50 anni dopo Apocalittici e integrati

Uno speciale su «Apocalitici e integrati» di Eco 50 anni dopo. Interventi di U. Eco, A.M. Lorusso, D. Panosetti. **

L’interesse di Umberto Eco per la cultura e le comunicazioni di massa inizia già negli anni cinquanta, e una serie di scritti su questi temi vengono raccolti nel 1964 con il titolo Apocalittici e integrati, una dicotomia che diventerà uno slogan di successo. L’oggetto di analisi è la cosiddetta cultura di massa, intorno alla quale si sono sviluppati due atteggiamenti che l’autore intende criticare. Per chi concepisce la cultura in modo “aristocratico”, cioè come “gelosa coltivazione, assidua e solitaria, di una interiorità che si affina e si oppone alla volgarità della folla”, la cultura di massa è anticultura.

Gli “apocalittici” sostengono che i mass media, rivolgendosi a un pubblico vasto ed eterogeneo, devono livellare i propri prodotti ed evitare soluzioni originali: in questo modo sviluppano una visione conformista dei consumi, dei valori culturali, dei principi sociali e religiosi, delle tendenze politiche; i mass media incoraggiano una visione passiva e acritica del mondo, e scoraggiano lo sforzo personale verso esperienze originali; i mass media sono sottomessi a un circuito commerciale e quindi devono rispondere a criteri economici. La risposta degli “integrati” consiste nel constatare che i mezzi di comunicazione mettono i beni culturali a disposizione di tutti, e questo consente un proficuo allargamento dell’area culturale. Gli “integrati” sostengono che la massa è ormai la protagonista della storia, e che la sua cultura, prodotta per essa e consumata da essa, sia un fatto positivo. Inoltre, secondo gli “integrati”, non è vero che i mezzi di comunicazione di massa sono stilisticamente e culturalmente conservatori: usando nuovi linguaggi essi introducono nuovi modi di parlare, nuovi stilemi, nuovi schemi percettivi.

Proponiamo qui un'anticipazione del primo libro della collana alfalibri 50 anni dopo. Apocalittici e integrati a cura di Anna Maria Lorusso nel quale studiosi di discipline umanistiche, sociologiche e di scienze della comunicazione affrontano i problemi posti dall’evoluzione della cultura di massa, riflettendo sull’eredità e l’attualità della proposta di Eco, in un’epoca in cui tutto sembra dominato dal web. Il libro – acquistabile in libreria o direttamente sul sito delle edizioni DeriveApprodi con lo sconto del 15% (e per gli iscritti alla newsletter alfabeta2, sconto del 30%)- raccoglie interventi di: Umberto Eco e Alberto Abruzzese, Daniele Barbieri, Marco Belpoliti, Clotilde Bertoni, Luigi Bonfante, Vanni Codeluppi, Fausto Colombo, Paolo Fabbri, Guido Ferraro, Riccardo Finocchi, Stefano Jacoviello, Francesco Mangiapane, Giacomo Manzoli, Gianfranco Marrone, Federico Montanari, Daniela Panosetti, Isabella Pezzini, Maria Pia Pozzato, Lucio Spaziante.

INTRODUZIONE
Anna Maria Lorusso

L’idea di questo volume nasce evidentemente da un’occasione anniversaria: Apocalittici e integrati ha compiuto nel 2014 cinquant’anni. Da più parti studiosi di media, comunicazione e semiotica ne hanno ricordato la pubblicazione, ragionando sulla sua attualità, su cosa significasse quel binomio – apocalittici e integrati –, su cosa quell’opera anticipasse dell’Eco semioticamente più maturo.
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GIUSTO QUALCHE ANEDDOTO
Umberto Eco

Mi limiterò ad alcuni aneddoti. Del resto una volta, quando stava per compiere ottant’anni, Tomás Maldonado disse: “A una certa età non si hanno più idee, ma solo aneddoti”. Io non sono d’accordo col pessimismo di questa considerazione: le idee le possono avere tutti, e possono essere sbagliate. Uno dei vantaggi dell’età è proprio di essere ricchi di aneddoti, e gli aneddoti sempre istruiscono, perché sono parabole, e in ogni caso sono opere aperte.
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APOCALITTICO SARÀ LEI
Intervista a Umberto Eco di Daniela Panosetti

