Rosaria Lorusso: Controlli

Controlli from alfabeta 2 on Vimeo.

"Il canto di Hāfez" (estratto) in "Controlli" di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni (libro + DVD, edizioni Mille Gru, 2016)

“Controlli” è un dittico in versi scritto da Rosaria Lo Russo per essere il copione testuale e la parte vocale di un mediometraggio di Daniele Vergni diviso in due tempi intitolati “Il controllore di volo” e “Il canto di Hāfez”. Una doppia condizione per un'unica mania di controllo: restare in bilico per non crollare.

Poesia come estasi vocale

Intervista a Rosaria Lo Russo

di Marianna Marrucci

A gennaio di quest'anno è uscito un tuo libro importante, Nel nosocomio (Effigie), di cui avevi dato una piccola anticipazione cinque anni fa ( Nel nosocomio, Transeuropa). Il libro è un'allegoria dell'Italia degli ultimi decenni: un Paese stordito e violentato dal trash. Mi sembra che la chiave di volta dell'intera costruzione allegorica stia nella gestione delle postazioni discorsive. La prima parte contiene un insieme indistinto di voci autoreferenziali: “vivi morti” che monologano, incollati dentro il nosocomio, per esprimere solo una placida rassegnazione del desiderio e un ostentato appagamento nel mito dell'amortalità. Al mondo del nosocomio (“sopra”) fa da negativo quello del dormitorio (“sotto la collina”): un altro non luogo, eretto a suon di abusi, da cui tuttavia si alzano voci distinte, quelle dei “morti vivi”, ciascuno con una propria storia di violenza e di ingiustizia da raccontare. Quanto è importante, in questo libro e in tutta la tua poesia, l'attenzione per i luoghi e per le voci che li abitano?

Nel nosocomio è un libro che vorrebbe diventare teatro, spazio scenico, se non addirittura video. La pagina non è un luogo mentale, ancorché teatrale, come in Comedia, ma luoghi allegorici, realisticissimi peraltro, in cui o da cui parlano personaggi-prosopopee, tipi essenziali, per dirla alla Pirandello, modelli figurali, gente comune tipizzata: personaggi. Infatti il luogo, lo spazio entro cui o da cui emergono le voci, per la prima volta nella mia storia testuale, è primario rispetto alle voci stesse oltre che rispetto alla pagina scritta. L’immaginario si è orientato, proprio come dici tu, intorno alle postazioni da cui parlano le voci dei vivi morti e dei morti vivi, categoria questa alquanto porosa, scivolosa, come il bordo infido di una piscina: una delle intuizioni più angosciose è nella non decifrabilità della condizione esistenziale dei tipi, morti in vita o vivi in morte: condizione antropologica classica del personaggio teatrale. Non si sa con precisione insomma di quali individui siano le voci e dove realmente si collochino, se nel basso del dormitorio, che è un basso a volte alto (simbolicamente), o nell’alto del nosocomio, che è molto più spesso un basso (simbolicamente). Le tre sezioni in cui questa novella pseudoparodia dantesca suddivide il libro sono demarcazioni fittizie e contigue fino alla mescolanza, spazi di frodolenza. Il Luogo di sottofondo è una melma acquatica, una palus putredinis. Si dice Non luogo la sezione di mezzo fra le due, Nel nosocomio e Dal dormitorio, in quanto breve svincolo fra le due parti, picciola burella insignificante, apparentemente: luoghi reali del mio quotidiano fanno da sfondo all’immaginario in cui le voci accadono: è Non luogo lo spazio in cui accade lo smarrimento, la cognizione del dolore. Nella mia poesia da sempre sono i luoghi del quotidiano, e della memoria, che sono gli stessi, una Firenze oltrarnina e una Calabria-casa di campagna, gli spazi della cognizione del dolore. Se in Sanfredianina la mia Firenze oltrarnina era un bene comune vivido, se in Comedia era il luogo della lingua padre dantesco-gaddiana, in Crolli questi luoghi del quotidiano e della memoria sono… crollati, si sono adeguati alla fine della città e della campagna novecentescamente intesi come spazi condivisi, civis-polis, hanno smesso di generare mitopoiesi e sono diventati spazi anonimi (non luoghi) tipici del nuovo secolo, che pare abbia dimenticato il tempo a favore di un eterno presente, un blocco infernale smemorato. Nel nosocomio sono spazi anonimi allagati e marci, alluvionati, sommersi nella melma acquitrinosa della banalità del malessere-benessere diffuso e mortuario dell’occidente tramontato, anzi terremotato, anzi alluvionato, anzi webbizzato.

