L’arcipelago dei poeti.
O di una «funzione Villa»

Andrea Cortellessa

Ricomincia oggi, dopo la pausa estiva, la programmazione di alfadomenica. Lo speciale sulla poesia che proponiamo è in occasione del nuovo festival Poetitaly, ideato da Simone Carella con la collaborazione di Gilda Policastro e Lidia Riviello. Poetitaly si conclude oggi colle performance – fra le altre – dei «nostri» Nanni Balestrini e Tommaso Ottonieri. Inevitabile il ricordo dello storico festival dei Poeti di Castelporziano, a trentacinque anni da quell’indimenticabile fine di giugno del 1979; ma, proprio come allora, la specificità consiste nel luogo – in tutti i sensi distante da quello scelto allora. Corviale: un nome, un simbolo. I lavori sono iniziati venerdì, con un incontro dal titolo Proprietà perdute. Presenza delle arti – dopo Castelporziano, cogli interventi di Stefano Chiodi e Attilio Scarpellini alla Biblioteca «Renato Nicolini» appunto di Corviale. E piace dedicare questo speciale appunto alla memoria di Nicolini, grande pensatore della città e delle arti scomparso due anni fa (4 agosto 2012), che molte delle sue energie ha dedicato ai concetti – ai simboli – di «centro» e «periferia». Non solo nei termini, suoi professionali, dell’architettura e dell’urbanistica; ma anche in quelli relativi al sistema delle comunicazioni, delle arti e, perché no?, della poesia.

 

Nell’esplosione dell’universo che noi sentiamo,
miracolo!, i frammenti che ricadono sono viventi
Char citato da Blanchot

Di «parole in forma di arcipelago» parlava nei primi anni Sessanta René Char: formula ripresa da Maurice Blanchot nel titolo di uno dei frammenti da lui pubblicati sul numero «internazionale» del «Menabò», Gulliver. Era il 1964: giusto cinquant’anni fa. Certo, si trattava della tradizione che da Mallarmé s’era travasata nelle avanguardie storiche: la tradizione della parola «scavata come un abisso», per dirla con Ungaretti; ma anche, nell’interpretazione del filosofo (che di lì a qualche anno la sistematizzerà nell’Infinito intrattenimento), di un senso nuovo da dare all’interpretazione, alla lettura, in definitiva al vivere la poesia. Come suoi autori ma anche, se non soprattutto, come suoi lettori.

Proprio in quegli anni – a partire, senza dubbio, dalla soluzione di continuità prodotta da una Neoavanguardia della quale in seguito, peraltro, si limitarono entrambi a frequentare ben individuati phares – prendevano le mosse le traiettorie di scrittura di due poeti «appartati», come si dice in questi casi con un eufemismo. Diciamo pure, più francamente, di due autori che per una serie di motivi sono del tutto dimenticati dalla nostra cultura, cioè dalla nostra memoria collettiva di lettori: Giovanna Sandri (Roma 1923-2002) e Franco Beltrametti (Locarno 1937-1995). Tanto dimenticati che, pressoché in contemporanea, la loro opera ci viene ora restituita da libri che non sono stati pubblicati da un’editoria, la nostra, dedita evidentemente a tutt’altre priorità. Non è la prima volta che tocca rimarcare, non senza disdoro, questo segno piuttosto preciso: già nel nostro numero 29, del maggio 2013, un poeta a sua volta trans-oceanico come Gian Maria Annovi ci ha dovuto ricordare come le edizioni recenti di un protagonista in tutti i sensi grandeggiante del nostro passato poetico prossimo, Adriano Spatola, si siano dovute pubblicare nella stessa collana – quella diretta dal benemerito Paul Vangelisti sotto l’egida del californiano Otis College – che ospita ora la ricchissima antologia di Giovanna Sandri. Un’editoria, quella statunitense, che anche presso altre sigle in questi anni sta lavorando con attenzione sul nostro repertorio «di ricerca», così fattivamente operando contro la perniciosa chiusura identitaria – entro le rispettive tradizioni – che Annovi, mutuando una categoria-pun foggiata da Jennifer Scappettone (equilibristica traduttrice di Amelia Rosselli per la prestigiosa University of Chicago Press), ha definito omicilio (homicile).

Rappresenta infatti un autentico delitto, oltre che in senso stretto una scorrettezza filologica, racchiudere nei confini angusti della periferia patria – al calduccio dell’home sweet home, insomma – ricerche che dalla lingua materna si dipartono invece, a raggiera, nell’arcipelago degli indirizzi più diversi (tanto che, è il caso di sottolineare, rappresenta un autentico disonore per la nostra editoria – come da sempre ci ricorda Marco Giovenale – non contraccambiare tale attenzione nei confronti delle non meno ricche ricerche d’oltreoceano). Non solo per l’aspetto plurilinguistico (dalle cause nella fattispecie, com’è peraltro ben noto, atrocemente sui generis) di un’autrice come Rosselli; ma anche, per esempio, per la curiosità che autori come questi mostrano, con la massima naturalezza, nei confronti degli altri linguaggi (e ci si ricorda della passione musicale, di Rosselli, e del suo assai meno noto background di pittrice: rinvio a La furia dei venti contrari, Le Lettere 2007). In particolare tanto Sandri che Beltrametti – come mostrano con grande ricchezza editoriale le rispettive antologie – furono a più riprese tentati (come tanti loro coetanei, del resto) dalle sirene della visività (e Beltrametti non mancò di lavorare anche in campo musicale).

Non è un caso che nell’arcipelago di riferimenti di entrambi – poeti fra loro peraltro assai diversi, come si può vedere anche dai rispettivi assaggi testuali citati nei loro contributi da Giulia Niccolai, Elio Grasso e Graziella Pulce – un posto di primo piano spetti a Emilio Villa. Per antonomasia, cioè, il Clandestino (come lo ha definito Aldo Tagliaferri nella sua memorabile biografia), l’esule multiforme e proteiforme, il plurilingue più esplosivo del nostro Novecento: che proprio il mondo delle immagini seppe far incontrare, come nessuno, con quello delle parole. Risponde senz’altro a un caso – ma è uno di quei casi davvero illuminanti – che questi due veri eventi editoriali si producano nel centenario della nascita di Villa, che verrà ricordato prossimamente (ad Àffori, nei pressi di Milano, era nato appunto il 21 settembre 1914).

