Le scorie siamo noi

“Consumer goods are meant to be used up and to disappear; the idea of temporariness and transitoriness is intrinsic to their very denomination as objects of consumption; consumer goods have memento mori written all over them, even if with an invisible ink.”
Zygmunt Bauman

bitrotproject.tumblr.com/

Fotografie di Valentino Bellini

Electrical and electronic waste (e-waste) is growing faster than any other type of waste.  According to the UNEP, the amount of e-waste could grow exponentially, as much as 500 times over the coming decade, especially in countries like India, China and some African regions where the technology industry is growing fast. It is hazardous waste, containing dozens of substances dangerous to human health and the environment; it is hard to be sustainably disposed of and it needs a costly processing technique to make it recyclable. This is the reason why about 80% of the e-waste produced in developed countries (North America and Europe on the top of the list) is not disposed of in situ, but shipped, most of the time illegally, to developing countries on cargo ships, where it is illegally disposed of.

This research is inspired by this important, practical problem, represented by the e-waste and focuses on the extreme consumerism of the society we live in. A society that keeps hostage modern slaves, forced to live and work in detrimental conditions and that at same time, keeps itself as a hostage, always looking for technological and innovative products to satisfy its own need of being fast and competitive. A society where the consumer does not acknowledge boredom and his culture avoids it. Where there is not happiness and the moments of happiness are when we satisfy our impelling needs, careless of acknowledging that our choices have an impact on the life of those that have no choice.

Turchia News

Franco La Cecla

Domenica scorsa, 6 Ottobre, i giornali turchi, Hürriyet in testa, hanno annunciato che il governo proporrà una legge per permettere alla polizia di fermare per 12 o 24 ore ogni possibile partecipante a manifestazioni che rechino danno o disturbo al paese.

Si va dalle celebrazioni kurde del Newroz, il capodanno kurdo, alle manifestazione tipo Gezi Park. La polizia avrà il diritto di arrestare senza mandato di cattura o consenso di un magistrato chi riterrà potenzialmente pericoloso. Questa mossa di Erdogan accompagna il pacchetto “democratico” che in questi giorni presenta al paese come dimostrazione della sua larghezza di vedute. Nel pacchetto si riconosce la libertà di insegnamento in altre lingue, kurdo, greco, armeno, ma solo nelle scuole private.

Il pacchetto promette avanzamenti nel processo di pacificazione con il PKK e i kurdi, ma non parla degli aleviti, una minoranza del 15 per cento della popolazione che ha usi e costumi diversi dai “sunniti” che il partito di Erdogan rappresenta. I sei morti nelle manifestazioni dopo Gezi Park erano tutti giovani aleviti, una comunità che è stata oggetto di forti repressioni negli ultimi decenni.

Nel frattempo la politica del governo consiste nel proclamarsi il più avanzato e tollerante e nel criticare i paesi europei per non capire che solo un partito unico può portare alla Turchia il benessere di cui sta godendo (è in discussione una legge elettorale che dovrebbe abbassare la soglia per entrare in parlamento, oggi possono entrarvi i partiti che hanno almeno il 10%). Peccato che l’inflazione galoppa come non mai e la povertà aumenta visibilmente.

Girando a piedi per questa immensa metropoli si vede la fatica che fa la gente a sopravvivere all’aumento del costo della vita, al caro trasporti e in generale alle condizioni che non sono le migliori in un mercato immobiliare che per buona parte è in mano al partito al governo attraverso una agenzia, la Toki, che corrisponde al nostro Iacp e appartiene personalmente al presidente. L’altra cosa che salta all’occhio a chi percorre a piedi la città è l’impressionante negazione della storia. Prima degli anni '50 la Turchia aveva 18 milioni circa di non musulmani, ortodossi, armeni, cattolici, caldei, ebrei.

La presenza di chiese e di sinagoghe è ancora impressionante nel panorama della città. Il lascito dell’impero ottomano era stato un multiculturalismo accettato come dato di fatto. Poi negli anni '50 avvenne il grande pogrom contro la minoranza greco-turca, la miccia essendo stata l’accusa, rivelatasi infondata, che alcuni greci avessero bruciato la casa dove era nato Ataturk. Questo scatenò la violenza contro i greci-turchi e la loro fuga repentina dal paese. Una fuga a cui ne seguirono altre.

La Turchia oggi è diventata un paese monoculturale e monoreligioso. Oggi all’università statale non si insegna se non ci si professa islamici e non si è iscritti al partito al governo. La cosa che impressiona è che però il paesaggio stesso di Istanbul racconta una storia ben diversa. Come lo racconta la povertà di manufatti di qualità, la scomparsa dell’artigianato e della manovalanza edile di qualità, tutte frange della società in cui eccellevano come nel commercio ebrei, greci, armeni.