Facciamo un passo indietro e uno avanti. Nel nosocomio segue a Poema 1990-2000 (Zona, 2013), che raccoglie tutta la tua opera poematica di fine novecento: insieme “romanzo sfacciatamente autobiografico” ed epica di fondazione di un soggetto poetico femminile dotato di una voce propria. È appena uscito Controlli (libro + dvd, edizioni Millegru), in cui presti la voce a soggetti maschili (il grande poeta Hafez e il grande tuffatore Klaus Dibiasi). Che cosa è accaduto nel passaggio dalla fine secolo ai nostri anni dieci?

Ho fortemente voluto raccogliere, e soprattutto riordinare a senso debito, cronologico e tematico – cosa che non era potuta accadere per ragioni (occasioni) editoriali con Comedia, Lo Dittatore Amore. Melologhi, Penelope e Io e Anne. Confessional poems - la mia opera tardo novecentesca appunto, in Poema (1990-2000) nel lungo lasso di tempo intercorso fra l’ultima poesia, che si intitola Epitaffio de Lo Dittatore Amore - seguita nell’edizione Zona da Sonettessa come per un guizzo di vitalità gioiosa, ma coscientemente ultima, definitiva, di una fase e dunque di una riflessione poetica, quella intorno al canone lirico-poematico italiano dal punto di vista di una Autrice, un explicit gioioso e ribelle verso la condizione poetica di tunica funebre da indossare comunque, anche se al rovescio – e la prima della serie dei Crolli. Dopo un silenzio assoluto di cinque anni, ricordo che la serie Crolli nacque rapidamente, in rapida sequenza, secondo una modalità, anche linguistica, certamente influenzata nel frattempo, durante il silenzio della mia poesia, dalla voce potentissima di Amelia Rosselli, che avevo assunto alla mia voce per il lungo lavoro ricognitivo sull’autrice che poi è sfociato nell’edizione La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli, opera collettanea curata da Andrea Cortellessa, nella quale ho ricoperto diversi ruoli: voce recitante de La libellula, nel cd allegato al libro, voce guida nel documentario contenuto nel dvd allegato al libro e voce critica in un saggio contenuto nel volume: un lavoro meraviglioso, che mi ha impegnato per circa tre anni. Le mie voci per Amelia. Tuttavia, anche se Lo Dittatore Amore aveva la pretesa di dire l’ultima parola sulla secolare questione dell’Io e del Tu del canone poetico occidentale - e lirico e poematico – la sconvolgente lettura integrale, perché vocale e critica, della Rosselli ha prodotto in Crolli ulteriori sbocchi testuali. Ovvero dopo la prima serie di Crolli bellici, la seconda parte di quel libro riprende l’interrogazione annosa del fatidico binomio Io/Tu, con esiti di tracollo della tematica, anzi della dialettica, che la Rosselli ci ha insegnato (insieme al grande misconosciuto Lorenzo Calogero, che anzi in tal senso la precedette) a confondere, invertire, elaborare. A questo punto ero davvero pronta per passare ad altro, per assumere una voce, testuale e fonica, non so se maschile o piuttosto transgender facendo parlare (ancora melologo e prosopopea, ma niente parodia), tramite riscrittura, Hafez di Shiraz, e, a partire da una intervista su un quotidiano, il leggendario Klaus Dibiasi. L’idea era scrivere due poemi per video. Ormai penso la poesia scritta come un elemento da integrare in ogni caso in una fruizione multimediale. Ormai scrivo poesia drammaturgica, in senso lato.