Una semplice etichetta, persino un po’ furba, nata dall’esigenza di trovare una sintesi fulminante a una manciata di saggi su argomenti assai diversi – dai Penauts alla musica di consumo, dal Kitsch al linguaggio televisivo – ma tutti in qualche modo dedicati a dare un’inedita dignità di studio all’ormai affermata cultura di massa. La genesi della felicissima (e cordialmente odiata) formula Apocalittici e integrati è ben nota: è stato lo stesso Eco a raccontarla, in diverse occasioni, con il giusto taglio aneddotico, come frutto di un puro caso. E dell’intuito infallibile di Valentino Bompiani.
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Introduzione

Anna Maria Lorusso

L’idea di questo volume nasce evidentemente da un’occasione anniversaria: Apocalittici e integrati ha compiuto nel 2014 cinquant’anni. Da più parti studiosi di media, comunicazione e semiotica ne hanno ricordato la pubblicazione, ragionando sulla sua attualità, su cosa significasse quel binomio – apocalittici e integrati –, su cosa quell’opera anticipasse dell’Eco semioticamente più maturo.

Gli interventi che sono qui raccolti rappresentano la silloge di queste riflessioni, riunendo gli esiti di due tavole rotonde dedicate in ambito accademico al volume (una presso l’Università di Bologna nel marzo 2014, una presso l’Università di Teramo nell’ottobre successivo, in occasione del XLII Convegno dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici) e di una sezione, a cura di Gianfranco Marrone, del sito culturale “doppiozero”.

Come emergerà dalla lettura, non è nostra intenzione testimoniare una celebrazione quanto piuttosto evidenziare come questo cinquantenario possa essere occasione di un confronto critico. Un confronto a più livelli:

- un confronto fra ieri e oggi, fra una proposta teorica del 1964 e gli sviluppi e l’eredità di quelle proposte oggi, con uno sguardo al futuro che pensa soprattutto ai prossimi scenari mediatici offerti dal web;

- un confronto fra diversi paradigmi disciplinari; Umberto Eco, quando scriveva Apocalittici e integrati, non era ancora il semiologo che è diventato poi e la semiotica, come disciplina, a livello istituzionale non esisteva ancora. In Apocalittici chiaramente si confronta con altri saperi, quello sociologico anzitutto, ma anche quello estetico-filosofico ed estetico-critico, oltre ai nascenti studi sui media e la loro ricezione, ma inizia a farlo da una posizione tutta personale: un’impostazione linguistico-strutturale che lo avvicina a Roland Barthes (su questo si veda il contributo di Isabella Pezzini), ma che non è ancora propriamente semiotica;

- un confronto fra usi diversi di questo libro e del suo titolo: usi strumentali (come ad esempio sottolinea Alberto Abruzzese) che hanno utilizzato il polemico binomio del titolo per legittimare un senso comune medio, poco incline alla critica, e usi avvertiti che hanno visto in quel binomio i termini di una dialettica sempre smascherante;

- un confronto, da ultimo, fra la voce degli studiosi (che spesso su questo libro si sono formati) e la voce dell’autore, che come vedremo ha assistito al successo di questo suo volume quasi con stupore. Che questo libro rappresenti una pietra miliare nello studio dei media e nella riflessione sulla società dei consumi è consapevolezza diffusa. Tradotto dagli Stati Uniti alla Corea, dalla Spagna alla Grecia, forse è stato trascurato solo in Francia, probabilmente (ipotizziamo noi) per “saturazione” barthesiana. In tutto il Sud America è stato un vero punto di riferimento, anche al di là del mondo accademico: “come Sartre negli anni cinquanta, vero e proprio punto di riferimento per il ruolo dell’intellettuale compromesso del dopoguerra europeo, oppure come Sarmiento con la sua famosa antinomia tra civilizzazione e barbarie […], così Apocalittici e integrati fa parte di quelle opere che hanno contribuito a creare un’epoca culturale, a definire delle vocazioni, a stimolare dibattiti” (Escudero 1992, p. 343).