Proprio il diverso trattamento dell’immagine, nei nostri due autori, definisce bene la distanza che corre dall’uno all’altro: tanto leggero e divagante si spruzza sulla pagina Beltrametti, dal tratto (a prescindere dalla tecnica adottata) sempre acquerellesco e zen, quanto severa, geometrica, persino diagrammatica ci appare l’immaginazione visiva di Sandri (reduce com’era dalla sperimentazione neo-futurista del Villa di «Ex», di cui fu complice nei primi Sixties). A mano libera e «orientale» l’uno – la cui esperienza decisiva fu rappresentata senz’altro dal viaggio in Giappone nel ’66-67 –, «tipografica» e «occidentale» l’altra (che peraltro coltivò a sua volta, come ricordano tanto Niccolai che Pulce, un interesse non episodico per il pensiero e la cultura dell’estremo Oriente). Diversa pure, nei due, la matrice dell’assai accentuato, in entrambi, plurilinguismo: se l’inglese è una seconda madre lingua per una come Sandri, che quella letteratura studiò e insegnò, essa viene impiegata invece come una specie di «lingua franca» – segno di un’instabilità non solo esistenziale – per Beltrametti: il quale deve ovviamente all’origine elvetica l’abitudine a pensare, oltre che a scrivere, in lingue diverse dall’italiano (nella sua antologia si annoverano anche componimenti scritti in francese).

Ma, come continua ad avvenire ancora oggi, scrivere in una lingua diversa da quella materna è anche e in primo luogo segno di una ricerca, di un’inquietudine che vanno ben al di là delle mere circostanze biografiche. La metafora dell’«arcipelago» – a designare la sintonia «a distanza» tra figure poste ai margini del mainstream letterario nazionale – la impiega lo stesso Beltrametti in una delle bellissime tavole a colori incluse nell’antologia, editorialmente non meno che fastosa, prodotta dalla «sua» Svizzera. L’«Archipelago of the Mind», come lo chiama lui, abbraccia ventotto «poets islands»: fra le quali spicca la presenza, alla stessa stregua, di artisti visivi come Gianfranco Baruchello, di musicisti come John Cage, nonché dei compagni di una vita – magari dalla vita separati mille miglia –: da John Giorno a Julien Blaine, da Patrizia Vicinelli a Corrado Costa, da appunto Emilio Villa a Nanni Balestrini, Adriano Spatola e Giulia Niccolai. E siamo felicissimi che proprio Giulia festeggi insieme a noi, oggi, questa doppia restituzione: con un estratto dalla sua introduzione a Giovanna Sandri (che qui offriamo nella sua veste originaria in italiano) e poi con un testo, scritto appositamente per www.alfabeta2.it, appunto su Beltrametti. Ecco, proprio quello dei legami a distanza – in virtù dei quali una come Giulia può essere stata amica, e compagna di strada, di due autori fra loro così diversi – è, a ben vedere, uno dei temi comuni, fra Sandri e Beltrametti. Ma in fondo dovevamo saperlo dall’inizio. È in quanto tale la poesia, appunto, quella cosa che stabilisce legami.

Giovanna Sandri
Only fragments found. Selected poems 1969-1998
a cura di Guy Bennett, traduzioni di Guy Bennett, Faust Pauluzzi e Giovanna Sandri, introduzione di Giulia Niccolai

Otis Book-Seismicity, 2014, 331 pp., $ 14,95

Franco Beltrametti
Zweiter Traum. Secondo sogno. Ausgewählte Gedichte
a cura di Roger Perret, traduzioni di Stefan Hyner, con un testo di Anna Ruchat

Limmat Verlag, 2014, 250 pp., sFr 38,00 (€ 32,00)

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Giovanna Sandri

Giulia Niccolai *

Quando cominciai a far scorrere sul video le prime poesie concrete del libro in pdf di Giovanna Sandri, Capitolo zero del 1969 speditomi da Guy Bennett, con mia grande sorpresa provai una gioia e un senso di meraviglia grandissime che mi fecero subito dire: ma tu guarda che ironia, che intelligenza, che spazio interiore avevamo in quegli anni!

Non so perché – forse perché non vedevo da molto tempo i lavori di Giovanna – lei, più di chiunque altro in tutti questi anni, mi riportò alla mente l’aria di quel tempo, la leggerezza, la felicità. E non attribuii solo a lei, ma a noi tutti di quell’epoca, le doti, i talenti che ho appena nominato.

Giovanna era chiaramente riuscita a realizzarli in ogni sua pagina, grazie a dei semplici Letraset (virgole, punti, parentesi ecc.), lavorati però con il rigore, la pazienza e la devozione di «una monaca di clausura». Una monaca dedita a creare i ricami più fini, «inamidati e stirati» del mondo. Così Emilio Villa definì il suo lavoro.

E cosa dire dello spazio di certe pagine, dilatato fino a sembrare il cielo stellato di un planetario? O delle poesie lineari, che allora Giovanna poté comporre solo con la macchina da scrivere? Ognuna di esse è scritta e riportata sulla pagina in modo da geometrizzare gli spazi, segnandone i confini, come un mandala.

Giovanna Sandri A rovescio E (600x433)
Giovanna Sandri, da alfabeto/albero del Tempo, Mantova, Galleria Civica d’Arte Moderna, Palazzo Te, 1977 -
da Only fragments found

Si veda il testo nel tredicesimo libro della Luce del Tantra, dove graficamente le parole scritte creano una cornice rettangolare attorno a un cerchio bianco, vuoto. Sarà anche il caso di notare che Giovanna riporta queste parole di Abhinavagupta: «Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire». Deve aver scelto questa frase particolare per attrazione al «campo creativo» ma nel farlo ha anche preferito un concetto validissimo e sorprendente, intuendone il vero significato. (Più avanti narrerò di un episodio avvenuto tra noi proprio con questa stessa dinamica.)

Le poesie lineari scritte in tal modo rappresentano un impegno talmente certosino e imperturbabile, da essere di per sé garanzia che ogni termine scritto sarà «sovrumana potenza, quella in cui la parola viene ascoltata nel suo farsi». Questa definizione è del critico Graziella Pulce, che nel 2003 curò per l’editore Archinto Costruire ricordi, un epistolario tra Giorgio Manganelli e Giovanna Sandri, con ventisette lettere del grande scrittore e una memoria di Giovanna (io ne scrissi l’introduzione). E così prosegue: «La scrittura di Giovanna Sandri è intransigente, e non accetta mezze misure: il piano sul quale è possibile incontrarla è quello dell’oracolarità, dove ogni segno è un presagio, che rinvia ad altro segno, ininterrottamente».