Nel nosocomio è l'esito ultimo (in senso temporale) di una ricerca che hai avviato negli anni zero. Come hai appena spiegato, la “svolta” è segnata da Crolli (Le Lettere, 2012, ma un'anteprima era già uscita nel 2006 nelle edizioni triestine del Battello). Entrambi i libri, così come Poema, non hanno cd allegati, non sembrano cioè direttamente legati a una dimensione performativa. È di quest'anno, però, anche Spasimo, in cui ti fai autrice vocale di versi scritti da altri: è avvenuta una divaricazione tra scrittura alfabetica e scrittura vocale?

Esattamente il contrario! Non c’è nella mia opera artistica nessuna differenza operativa fra scrivere poesia, dire poesia, recitare poesia, addirittura tradurre poesia. La poesia scritta è un elemento primario delle mie opere, ma non solitario. Il che non significa che i testi non ammettano la fruizione della lettura silenziosa, però io scrivo pensando alla loro realizzazione completata nella recitazione (mia o altrui o mia e collettiva). I miei libri che sono senza cd o dvd lo sono per ragioni editoriali indipendenti dalla mia pratica artistica. Il luogo fisico primario della mia scrittura è la voce, la parola in quanto fatto fisico, vocale. Credo altresì che questo valga per tutti i poeti, e da sempre; la mia diversità dipende dal fatto che ho una formazione anche da attrice, con ricerche più accurate sulla espressività vocale piuttosto che fisica, anche se da un anno ho ricominciato a fare l’attrice in teatro proprio per diventare performer nel senso più completo possibile del termine e recitando anche testi, non in versi altrui, perché da sempre recito testi in versi non scritti da me, attività quantitativamente maggiore della scrittura nella mia attività. Facendo l’attrice affronto una difficoltà che mi ha tenuto lontana dal teatro per tutta la vita, dopo una adolescenza attoricissima, ovvero l’unione fra il gesto fisico e la parola, perché sono abituata a leggere e a considerare il testo come uno spartito solo vocale, limite al cui superamento in questi anni sto lavorando. La cosa che mi sarebbe piaciuta di più sarebbe stata fare la cantante lirica, cantare versi. Invece, da poeta performer, intono versi, eseguo lo spartito dell’aspetto visivo e fonico del testo, riscrivo vocalmente la forma poesia che giace sul foglio, le restituisco la sua dimensione vocale, assolutamente consustanziale alla dimensione scritta. Però non c’è nel mio lavoro alcuna distinzione per così dire ontologica, o di genere letterario, fra poesia cosiddetta lineare e poesia cosiddetta performativa. La poesia è tutta scritta e tutta performativa, a parte quella dei popoli con civiltà orale, nel senso che la dimensione fonica per eccellenza è il quid che distingue la poesia dalla narrativa e la apparenta piuttosto alla musica e al teatro. In Spasimo, per la cui realizzazione mi ci sono voluti tre anni, elaboro vocalmente, riscrivo vocalmente, un testo poetico che si è costituito dalla combinazione di testi da me molto frequentati per grande passione: di Anne Sexton, Jacopone da Todi, John Donne e Vito Bonito. La scoperta della poesia di Vito Bonito mi ha permesso di mettere in pratica un mio vecchio sogno, intonare le laudi jacoponiche. Fino a che non ho però costruito il mio percorso poetico fra certe pagine di Sexton, di Tommaso Campanella (i meravigliosi madrigali, poi espunti per eccesso di lunghezza del lavoro), attraverso il collante dei testi di Bonito, Spasimo non è nato. E tuttavia Spasimo è uno dei capitoli del mio fare vocale intorno all’estasi, iniziato con Sequenza orante, il mio testo che ho più recitato negli anni Novanta, insieme a Penelope. Ad esempio il lavoro, mai pubblicato finora ma che tra poco sarà fruibile online, sul costruendo sito http://www.rosarialorusso-poesia-performance.it, Racconto d’infanzia, riduzione di Storia di un’anima di Santa Teresa di Lisieux, e anche con le sue meravigliose poesie, è un fare l’estasi. Per me poesia è soprattutto fare delle estasi.

Qual è il rapporto della tua poesia con il teatro?