Oggi la Turchia è non solo culturalmente, ma anche economicamente molto più povera di ieri, e la sua ricchezza sembra tutta appesa alla stessa bolla speculativa che ha affondato alcuni paesi europei. Gli stessi turisti greci che vengono qui si stupiscono che alla fine il loro paese abbia un tenore di vita più alto del loro vicino turco.

Mom, am I barbarian?

Arianna Bona

È una Biennale ossessiva che costringe a pensieri di barbarie e civiltà imponendo riflessioni su spazio pubblico, politica, individuo, società. A Istanbul, i cani randagi pellegrinano pigri. La polizia sosta notte e giorno nelle vie del centro, fumogeni, manganelli e scudi.

L’uomo del büfe guarda il telegiornale e comunica a segni e suoni, trasmette preoccupazione e rabbia. Si avvicina mostrando la tessera del partito socialdemocratico CHP e dice sussurrando: “Erdogan Diktatör”.

A Kadiköy i vecchi vendono bandiere turche con il volto fiero di Atatürk mentre in piazza, numerosi cittadini ricordano gli eventi di Gezi Park agitando cartelli con i volti dei sette ragazzi uccisi. Il confine tra vita e arte, spazi pubblici ed espositivi, questa volta non esiste. La tredicesima Biennale di Istanbul (14/09 – 20/10/2013), curata da Fulya Erdemci, prende a prestito il titolo da un libro della poetessa turca Lale Muldür, sviluppando un legame tra poesia, letteratura, nuovi linguaggi e la dimensione personale, quella pubblica e politica.

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Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013)

In questa esposizione l’arte si schiera, e alla bellezza immortale aggiunge prepotente la parola, gridando ad alta voce pensieri di responsabilità. Inizialmente, a ospitare la Biennale dovevano essere i luoghi pubblici in disuso, piazze e quartieri con una storia sociale, politica e urbana emblematica (come piazza Taksim, Tarlabaşı Bouevard, Sulukule), ma dopo i fatti di Gezi Park, Fulya Erdemnci ha ritenuto non fosse più possibile realizzare progetti artistici con il permesso di quelle stesse autorità che hanno negato la libertà di espressione ai cittadini. Quei luoghi perciò, sono rimasti vuoti per sottolineare la presenza tramite l’assenza, e i lavori degli ottantotto artisti partecipanti sono adesso ospitati dalle istituzioni Antrepo 3, Galata Greek Primary School, ARTER, SALT e 5533.

Giusta conseguenza: Istanbul diventa protagonista di riflessioni e confronti in alcuni dei lavori esposti e realizzati per la Biennale. A Istanbul, da Tarlabaşı a Taksim, i cani randagi sostano in mezzo alle strade. Si grattano e annusano. Osservano il quotidiano incedere del tempo e degli accadimenti: custodiscono e fanno la guardia alla Memoria. Il video di Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013), è una riflessione sullo spazio pubblico, sul tempo, sull’esilio.

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Diego Bianchi, Market or Die (2013)

A Istanbul, la vita quotidiana è consumo spiccio, commercio minuto che affolla le strade. È l’idea di mercato: luogo davvero lontano - per umanità e bellezza - dal centro commerciale. L’installazione di Diego Bianchi, Market or Die (2013), occupa gli spazi sotto le colonne all’ingresso di SALT. Ci sono pile di ciambelle al sesamo, cozze ripiene e limone, Raki, profumi e Ray Ban contraffati, giornali, scritte e scarabocchi su pareti che ricavano uno spazio intimo ma a volte costretto.

È ben visibile da Istlikal Caddesi, la trafficatissima via pedonale che porta a piazza Taksim. In molti (approfittando della scelta di gratuità per i visitatori) si affacciano curiosi. Se ne vanno con addosso l’osmosi tra realtà e finzione, arte e sociale.

Christopher Schäfer disegna su grandi carte l’occupazione di Gezi Park e scrive pensieri su pagine di quaderno componendo un’installazione di sofferenza e utopia nel tentativo di ridefinire la città. Non è una biennale Istanbulcentrica. La città è solo un punto di partenza forte e centrale - poiché di sconvolgimento recente - per arrivare ovunque. Una ‘prospettiva universale del mondo’ è data da una selezione dell’installazione The Celestial Handbook (2012) di Lutz Bacher: pagine di libro raffiguranti corpi celesti, costellano le sedi della biennale. Non ci sono confini.

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Christoph Shäfer, The City is our Factory (2010)

Da ogni opera esposta, emerge una dichiarazione di impegno, riflessione e discussione. Da Gordon Matta-Clark, Guillaume Bijl, Rossella Biscotti, Elmgreen & Dragset, alla stessa Lale Müldur che qui presenta il film Violent Green (2013) oppure Jorge Galindo e Santiago Sierra. Nel loro video Los Encargados (2012) i ritratti di Juan Carlos I e i suoi ministri sono posizionati capovolti su berline nere che procedono con andatura da funerale sulla Gran Via di Madrid. La città è spazio politico sottosopra, la colonna sonora è la marcia sovietica “Varsoviana Soviética”, l’estetica è fascista e ci rammenta Franco.