Le ragioni di un successo sono sempre rischiose da tracciare, anche col senno di poi. Sicuramente, però, possiamo evidenziare alcuni aspetti di sicura originalità (che si affiancano, e talora si incrociano, con quelli che nelle pagine seguenti individua il contributo di Guido Ferraro).

Anzitutto – è quasi banale rilevarlo – il libro legittima i media come oggetto di studio “serio”: Eco ne discute e li analizza chiamando a sostegno Aristotele, Cassirer o le Apocalissi medievali…, tracciando dunque uno spazio di sapere in cui la distinzione (che il libro stesso affronta) fra cultura alta e cultura popolare perde qualsiasi rilievo.

Accanto a questo, l’altro punto di grande originalità ci sembra il fatto di avere impostato la riflessione sui media non in termini di ricezione e di effetti empirici, ma nei termini di un circuito sociale dei media – circuito che non può trascurare il polo della ricezione, non come luogo degli effetti causati dai media, bensì come spazio di gioco e rilancio dei prodotti mediatici stessi. Eco insiste sul fatto che la ricezione agisce sulla stessa produzione, sollecitando e alimentando modelli, schemi formali e nuove aspettative.

Eco pone così il problema del consumo delle forme nella società di massa. La società mediatica non è uno spazio neutro di passaggio e circolazione di messaggi, ma un luogo densissimo di modificazioni, trasposizioni e traduzioni di codici e forme. Anche questa consapevolezza, per l’epoca, non era certo ovvia, così come ci pare fortemente inaugurale l’insistenza con cui Eco nel volume parla del fatto che i media vadano studiati nelle loro correlazioni, per i loro reciproci rapporti. In un mondo in cui sempre più si parla in termini di intermedialità e di migrazioni, questa sollecitazione di Eco appare quanto mai moderna e anticipatrice, e un invito importante a riflettere sulle trasposizioni fra generi, ambienti mediatici, epoche diverse (si veda, su questo, il contributo qui di Federico Montanari).

Emerge poi con chiarezza – ed è questo l’aspetto più marcatamente semiotico, che personalmente tratterò a parte nel mio contributo in questo volume – la volontà di individuare i meccanismi formali di organizzazione dei testi e delle forme culturali. Non un’analisi, dunque, in termini di contenuti o effetti, ma un’analisi delle forme che presiedono alla circolazione sociale dei testi.

La sensibilità di Eco va ben al di là della categoria di testo (chiuso) o di segno (verbale o comunque “nucleare”). Più spesso Eco riflette su unità di taglia ampia: modelli di cultura, stili di comportamenti, forme comuni a più manifestazioni testuali, anche in questo anticipando una tendenza oggi di ritorno.

Infine il titolo, che in questo volume sarà continuamente discusso, smontato, giustificato, criticato, raccontato: “apocalittici e integrati”, un’espressione che ha assunto una circolazione diffusa, ben al di là degli spazi accademici di studio e che, come allora identificava due atteggiamenti parossistici ma esistenti, coglie ancora oggi una divaricazione non astratta fra chi vede – ad esempio nei nuovi media – la rovina delle capacità relazionali degli utenti, la fine della buona scrittura italiana, la caduta definitiva di distese capacità di attenzione, e chi invece vi trova la vera risorsa del futuro: in termini di accesso alla circolazione del sapere, in termini di semplificazione, in termini di interazione. Come Eco, neanche noi vogliamo fare la “sociologia del giovedì prossimo”; ci limitiamo a constatare che dal 1964 a oggi poco è cambiato, quanto a modelli passionali.

I contributi che questo volume presenta, come dicevo, si concentrano su aspetti diversi del libro e da punti di vista disciplinari diversi. Talvolta torneranno osservazioni analoghe (sulla “paternità” editoriale del titolo, sul successo in Sud America, sul Kitsch…), ma non ce ne preoccuperemo, perché derivano ovviamente da contesti di enunciazione differenti. I diversi contributi, nati dalle occasioni che ho già menzionato, non sono stati corretti o modificati, ma vengono riproposti tali e quali; sono stati da me solo organizzati in una sequenza che spero aiuti a coglierne coerenza e dialettica interna.