Un cordone ombelicale a doppio senso di marcia unisce in me poesia e teatro. E’ molto difficile definire questa simbiosi, scioglierla in definizioni, specialmente adesso che mi sono rimessa a fare l’attrice dopo una pausa di quaranta anni, e senza smettere di fare poesia. Ogni giorno lotto e lavoro per fare poesia in teatro e teatro in poesia. E’ una cosa entusiasmante, anzi estatica, appunto.

Torniamo a Controlli. È un'opera composta da due poemetti per voce e per video; quest'ultimo è stato realizzato da Daniele Vergni, che in copertina figura come coautore a pieno titolo. Come è nata l'idea di questi poemetti multimediali e come hai collaborato con Daniele Vergni?

La riscrittura dei ghazal di Hafez nasce da una commissione dell’iranista Domenico Ingenito, che chiese ad alcuni poeti italiani di scrivere qualcosa a partire da una sua traduzione letterale del corpus hafeziano, finalizzata ad un reading in occasione di un convegno all’Università Orientale di Napoli sulla traduzione. Il melologo di Klaus invece è nato dalla lettura dell’intervista al tuffatore ormai anziano. Quando ho scritto questa seconda personificazione ho realizzato che i due testi costituivano un dittico e che la loro realizzazione ideale, cioè il loro compimento ritmico, l’avrebbero ricevuta diventando un video in due capitoli. Un mediometraggio di poesia in movimento. La forma ritmico-versale del dittico è opposta. Hafez scrisse in distici. Ho mantenuto questa forma durante tutta la composizione del testo tramite riscrittura dell’originale e cut up strofici, e mediante il loop ho mimato testualmente e localmente l’andamento circolare e spiraliforme della danza sufi, dell’estasi sufi. Il parlato-scritto sintatticamente semplicissimo dell’intervista a Klaus Dibiasi, che ha ingenerato in me una sorta di immensa tenerezza, mi sono limitata a copiarlo e metterlo in linee versali. Come se il suo parlato-scritto, rapido e lineare, fosse la voce della corsa breve del tuffatore sul trampolino, prima di affidarsi al nulla del tuffo, del volo, per me del margine bianco del foglio dopo le parole. Il melologo su Dibiasi è composto ritmicamente di linee monotonali che si spezzano bruscamente, imitando il gesto del tuffatore. Un’estasi laica, un’estasi sportiva. Tra l’altro c’era già un lungo brano simile, per ideazione se non per struttura, in Crolli, un brano che imita il movimento dei pattinatori sul ghiaccio. La perfezione olimpionica, la perfezione del sufi: due resistenze ai “crolli” della nostra civiltà, due resistenze estetiche e etiche. Di fatto avrei voluto che Crolli|Controlli, con questo titolo, fosse un’opera unitaria, un libro in due parti distinte, la prima corredata di un cd con la mia lettura, la seconda dal video. Esce Controlli adesso, e fra qualche mese avremo anche una riedizione di Crolli, come prima uscita di una nuova collana di poesia a cura di Maria Concetta Petrollo Pagliarani per la casa editrice romana Dri Merangoli, arricchita da una serie di traduzioni in inglese di alcuni testi a cura di Serena Todesco e del poeta irlandese William Wall. La collaborazione col videomaker e musicista Daniele Vergni è nata dalla nostra stima reciproca; Daniele scrive ed è un lettore attento di poesia, io apprezzo molto la sua capacità di combinare musica e immagine. Soprattutto abbiamo collaborato nella costruzione dei ritmi e dei colori che mettessero in sinergia recitazione in versi, immagini e musica.

Nel 2011 hai firmato con Daniela Rossi il manifesto Fragili guerriere. A cinque anni di distanza si può tentare un bilancio?