Ora invece, dove siamo finiti? Cos’è rimasto di tutto ciò? Di quella gioia del fare, del crederci incondizionatamente, di quell’ironia, di quell’assoluta bellezza ed eleganza? In qualità di «oracolo» che sa prevedere il futuro, Giovanna scrive:

da una stele egizia
(XVIII dinastia)

i cuori degli uomini
sono deboli
hanno cessato di
creare
la memoria non è più
ritorno
d’armonia (inganna)

non si loda più
(non si canta)
l’originario
c h e p e r m e t t e

Quel «c h e p e r m e t t e» così spaziato è magistrale, perché proprio ora non ci è permesso più niente, avendo perso il contatto con noi stessi, non avendo più l’ombra di uno spazio interiore. Siamo chiusi, attanagliati da emozioni negative: rabbia, amarezza, invidia. Sempre alla ricerca esterna di qualcosa, mai soddisfatti.

Giovanna previde questi nostri primi decenni del terzo millennio, o è dalla XVIII dinastia egizia che si è consapevoli del fenomeno il quale, da allora, si ripete, si ripete, si ripete ciclicamente, ogni tot anni? […] Come è possibile non captare in Giovanna il senso di sacralità che avevano per lei il linguaggio e la scrittura? Un universo propedeutico quale alchemico veicolo della ricerca del Sé e della propria verità. A questo proposito vorrei riportare una sua dichiarazione pubblicata nel catalogo della mostra Post Scriptum. Artiste in Italia tra linguaggio e immagine negli anni ’60 e ’70, VIII Biennale Donna, Palazzo Massari, Ferrara, aprile-giugno1998:

Io non esistevo, esisteva la facciata esterna che era articolata, che lottava… Se (nella scuola) trovavo presidi che mi davano fastidio io urlavo, insomma ero articolata per quello, però dentro di me non esistevo. Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, dal non-esistere all’essere, all’articolarmi e sono passata prima dalle immagini che sono quelle psichicamente impersonali, e poi dopo sono arrivata al linguaggio… Io producevo ma mi dovevo articolare… Alle mostre le opere le mandavo e sapevo che seguivo un iter giusto. Non mi interessava molto farmi conoscere, forse è un male, mi interessava soprattutto lavorare…

Giovanna Sandri da CApitolo zero A (600x433)
Giovanna Sandri, da Capitolo Zero, Lerici 1969
da Only fragments found

Per queste precise ragioni Giovanna Sandri era nota soltanto negli ambienti ristretti degli «addetti al lavori» dello sperimentalismo e dell’avanguardia perché talmente schiva, ipersensibile e volutamente isolata da non aver mai accettato di partecipare, ad esempio, a quelle kermesse di letture e festival di poesia che l’avrebbero fatta conoscere a un pubblico più vasto.

Per questa ragione, credo molto in questo suo libro pubblicato negli Stati Uniti, con la speranza che da lì rimbalzi, tornando in Europa, perché lei possa avere il riconoscimento che si merita. (Questo tipo di salvataggio in extremis è già avvenuto per altri autori italiani). Ma c’erano due poeti e un bravissimo pittore molto più giovani di lei, anch’essi «cani sciolti», che la stimavano veramente ed erano suoi grandi amici: Luigi Ballerini, Nanni Cagnone e Magdalo Mussio.

Insegnante d’inglese al Liceo Giulio Cesare di Roma, per lunghi anni Giovanna accudì la madre malata che mori nell’89. Non si era mai sposata, ma ebbe una relazione molto sofferta e burrascosa con Giorgio Manganelli, del quale per fortuna rimase carissima amica fino alla morte del grande scrittore nel 1990. Giovanna Sandri si sentiva «morta dentro» («io non esistevo») per quel «disorientamento ancora latente in me dopo i devastanti anni della guerra (lutto e massacro) che mi portava a chiudermi in un difensivo non-esistere». Con «i devastanti anni della guerra» Giovanna intende la morte del fratello ufficiale, in mare, nonché i malintesi e le colpe politiche attribuite a suo padre, generale dell’Aereonautica, dopo la liberazione.

Quando conobbi Giovanna a Roma, verso la fine degli anni Sessanta, mi metteva una certa soggezione: aveva una decina d’anni più di me e una cultura che sentivo molto più vasta e profonda nella mia. (Una cultura che adesso posso definire «spirituale», termine che allora non avrei saputo riconoscere). Diventammo amiche negli anni Ottanta, ma soprattutto dopo un convegno su Manganelli che si tenne a Roma, al Teatro Argentina, il 17 e 18 dicembre 1997, quando lei pubblicò negli atti del convegno un suo ricordo di Giorgio, Gli anni del trench. Io avevo già scritto su Manganelli il capitolo Cavalli veri, cavalli figurati, apparso in Esoterico biliardo (Archinto 2001). Giovanna voleva andare avanti con le sue memorie su di lui e mi spediva i vari capitoli man mano che li scriveva, perché li potessimo poi discutere assieme.

Giovanna Sandri The Jolly Joker 1 (600x484)
Giovanna Sandri, Hermes the Jolly Jocker, Le parole gelate 1983, 1994 (2) -
collezione Graziella Pulce

In quegli anni, quando mi capitava di dover scendere a Roma per lavoro, andavo sempre a trovarla nel grande appartamento (che era stato la casa dei suoi) in via Rovereto, nel quartiere Trieste. Ho l’impressione che dopo la morte di sua madre lei non vi abbia portato alcun cambiamento, non abbia spostato nemmeno un mobile in quelle stanze borghesi e bloccate nelle loro rispettive funzioni, come in una fotografia degli anni Trenta: l’ingresso. il salotto, la sala da pranzo, lo studio, la cucina ecc. Solo alle pareti, accanto ai paesaggi ottocenteschi, diverse sue grandi poesie concrete (molto spesso in bianco e nero: Letraset su cartone), modernissime, dai titoli spesso mitologici, splendide ma anacronistiche e inverosimili in quegli ambienti.

