Sense Sound / Sound Sense

Fluxus Music, Scores & Records in the Luigi Bonotto Collection

sensesound

Emmett Williams, Sense Sound (1955), 1989

Sense Sound / Sound Sense è un progetto espositivo dedicato alle partiture musicali, ai dischi e al rapporto con la musica del movimento Fluxus, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Bonotto e la Fondazione Musica per Roma.

Il progetto Sense Sound / Sound Sense, a cura di Patrizio Peterlini e Walter Rovere con la collaborazione di Giorgio Maffei, si terrà a Roma dal 7 maggio al 2 luglio 2016, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

La mostra intende proporre un primo ragionamento sulle partiture e la notazione musicale in ambito Fluxus. La questione della notazione della nuova metodologia performativa e della nuova musica non riguarda certamente solo Fluxus, Zaj e tutte le sperimentazioni nate dalla lezione di Cage. Essa, infatti, inizia ben prima e si espande, con diverse diatribe, per gran parte del secolo scorso.

Fluxus tuttavia, riconosciuto col tempo come uno dei più influenti movimenti artistici del Novecento, anticipatore di intere correnti artistiche successive (dal concettuale alla performance alla video-art), ebbe la particolarità di dedicare un’enorme importanza alla produzione musicale, presentando tutte le proprie manifestazioni pubbliche come “concerti”, concerti che però demolivano sistematicamente ogni nozione accettata di forma e contenuto in musica, prendendo di mira le convenzioni d’ascolto e i valori culturali ormai obsoleti della musica classica, ma anche le pretese “scientifiche” e intellettualistiche delle più avanzate coeve esperienze classico-contemporanee europee.

Non a caso venne coniato il termine Intermedia per definire l’aggressione alle categorie separate dell’arte, le singolari fusioni tra poesia, arte concettuale e scultura e l’annullamento della distanza tra performance “musicale” e “teatrale” rappresentate da molti “Eventi” Fluxus.

Le partiture del movimento seguirono un approccio egualmente radicale, svincolandosi dalla necessità di “rappresentare” i suoni mediante simboli specializzati, e trascinando la notazione nei campi della grafica, della poesia e delle arti visive, fino a poter assumere uno status di opere d’arte autonome e concluse, perfettamente sovrapponibili alle ricerche artistiche puramente “visuali” dell’epoca.

Le notazioni grafiche, che rispondevano meglio alle esigenze della nuova musica e cercavano di ostacolare nei musicisti i condizionamenti dell’educazione musicale, e ancor più la configurazione di brevissimi enunciati scritti che assunsero molte partiture Fluxus, rispondevano inoltre all’esigenza primaria del movimento di avvicinare il più possibile Arte e Vita, de-professionalizzando e democratizzando l’esperienza artistica.

Le partiture di “Drip Music” di George Brecht (“Fai gocciolare acqua in un recipiente”), la “Disappearing Music for Face” di Mieko Shiomi (“Passa gradualmente dal sorriso al non sorriso”), i poetici suggerimenti di Yoko Ono (“Ascolta il suono della Terra che ruota”), o le istruzioni di Ben Patterson sui vari modi di produrre suoni con pezzi di carta, una volta pubblicate in periodici a basso costo, divennero un invito rivolto al lettore a “eseguirle” lui stesso, e a scoprire che l’esperienza estetica non necessita di una preparazione specialistica, e che può scaturire da qualsiasi banale azione quotidiana.

Nel 1969, John Cage, in collaborazione con l’artista Fluxus Alison Knowles, pubblicò “Notations”, un poderoso compendio sulle innovazioni apportate dalla musica sperimentale internazionale alle funzioni e ai metodi della notazione (costituito da una grande collezione di partiture grafiche di 269 autori provenienti dalla Foundation for Contemporary Performance Art), che è stato individuato come il punto di partenza del progetto Sense Sound / Sound Sense.