La risposta al manifesto non c’è stata perché le modalità femministe non sono più quelle degli anni settanta, purtroppo o per fortuna, non saprei dire, c’è molta confusione attorno alla parola e all’azione femminista oggi. Ma il progetto artistico va avanti, anche se con difficoltà, per le solite ragioni di indifferenza delle istituzioni, soprattutto quando si tratterebbe di far vivere l’arte di donne che si chiamano alle arti anche in quanto donne. Ma io e Daniela Rossi siamo estremamente tenaci e abituate a coltivare i progetti per anni e anche a portarli avanti umilmente, a piccoli passi. Abbiamo fatto molti reading in cui con la musicista Patrizia Mattioli ho recitato, oltre alla mia Penelope, i poemi epici di Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli e Vivian Lamarque, tre autrici che riconosco come fondative della poesia italiana contemporanea, come precursore del mio lavoro, e non solo, come grandissime maestre; Daniela organizza serate di performances totali, visive, letterarie, teatrali. Io vagheggio un meeting di poete e critiche intorno al canone letterario rivoluzionato dalla scrittura femminile novecentesca, questione tematica che ha coinvolto e coinvolge tutte le arti: anzi, una delle caratteristiche più interessanti dell’arte delle donne sta proprio nel non arroccamento nei generi, nelle distinzioni fra generi. A ben pensare non ha nessun senso, dal novecento in poi, distinguere fra generi, erigere muri fra i generi letterari. Esiste il testo, questo Jakobson e la semiologia ce lo hanno dimostrato. Le polemiche sulle definizioni di cosa sia o non sia poesia spesso sono motivate da invidie, sessismi, ignoranza, malafede culturale. E’ importantissima l’analisi del testo e la conoscenza delle sue strutture metriche, prosodiche, narratologiche. Ma erigere muri, questione politica, è affare del patriarcato. Il patriarcato purtroppo è vivido e mortifero come non mai oggi e le donne schiave del suo male come non mai. L’arte, e la poesia può e deve sussumere tutte le arti, ovvero riconvocarle a sé, al non potere di una parola viva, ha il dovere di continuare a combattere contro il patriarcato e le sue simbologie razziste. Il grande poeta (maschio) non esiste più, è una formula vuota, legata ad ambienti politicamente reazionari. La mia opera e la mia vita trovano senso in questa lotta di liberazione profonda, alla quale non rinuncerò mai finché avrò forza per lavorare. E’ importante che gli artisti ricomincino a parlare di lotta politica, liberazione, rivoluzione. Se non l’arte non ci resta nessuna libertà praticabile oggi, che siamo schiavi assoluti di un onnipervadente capitalismo-web: una gabbia assurda per chi come me è nato alla metà o poco oltre del novecento. Fragili guerriere esisterebbe molto di più se chi si occupa di poesia e di arte in genere fosse meno impelagato nella melma del nostro nosocomio quotidiano, ammorbato dai “mi piace” inconsulti, dalle convenienze momentanee, dall’indifferenza generale per i progetti a lungo termine.

Nel nosocomio è stato finalista al Premio Nazionale Elio Pagliarani 2016. Pagliarani ha firmato la Prefazione al tuo Comedia (1998); possiamo considerarlo un padre?

Il più grande dei padri perché un fratello maggiore, un non padre, un maestro immenso e generoso, un vero femminista. Lo adoro sin da ragazza, ancora prima di conoscerlo, come poeta, poi e per sempre, come uomo e come artista. Io sono figlia e sorella de La ragazza Carla. Un grande esempio, Elio, di come si può e si deve essere una persona, al di là di generi e classi sociali.

Verso N

Flash – backs

A cura di Chiara Pirri

in occasione della mostra RWD – FWD

presso l’Archivio & Studio Alfredo Pirri

promossa da Nomas Foudation

Verso N

Galleria Tucci Russo, Torre Pellice (TO)

2003

video di Studio Azzurro

N – niente, nulla, numero, natura, nudo, nome, narrazione, in fisica indica l’unità di misura “si” della forza.

La mostra dal titolo “Verso N”, è composta in prevalenza da opere realizzate con carta museale in teche di plexiglass (oppure su superfici d’alluminio) che in alcuni casi, oltre a svolgere una funzione conservativa, fanno parte integrante dell’opera. Sono state realizzate specificamente per la mostra e rappresentano la sua più recente produzione.