È questa la soluzione, l’idea, il messaggio: “Fate che arte e musica siano le vostre armi”. Così cantano a ritmo hip hop i ragazzi di Sulukule in Wonderland (2013) di Halil Altindere.

13th Istanbul Biennial - Mom, am I barbarian?

Da Istanbul

Franco La Cecla

Istanbul, martedì 10 settembre Da circa due ore una grande folla di manifestanti è riunita tra piazza Taksim e il quartiere di Cihangir per protestare contro l'uccisione di un ventiduenne da parte di un lacrimogeno della polizia ad Antikya. La polizia ha caricato anche qui, usando i gas proprio sotto al nostro albergo. La tattica dei manifestanti è magnifica. Disperdersi e concentrarsi. E quando si riconcentrano lanciano dei fuochi d'artificio.

È un po il simbolo di questa protesta che va avanti da cinque mesi. E come sempre giovani, donne e uomini e nessuna protesta da parte dei commercianti, ma anzi pieno appoggio. Perfino il tassista ottantenne che ci ha portato qui protestava per la stupidità della risposa del governo. Il problema del governo è che ogni manifestazione fa perdere credito internazionale. Da poco Istanbul ha perso la candidatura alle Olimpiadi, proprio a causa dell'attuale situazione politica. Quello che più stupisce è la serenità dei manifestanti, la loro eleganza, la loro modernità, la bellezza di uomini e donne e la brutalità della macchina poliziesca con i suoi cannoni a fiamma e a gas.

Il gas che brucia gli occhi e la gola ed è proibito nelle manifestazioni. Questo ha fatto si che anche gli strati più prudenti della classe media abbiano preso posizione, una timida ricercatrice universitaria che era rimasta fuori da tutto ci ha raccontato che adesso che anche lei ha provato i gas ha capito ed è passata dall'altra parte. Intanto la sera tardi la gente si riunisce in tutta la Turchia nei parchi per qualcosa che è stato battezzato "forum" dove si discute cosa fare politicamente e alla fine per non disturbare non si applaude , ma si sventolano le mani.

In più l'altra cosa che colpisce è che il turismo non è diminuito, nonostante le affermazioni di Erdogan e il governo ha perfino revocato la proibizione di bere a duecento metri dalle moschee. Un governo che fa tiramolla con la religione. Che ha decretato la ritrasformazione di Santa Sofia in Moschea e qualcuno ci ha raccontato che è il primo museo - Agia Sofia è infatti un museo ed è patrimonio Unesco - in cui si sentono i cinque richiami alla preghiera.

Cinque giorni al Gezi Park

(Racconto del viaggio del reporter volontario Davide Agnolazza - giugno 2013)

Quando sono arrivato a Istanbul, quasi mi chiedevo cosa ci facessi lì. “Non è la tua lotta, cosa vai a fare fino in Turchia. Devi stare qua e combattere le tue di lotte”. Queste parole, le parole di mia madre preoccupata, riecheggiavano continuamente nella mia mente. In effetti non riuscivo a spiegare perché 24 ore prima avevo prenotato un biglietto in tutta fretta e mi fossi catapultato a piazza Taksim.

Avevo passato le giornate precedenti a cercare di tenermi in contatto con amici del posto, a cercare di farmi spiegare cosa stessero vivendo in quei giorni. Tutto quello che si sapeva nel resto del mondo, tutto quello che si vedeva o si leggeva, riguardava gli scontri. Ma potevo percepire dai racconti delle persone un’eccitazione enorme, segno che qualcosa di veramente importante stava avvenendo.

Sono corso lì per vedere, respirare e sentire sulla mia pelle, queste energie così forti che mi avevano trasmesso solo poche frasi scrittemi qualche giorno prima. Siamo partiti in tre, con le valigie piene di attrezzatura audio e video. Non che avessimo un progetto vero e proprio, ma sentivamo la necessità di documentare quanto più possibile, di riportare a casa le testimonianze e le istantanee di quello che sembrava avere l’aspetto di un momento unico, del quale valeva la pena di assaporare ogni istante.

Il tempo è la prima cosa che si vive diversamente, all’interno di Gezi Park perché non è più rappresentato dal susseguirsi dei minuti e delle ore, da attimi definiti. La sensazione è quella di vivere contemporaneamente centinaia di attimi diversi. Quando ci si avvicina a piazza Taksim, si viene investiti da un’energia potentissima, nuova, che ti trascina e coinvolge immediatamente. La prima volta poi che si entra in quel quadrilatero di 600 alberi, gli occhi vanno da tutte le parti e ovunque ti giri, vedi persone all’opera intente a collaborare per la gestione e l’evoluzione dello spazio circostante.

Ogni metro quadrato di parco è occupato da tende e gazebo e dovunque sono stati allestiti luoghi di scambio e aggregazione. Ci sono librerie book-crossing, mense, caffetterie, una tv e una radio autogestite che trasmettono ininterrottamente in diretta dal parco. E poi un cinema all’aperto, vari luoghi per esibizioni artistiche, luoghi di dibattito, assemblee permanenti, punti medici e l’ospedale.