La mostra avrà una forte componente interattiva tecnologica per cui di ogni partitura sarà possibile ascoltarne o vederne una esecuzione storica. Saranno inoltre esposte sculture sonore e concettuali, strumenti autocostruiti, poster e documenti originali, dischi e libri d’artista ad argomento musicale.

La mostra si estende inoltre al Foyer della Sala Petrassi dove verranno esposte le 7 grandi tele dell’installazione dei "Sette quartetti. L'oublie de Métamorphoses" (2009) di Gianni Emilio Simonetti.

L’intera mostra sarà allestita con i materiali provenienti dalla Collezione Luigi Bonotto.

Durante l'inaugurazione il 6 maggio verranno eseguite alcune performances tra cui "Natura Morta" di Walter Marchetti.

A integrazione del progetto espositivo è prevista la pubblicazione del catalogo, Sense Sound / Sound Sense (Danilo Montanari Editore) coordinato dai curatori del progetto, contenente le riproduzioni delle opere esposte e arricchito da saggi redatti per l’occasione.

È risaputo che Fluxus fu fortemente influenzato dalle lezioni che John Cage tenne alla New School for Social Research di New York tra il 1956 e il 60. Tra i presenti ai corsi (in particolare in quello estivo del 58) si trovarono anche artisti che non avevano nessuna preparazione musicale e venivano dalla pittura (come Allan Kaprow, George Brecht, Al Hansen), poeti come Jackson Mac Low, e ancora Dick Higgins, Toshi Ichiyanagi, Robert Whitman, Robert Watts ed altri. Su tutti, le radicali concezioni di Cage sull’indeterminazione rispetto alla performance, sulla composizione intesa come creazione di un processo invece che di un oggetto, e su una notazione che non necessariamente deve fare riferimento ai suoni ma può venire applicata a qualunque azione, produssero una profonda influenza nel portare sullo stesso piano l’aspetto visivo e sonoro dei loro lavori. Fu nell’ambito dei corsi di Cage che Kaprow fece il passo dagli Environment all’Happening, e che Hansen e Brecht crearono loro lavori rimasti famosi come “Alice Denham in 48 Seconds”, “Candle Piece for Radio” e “Time-Table Music”.

Fu sempre alla New School ma quando la cattedra era passata a Richard Maxfield, che George Maciunas incontrò La Monte Young, che dal dicembre 60 stava organizzando una serie di concerti nel loft di Yoko Ono.

Le prime manifestazioni presentate da George Maciunas nel 1961 alla Galleria A/G di New York furono organizzate con il nome di “Musica Antiqua et Nova”. Dall’anno successivo cominciò a ideare un ambizioso tour mondiale di “Festum Fluxorum Fluxus”, il primo dei quali, allo Städtische Museum di Wiesbaden nel settembre 1962, viene indicato come l’inizio ufficiale delle attività del gruppo. Al festival parteciparono tra gli altri George Maciunas, Nam June Paik, Emmett Williams, Dick Higgins, Wolf Vostell, Alison Knowles, Ben Patterson, Robert Filliou e Frederic Rzewski, che eseguirono non solo composizioni proprie ma anche di John Cage, Philip Corner, Takehisa Kosugi, Giuseppe Chiari, Sylvano Bussotti, Terry Riley, Yoko Ono, Toshi Ichiyanagi, Robert Watts, George Brecht, Jackson MacLow e La Monte Young.

Nello stesso anno si tenne a Dusseldorf il “Neo Dada in der Musik” organizzato da Paik, e nel 63 Charlotte Moorman fondò il suo “Annual Avant-Garde Festival of New York”, una manifestazione in cui confluiscono sperimentazioni musicali Fluxus e altre nuove tendenze artistiche quali la video art, l’arte cinetica, etc.