Io avrei sempre voluto chiedere a Giovanna se avesse appeso ai muri le sue opere dopo la morte della madre, o se ce le aveva già messe prima, ma non osai mai farlo. Avevo la sensazione che questa mia domanda le sarebbe parsa indiscreta e che, in qualche modo, avrebbe potuto ferirla o insospettirla, come se cercassi di carpirle un segreto. Giovanna era spiritosa a autoironica ma estremamente suscettibile. Se rifiutava, impaziente e tagliente, qualsiasi conversazione banale di tipo impersonale e «inglese» sul tempo e la salute, delegava a se stessa la decisione finale di ciò che andasse detto o non-detto; era lei che definiva i limiti , fingendo di non aver udito una tua domanda o guardandoti con disapprovazione. (Ora, in concordanza con il fatto che Giovanna non avesse spostato nemmeno un portacenere nella casa dei suoi, sono convinta che le poesie concrete fossero già sui muri di studio e corridoio quando sua madre era viva). […]

Pur essendo “alta”, oracolare e intransigente, la scrittura di Giovanna Sandri non teme mai di mettere in luce le proprie défaillances, poiché la sua vera ragione d’essere è quella di avvicinare sempre più il Sé alla propria verità. Per Giovanna la scrittura è sia veicolo che risultato della sua ricerca. Il volume Le dieci porte di Zhuang-zi del 1994, è scritto in memoriam di Giacinto Scelsi, musicista e compositore che Giovanna ammirava moltissimo. Volle tradurlo lei stessa in inglese, forse per rendere il suo dono all’amico, più compiuto: così che anche molti amici stranieri potessero leggerlo. Le poesie trattano del fenomeno del suono e le dieci Porte sono: Intelligenza, Articolazione (!), Benevolenza, Discorsività, Quintessenza, Discordanza, Individualità, Abbandono e Grazia, Ondulazione ontologica, Connessione: «attraverso la nona Porta (di pietra nera di pietra bianca) Portatore-degli-emblemi incontrò Abbandono-degli-Emblemi si scambiarono uno jo-jo ripresero direzioni ellittiche». Qui, la meravigliosa ironia dello scambio di jo-jo e delle direzioni ellittiche ci fa subito visualizzare la risata vincente di Giovanna per avere creato questo verso così felice e liberatorio.

Gli «Emblemi». Anche per Manganelli gli Stemmi furono profondamente simbolici. Secondo Graziella Pulce «a rendere attraversabile il deserto (la condizione di non-esistenza, l’assenza delle parole) a fare del deserto uno stemma è la geometrizzazione degli spazi e la segnatura di un confine». Soprattutto nei primi volumi che compongono questa antologia molti brevi testi, fronteggiandosi sulla pagina, ricordano la base possente di due lati di un triangolo, col vertice in alto. Quello dalla A maiuscola? Anche nell’alfabeto sanscrito (il padre di tutti gli alfabeti), la A è la prima lettera, e come tale è sacra.

Ma ricordiamo ancora quella confessione di Giovanna nel catalogo della mostra Post Scriptum: «Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, all’articolarmi…» che viene ripreso alla Porta Articolazione: «lentamente per gradi) Articolazione si avvicinò alla prima Porta scala discontinua di lettere fu Alfabeto» dove ancora quel «per gradi» ci fa seguire i suoi passi verso la guarigione. Ma nella seconda pagina successiva, a Discorsività: «trovò semichiusa la terza Porta troppi sentieri aveva seguito per Via» con il doppio senso di «per Via»: «sulla strada» e «a causa di»… […]

Giovanna Sandri da Capitolo zero B (600x433)
Giovanna Sandri, da Capitolo Zero, Lerici 1969 - da Only fragments found

E ora, quell’aneddoto che ho annunciato all’inizio. Quattro donne hanno avuto legami diversi ma sempre molto importanti con Giorgio Manganelli: Ebe Flamini, Alda Merini, Giovanna Sandri e la sottoscritta. Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1990 feci un lungo e movimentatissimo sogno su Manganelli che era mancato in maggio. Non sto a raccontarlo, perché richiede troppo spazio, ma in sostanza cercavo Manganelli ovunque ed ero disperata perché non lo trovano. Ero persino andata in Canada (ah, quelle tre «a»…), a cercarlo! In sogno avevo poi aperto la finestra della mia stanza e l’avevo trovato, proprio lì, seduto sul bordo del terrazzo. Lo udivo e capii le sue parole anche leggendogliele sulle labbra: Nilde, il tutto è tutto! Nilde, il tutto è tutto!

Nel suo libro Il rumore sottile della prosa egli aveva scritto: «Penso al futuro, mia dimora, come a un gigantesco cubo mentale, e tale lo definisco poiché non ne scorgo il profilo, e ne ignoro le dimensioni, ma non posso non pensare che in quello spazio sia quale oggi lo concepite, ma tutti i Tutti del possibile». Assolutamente verosimile. Quella mattina telefonai a Giovanna e assieme esaminammo molti dettagli del sogno, arrivando alle stesse conclusioni. Le nostre analisi combaciavamo sempre. Subito dopo aver parlato con me, Giovanna ricevette la telefonata di Ebe Flamini che le chiedeva il mio indirizzo: voleva farmi spedite dall’editore un libro postumo di Giorgio. Giovanna, molto sorpresa per questa coincidenza, mi richiamò per dirmela, e in quel momento arrivò da Venezia Bianca Tarozzi con un libro di Alda Merini in regalo.

Rileggiamo la formula di Abhinavagupta: «Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire». Ciò che ho appena narrato, quando è avvenuto tra noi in quei pochi minuti (li sento ancora crepitare come scintille), con Manganelli quale perno e noi quattro di colpo calamitate alle quattro porte cardinali del mandala, non sembra il concretarsi di quella formula? Nessuna di noi sapeva chi fosse Nilde.

Il giorno del funerale di Giovanna (agosto 2002), il sacerdote della chiesa di Sant’Agnese (che officiava il servizio funebre e che molto probabilmente non aveva mai conosciuto Giovanna di persona ma aveva letto la sua raccolta di poesie Le dieci porte di Zhuang-zi perché uno degli amici presenti gliel’aveva fatta avere) mi commosse per il grande omaggio che volle tributarle, confessando che provava una certa invidia nei confronti dell’autrice, capace di una fede così intensa e tanto più grande della sua. Dalle sue parole, dal tono della voce, dalla sua espressione e dai gesti, capii che diceva il vero.

luglio 2013

* estratto dall’introduzione pubblicata, nella traduzione inglese di Paul Vangelisti, in Only fragments founds di Giovanna Sandri

 

Là dove germoglia l’immagine

Graziella Pulce

In America si legge poesia italiana ed è notizia di cui rallegrarsi senz’altro. Dopo Palazzeschi, Porta, Spatola è ora la volta di Giovanna Sandri, della cui opera le californiane Seismicity Editions, nella collana dell’Otis College diretta da Paul Vangelisti pubblica un’ampia scelta.

Giovanna Sandri è stata una figura molto singolare nel panorama artistico-letterario italiano. Il suo esordio negli anni Sessanta coincide con la fase liberatoria e dirompente degli sperimentalismi linguistici, musicali e artistici. Gli stessi di Giulia Niccolai, che da poeta si interroga su questi testi e queste immagini e nella Prefazione si chiede con uno sgomento tutto combattivo: «Ora invece, dove siamo finiti? Cos’è rimasto di tutto ciò? Di quella gioia del fare, del crederci incondizionatamente, di quell’ironia, di quell’assoluta bellezza ed eleganza?».

