

Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie. Didier Fassin, professore a Princeton e autore di un importante studio antropologico sul ruolo della polizia nei quartieri popolari, non ha dubbi al riguardo: è la stessa società francese – con le sue politiche urbane, sociali e scolastiche, oltre a quelle securitarie e penitenziarie – ad aver generato ciò che essa ritiene un’infame mostruosità (http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/notre-societe-a-produit-ce-qu-elle-rejette-aujourd-hui-comme-une-monstruosite-infame_4557235_3232.html).

Sulla stessa lunghezza d’onda un articolo firmato da diversi intellettuali di rilievo e comparso su Le monde del 15 di gennaio (http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/non-a-l-union-sacree_4557288_3232.html): l’empatia nei confronti di chi è comprensibilmente sceso in piazza in occasione dell’importante manifestazione di domenica 11 non può infatti cedere al misconoscimento del razzismo strutturale e quotidiano congenito alla République (l’autentica religione della Francia, secondo gli Indigènes de la république: http://indigenes-republique.fr/charlie-vu-par-les-arabes-et-les-noirs-des-quartiers/#_ftnref3) né, tantomeno, deve impedire di criticare la scandalosa strumentalizzazione da parte di media e governo del sisma affettivo scatenatosi in seguito agli assassinii.

A tal proposito, Erik Fassin (http://blogs.mediapart.fr/blog/eric-fassin/190115/pour-le-droit-linsolence) ricorda con triste ironia il paradosso vagamente ipocrita dell’union nationale radunatasi a celebrare la libertà d’espressione e il diritto di blasfemia proprio in concomitanza con l’inizio del processo al rapper Saïdou Z.E.P. e al sociologo e militante Saïd Bouamama per aver scritto in un libro (http://www.zep-lesite.com/v02/Nique_la_France.pdf) e in una canzone (https://www.youtube.com/watch?v=KdA2j4oU7v8) nique la France (fotti la Francia).

Ciò detto, se è senz’altro vero che le reazioni e le passioni politiche predominanti nelle settimane successive all’attento si sono indubbiamente sottratte al razzismo aperto, immediato e diretto (riproponendo in vari modi i motivi ideologici di fondo della République: universalismo dell’assimilazione, laicità e il trittico liberté-égalité-fraternité), non va però taciuto l’indurimento degli attacchi islamofobi, sia di stampo simbolico (http://paris-luttes.info/charlie-le-bal-des-vautours-2399) che materiale (http://paris-luttes.info/deferlante-raciste-et-islamophobe-2397).

Uguale discorso per tutta una serie di provvedimenti disciplinari che lasciano chiaramente trasparire un’inquietante deriva securitaria, dal diffondersi delle denunce per “apologia di terrorismo” fino alla creazione (e all’abuso scriteriato durante queste prime settimane: http://tempsreel.nouvelobs.com/charlie-hebdo/20150205.OBS1768/video-apologie-du-terrorisme-ahmed-8-ans-donne-sa-version.html) dei procedimenti di segnalazione dei giovani potenzialmente devianti annunciati da Manuel Valls nel suo discorso poco edificante all’Assemblée Nationale di martedì 13 gennaio (http://www.rfi.fr/france/20150113-lutte-antiterroriste-mesures-annoncees-manuel-valls-assemblee-nationale/).

Come ricorda Frédéric Lordon col consueto acume (http://blog.mondediplo.net/2015-01-13-Charlie-a-tout-prix), lo slogan Je suis Charlie è infatti irto di trappole e foriero di molte contraddizioni. È per questo che vorrei concludere ricordando l’impennata dell’intolleranza antimusulmana e antisemita in Francia e l’accresciuta banalizzazione dei sentimenti xenofobi, riportando i dati di una significativa ricerca qualitativa e quantitativa effettuata dalla Commissione nazionale consultativa dei diritti dell’uomo (http://www.ladocumentationfrancaise.fr/rapports-publics/144000199-la-lutte-contre-le-racisme-l-antisemitisme-et-la-xenophobie-annee-2013).

Se si vogliono combattere le condizioni di possibilità degli atti terroristici del 7 e del 9 di gennaio è da qui che bisogna partire, come evidenziato con grande lucidità su Mediapart (http://blogs.mediapart.fr/edition/les-invites-de-mediapart/article/210115/qu-est-ce-que-ca-fait-d-etre-un-probleme) da Chadia Arab, Ahmed Boubeker, Nadia Fadil, Nacira Guénif-Souilamas, Abdellali Hajjat, Marwan Mohammed, Nasima Moujoud, Nouria Ouali e Maboula Soumahoro.