Con questa mostra l’artista sviluppa i temi caratteristici del suo lavoro: l’esaltazione del fattore luminoso nella materia pittorica ottenuta attraverso lo stratificarsi di piani che rivestono una doppia funzione. Sono superfici dipinte e schermi che accolgono il riverbero della pittura, riverbero che si può interpretare come desiderio della pittura di espandersi nell’ambiente fino a saturarlo con la sua presenza viva.

 

 

 

 

Almanacco 2017: L’invasione aliena

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L’invasione aliena
Roma, primavera 2016. Sui muri delle periferie appaiono centinaia di manifesti: Fermiamo l’invasione aliena. Dove gli alieni sono, quasi inutile dirlo, i migranti che approdano sulle sponde italiane. Da extracomunitari a extraterrestri, esseri provenienti da uno spazio ignoto e dunque, per definizione, ostile. Non è la prima volta: prima ci furono “li turchi”, poi si temettero i cosacchi che avrebbero abbeverato i loro cavalli in piazza San Pietro, e in precedenza e in mezzo infinite altre invasioni temute, subite, affrontate, accolte, raccontate e riraccontate. La storia italiana, quella europea, quella umana sono costellate di incontri e scontri fra noi e gli altri, gli alieni venuti da mori a portare altre vite, altre storie, fino a creare un intreccio di cui noi, tutti noi senza eccezioni possibili, siamo il prodotto. Osservare questo processo in modo distaccato sarebbe vano, ma si può, anzi si deve, accettare la sfida che ci viene imposta con la consapevolezza che proprio da questa collisione potrebbe dipendere la salvezza dell’organismo e della specie, di sicuro ne discenderà il futuro.

Contributi di Andrea Cortellessa, Franco Berardi Bifo, Alberto Burgio, Letizia Paolozzi, Maria Teresa Carbone, Lucia Tozzi, Furio Colombo, Fabrizio Tonello, G.B. Zorzoli, Andrea Grignolio, Antonella Moscati, Paolo Godani, Franca Cavagnoli, Valentina Parisi, Daniele Cianfriglia e Chiara Veltri. Testi di Gian Maria Annovi, Nanni Balestrini, Gherardo Bortolotti, Alessandra Carnaroli, Gabriele Frasca, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Guido Mazzoni, Tommaso Ottonieri e Laura Pugno. Con immagini e un’intervista di Luigi Ontani.

L’almanacco. Cronaca di un anno
Una selezione di materiali da www.alfabeta2.it (settembre 2015 – agosto 2016). Fra gli autori Giancarlo Aliano, Daniele Balicco, Mario Barenghi, Cecilia Bello Minciacchi, Lelio Demichelis, Michele Emmer, Lorenzo Esposito, Francesco Fiorentino, Federico Francucci, Andrea Fumagalli, Mario Gamba, Angelo Guglielmi, Francesca Lazzarato, Paolo Morelli, Giulia Niccolai, Gabriele Pedullà, Gigi Roggero, Enrico Testa, Antonello Tolve, Valentina Valentini, Riccardo Venturi e Paolo Zublena.

Illustrazioni
WAW Women Artists ofthe World, a cura di Manuela Gandini e Francesca Pasini.

Passi

Flash-backs

a cura di Chiara Pirri

PASSI

2013

BIENNALE D-0 ARK Underground

Bosnia Erzegovina

Ex Bunker antiatomico di Tito

Pass i è un progetto ongoing che dal 2003 ha visto diverse realizzazioni permanenti e temporanee, un’opera site specific giocata su superfici specchianti che rinnovano e amplificano la percezione della realtà e del luogo circostante mediante la riflessione e frammentazione dello spazio. “Passi è un’opera che ho realizzato più volte –scrive Alfredo Pirri - Questo non significa che sia un’opera che si ripete sempre uguale, poiché ogni volta intervengono a mutarla: la geometria dello spazio, la sua acustica naturale, la significanza simbolica e politica del luogo e il suo contesto sociale e culturale.” (Alfredo Pirri, Exibart, 2016)

Nel 2013 in occasione della seconda Biennale della Bosnia Erzegovina D-0 ARK Underground Passi è accolto a Konjic, nell’ex bunker antiatomico di Tito.