La storia della pubblicazione di “An Anthology of Chance Operations, Concept Art, Anti-Art, Indeterminacy, Improvisation, Meaningless Work, Natural Disaster, Plans of Action, Stories, Diagrams, Music, Dance Constructions, Compositions, Mathematics, Poetry, Essays”, sempre nel 1963, è emblematica di questo intreccio di interessi.

Nel 1960 La Monte Young era arrivato a New York per studiare musica, e aveva conosciuto il poeta Chester Anderson, che lo aveva invitato a raccogliere per un numero speciale del periodico di controcultura “Beatitude East” una serie di spartiti musicali e testi dei protagonisti della ricerca di quel momento. Il progetto non andò in porto, ma nell’aprile 61, in occasione di due concerti di Jackson MacLow presso il loft di Yoko Ono, La Monte ne parlò con Maciunas, che si offrì di occuparsi della stampa e della grafica di quella che diventò, appunto, “An Anthology…” che fu pubblicata nel 1963 con la collaborazione di Mac Low.

Negli stessi anni (1964), sempre prendendo le mosse dalla lezione di John Cage, nasce a Madrid il Gruppo Zaj, formato da Jose Luis Castillejo, Ramires Cortés, Esther Ferrer, Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Tomás Marco e Eugenio de Vicente. Anche per loro la pubblicazione delle partiture, siano esse musicali o performative (ma anche qui i due aspetti spesso si confondono), diviene centrale e programmatico.

L’attenzione alla musica e al suono portò nello stesso periodo molti artisti ad interessarsi alla produzione di dischi. Oltre quindi alla registrazione delle composizioni musicali “classiche”, fiorirono tutta una serie di esperienze legate alla documentazione delle performance e degli happenings.

Molti di essi trascendono la mera documentazione. Il supporto vinilico e la custodia divengono dei supporti sui quali vengono agite nuove sperimentazioni al pari delle evoluzioni impresse al medium libro. Nascono quelli che si possono definire dischi d’artista.

Knizak e Køpcke ad esempio fecero esperimenti alterando dischi con colla, graffi, bruciature ecc. per produrre oggetti-sculture dal suono unico, mentre Vautier mise in vendita dischi presi a caso con istruzioni alternative per il loro uso, e Paik pubblicò la registrazione di un 78 giri di Schoenberg suonato a 16 rpm.

Alcune case discografiche indipendenti si interessano al fenomeno dando vita ad alcune collane dedicate alla musica contemporanea, alla poesia sonora e alle registrazioni realizzate dagli artisti.

In Italia nasce la Cramps Record che, grazie alla sensibilità di Gianni Sassi e la collaborazione di Gianni-Emilio Simonetti, documenta molta della produzione sperimentale nazionale ed internazionale.

Nelle sue collane “Nova Musicha” e “DIVerso” trovano spazio prime incisioni di opere di Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Robert Ashley, Cornelius Cardew, David Tudor e John Cage. Di Cage va ricordata la prima registrazione al mondo di 4’33’’ ad opera di Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Gianni-Emilio Simonetti e Demetrio Stratos.

In mostra saranno presenti opere e partiture di:

Eric Andersen, George Brecht, Sylvano Bussotti, John Cage, Giuseppe Chiari, Philip Corner, Esther Ferrer, Juan Hidalgo, Dick Higgins, Robert Filliou, Toshi Ichiyanagi, Joe Jones, Milan Knizak, Takehisa Kosugi, Shigeko Kubota, György Ligeti, George Maciunas, Jackson Mac Low, Walter Marchetti, Charlotte Moorman, Yoko Ono, Nam June Paik, Ben Patterson, Terry Riley, Mieko Shiomi, Takako Saito, Gianni-Emilio Simonetti, Ben Vautier, Yoshimasa Wada, La Monte Young e altri.