Per Giovanna Sandri, che nel ’92 aveva presentato alla Radio La struttura dell’iki, fare poesia era tutt’uno con il fare immagine: dare forma e spazio a linee, punti, segni diacritici, lettere e parole. Poesia concreta, visiva, lettrismo, ipergrafismo – ovvero scardinamento della struttura normativa linguistica conseguita manipolando il linguaggio per dilatazione, movimentazione, zoom, taglio, spostamento, piegamento. Simmetrico e asimmetrico, le due dimore del possibile, sulla pagina o sulla tavola riconfigurano con la forza dell’immaginazione ciò che è diventato insopportabile per la sua banalità e la sua rigidità. Stretto il rapporto con la Neoavanguardia, che ha dato e ricevuto impulsi da queste pratiche artistiche che agiscono nell’ambito della poesia, dell’arte visiva e della musica.

Ironica fino alla paradossalità, Giovanna Sandri era capace di entrare direttamente in contatto con l’io più profondo dell’interlocutore. I suoi titoli portano subito di fronte a un dilemma: Capitolo zero, Dimora dell’asimmetrico, Clessidra: il ritmo delle tracce. In un testo composto nell’aprile del ’93 per la Rai recensiva il Zhuang-zi con parole che possono essere ripetute per le sue creazioni: «Il Zhuang-zi aperto a caso, pur nel breve spazio di poche frasi, riesce a coinvolgere il lettore, trasformando l’ascolto in colloquio». Benché di corporatura minuta e di carattere schivo, ovunque catalizzava subito l’attenzione per la forza della sua intelligenza e dell’ironia con cui immediatamente spogliava ogni questione di tutto ciò che non fosse essenzialità pura. Il perenne sorriso e gli immancabili occhiali scuri (protezione dei suoi occhi debolissimi) non mitigavano affatto la perentorietà quasi sempre beffarda delle sue asserzioni, che lanciava a confusione e disorientamento del destinatario, ma che faceva precipitare con identica intensità anche su se stessa e sulle situazioni meno felici della sua esistenza.

Giovanna Sandri Le parole germoglio (600x433)
Giovanna Sandri, da alfabeto/albero del Tempo, Mantova, Galleria Civica d’Arte Moderna, Palazzo Te, 1977 -
da Only fragments found

Si era laureata in letteratura inglese sull’estetica di Ruskin e aveva insegnato inglese in un liceo romano. La sua protratta devozione al linguaggio come istituzione e come area di ricerca le ha aperto l’accesso a un mondo nel quale il suono e l’aspetto grafico delle parole si fanno rivelatori di connessioni sorprendenti tra le realtà più lontane. Chi l’ha conosciuta ricorda bene come anche nel parlare si facesse continuamente distrarre da giochi di parole, assonanze, suggestioni verbali, e come subito convocasse l’interlocutore a un livello di consapevolezza più alto. Dove il significato genera nonsense e, catturata una parola o una frase, l’immaginazione ne fa zampillare il senso originario, quello più vicino alla sua scaturigine prima, che è anche quello più lontano dai truismi della comunicazione: «L’immaginazione è pulsione profonda da riattivarsi in questa nostra cultura dominata dal logos, in cui si riconosce solo alla fantasia (confusa spesso con l’immaginazione) capacità combinatoria con funzione liberante».

Si tornava a casa con la testa piena di immagini e buffonerie con le quali spavaldamente si erano abbassati al grado zero anche gli argomenti più seri. Allo stesso modo ora anche chi legge perde il proprio baricentro. È come ritrovarsi nel bel mezzo di una conversazione con Heidegger, Emily Dickinson e Lewis Carroll. Tanto è vero che per accedere a questa poesia la via da seguire non è quella della comprensione logica, ma l’accettazione del movimento psichico e mentale e dell’abbattimento delle soglie. Molto silenzio e molto spazio bianco o nero nelle sue tavole, su cui i segni affiorano come relitti dopo un naufragio: dallo scrutinio di quei relitti il poeta aruspice trae un’immagine e a ritroso la poesia va a ricreare ciò che è stato della nave, della navigazione e dell’affondamento.

Giovanna Sandri The Jolly Joker 2 (600x477)
Giovanna Sandri, Hermes the Jolly Jocker, Le parole gelate 1983, 1994 (2) -
collezione Graziella Pulce

Il trickster junghiano con lei diventa Hermes, the Jolly Joker, il divino fanciullo, ladro e portatore di gioia, protagonista di tavole e poesie confluite in un’edizione del ’94, ma non antologizzate in questo volume. Con Giovanna Sandri si reimpara che nel gioco e nella risata brilla l’immortale, che sta tutto lì, in quel nonsense, in quella buffoneria o in quel verso sublime; e che in ogni elemento del linguaggio, compresi i silenzi, gli spazi vuoti, i segni d’interpunzione, si annida la potenzialità creatrice, continuamente in atto e capace di generare forme attraverso il tempo. Sul silenzio, lo Zero del significato, si edifica un’altra forma del mondo.

Di questa raccolta vorrei evidenziare – oltre l’oracolarità e la vertigine morfo-sintattica con cui la poesia-immagine piega il mondo – il momento del «germoglio», ovvero l’istante in cui ciò che può essere si dispone all’entrata nel presente dell’esistenza. La cosa più straordinaria è però il fatto che il germoglio ha luogo quando si afferra la reversibilità, come esplicita in (a rovescio) / (backwards). Nella sua scintillante introduzione Giulia Niccolai rende omaggio a queste poesie quale espressione di geometrizzazione, la facoltà creatrice di libertà oggi dimenticata o del tutto perduta: «Ognuna di esse è scritta e riportata sulla pagina in modo da geometrizzare gli spazi, segnandone i confini, come un mandala […]

E cosa dire dello spazio di certe pagine, dilatato fino a sembrare il cielo stellato di un planetario?». Questa enorme capacità di dilatare lo spazio e il linguaggio fino a entrare nel rovescio (assurdo) del mondo fa sì che queste poesie-immagine non si possano mai davvero spiegare, ma leggere e rileggere per cercare il punto attraverso il quale si accede alla macchina grammaticale che ritma e sostiene quella che chiamiamo visibilità.

 

Franco Beltrametti, con le armi del sogno

Giulia Niccolai

Zweiter Traum, Secondo sogno, è il titolo dell’antologia delle poesie di Franco Beltrametti (svizzero-ticinese) in italiano, francese, inglese con testo a fronte in tedesco, pubblicata quest’anno dalla casa editrice Limmat di Zurigo a cura di Roger Perret, con testi di Stefan Hyner e Anna Ruchat, traduzione di Stefan Hyner.