L’artista, in un breve testo introduttivo così la descrive: “ Ho immaginato questo lavoro come lo scomparire di un corpo dentro un luogo, anzi come lo scivolare dentro un’immagine (che stordisce come un bacio). Uno spazio ipogeo con l’aspetto sepolcrale di ogni ambiente sotterraneo. E’ come stare nel cuore di una piramide, nella sala del Faraone, ma a differenza di questa è privo di decorazioni. E’ uno spazio di cemento arcuato che raddoppiandosi a terra diventa un cerchio… Non un cerchio ma un occhio!
Il piano di specchio infranto affonda dentro il corpo dello spazio come dentro l’occhio tagliato in due dal rasoio nel film di Buñuel: Un chien andalou. Tagliare l’occhio e proporre la cecità come modello per la nascita di una nuova immagine”.

Nell’incredibile struttura voluta da Tito, per decenni rimasta segreta e da qualche anno utilizzata per ospitare la Biennale, l’artista offre un’esperienza immersiva e straniante.

Quel luogo, marcato da una storia recente e dolorosa, si rispecchia nel suo passato e contemporaneamente diventa simbolo positivo, luminoso, luogo di un nuovo attraversamento.

Ed è sul rapporto fra passato e presente, inscritti in questo luogo d’eccezione, che il regista Giampaolo Penco produce il suo cortometraggio PASSI 1992 - 2014 -menzione speciale della III Edizione del Premio Carlo Bonatto Minella / Art Prize CBM-, prodotto dalla Rai nel 2014. Ricordando un’altra guerra, non quella di Tito, ma la più recente guerra civile che si inscrive nei conflitti che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia.

Il corto è anche un omaggio alla giornalista Ilaria Alpi:

 

Primo Festival di DeriveApprodi – 25-27 novembre 2016 @ Roma

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Tre giorni di festival della casa editrice DeriveApprodi, dal 25-26-27 novembre al Nuovo Cinema Palazzo nel quartiere di San Lorenzo a Roma.

Il primo festival dedicato alle produzioni editoriali, culturali e politiche della casa editrice DeriveApprodi.

Nata nel 1992 come rivista, e divenuta nel 1998 casa editrice, DeriveApprodi è stato laboratorio di ricerca e di dibattito sui mutamenti produttivi e sociali, lavorando sempre a fianco delle lotte dei movimenti, cercando di interpretarne le esigenze e le forme, fornendo allo stesso tempo strumenti di analisi teorica e occasioni di dibattito utili al loro sviluppo.

La crisi che caratterizza da un decennio le ipotesi alternative al capitalismo nella sua fase neoliberalista è nota. Ma alla crisi di comprensione e di immaginario oggi si aggiunge quella di alcuni preziosi strumenti utili a veicolare idee e principi di una critica radicale dell’esistente: è la crisi dell’editoria, soprattutto di quella indipendente. I libri circolano sempre meno, scompaiono dalle librerie non legate commercialmente ai grandi gruppi editoriali e le giovani generazioni faticano a intraprendere letture impegnative e approfondite perdendosi perlopiù nei meandri di una comunicazione in rete sempre più frammentata, balbuziente, acefala.

In questo contesto il nostro lavoro ventennale rischia di finire confinato in una marginalità insignificante. Contro questo rischio occorre reagire subito con decisione, chiamando a raccolta le diverse intelligenze che hanno per un ventennio alimentato la vita della casa editrice.

Dal 25 al 27 novembre a Roma, al Nuovo Cinema Palazzo nel quartiere di San Lorenzo, cercheremo quindi di creare momenti di dibattito sui temi cruciali di questa fase storica, politica e culturale, con un’attenzione all’analisi e alla ricerca che da sempre contraddistingue il nostro stile di lavoro aperto al confronto tra differenti opzioni critiche e progettuali. Conferenze, tavole rotonde, laboratori. Ma anche reading, concerti, una libreria con la produzione di numerosi marchi editoriali indipendenti, uno spazio enoteca con i vini dei «poeti della terra» nostri autori.

Un’occasione importante di incontro di pensieri incrociati all’amicizia, alla solidarietà, al piacere e all’affetto.