La cosa sconcertante ed entusiasmante di Gezi, è la composizione variegata del movimento che si è creato al suo interno. Infatti per la prima volta forse nella storia della Turchia, movimenti, gruppi e partiti che fino a quel momento non erano stati capaci di dialogare fra di loro, hanno iniziato ad operare uniti in un unico corpo multiforme composto dagli organi più disparati: si va dai partiti politici più storici e radicali, a piccoli collettivi che operano localmente passando per le associazioni, i collettivi artistici e le tifoserie calcistiche fino ad arrivare ai semplici cittadini. Per rendere possibile questa fusione, si è dovuto trovare e sperimentare un nuovo linguaggio da applicare alla lotta, qualcosa che prescindesse completamente dai vecchi metodi e che venisse largamente adottato da tutti.

Non credo che ci sia stato un vero lavoro di ricerca dietro questa metamorfosi della partecipazione politica, piuttosto una naturale evoluzione spinta dal bisogno delle persone meno legate alla militanza, di partecipare attivamente, di dire la propria, di uscire dalle case e urlare al mondo che vedevano i propri diritti di cittadini calpestati senza pudore da un governo autoritario e opprimente. E l’apertura delle realtà più legate ai vecchi metodi di lotta a questo nuovo tipo di confronto, ha contribuito a creare una sorta di “effetto calamita” per una miriade di persone che finalmente si sono trovate in uno spazio in cui poter esercitare il loro diritto ad esprimersi, ad essere parte di qualcosa, a partecipare.

Proprio per la natura di un’azione di questo tipo, quella di un’occupazione che implica la cura e il mantenimento di uno spazio collettivo, si è potuto gettare le basi per la realizzazione di questa idea. Potrà sembrar banale, ma la pulizia dello spazio è una delle cose che più rappresenta questo concetto. Vivere in migliaia di persone concentrate in un luogo relativamente piccolo, significa produrre rifiuti e sporcizia. Per questo a qualunque ora del giorno e della notte, c’è un viavai di persone intente a spazzare, a sostituire i sacchi dell’immondizia pieni, ad accatastarli nelle aree di raccolta, a rimuovere i mozziconi, a pulire i vialetti dalla terra e dalle foglie. E non si tratta di personale addetto a quello scopo, sono ragazzi e ragazze, anziani, signore, bambini che vedono un sacco pieno e lo cambiano, che vedono dei mozziconi di sigaretta e li raccolgono.

Questo tipo di approccio, la collaborazione per il mantenimento di un’area che rappresenta in quel momento il significato comune del trovarsi tutti assieme nello stesso luogo, ha favorito lo sviluppo di questi nuovi linguaggi e metodi di confronto adottati nel parco che dopo i primi giorni incentrati sulla logistica e l’organizzazione fisica dello spazio, hanno iniziato a contaminare anche gli ambiti meno operativi e più decisionali e di confronto. Ciascuno dei 7 distretti territoriali definiti nel parco, aveva la propria assemblea che riportava tramite dei delegati ad una grande assemblea plenaria che aveva lo scopo di raccogliere tutte le voci e le proposte dei distretti per poi arrivare a prendere delle decisioni più condivise possibile e che tutti avrebbero rispettato. Solo il fatto di creare dei distretti territoriali (quindi basati solo da una spartizione dello spazio fisico) ha favorito il mescolarsi delle idee e delle posizioni e ha “costretto” a praticare dialogo e ragionamento collettivo anche chi non era abituato a farlo.

Questo miscuglio di menti, corpi e idee ha fatto risvegliare la speranza a tutti coloro che ormai si sentivano soli e isolati rassegnati all’idea di combattere una battaglia già persa in partenza. E quando la speranza si risveglia e gli animi si innalzano in una direzione positiva, l’atmosfera e lo stile con cui vengono fatte le cose cambia radicalmente. La rabbia e l’odio verso l’oppressione si trasforma in ironia. Gli slogan in musica. Le marce in balli di gruppo. La gioia, dettata dalla certezza di non essere soli, è il sentimento dominante. L’occupazione del parco diventa un presidio festoso, genuino e divertente. Un luogo dove anche famiglie con bambini o coppie di anziani, possono trascorrere fra musica, balli e improbabili rappresentazioni teatrali di scontri con la polizia, una serata piacevole e respirare un’aria leggera e confortante, che gli ricordi ad ogni passo che un nuovo modo di essere è possibile e sostenibile.