In copertina un disegno di Franco, una grande I maiuscola fatta col pennello, un po’ sghemba e nera, di una quindicina di centimetri, seguita da una o minuscola verde-azzurra di otto centimetri, sotto la quale la sua calligrafia con la Bic ha aggiunto le parole «sempre cercando». Dunque, il secondo sogno di Beltrametti consiste in un «Io» che sta «sempre cercando».

Sempre cercando cosa? Una spiegazione convincente della vita, che per lui sarebbe stato il Primo sogno, una ragionevole spiegazione al fatto di essere al mondo? È probabile. Nel senso che, laureatosi in architettura a Zurigo, non praticò mai quella professione – ma si costruì manualmente una casa di legno nella Sierra californiana; fu un nomade, un viaggiatore (mai un turista). Spatola e io lo conoscemmo a Roma nel ’68, quando sia noi che lui, con sua moglie Judith e il figlio Giona di un anno, abitavamo a Trastevere. Ma da lì si spostò presto per andare nel Belice, dopo il terremoto, dove rimase per più di un anno con la speranza di venire interpellato (quale architetto), per aiutare nella ricostruzione dei paesi danneggiati. Lui e parecchi altri – che sarebbero divenuti suoi grandi amici – rimasero fermi nelle baraccopoli finché non si resero conto che il loro era stato un sogno da bambini – malgrado i risultati ottenuti nel tempo, in Sicilia, dal lavoro di Danilo Dolci, che era ciò che li aveva convinti a tentare. Da quel soggiorno uscirono le poesie di Un altro terremoto (Geiger, Torino, 1971).

Sto parlando della sua vita perché per lui, come per nessun’altro, vita e poesia sono state la stessa identica cosa, essendo la seconda il diario della prima: impressioni di questo e di quello, racconti di amici e poeti sparsi per il mondo (Gary Snyder, Cid Corman, Philip Whalen, Julien Blaine, Adriano Spatola, Corrado Costa, Dario Villa ecc.), pensieri, umorismo, dichiarazioni di sconfitta sempre però narrati oggettivamente, presi in considerazione senza perdere la testa o compiangersi, fino ad arrivare ad alcuni ultimi testi decisamente profetici come per assicurarci che, avendo passato il tempo cercando fuori di sé, la poesia gli avesse fatto fare anche molta strada per raggiungere l’essenza interiore di se stesso:

quand un type comme moi
publie un livre plus épais
d’un centimètre ça peut
signifier: la fin
devant les yeux

8-9/ VII/ 95

Franco morì nell’agosto di quello stesso anno, inaspettatamente, senza che una malattia avesse potuto farlo prevedere. Sfortunatamente la poesia umoristica dal titolo Secondo sogno è troppo lunga perché io possa citarla tutta, ne copierò l’ultima parte, per confermare quanto ho appena scritto:

[…]
Per te architetto
anche un lavoro: case
per cavatori e lizzatori
di Colonnata
e in pineta
una rivendita di sale, olive,
vino e Nazionali.
Ma prima
dobbiamo con ogni mezzo
convincere i romani
che quanto vogliono fare
è illusione.

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Franco Beltrametti, Airmail Postcards 1979 - Vehicle Editions, USA

A questo punto anche noi siamo convinti che il «cammino della poesia» fosse il più adatto per Franco, e non possiamo dimenticare anche quanto abbia fatto per far conoscere tra loro (traducendoli), molti poeti delle più diverse nazionalità, molti suoi amici che sarebbero divenuti amici di altri suoi amici.

Nel parlare di questa antologia di Franco, a un convegno tenutosi a Chiasso ai primi di maggio del ’14, Roger Perret dichiarò di essersi già occupato di altri tre autori-viaggiatori che si collocano ai margini della letteratura ufficiale svizzera, per il suo interesse al loro plurilinguismo e al loro rapporto scanzonato – ma al contempo valido e significativo – nei confronti della vita e del loro paese. Questi tre compagni di viaggio di Beltrametti, questi tre Dharma Bums europei (anzi svizzeri), sono Nicolas Bouvier, Annemarie Schwartzenbach e Sonia Sekula. E il plurilinguismo di un paese plurilingue per eccellenza come la Svizzera, non può che essere stato uno strumento duttile, meravigliosamente utile per dei giovani avventurosi, affamati di mondo. È inevitabile che ognuno di loro fosse tendenzialmente trasgressivo, abbia avuto orrore, o meglio terrore della banalità, sia stato un artista e come tale, incapace di assoggettarsi al tran-tran quotidiano di un lavoro con obbligo di cartellino.

Cinque case in sei mesi, del ’64, ’65, chiarisce una volta per tutte questa fobia di Franco:

I

Cinque case in sei mesi:
quando ero al Bellevue
d’autunno
al mattino
andando a lavorare
incrociavo tram e folla affrettata.

II

Quando ero alla Weite Gasse
al mattino
andando a lavorare
incrociavo il vecchio che ripara
macchine da scrivere usate
e il veneziano che prepara
falsi mobili antichi appenzellesi
per l’antiquario rumeno detto il Gesi.

Sfortunatamente anche questo testo è troppo lungo perché io possa citarlo tutto, ma già da queste due strofe appare l’escalation di assurdità che Franco prova per la sua condizione di impiegato, otto ore al giorno. Tram e folla affrettata è la risposta alla domanda che può farsi qualcuno che si senta assolutamente estraneo: ma dove vanno tutti questi qui, a quest’ora? Mentre il vecchio che ripara macchine da scrivere usate è una situazione perdente, senza futuro, l’artigiano veneziano che costruisce finti mobili dell’Appenzell per un antiquario rumeno è un accostamento demenziale, troppo stravagante per dare un ragionevole senso di realtà al falso cosmopolitismo di un business campato per aria. Scontata la fine di tutti questi tentativi di buona volontà, ecco la quinta e ultima strofa:

V

Il mese dopo, fine aprile, ripassai le montagne
verso sud.

Certo che parlare di queste cose ora che i giovani non trovano più lavoro, mi fa sentire a disagio, come se fossi incapace di rendermi conto della situazione. Allora, ’64 e ’65, erano anni di boom, malgrado la facilità dei movimenti e della sopravvivenza, molti erano comunque sofferenti. Ciò non è assurdo né riprovevole. Succede.