La Collezione Bonotto:

Costituitasi all’inizio degli anni Settanta, la Collezione Bonotto raccoglie numerosissime testimonianze tra opere, documentazioni audio, video, manifesti, libri, riviste ed edizioni di artisti Fluxus e delle ricerche verbo-visuali internazionali sviluppatesi dalla fine degli anni Cinquanta: Poesia Concreta, Poesia Visiva e Poesia Sonora. L’intera collezione (opere e documenti) è interamente e liberamente consultabile on line sul sito della Fondazione Bonotto (www.fondazionebonotto.org) che, grazie all’enorme lavoro di connessioni sviluppate tra le varie schede, è divenuto un punto di riferimento importante a livello internazionale per studiosi, curatori, direttori di musei e semplici amatori che desiderano approfondire le loro conoscenze di Fluxus e della Poesia Concreta, Visiva e Sonora.

Sense Sound / Sound Sense

AuditoriumArte 7 maggio – 2 luglio

Responsabile del progetto: Anna Cestelli Guidi

Mostra a cura di Patrizio Peterlini, Walter Rovere con la collaborazione di Giorgio Maffei

Allestimeno di: Gianfrancesco Picchi

Una produzione di: Fondazione Bonotto e Fondazione Musica per Roma

Inaugurazione: 6 maggio 2016 ore 19.00

La mostra rimarrà aperta fino 2 luglio 2016 con i seguenti orari: Dal martedì a venerdì: 17.00 – 21.00 Sabato e domenica, 11.00 – 21.00

Auditorium Parco della Musica Viale Pietro De Coubertin, 30, 00196 Roma

Inaugurazione e mostra aperti sia alla stampa che al pubblico con ingresso libero

Catalogo:

Sense Sound / Sound Sense

A cura di: Patrizio Peterlini e Walter Rover

Testi di: Anna Cestelli Guidi, Patrizio Peterlini, Walter Rovere

Contributi originali di: Alison Knowles

Editore: Montanari

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Contatti e informazioni:

Fondazione Bonotto

Via dell’Artigianato 39

36060 Vicenza

www.fondazionebonotto.org

info@fondazionebonotto.org

Tel. +39 3425282876

Auditorium, Parco della Musica Roma

Viale Pietro De Coubertin, 30

00196 Roma

www.auditorium.com

TAI NO-ORCHESTRA

TAI NO-ORCHESTRA
EXP(L)Oring n.1
specificIMPRO

Fondazione Mudima, Milano, 19/03/2015 (alle pareti opere di Roberto Coda Zabetta)
percorso sonoro e performativo di Massimo Falascone e Roberto Masotti
teaser di 6' (la versione completa è di 57')


artisti / artists
piano terra / ground floor:
Fabio Volpi, Rosarita Crisafi (AU+) - visuals
Massimo Falascone - composer, alto sax, singing bowl
Andrea Grossi - double bass
Luca Calabrese - trumpet
Filippo Monico - percussioni
Eloisa Manera - violin
Martin Mayes - alphorn, french horn
Roberto Del Piano - electric bass
Patrizia Oliva - voice, objects

primo piano / first floor:
Roberto Masotti, Gianluca Lo Presti (improWYSIWYG) - sounding visuals
Walter Prati - cello
Ferdinando Faraò - percussion
Alessandra Novaga - guitar
Fabio Mina - flute
Pat Moonchy - voice, electronic devices
Mario Arcari - oboe
Angelo Contini - trombone
Stefano Giust - drums

missaggio sonoro / sound mixing & editing: Massimo Falascone

video:
Carlo Prevosti, Irene Di Maggio
montaggio / video editing:
Carlo Prevosti

“Per chi ama andare in ‘terra incognita’ armato di percezione, conoscenza e voglia di dissodare i sentieri non riconosciuti o quelli volutamente trascurati…”

“For those who wish to explore the ‘terra incognita’ of perception, their knowledge
and desire to blaze the trails is seldom recognized and, at times, deliberately neglected…”

TAI NO-ORCHESTRA
http://www.orchestratai.com
TAI NO-ORCHESTRA on Facebook
https://www.facebook.com/orchestratai