Questo è quello che spaventa le autorità perché mette a nudo la loro inefficienza e i loro linguaggi arroganti e distanti. E’ la stessa paura che ha portato alle repressioni violente nelle piazze americane dei movimenti Occupy e nelle piazze spagnole dei movimenti Indignatos. Fa molta più paura vedere persone che pacificamente coltivano un’orto in piazza o che sfamano gratuitamente migliaia di persone al giorno, piuttosto che qualche militante che lancia pietre e molotov perché è molto più difficile erodere a poco a poco i diritti dei cittadini, quando questi sono consapevoli che un altro stile di vita è possibile, che ci sono altri linguaggi, che uniti si è fortissimi e che non si è più soli.

Per questo, esperienze come l’occupazione di Gezi Park, sono state represse da una violenza inaudita e ingiustificata. Per nasconderle, per cancellarle, come se non fossero mai esistite. Ma finché verranno contrastate con metodi antichi e ignoranti, come l'esercizio della violenza, non potranno essere sconfitte, come non si può sconfiggere un virus per il quale non si è ancora trovato un antidoto. Certo lo si può indebolire, ma esso ritornerà, mutato e più forte di prima.

Quello che sta succedendo adesso è esattamente questo. Ad ogni azione repressiva, sempre più persone hanno sentito la necessità di unirsi con i propri corpi e le proprie menti a questa rivoluzione che pare più culturale che politica. Ad ogni attacco violento, l’unione e la solidarietà fra le persone si è stretta e consolidata. E anche se ora il parco è stato sgomberato con le ruspe e con i lacrimogeni, anche se non c’è più quello spazio fisico comune di cui prendersi cura collettivamente, la consapevolezza che sperimentando nuovi percorsi si possa costruire qualcosa di estremamente positivo è ormai radicata in tutti coloro che hanno attraversato quel parco e quella piazza. E adesso, lo sgombero del parco, non sembra più un triste epilogo, ma solamente un splendido inizio.

A sostegno del Teatro di Franco Scaldati

Dall’iniziativa spontanea e affettuosa di alcuni intellettuali, artisti e operatori che sono stati amici e collaboratori di Franco Scaldati, nasce un gruppo di lavoro con l’intento si salvaguardare, studiare e promuovere il suo teatro e la sua poetica. Franco Scaldati, con passione, disciplina e urgenza ha scritto, per tutta la sua vita, testi per il teatro, in un microscopico studio a Palermo, utilizzando una Olivetti “lettera 33”.

I testi che ha pubblicato in vita sono solo una piccolissima parte della sua produzione, purtroppo anche a causa della disattenzione di editori e finanziatori. Il 70% della sua opera è inedito, circola in fotocopia fra i giovani attori della sua compagnia, viene scritto e riscritto in un processo che è stato quello della sua pratica teatrale quotidiana, con gruppi che di volta in volta, su singoli progetti di laboratorio e di messa in scena, lo scrittore-attore formava e dirigeva a Palermo.

Infatti, alla pratica quotidiana della scrittura, Scaldati associava la dimensione attiva del fare teatro. I luoghi in cui questo accadeva sono stati per lo più e preferibilmente “alternativi”, come il piccolo giardino del centro sociale dell’Albergheria, dove con gli abitanti del quartiere conduceva laboratori, anche nei mesi invernali, all’aperto, talvolta interrotti da improvvisi temporali.

Scrivere e fare teatro con giovani e con adulti, è stata l’occupazione di Franco Scaldati a partire dagli anni ’70, a Palermo, nella sua città, dove ha forgiato la sua lingua, i suoi personaggi, trasfigurandoli in forme visionarie e liriche di altissima poesia. Franco Scaldati ha vissuto appartato, estraneo al sistema teatrale, fuori dalle logiche di mercato e dai meccanismi pubblici di finanziamento. Ciò non gli ha impedito di farsi conoscere e apprezzare a livello nazionale e internazionale e di essere tradotto in Francia e Spagna.

Questo gruppo di lavoro, nella convinzione che il teatro e la poesia di Franco Scaldati debbano avere un futuro nel solco tracciato da egli stesso, affiancherà e sosterrà la “Compagnia di Franco Scaldati” nella promozione di iniziative volte alla ricerca, archiviazione e valorizzazione dei materiali esistenti (testi, saggi, fotografie, video, registrazioni audio, tesi di laurea), a partire dalla pubblicazione dei suoi testi inediti.

È nostra intenzione incentivare iniziative volte alla realizzazione di incontri, seminari, recital, performance, proiezioni, mostre, individuando e sensibilizzando i partner, gli organizzatori e i finanziatori che di volta in volta potranno farsene carico. Nella convinzione che il lavoro teatrale non può essere disgiunto dalla sua pratica scenica, sarà nostra cura sostenere la “Compagnia di Franco Scaldati” perché possa portare avanti il lavoro del suo fondatore e comunque intervenire, perché non vengano traditi o sviliti la natura, lo spirito e la poetica del teatro di Franco Scaldati.