Infatti sto tentando di ripercorrere, con le sue stesse parole, il senso di alienazione che Franco sicuramente provò in quegli anni dopo la laurea in architettura, che gli apparve inutile, inservibile, e tutti i passi successivi, uno dopo l’altro, che si ritrovò a fare per potersi di nuovo sentire incentivato. Anni di più tardi, già nel duemila e qualcosa, venni a sapere da Daniela Ronconi, lei stessa architetto, che Franco le aveva confessato che se avesse conosciuto da giovane il lavoro di Carlo Scarpa, non avrebbe mai abbandonato l’architettura. Dunque Franco (che già conosceva il Giappone), cercava quel massimo di eleganza nel massimo di semplicità che sono il marchio della spiritualità giapponese e dell’estetica di Carlo Scarpa. Ma negli anni del boom l’architettura andava in tutt’altra direzione, smargiassa e compiaciuta. Franco era invece innamorato della «perfezione» della semplicità. Lo testimonia anche la sua amicizia con Giovanni d’Agostino, un pittore poco conosciuto ma straordinariamente puro e Zen, e tutte le attività e performances che i due fecero assieme.

QUESTE RIGHE

ho passato
il pomeriggio
a perfezionare
queste righe

21/X/85

Ho già descritto la copertina di Secondo sogno, un suo esercizio di calligrafia giapponese con un pennello e un tratto velocissimo che non permette al ragionamento e alla logica di intervenire sul risultato. Portò sempre avanti con la poesia lineare una sua attività pittorica e visiva con mostre in gallerie. Lavorò con carta di riso tibetana, fece schizzi di paesaggi, piccole mappe, ebbe una passione per le A che indicano la posta prioritaria svizzera, forse perché sapeva che la vocale A è considerata sacra nella lingua sanscrita. Una sua bella O color fucsia gocciolante è l’immagine centrale di un suo testo a matita: «il monologo è un dialogo col silenzio», 8/XII/94.

Fu il solo poeta della sua generazione a dedicare a donne poetesse una cartella di immagini e testo dal titolo 13 portraits de trobairitz, del 1991. Vorrei ora citare l’ultima parte della prima poesia del volume, scritta a Mikonos, il 6 ottobre 1963.

[…]
Jacques cucina stasera
ora esco per la Rezina
10 minuti solo di strada
fino alla bottega Alla Marina
dove il vento fischia
ancora più freddo
ancora più forte.

Franco Beltrametti_archipelago of the mind 1995 (419x600)
Franco Beltrametti, Toshima Archipelago of the minf: «poets islands», 20/VII/1995 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

Non posso non avvertire un certo snobismo e compiacimento in quel termine greco di Rezina per indicare il vino. Scrivere Rezina lo avrà fatto sentire conoscitore della Grecia, abbastanza a casa propria, a suo agio in quella realtà, non un estraneo (come invece si sentì con i tram e la folla, andando al lavoro la mattina presto, a Zurigo). Sempre per la Rezina, avrebbe potuto sentirsi bene nella propria pelle, pronto, ben disposto ad accettare l’avventura di quel vento che fischia ancora più freddo, ancora più forte.

Per poter crescere e maturare, Franco doveva sentire come propria la durata di tempo che la vita gli offriva. Quel tempo doveva essere suo, non doveva essere tempo venduto.

HANASHI
for Cid Corman & Kim Lawrence
23/5/67

hard to say what’s the point
life & all of it
work done & not
days & nights, faces
years & places –
more stars in us
than in this
starry
sky
!

Anche in questa sua non facile scelta, egli si comportò con grande correttezza e coerenza. Sicuramente saltò dei pasti, sicuramente telefonava usando i telefoni degli amici, ma fu anche sicuramente «per natura» ascetico, senza mai lamentarsi o fare richieste eccessive e imbarazzanti.

Cosa scrive Franco della poesia? Su questo argomento l’antologia contiene brevi testi, elaborati come poesia concreta, ma anche in contraddizione tra loro. Comunque rivelatori del suo pensiero:

è impossibile sapere cos’è la poesia
impossibile sapere cos’è la poesia
é sapere cos’è la poesia
è impossibile cos’è la poesia
è impossibile sapere la poesia
è impossibile sapere cos’è poesia
è impossibile sapere cos’è la
è impossibile sapere cos’è la poesia

10/VII/86

Questo esercizio di togliere e levare in una serie di punti diversi le parole, crea un aspetto di poesia concreta all’interno del testo, composto dal vuoto della terza riga che poi scende in diagonale fino all’ottava. Alla fine, è questo vuoto a darci la conferma visiva del concetto e a rendere il tutto valido.

…) qualsiasi cosa che) (non sembra
poesia (nella mia poesia) (è poesia

10/V/89

Molto frequenti nei testi di Franco le parentesi che si aprono e si chiudono senza una logica sintattica. Egli le usa come sospensione, come per far capire che il testo scritto è la conclusione di un lungo e complesso non-detto.

poetry is not a part-time job
poetry is not part-time
poetry is not a
poetry is not
poetry is
poetry

5/VI/95

Qui abbiamo una seconda elaborazione di poesia concreta che permette all’autore di traghettare anche visivamente da una negazione a una asserzione. Del testo Nella taverna scura della nostra nascita, 29/3/73, riporto solo i versi di chiusura, quelli da me già definiti «contradditori» con quanto ho già riportato a proposito della poesia:

Tiro una tangente
che forse mi porterà via: della
mia poesia diranno: lampante.
Solo io non avrò capito
nemmeno quella.

Col suo amore per il Giappone, dove andò giovanissimo, Franco si interessò intellettualmente anche di Buddhismo. Mantenne sempre contatti con il noto poeta americano Cid Corman che viveva da anni a Kyoto campando con una gelateria. Più tardi un altro suo amico, il poeta Philip Whalen, venne ordinato monaco Zen in California. Nella biblioteca di Franco a Riva San Vitale sul lago di Lugano vi sono parecchi testi sul Buddhismo, ma quando un giorno del 1990 gli dissi che ero stata ordinata monaca del Buddhismo Tibetano Mahayana, Franco rimase incredulo.

Ma come? – disse – pensavo che anche per te la poesia fosse una ragione di vita!
Ragione di vita, no – risposi. La scrittura mi ha dato una centratura, questo sì, ma non mi ha dato la felicità.
La felicità? ripeté lui ancora più sbalordito.
Beh, sì, confermai io sentendomi cretina. Confesso di averla sempre cercata…
(E infatti c’è! Se uno è disposto a rinunciare al mondo. Nel mio caso non si è trattato di una scelta. È tutto capitato al di sopra della mia volontà e del mio controllo. Diciamo, come un frutto maturo che casca dall’albero.)