Hermann Nitsch: Arena. Opere dall’opera

NAPOLI - Museo Nitsch, inaugurazione 23 aprile 2016, ore 18

Il Museo Nitsch di Napoli celebra i 7 anni dalla nascita con un cambio radicale della sua collezione: Arena. Opere dall’opera, è un evento straordinario che presenta infatti, un’ampia raccolta di “relitti” provenienti dalle azioni teatrali dell’artista viennese dagli anni Sessanta ad oggi di cui è stato costante testimone e raffinato mecenate Giuseppe Morra, implacabile intellettuale al servizio dell’Arte che continua a declinare attraverso peculiari progettualità socio-culturali.

Quest’ampia mostra segna una nuova tappa dell’attività di ricerca del “Museo Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee Hermann Nitsch” di Napoli, fondato nel 2008 grazie all’impegno di Morra, e conferma la sua mission relativa alla raccolta, esposizione e determinazione ermeneutica della produzione di Nitsch.

Opere dall’opera intende analizzare la genesi, lo sviluppo e il significativo legame con l’Orgien Mysterien Theater (Il teatro delle Orge e dei Misteri) fondato da Nitsch nel 1957, opera d’arte totale, che ne include tutta la filosofia e la pratica artistica.

I “relitti” esposti, pur collegati al momento performativo da cui discendono, vanno intesi come possibilità di rivisitare l’aura di suggestione e culto che attraversa questi oggetti percorsi da forte sensualità, rimandi e suggestioni.

Su tavoli e grandi pedane, con una precisione cartesiana, Nitsch allinea e organizza materiali caldi e freddi, naturali e artificiali, montando assieme le tracce del sangue e delle sostanze organiche delle performance, con il nitore limpido dei cubetti di zucchero o la perfezione glaciale degli attrezzi chirurgici; “un’ideale sintesi unitaria del lavoro” come li definisce Nitsch.

Il Museo Nitsch, un’ex-centrale elettrica del XIX secolo in pieno centro cittadino, è per Giuseppe Morra, in linea con esperienze già sperimentate, un altro importante tassello di un’attività che questa volta vuole coinvolgere l’antico quartiere Avvocata in un progetto di rigenerazione urbana, attraverso il recupero di edifici e luoghi storici in disuso, per destinarli alla formazione e alle plurime pratiche dell’arte. Il Quartiere dell’Arte dunque, è finalizzato alla costituzione di una rete che connetta tra loro i diversi soggetti operanti nello storico quartiere, e alla creazione di occasioni e spazi d’incontro, studio e approfondimento. L’area ha già ottenuto il riconoscimento dell’Unesco mentre il progetto è oggi in attesa di attivazione.

Napoli festeggia anche il compleanno di 70 anni di Peppe Morra che apre questa nuova stagione proiettato su grandi progetti al servizio dell’arte e della città. Morra, collezionista e mecenate, dal 1974, anno di apertura del suo primo spazio napoletano, indaga le possibilità espressive nate dall’incontro tra arte e vita. L’arte è per lui “l’unico strumento in grado di far emergere il proprio grido di libertà”. Lo Studio Morra è fin dagli esordi un punto di riferimento per nuove esperienze: documentazione, promozione e sperimentazione di nuovi linguaggi delle arti visive del Novecento ma anche della poesia, dell'editoria d'arte, del teatro e della musica.

Nella sua biografia - in allegato - il dettaglio di un’incessante attività che vede coinvolti sin dagli esordi artisti di fama ormai internazionale, dagli Azionisti viennesi, alle Avanguardie italiane, Gutai, Fluxus, il Gruppo ’63 e tanti altri. Un’ampia documentazione di opere sarà presto presentata nell’ex convento di San Raffaele nel rione Materdei, oggi “Casa Morra”, nuova appassionante avventura del giovane settantenne.