- Anzitutto, in apertura, insieme a questa introduzione, collochiamo due brevi riflessioni (rispettivamente di Marco Belpoliti e di Gianfranco Marrone) che aprono all’interesse di Apocalittici e integrati, ripercorrendone la genesi, ricostruendone le reazioni che suscitò, evidenziandone l’originalità rispetto agli atteggiamenti dominanti all’epoca nei confronti dei media. Si tratta di tre interventi pensati per avvicinarsi al libro di Eco, inquadrandone subito le ragioni di interesse.

- Segue un insieme di contributi che discutono invece il famoso titolo. Binomio felice, che ha saputo imporsi al di fuori dello spazio accademico, il titolo ha suscitato reazioni diverse: talvolta è stato capace di farci superare i vizi ideologici delle estetiche dell’epoca; talvolta ha disturbato, nella sua manichea opposizione; talvolta è stato letto come anticipazione ante litteram di un universo mediatico che non consente opposizioni ma solo ibridazioni; talvolta ha sollecitato una sorta di gioco del posizionamento (Barthes era apocalittico o integrato? E così via). Come vedremo, gli sguardi inclusi in queste riflessioni non sempre sono passivi e più spesso sono attivamente critici. Emerge con chiarezza come lo spirito di questi interventi non sia encomiastico ma sinceramente propositivo: ha senso, ancora oggi, parlare in termini di apocalissi e integrazione?

- A seguire, una più ampia sezione che vede la disamina dei vari elementi tematici del volume, soffermandosi ora sulle logiche e i linguaggi dell’industria culturale (attraverso la musica, i fumetti, i supereroi, il cinema…), ora sul metodo con cui tali logiche e linguaggi vengono indagati.

Se Ferraro e Lorusso, in chiusura di sezione (ma anche Marrone, qualche pagina prima), riflettono soprattutto sull’anticipazione semiotica che questo libro rappresenta, gli altri interventi riflettono soprattutto su come Eco abbia saputo focalizzare, nel 1964, aspetti della cultura di massa che poi sono in qualche modo rimasti centrali. Sono cambiati i testi, le forme, le logiche, ma mostri, supereroi, panorami sonori e oggetti mediatici del desiderio continuano a essere parte integrante e cospicua della nostra esperienza di vita.

- Tre degli interventi del volume (Mangiapane, Finocchi e Pozzato) ci sono sembrati più degli altri rivolti al futuro. Non che gli altri contributi non si pongano il problema dell’attualità delle tesi di Eco, anzi: possiamo dire che questo sia un filo rosso che accomuna tutti gli autori.

Tuttavia, nella quarta sezione, il focus è maggiormente spostato sulle tecnologie dell’attualità (in Mangiapane e Finocchi) e sul futuro di consumi mediatici che ci aspetta (in Pozzato). Apocalittici qui è solo un trampolino di lancio per sporgersi sulle incertezze (un po’ apocalittiche, seppure integrate) del futuro.

- Infine, dopo tutte le nostre parole, la parola all’autore, il quale prima offre un commento conclusivo che ripercorre la nascita del libro e spiega lo stupore con cui ne ha accolto il successo, poi, nel corso di un’intervista con Daniela Panosetti, si confronta soprattutto con gli scenari attuali (e presumibilmente futuri) del web e della simultaneità mediatica in cui viviamo e, presumibilmente, vivremo.

Giusto qualche aneddoto

Umberto Eco

Mi limiterò ad alcuni aneddoti. Del resto una volta, quando stava per compiere ottant’anni, Tomás Maldonado disse: “A una certa età non si hanno più idee, ma solo aneddoti”. Io non sono d’accordo col pessimismo di questa considerazione: le idee le possono avere tutti, e possono essere sbagliate. Uno dei vantaggi dell’età è proprio di essere ricchi di aneddoti, e gli aneddoti sempre istruiscono, perché sono parabole, e in ogni caso sono opere aperte.

Allora: io ho sempre odiato Apocalittici e integrati perché è stato composto per ragioni del tutto accidentali. Improvvisamente fu indetto un concorso per una cattedra di Comunicazioni di massa. Era la prima volta nella storia dell’università italiana. Per farlo passare bisognava dargli un titolo molto accademico e chi lo aveva ideato, il compianto Giuseppe Cocchiara, lo aveva fatto per Enrico Fulchignoni, allora funzionario dell’Unesco, che aveva scritto solo una “psicologia del canarino”, e aveva quindi intitolato il concorso “Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa”. Era un concorso destinato a chiudersi senza nessun risultato.