Mario Bellone
Umberto Cantone
Umberto De Paola
Antonella Di Salvo
Roberto Giambrone
Franco Maresco
Valentina Valentini

Per adesioni inviare una mail a: r.giambrone@libero.it
indicando: nome, cognome, qualifica e istituzione

Paradiso e Inferno

Jón Kalman Stefánsson

I monti incombono sulla vita e sulla morte e su

queste case che si stringono una all’altra sulla lingua

di terra. Viviamo nel fondo di una conca, il giorno

passa, si fa sera, si riempie a poco a poco di tenebre,

poi si accendono le stelle. Brillano in eterno sopra

di noi, come se portassero un messaggio urgente, ma

quale, e da parte di chi? Cosa vogliono da noi, o

forse piuttosto: cosa vogliamo noi da loro?...

 

Il ragazzo, il mare e il paradiso perduto

 

…i monti e il mare regnano sulla nostra vita, sono il nostro

destino, o per lo meno così la pensiamo qualche

volta, e anche tu di sicuro ti sentiresti così

se ti fossi svegliato e addormentato per decine

di anni sotto le stesse montagne, se il tuo petto

si fosse dilatato e contratto al respiro del mare

sulle nostre barchette fragili come gusci di noce.

Non esiste quasi niente di più bello del mare

nelle giornate serene o nelle notti terse, quando

anche lui sogna e la luna è il suo sogno. Ma

il mare non è per niente bello e lo odiamo più

di qualsiasi altra cosa quando le onde si alzano

anche di dieci metri sopra la barca, quando i

frangenti la travolgono e il mare ci beve come

miseri cuccioli, e poco importa quanto dimeniamo

le braccia, quanto invochiamo Dio e

Gesù, quello ci beve come miseri cuccioli. E lì

tutti sono uguali. Le carogne e i giusti, i colossi

e i mingherlini, i felici e gli afflitti. Qualche grido,

qualche frenetico agitarsi di braccia e poi è

come se non fossimo mai esistiti, il corpo inerte

cola a picco, il sangue si raffredda, i ricordi si

cancellano, i pesci vengono a sfregare il muso

contro quelle labbra che, ancora ieri baciate,

pronunciavano parole essenziali, sfiorano le

spalle che portavano il figlioletto a cavalcioni e

gli occhi che non vedono più nulla, posati sul

fondo del mare. Il mare è blu, freddo e mai

calmo, un mostro gigantesco che inspira, quasi

sempre ci sostiene, ma qualche volta no e così

noi affoghiamo; la storia dell’uomo non è poi

tanto complicata.