Ufficio stampa:
MANUAL informazione comunicazione immaginazione
Paola Marino T.339 3449512
paola.manual@gmail.com

FONDAZIONE MORRA - MUSEO NITSCH
dal 24 aprile 2016 al 13 settembre 2018
Vico Lungo Pontecorvo, 29/d 80135 Napoli
Tel. 081 5641655 Fax. 081 5641494
dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 19.00
sabato dalle ore 10.00 alle ore 14.00
www.fondazionemorra.org
www.museonitsch.org

Wenn aus dem Himmel… Quando dal cielo…

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_cop_ferraroIn viaggio alla ricerca del suono. Con Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, Manfred Eicher

Quando dal Cielo… – Wenn Aus Dem Himmel… è un film sulle relazioni tra forma visiva e forma sonora, a partire dalla realizzazione di In Maggiore, album inciso da Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura con la supervisione di Manfred Eicher, storico produttore discografico fondatore dell’ECM. Fabrizio Ferraro porta lo spettatore al centro del processo creativo e di improvvisazione: la relazione tra musicisti e produttore, la ricerca dei suoni nello spazio, le registrazioni, i silenzi, gli ascolti. Un film che ci insegna a guardare, ascoltando l’immagine.

Contiene il libro Il cinema preso da dietro, con interviste a Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura, Fabrizio Ferraro e testi di Maurizio G. De Bonis, Ilaria Bussoni, Giona A. Nazzaro, Vitas Gerulaitis. E lo speciale backstage, In viaggio verso il suono (33’) a cura di Francesca Bracci e Fabio Parente.

V.O. italiano/inglese Sottotitoli it/ing Durata 89 minuti
Formato 16/9 stereo Colore e B/N Pal Film per tutti

Gianni Sassi. Uno di noi

3 percorsi fotografici e altri incidenti

a cura di Gino Di Maggio, Sergio Albergoni e Fabio Simion

Inaugurazione: giovedì 7 aprile, ore 18.30

Mostra 8 aprile – 22 aprile 2016

Fondazione Mudima - via Tadino 26 - Milano

C’è voluto quasi un quarto di secolo, ma è in dirittura d’arrivo il racconto quasi completo del lavoro di Gianni Sassi. Sarà completato solo quel giorno in cui qualcuno sarà in grado di intervistarlo, di scavare nel profondo, di portare in superficie amori e dolori, concretezze e delusioni, figli e figliastri.

Gino Di Maggio, Sergio Albergoni e Fabio Simion hanno voluto, per il momento, chiudere il cerchio intorno alla figura di Sassi completando quanto già indagato da altri e reso fruibile attraverso pubblicazioni, convegni e concerti.

L’occasione di chiudere il cerchio – ci dice Di Maggio – si è presentata nello stesso momento in cui abbiamo preso coscienza della quantità e della qualità del lavoro fotografico reso disponibile da Fabio Simion, Fabrizio Garghetti e dallo studio Lelli & Masotti. Grandi fotografi che hanno seguito l’avventura di Sassi ciascuno seguendo la propria sensibilità, ciascuno contribuendo a documentare un aspetto del poliedrico lavoro di Sassi.

C’è tutto: dagli eventi di strada, alla destrutturazione di un catalogo commerciale, dalla promozione “di mano in mano” de La Gola, agli interventi artistici più rispettosi delle tradizioni. C’è la fusion tra musica degli Area e gesti Fluxus, tra la forma di un manifesto pubblicitario e la deformazione del messaggio.

Un viaggio in 120 immagini sporche, cattive, perfette, da ascoltare. 120 racconti intimi, appena sussurrati che i curatori sono in grado di ricollocare nella vita di Gianni Sassi, nella vita di ciascuno di loro.

Per completezza di informazione intorno a Gianni Sassi, lo Studio Azzurro propone un montaggio di immagini tratte da dieci anni di Milano Poesia mentre Lelli & Masotti presentano il libro fotografico “Stratos e Area”, Arcana edizioni.