Se uno infatti fa della psicologia, non fa della pedagogia, e la commissione ha dato giudizi lusinghieri su ciascuno dei concorrenti ma ha detto: “Non si può assegnare la cattedra”. In ogni caso, vedendo che c’era questa possibilità, io ho raccolto tutti i saggi sulla comunicazione di massa che avevo scritto e li ho sbattuti in questo libro. Rispetto all’insieme dei miei lavori, dunque, è un collage, un po’ come le donne di Boldini, che ho chiamato “sirene stilematiche”, nella prima parte eroticamente seduttive, nella seconda parte impressioniste à la Manet o Monet.

L’intento della raccolta era di provare che si potevano applicare metodi rigorosi e accademici a un soggetto ritenuto indegno di considerazione, tanto che quando il libro esce Pietro Citati scrive che se si continua di questo passo l’università finirà col dare tesi su Topolino. E infatti all’università si danno tesi su Topolino, anzi se ne davano già. Nella prefazione alla seconda edizione del volume ho poi precisato che la dignità di una ricerca non è data dalla dignità dell’oggetto, ma del metodo.

Una ricerca biologica può essere dignitosa sia fatta sui topi che sugli esseri umani: l’importante è che sia fatta bene. Come Opera aperta doveva intitolarsi Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee (anche questa felice sostituzione la devo a Valentino Bompiani), Apocalittici e integrati doveva avere un altro titolo. Non ricordo che lo avessi intitolato proprio Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa (come recitava il concorso), ma gli avevo dato comunque un titolo molto accademico. Quando lo proposi a Valentino Bompiani, egli mi disse: “Lei è matto!”. Io gli risposi: “Come devo intitolarlo allora?”. Lui sfogliò e vide l’ultimo saggetto di tre pagine intitolato “Apocalittici e integrati” e disse: “Ecco il titolo”. “Non posso giustificarlo”, dissi io. E lui: “Scriva una prefazione che lo giustifichi”, da cui la lunghissima prefazione, che ha spostato tutta l’attenzione sulla “querelle des anciens et des modernes”, e non sui temi che mi interessavano.

È vero quindi che l’idea del titolo me l’ha data Bompiani, ma poi la teoria degli apocalittici e integrati ho sudato io per poterla costruire. Ho odiato questo libro anche perché ha avuto un immenso successo ed è stato studiato in tutte le università dell’America Latina. Era un’epoca, quella, in cui da quelle parti si parlava di “grande comunicador”, dove non si capiva se il “grande comunicador” era uno che comunicava bene o uno che studiava la comunicazione, cosa che ancora non è stata chiarita fino a oggi quando anche da noi sono definiti grandi comunicatori Matteo Renzi e papa Francesco, mentre nessuno ha mai definito grande comunicatore Cicerone, sebbene il concetto sia sempre quello: il grande comunicador è semplicemente un grande oratore, e quindi le tecniche per la buona comunicazione sono vecchie come il cucco. Comunque in Sud America si è continuato a studiare Apocalittici e integrati, mentre nel resto del mondo no.

Non solo ho odiato questo libro, ma non l’ho mai sentito come un libro di semiotica. E infatti, ora che sto mettendo insieme tutti i miei testi semiotici, li faccio iniziare dalla seconda edizione di Opera aperta, che avevo scritto dopo l’incontro con Barthes, i formalisti russi ecc., e che quindi è piena di richiami a problemi linguistici. Jauss, della prima edizione, aveva detto: “È il primo esempio di teoria della ricezione”, e se lo diceva lui…

In questa raccolta ci sarà una sezione iniziale di “Scritti presemiotici”, e allora lì inserirò alcuni dei saggi di Apocalittici e integrati. Lo vedo come un libro presemiotico almeno per le parti di Superman, i Peanuts, l’uso pratico del personaggio, il Kitsch – mentre giustamente non sono semioticamente interessanti quelle lunghissime parti sulla televisione, perché sono le parti più sorpassate, dove parlavo della tv di allora, a un solo canale, in cui il venerdì sera si dava Pirandello, i grandi romanzi sceneggiati, tipo Promessi sposi o Balzac. Di qui la dialettica indulgenza che esprimevo verso questi mezzi, che potevano lasciare adito a una produzione legata a sfere colte. Poi la storia della tv non è andata in quella direzione, ed è invece arrivata la neotelevisione.