La gente vive, ha il suo momento, i suoi baci,

le risate, gli abbracci, le sue parole dolci, le sue

gioie e i suoi dolori, ogni vita è un universo che

poi crolla su se stesso e non lascia niente dietro

di sé se non pochi oggetti resi preziosi e attraenti

dalla scomparsa del proprietario, diventa45

no importanti, a volte sacri, come se un frammento

di quell’esistenza che è sparita si fosse

trasferita sulla tazza del caffè, sulla sega, sulla

spazzola, sulla sciarpa. Ma tutto alla fine svanisce,

i ricordi si cancellano e tutto muore. Dove

prima c’era la vita e la luce adesso c’è il buio e

l’oblio. Il padre del ragazzo muore, il mare lo

inghiotte e non lo restituisce più. Dove sono i

tuoi occhi che mi rendevano bella, le mani che

solleticavano i bambini, la voce che teneva lontano

il buio? Lui annega e la casa si disgrega. Il

ragazzo viene mandato da una parte, suo fratello

dall’altra, cinque ore a piedi di buon passo

li separano, sua madre e la sorellina di poco

più di un anno finiscono in un’altra valle. Un

giorno erano insieme nello stesso letto, si sta

stretti ma è bello ed è quasi l’unico vantaggio

dell’assenza del padre, e poi tra di loro si erge

una montagna di settecento metri, vertiginosa

e brulla, il ragazzo la detesta ancora di un odio

senza limiti. Ma è così inutile odiare le montagne,

sono più grandi di noi, stanno lì al loro posto,

immobili, e non si muovono di un passo in

decine di migliaia di anni, mentre noi andiamo

e veniamo più veloci di quanto l’occhio fatichi

a vederci. Le montagne però non fermano le

lettere. Sua madre gli scriveva. Gli descriveva

suo padre perché non lo dimenticasse, perché

vivesse dentro di lui, una luce a cui scaldarsi,

una luce di cui sentire la mancanza, scriveva per

salvare suo marito dall’oblio. Raccontava le loro

conversazioni, le loro letture insieme, il modo in

cui si occupava dei figli, i nomignoli affettuosi

con cui li chiamava, le canzoni che cantava per

loro, il modo in cui si fermava sulla soglia con

lo sguardo perduto lontano… “

Il mare è freddo e a volte tetro. È un mostro

gigantesco che non riposa mai e qui nessuno sa

nuotare, a parte Jónas che d’estate lavora alla

stazione di pesca alla balena dei norvegesi, sono

stati loro a insegnargli a nuotare, lo chiamano il

Merluzzo o il Pescegatto, ed è questo il soprannome

che gli sta, considerando il suo aspetto. La

maggior parte di noi è cresciuta qui sulla costa

e non ha vissuto un solo giorno senza sentire la

voce della risacca, gli uomini vanno per mare da

quando hanno tredici anni, così è stato per oltre

mille anni, eppure nessuno sa nuotare tranne

Jónas, che va a temprarsi dai norvegesi. Però noi

sappiamo fare altre cose, sappiamo pregare, sappiano

farci il segno della croce, lo facciamo appena

svegli, quando indossiamo le cerate, benediciamo

gli attrezzi, le esche, segniamo ogni gesto,

i banchi su cui sediamo quando ci rimettiamo

a te, Signore, proteggici con la tua misericordia,

fai tacere i venti, calma le onde che possono farsi

tanto minacciose. Rimettiamo tutta la nostra

fede in te, Signore, che sei l’inizio e la fine di

tutto, perché quelli che cadono in mare colano

a picco come pietre e annegano, anche quando

la superficie è uno specchio e quando la terra è

così vicina che chi sta a piede fermo sulla nostra

terra benedetta distingue le loro espressioni,

le ultime, prima che il mare si prenda la vita, il

corpo, questo pesante fardello. Ci rimettiamo

a te, Signore, che ci hai creato a tua immagine,

hai creato gli uccelli con le ali perché potessero

volare in cielo e ricordarci la libertà, che hai

creato i pesci con le branchie e le pinne perché

potessero nuotare nelle profondità che tanto

temiamo. Certo, tutti noi potremmo imparare

a nuotare come Jónas, ma Signore, in questo

modo non mostreremmo sfiducia in te, un po’

come se ci credessimo capaci di correggere la

tua creazione? Inoltre il mare è molto freddo,

nessuno può nuotarci a lungo, no, ci fidiamo

solo di te, Signore, e del tuo figlio Gesù, che

non sapeva nuotare nemmeno lui, e non ne aveva

neanche bisogno, visto che camminava sulle

acque. Immagina se avessimo una fede autentica

e pura e potessimo camminare sul mare, passeggiare

sulle acque in cui peschiamo, correre

veloci laggiù e poi tornare a casa, magari in due

spingendo una carriola carica di pesci.

La terra continua a sprofondare nel

buio e nel mare, ma presto a est sorgerà l’alba.

Distinguono qualche stella, nuvole di ogni genere,

blu, quasi nere, chiare e grigie, e il cielo,

perennemente mutevole come il cuore. Bárður

ansima e borbotta qualcosa, versi a brandelli

per la fatica… a deporre il manto… greve d’ombre…

il cuore batte forte a tutti loro. Il cuore

è un muscolo che pompa il sangue, la dimora

della sofferenza, della solitudine, della felicità,

l’unico muscolo capace di toglierci il sonno. La

dimora dell’incertezza: ci sveglieremo ancora

vivi, pioverà sul fieno, abboccherà il pesce, mi

ama, attraverserà la brughiera per dirmi le sole

parole che contano? incertezza riguardo a Dio,

allo scopo della vita e, non meno, allo scopo

della morte. Remano e il loro cuore pompa sangue

e incertezza sul pesce e sulla vita ma non

su Dio, no, perché altrimenti a stento oserebbero

salire in quel guscio di noce, in quella bara

aperta in mezzo a un mare che in superficie è

azzurro ma sotto è nero come carbone.

I sei uomini attendono a bordo il pesce che

nuota nei mari da più di centoventi milioni di

anni. Altre specie animali si sono evolute e si

sono estinte, ma il merluzzo continua a nuotare

per conto suo, l’uomo non è che un breve

passaggio nella sua esistenza. Il merluzzo nuota

tutta la vita a bocca spalancata, talmente vorace

che batte tutte le altre specie, tranne ovviamente

la specie umana, ingoia tutto quello che trova

sulla sua strada e non ne ha mai abbastanza,

una volta il ragazzo ha contato centocinquanta

capelin adulti nello stomaco di un merluzzo di

taglia media ed è stato pure rimproverato aspramente

per aver perso tempo a contarli. Il merluzzo

è giallo, gli piace nuotare, sempre in cerca

di qualcosa di nuovo da mangiare, succede ben

poco che sia degno di nota nella sua vita, e una

lenza che oscilla cosparsa di esche infilzate sugli

ami è considerata una gran novità, è un avvenimento

importante. Che cos’è questa roba,

si chiedono i merluzzi a vicenda, finalmente

qualcosa di nuovo, osserva uno, e morde senza

esitare, e allora gli altri si precipitano a mordere

anche loro perché nessuno vuole rimanere

indietro, è bello stare appesi qui, dice il primo

con l’angolo della bocca, e gli altri annuiscono.

Passano le ore, poi tutto comincia ad agitarsi,

si sentono tirare, una forza possente li solleva

verso l’alto, più in alto, sempre più in alto verso

il cielo che tutt’a un tratto si apre e cede il posto

a un altro mondo popolato di pesci strani.