PER MAGGIORI INFO VAI AL SITO DI DOC(K)S

 GLI OSPITI DEL FESTIVAL

L’EVENTO FB DEL FESTIVAL

 SCARICA IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL IN PDF

SCARICA IL COMUNICATO DEL FESTIVAL IN PDF

DeriveApprodi festival
25-26-27 novembre
Nuovo Cinema Palazzo
San Lorenzo, Roma

Organizzazione – Doc(k)s – Strategie di indipendenza culturale
Contatti
idocks014@gmail.com – 06 85831785

Alfredo Pirri I pesci non portano fucili I RWD FWD

Chiara Pirri

RWD-FWD é la prima tappa di I pesci non portano fucili, un progetto che mette in luce il lavoro dell’artista Alfredo Pirri (classe 1956) e nasce dalla collaborazione tra tre istituzioni, pubbliche e private : Nomas Foundation, MACRO e MAXXI.

Tre tappe : una mostra sull’Archivio Alfredo Pirri -promossa da Nomas Foundation e ospitata dal nuovo Studio & Archivio Alfredo Pirri, nonché dagli spazi della fondazione stessa-; una retrospettiva –che inaugurerà ad Aprile 2017 al MACRO Testaccio; un convegno su uno dei temi più volte affrontati dall’artista, come il rapporto tra arte e architettura –voluto e ospitato dal MAXXI-.

I pesci non portano fucili é il titolo scelto dall’artista per questo vasto progetto, un omaggio al libro « The divine invasion » di P. K. Dick, un invito a vivere la città come fosse acqua viva, e ad essere disarmati, curiosi, aperti. Un invito alla sua città, Roma, a creare nuove forme di collaborazione, in maniera fluida e anti-autoritaria.

Il titolo RWD-FWD, fa eco ai tasti “forward” e “rewind” dei vecchi registratori, che permettevano di riavvolgere e accelerare il tempo. La mostra, a cura di Ilaria Gianni e promossa dalla Nomas Foundation, è infatti una finestra sul vasto archivio dell’artista, pubblico e privato, dagli anni ’80 ad oggi.

Come scrive Pirri, voleva “dar vita a qualcosa che mostri, in maniera non cronologica ma logica, opere lontane e vicine, pensieri passati o futuri, tramite opere ma anche forme abbozzate, progetti, lettere, video, e tutto quanto ha guidato e segna il mio lavoro. Volevo vedere tutto ciò scivolare a pelo d’acqua, come fa l’olio”.

Sarà lo Studio & Archivio Alfredo Pirri ad accogliere l’evento espositivo, che ci permetterà di rintracciare le origini della poetica di Pirri attraverso tracce e memorie, dalle collaborazioni teatrali con la compagnia Krypton, passando per le prime mostre nel contesto italiano e internazionale degli anni ’80 e ’90, fino ad arrivare alle opere monumentali e ai grandi progetti recenti.

Durante tutta la durata della mostra (dal 16 Novembre al 25 Gennaio), gli spazi di Nomas si trasformeranno nel laboratorio in cui Alfredo Pirri realizzerà un’opera di grandi dimensioni, la quale sarà successivamente al centro della retrospettiva ospitata al MACRO dal 4 Aprile 2017.

La realizzazione di quest’opera sarà accompagnata da incontri e colloqui attraverso cui il pubblico potrà assistere e partecipare al processo creativo.

Negli anni ’80, l’artista realizzò un lavoro che, citando Edmond Jabès, recitava: “nessun ricordo è innocente”. Sembra che la mostra RWD-FWD, e il progetto di cui fa parte, voglia dimostrare proprio questo: che il valore della memoria risiede non solo (o non tanto) nella sua capacità di documentazione e testimonianza oggettiva, ma anche nel potenziale creativo e maieutico rispetto alla realtà.

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Alfredo Pirri

RWD – FWD
a cura di Ilaria Gianni per Nomas Foundation
16 Novembre – 25 Gennaio
Studio & Archivio Alfredo Pirri, Via dei Consoli, 73, Roma
Nomas Foundation, Viale Somalia, 33, Roma
Per gli incontri visitare il sito www.nomasfoundation.com