In Apocalittici studiavo Superman e trovavo in personaggi come lui (tipo Batman o l’Uomo Ragno, che sono venuti dopo) il ricordo del superuomo dei romanzi d’appendice ottocenteschi studiati da Gramsci (e infatti poi ho intitolato Il superuomo di massa una successiva raccolta di scritti sugli stessi temi). L’idea di un superuomo come Montecristo offriva l’immagine di una possibile vendetta per riscattare la mediocrità dello stesso lettore. I problemi di Superman si legano certamente a quelli del saggio sulla fenomenologia di Mike Bongiorno e allo studio successivo dei Misteri di Parigi o di altre forme del romanzo di appendice, che sono in definitiva la produzione di un sogno. Un altro motivo di interesse di Superman è che c’è sempre in tutti i Superman la coppia morte e resurrezione. Il modello cristologico in forma estremamente umiliata esiste in tutta questa produzione di supereroi.

I Penauts sono stati riscoperti in ritardo. Il mio saggio lo ha pubblicato trent’anni dopo la “New York Review of Books”. Poco prima che morisse ho incontrato Charles Schulz. Lui aveva letto il mio saggio, e per tutta risposta, quando ci siamo visti, la prima cosa che mi ha chiesto è stata: “Cosa ne pensa di Gesù Cristo?”. Mi avevano detto che apparteneva a una denomination, ma io non ho saputo dirgli esattamente cosa pensavo e ho cercato di svicolare. Ho avuto conferma, però, che Schulz era un autore di testi filosofici e, a differenza di altri autori di fumetti, era convinto di sfiorare profonde verità religiose.

Apocalittico sarà lei

Intervista a Umberto Eco di Daniela Panosetti *

Una semplice etichetta, persino un po’ furba, nata dall’esigenza di trovare una sintesi fulminante a una manciata di saggi su argomenti assai diversi – dai Penauts alla musica di consumo, dal Kitsch al linguaggio televisivo – ma tutti in qualche modo dedicati a dare un’inedita dignità di studio all’ormai affermata cultura di massa. La genesi della felicissima (e cordialmente odiata) formula Apocalittici e integrati è ben nota: è stato lo stesso Eco a raccontarla, in diverse occasioni, con il giusto taglio aneddotico, come frutto di un puro caso. E dell’intuito infallibile di Valentino Bompiani.

Una trovata fortuita, insomma. Ma questo non ha impedito al modello che ne è scaturito di conquistare una sua obiettiva incidenza, e alla formula, soprattutto, di diventare proverbiale, ricomparendo puntuale a ogni nuova, più o meno presunta, rivoluzione mediale. Così è stato anche per il web, e così anche per la sua ultima incarnazione “social”, che ha sollevato le solite schiere di catastrofisti ed entusiasti. Mantenendosi avvedutamente a distanza da entrambi, in questo andare di corsi e ricorsi, Umberto Eco continua a osservare la cultura dal punto di vista interno di chi sa, per semiotica deformazione, che tutto ha un significato e che basta provare a bloccarlo per vederselo scappare e slittare verso nuovi lidi.

Così, ad esempio, se cinquant’anni fa fare la teoria della comunicazione di massa era “come fare la teoria di giovedì prossimo”, oggi fare una teoria della comunicazione digitale è come fare la teoria delle prossime due ore. Consapevole di questa impasse, ma non per questo refrattario ad affrontarla, Eco non si sottrae alla discussione e riflette sui molti snodi del rapporto odierno tra comunicazione e cultura: dalla crisi della memoria al successo del libro elettronico. E, nel farlo, conserva intatta la consueta ironia, ma anche la voglia – tipica di una certa funzione intellettuale in via di estinzione – di provare, comunque, a suggerire un’interpretazione, una visione più comprensiva.