In un angolo a parte c’è un libro un po’ catalogo o, se preferite, un catalogo un po’ libro di immagini e racconti, di bugie e segreti dal titolo GIANNI SASSI. UNO DI NOI (e i curatori confermano).

Invito alla mostra

SANKT PAULI, UNA STORIA DI CALCIO, POLITICA E ROCK’N ROLL

«Ho semplicemente preso una bandiera, l'ho legata ad un manico di scopa e sono andato allo stadio. La mia bandiera aveva un teschio dei pirati con una benda, in segno di libertà e di resistenza all'autorità.»

Per una certa sinistra ortodossa il football ha rappresentato l'espressione più bassa del proletariato, una ciotola di cibo dozzinale da dare in pasto agli strati più bassi della società.
La cultura punk, dal canto proprio, non godeva di migliore opinione.

Germania, Amburgo, il quartiere portuale di St. Pauli, partigiano meticcio anticonformista "indecoroso"...pirata: una secolare storia di ribellione e sfida al sistema.
Il Jolly Roger - il teschio bendato - sventola sulle case occupate dell'Hafenstrasse e nello stadio del Millerntor. A saldare gli spalti e gli spazi della metropoli.

 

Marco Petroni
St. Pauli siamo noi
Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo
Prefazione di Emiliano Viccaro
DeriveApprodi 2015
224 pagine

Da Dada a Dada

Ideazione e regia: Franco Brambilla

Testi da: Tristan Tzara e Pablo Picasso

Con : Fabio Brusadin, Barbara Nicoli, Sivia Scotti, Sandhya Nagaraja

Produzione : Fondazione Mudima Milano e Statale9teatro

Video : Irene Di Maggio, Raffaele Tamburri

Sono ormai trascorsi cento anni dal Dadaismo e ancora ritroviamo tracce e riferimenti più o meno espliciti in tutta l’arte contemporanea, come se quel movimento incarnasse lo spirito di un intero secolo. Lo spettacolo Da Dada a Dada è ispirato ai testi teatrali “Il cuore a gas” (1921) di Tristan Tzara, uno dei più significativi dell'esperienza dadaista; e “Il desiderio preso per la coda” di Pablo Picasso scritto durante gli anni dell'occupazione nazista di Parigi e per finire "Assemblaggi" un azione di danza dedicata all'opera di Daniel Spoerri. Opere e autori che ancora oggi sono sinonimi di messa in discussione del conformismo, dei luoghi comuni e delle certezze, del tentativo di creare un pensiero critico sulla contemporaneità.

La nostra messa in scena vuole sottolineare da un lato la carica eversiva e il senso di grande libertà creativa del Dadaismo, dall’altro il confronto con un linguaggio fuori da schemi e convenzioni. Lo spettacolo tuttavia non vuole essere una ricostruzione storica, bensì una corda tesa che dal Dadaismo, attraverso il Surrealismo, ci conduce fino ai giorni nostri.

L'occasione del centenario del movimento Dadaista, la preziosa collaborazione della Fondazione Mudima e di Daniel Spoerri, hanno dato l'avvio a questo progetto che individua proprio nell'artista Svizzero un punto di riferimento importante del percorso di lavoro. La nomina di Franco Brambilla come Ministro Atlantico di Patafisica con l’Etoile d’Or de Patafisique nel 2001 è una garanzia…!

 

Lo Spettacolo

Prima parte

Il cuore a gas”

di Tristan Tzara

Prologo: imballaggio imballaggio! (Manifesto degli imballaggi di Tadeusz Kantor)