Franco Beltrametti, Mappa, Kyoto
Franco Beltrametti, Mappa, Kyoto, 31/V/1966 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

Il padre di Franco era ferroviere, e così il nonno. A quei tempi il Ticino era un cantone molto povero e il nonno emigrò negli Stati Uniti. Lavorò alla stazione di San Luis Obispo (in California), che Franco, in uno dei suoi tanti viaggi e lunghi soggiorni americani, andò a visitare e dove scrisse (in inglese), questa poesia non datata, dedicandola al padre, Gion:

first morning coffee
people talk of that L.A. bum
who refused a 90,000 $ win
saying he didn’t want
that kind of shit – I often go
to the railway station

to see rare trains
high palms & listen

Mi sento in dovere di tradurre in italiano questo testo che diventa una sorta di dichiarazione trasversale – della massima importanza – al padre, alla classe sociale della famiglia, sulle ragioni, anche ideologiche, delle scelte fatte da Franco, che molto probabilmente, a suo tempo, avevano deluso i genitori.

primo caffè della mattina
le persone parlano di quel barbone di L.A.
che rifiutò una vincita di 90.000 $
dicendo che non voleva
quella sorta di merda – vado spesso
alla stazione ferroviaria
per vedere i treni speciali
le alte palme e per ascoltare

Ho già detto che Franco si costruì una casa di legno nella Sierra Californiana, vicino a quella di Gary Snyder, dove visse con Judy e con il figlio per brevi periodi e dove invece visse a lungo Judy quando lei e Franco si separarono. Ma Franco percorse gli Stati Uniti from Coast to Coast in diverse occasioni, con James Koller, dopo che i due erano riusciti a organizzarsi letture e lezioni di poesia nella numerose università di tutto il territorio. Così, sia il Giappone che gli Stati Uniti furono una seconda patria per lui, molto Beat generation come tendenza, ma con la lunga storia europea alle spalle. Come per molti ticinesi di lingua italiana, l’Italia fu quasi la prima patria. Un richiamo fortissimo, sempre.

Vorrei citare una sua poesia dedicata ad Adriano Spatola, per avere io l’ultima parola…

Wu Tao Tzu scomparve
nel paesaggio da lui
dipinto) (certe armi
dell’arte sono
segrete

20/I/ 83
Franco Beltrametti
per Adriano Spatola

Queste non sono armi dell’arte, Franco,
sono potenti armi spirituali.

18/VII/14
Giulia Niccolai
per Franco Beltrametti

 luglio 2014

 

Una poesia atmosferica

Elio Grasso

Franco ritorna, questa volta, da Zurigo, sospinto dall’aria smossa delle sue Carte tibetane, e nonostante i tour infiniti in quell’eccentrico Ticino lo potevamo raggiungere almeno per lettera – ed era sempre come una carezza al suo nomadismo, umano e poetico. Quasi esclusivamente di questo si è scritto, in proposito: da chi sapeva tutto, e da chi sapeva poco. Altri fingevano, ma lui non se ne curava. A dire il vero, in questi casi alzava il tiro del suo umorismo, sempre avvolto da una nuvola di fumo. Che non faceva tossire, ma rendeva balsamica un’aria carica di paesi, giardini, secchi d’acqua, mura, coltivazioni di pomodori, calicanti, Montagne Rosse, coperte, foglietti… con quel tono «piratesco gentile» che accompagnava ogni suo scritto, composto tipograficamente o graffito con personalissima ed elegante calligrafia. Lì dentro stava tutta la sua rispettosa architettura.

Secondo sogno è una specie di Tutto questo per niente postumo (il libro uscito nel 1990 a Venezia raccoglieva 12 anni di poesia), dove i versi partono dagli anni Sessanta per raggiungere il fatidico 1995. Libro fatto di lingue europee ma destinato a tutto il mondo, perché di questo si trattava: parlare e chiacchierare con le cose e le persone incontrate via via, faccia a faccia o per corrispondenza. Non a caso molte lettere comprendevano brani di quanto stava scrivendo, proprio in quel momento lì, nel momento in cui la penna sforava il diario per lanciarsi in aria con tanto di francobollo «Air mail, Par avion». Trascrivo qui una lettera, del 23/1/84, caricata su ali portanti, concernente Zurigo e proprio «Alfabeta»:

Caro E.

mattino presto, freddo, cielo indeciso dietro i fiori di calicanto secchi sui rami… Grazie per avermi fatto spedire Avvicinamenti da Salerno: è una bella raccolta, dovresti esserne contento. All’inizio anno avrai ricevuto quelle tre pagine per il tuo progetto «Le Collier»: fammi sapere se le usi, se no le mando altrove. Sull’«Alfabeta» di gennaio ancora in edicola ci sono due cose mie, magari le hai già lette. In settimana vado a Zurigo: ma che inverno al rallentatore!

Ciao, buon tutto
Franco

… ed eccoti una
recente poesia
«atmosferica» (?)

stamattina
verso le 11
un tipo al bar
a voce alta
scommetto disse
che alle 12
ci sarà neve
infatti alle 13
nevica da
un’ora

(19/1/84)

Franco Beltrametti, à Philip Whalen
Franco Beltrametti, à Philip Whalen, 15/XII/94 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

E dunque di fronte all’antologia di poesie di Beltrametti ci rendiamo conto di quanto lui si meritasse la biografia che si costruì in una manciata di decenni. Incontri, traduzioni, amicizie, lettere, cartoline, libri e libretti, fra continui arrivi e partenze. Un documento preciso sulla direzione che prendevano i suoi passi, per vie conosciute e altrettante scoperte lungo il transito. Era uno stile che passava per l’Europa, il Giappone e l’America. Velocità, sguardo, dolcezza non si perdevano mai nei segni della sua scrittura manuale. Calligrafia e poesia in certi momenti, nei momenti a mio parere più belli, sono state la stessa cosa. Choses qui voyagent, direbbe lui, dove niente è mai troppo, in versi e in vita.

Sono molte le tangenti visibili nelle pagine di Zweiter Traun/Secondo sogno: vi troviamo timori di naufragio, naufragi reali da cui uscire quasi sempre illesi, persone dipinte con tutti i loro casi, e soprattutto la parola imprevista, come una scarpa spaiata capace di creare sorpresa, e molte ineffabili illuminazioni. «Vedere di tutto» diviene osservare il mondo nel suo sfogliarsi, libro dei libri, uno stato di grazia che non alza mai la voce. Come dire: ci sono quasi sempre, ma nel caso non mi trovassi la chiave è sotto il tappeto. Franco andava a trovare anche la «gente che non c’è più», tanto per farsi guidare i segni o dettare parole di memoria. Con la stessa semplicità con cui la pallina da ping pong rimbalza sul tavolo, unita all’intersecarsi delle traiettorie, possiamo vedere davvero l’elasticità del suo passo, le fermate improvvise, formarsi e poi sparire nelle molteplici variazioni sul tema delle migrazioni poetiche.