Ma ora non ci sono stelle, non in questa attesa.

Non più. Sono tutte sparite dietro le nuvole

che si addensano sopra di loro e portano il

maltempo con sé. Il giorno si avvicina, il vento

rinforza e si raffredda, è nato dal ghiaccio che

riempie il mondo dall’altra parte dell’orizzonte,

guardiamoci bene dal remare in quella direzione,

l’inferno è gelido. Si infilano le cerate sopra

perché malgrado i maglioni siano ben feltrati,

il vento artico li trapassa facilmente, e l’essere

bagnati di sudore non migliora la situazione.

Tutti afferrano la loro giubba, tutti tranne

Bárður, che afferra il vuoto, la mano sospesa a

mezz’aria, si immobilizza e impreca a voce alta.

Che cosa c’è? chiede il ragazzo. Accidenti, la

cerata, l’ho dimenticata, e Bárður impreca ancora

una volta, impreca per essersi inutilmente

impegnato a memorizzare i versi del Paradiso

perduto, concentrandosi a tal punto da dimenticare

di prendere la sua cerata. Andrea se n’è

sicuramente accorta e sarà preoccupata per lui

che ora trema di freddo, esposto al vento polare.

Ecco che scherzi può giocarci la poesia.

Ha letto una poesia ed è morto di freddo.

Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove

le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti

portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma

per lo spazio di un istante e diventa bella,

limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti

cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie

che ti portano a dimenticare, a dimenticare la

tristezza, la disperazione, ti dimentichi la cerata,

il gelo si impadronisce di te, preso! e sei morto.

Chi muore si trasforma immediatamente in

passato. Poco importa quant’era importante,

quanta bontà o quanta voglia di vivere avesse,

o come sia impensabile l’esistenza senza di lui:

la morte dice preso! e la vita svanisce in un secondo

e la persona si trasforma in passato. Tutto

quello che era legato a lei diventa un ricordo

che lotti per conservare, che è un tradimento

dimenticare. Dimenticare il suo modo di bere

il caffè. Il suo modo di ridere. Il suo modo di

alzare gli occhi. Eppure lo dimentichi. È la vita

che lo pretende. Dimentichi a poco a poco, ma

con costanza, e può essere talmente doloroso

che fa male al cuore.

I numeri non hanno immaginazione e quindi

non devi darci troppa importanza. Secondo le

carte geografiche del nostro paese, le montagne

si levano in aria per novecento metri, il che è

esatto, in certi giorni è così, ma un bel mattino,

quando ci risvegliamo dai sogni della notte

e gettiamo un’occhiata fuori, ecco che sono di

colpo cresciute e sono alte almeno tremila metri,

graffiano il cielo e i nostri cuori si accartocciano

su se stessi. In quei giorni è difficile stare chinati

sui mucchi di pesce salato. Le montagne non

fanno parte del paesaggio, sono il paesaggio.

La lingua di terra su cui sorge il Villaggio si allunga

come un braccio contorto nel fiordo stretto

e raggiunge quasi l’altra sponda. La distesa

d’acqua che delimita d’inverno gela e si trasforma

in una pista di pattinaggio, noi fischiettiamo

alla luna e usciamo di casa con i pattini. Spesso

tutto è calmo perché le montagne fermano i

venti, ma non devi per questo credere che da

noi regni un’eterna quiete e che le piume perdute

dagli angeli in volo scendano fino a qui

volteggiando dolcemente, succede, è vero, ma

aspetta un po’, può anche levarsi la tormenta!

Le montagne rendono la quiete più profonda,

ma possono anche far impazzire i venti che si

incuneano indisturbati nel fiordo, venti polari

gonfi di desideri omicidi, e tutto quello che non

è stato assicurato a terra vola via e scompare.

Legname, vanghe, carretti, tegole, tetti interi,

stivali di piedi destri, pensieri, tiepide dichiarazioni

d’amore. Il vento urla tra le montagne, la128

cera la superficie del mare, la salsedine si deposita

sulle case e filtra nei seminterrati. Quando

il vento si placa e possiamo mettere il naso fuori

senza morire, le strade sono coperte di alghe,

come se il mare ci avesse starnutito addosso.

Ma arriva sempre la calma, dopo, le piume degli

angeli scendono di nuovo a terra volteggiando,

noi torniamo sulla riva ad ascoltare le piccole

onde che si rompono con un lieve sciabordio,

l’agitazione si acquieta, il sangue rallenta nelle

vene, il mare diventa un seducente giaciglio su

cui desideriamo riposare, sicuri che ci cullerà

fino a farci addormentare, l’edredone si alza in

volo e si riabbassa, un continuo ciangottio, e allora

non è più tanto doloroso pensare a coloro

che l’oceano ha voluto chiamare a sé.

A volte è nel sonno che si è più felici, sei al

sicuro, il mondo non può raggiungerti. Sogni

zucchero candito e giorni di sole.