Primo movimento: le mummie dell’avanguardia

Secondo movimento: il ritorno del Dadaismo

Terzo movimento: spazio, corpo, azione

Le scatole ritornano in cantina

Il cuore a gas” (1921) è il testo più significativo dell’esperienza Dada. Di questo testo hanno scritto che ha "un dialogo senza alcun riferimento con la realtà, totalmente gratuito, basato su ripetizioni esasperate della stessa frase, che sarà poi quello di Ionesco e del Teatro dell'Assurdo". I personaggi sono ridotti a un corpo, e più precisamente a un corpo mummificato, dove gesti e azioni si combinano anche casualmente, dando vita di volta in volta a combinazioni di senso, agendo come in un vero e proprio collage di segni, immagini, azioni e movimenti. I personaggi: Occhio, Bocca, Orecchio, Naso, Sopracciglio, Collo, vivono in un involucro, e sono essi stessi involucri, imballaggi che nascondono la loro identità, dando origine ad un nuovo significato, diverso da quello originario. Il loro dialogo è sospeso, così come le loro azioni ridotte a frammenti di gestualità. Vivono senza tempo creando immagini e azioni apparentemente casuali.

Seconda parte

Il desiderio preso per la coda”

di Pablo Picasso

Prima scena: l’attesa del cibo - prepariamo la tavola - la danza tribale

Seconda scena: l’albergo delle sporcizie

Terza scena: la danza macabra

Picasso scrisse “Il desiderio preso per la coda” in soli quattro giorni, dal 14 al 17 gennaio 1941, durante l’occupazione nazista a Parigi; i personaggi sono le cose che ci circondano nella vita quotidiana: Piede grosso, La Cipolla, La Torta, Le Tende, Il Silenzio, L’Angoscia Grassa, e raccontano quanto tutto possa trasformarsi a causa dell’assurdità della guerra. E’ il testo stesso a suggerire l’indicazione con una battuta alla fine della pièce: “Lanciamo con tutte le nostre forze i voli delle colombe contro le pallottole e chiudiamo a doppia mandata le case demolite dalle bombe”.

Il desiderio preso per la coda” è strutturato in una sequenza di scene senza intreccio, i personaggi vivono in uno spazio ambiguo e mai definito: mangiano, dormono, si lavano in una vasca-cassa da morto, si accoppiano, danzano; e naturalmente dialogano. Anche se solo di tanto in tanto, si può dire che il loro sia un dialogo. I personaggi vivono, attendendo e subendo gli eventi che irrompono dall’esterno. Non hanno un volto ma una nuova pelle, una maschera che esaspera la dimensione onirica e surreale, i loro gesti sono organizzati in un flusso di movimenti e di azioni, tutti legati al tema centrale del desiderio di cibo e della fame.

Terza parte

Assemblaggi

Azione scenica sull’opera di Daniel Spoerri

Musiche di Scott Johnson

Gli elementi che costituiscono quest’azione di danza sono ispirati all’opera di Daniel Spoerri e alla vita quotidiana, si organizzano in un cocktail di materiali degradati, suoni, azioni, situazioni di una banale convenzionalità, che imprimono all’azione scenica una carica di sbeffeggiamento, di rivolta e di frustrazione. Attraverso la danza, la coreografia esaspera la dimensione del collage, del frammento e della combinatorietà dei segni, dei movimenti e dei gesti, in un gioco anarchico e inafferrabile, fuori da schemi e classificazioni. La coreografia scompone e ricompone situazioni, ambienti astratti, immagini, evidenziando così il carattere illusorio della creazione artistica. Le immagini e le azioni create dalla danza rimandano all’artificiosità della vita: scandiscono una narrazione illusoria, ci riportano di continuo a nuove immagini, come in un gioco di specchi senza nessuna pretesa di organizzarle o catalogarle in un sistema, ma con la sola volontà di trovare delle connessioni, dei frammenti di senso che scaturiscono dal racconto. La coreografia si configura come una partitura di frammenti di suoni e immagini che rompono incessantemente le azioni, scomponendole e ricomponendole di volta in volta in nuove combinazioni di senso. La musica creata da Scott Johnson esaspera il carattere combinatorio, attraverso il collage e il montaggio di materiali sonori convenzionali e degradati, creando un affresco di situazioni e di paesaggi sonori irridenti e provocatori.