In poche parole, a resistere alla “dittatura del presente” per fare un passo oltre a indicare non tanto la via futura – presunzione che volentieri lasciamo ai profeti – ma il percorso già fatto, ché è da lì – ci ricorda – che si genera la vera cultura.

Apocalittici e integrati compie cinquant’anni. Nel frattempo c’è stata la rivoluzione del web che, neanche a dirlo, ha prodotto l’ennesima declinazione di questa dicotomia. La seconda fase dell’era digitale tuttavia, con la sua intrinseca socialità, sembra favorire atteggiamenti più “integrati”. C’è tutto un pantheon di metafore e parole chiave – apertura, collaborazione, condivisione – che sono connotativamente percepite come “buone in sé”, costitutivamente salvifiche. Penso in particolare alla metafora della condivisione, che è quella più potente e che ormai è arrivata a toccare anche l’economia. Un fenomeno interessante, ma anche pericoloso, perché rischia di depotenziare la già debole capacità critica dell’attuale consumo mediale. Cosa ne pensa Umberto Eco?

La funzione di ogni cultura è quella di produrre una crescita collettiva. Tale crescita però, pur nella piena libertà di espressione (altrimenti si parla di dittatura, non di vera cultura), si articola sempre come una critica continua della presa di parola altrui. È il modello ideale del dialogo socratico: uno si alza e dice la sua, poi l’altro – che sia il maestro o l’amico o chiunque altro – si alza e a sua volta manifesta il suo dissenso, e così via. Questo, beninteso, vale per la società come per gli individui: anche la cultura personale ha bisogno di critica. Ai giovani scrittori, ad esempio, sconsiglio sempre di sperare in una prima pubblicazione arrivata dal nulla: bisogna prima mettersi alla prova, farsi conoscere, intervenire nel dibattito locale, ascoltare le opinioni, cambiare pian piano il proprio modo di vedere, pensare e scrivere, finché un bel giorno sarà l’editore stesso a chiederti di pubblicare un libro. La cultura, insomma, è un’alternanza continua tra la libera presa di parola e la critica di questa presa di parola. Quello che sta accadendo col web, invece, è che si sta idolatrando l’ideale dell’assoluta presa di parola, senza alcun controllo da parte degli altri. Volendo essere cattivo – o apocalittico – potrei dire che è il trionfo della “parola al cretino”. Ma questa non è cultura. O meglio: il cretino può anche parlare e persino insegnare all’università, purché permanga la possibilità per gli altri di controbattere, contestare, porre modelli alternativi.

Con queste forme di pseudopartecipazione, invece, chiunque esprime quello che gli salta per la testa, talora anche indulgendo in toni e contenuti offensivi. Rischia di venire a cadere, così, il presupposto fondamentale della democrazia, ovvero l’assunzione che non tutto quello che si dice va bene. Chi teorizza il contrario, propugnando la pura presa di parola come unica forma di espressione, ha di fatto rinunciato alla democrazia e dunque alla cultura democratica – come critica delle opinioni.

Uno dei più forti argomenti degli apocalittici del web riguarda i nativi digitali, in particolare la presunta mutazione antropologica che comporterebbe il fatto di nascere in questo contesto mediale. Personalmente, quello che mi colpisce non è tanto la precoce capacità dei bambini di apprendere la grammatica (anche gestuale) dei media digitali, quanto le conseguenze cognitive di questa enorme e immediata disponibilità di contenuti, in particolare gli effetti sulla memoria individuale: un tema che lei stesso ha affrontato recentemente, con una “lettera aperta” a suo nipote.

Il problema è che assistiamo a un’enorme crisi della memoria collettiva. Basti pensare ai quattro giovanotti che qualche tempo fa, durante un quiz televisivo, interrogati su un episodio della vita di Mussolini, non sapevano in alcun modo in quale epoca collocarlo. Nessuno ricordava più che era morto nel 1945! Ora, non è che le generazioni precedenti sapessero la data esatta della morte di Napoleone, ma certo sapevano grossomodo collocarla rispetto alla spedizione di Garibaldi o all’inizio della seconda guerra mondiale.

La memoria collettiva, però, entra in crisi perché entra in crisi anche il gusto della memoria individuale. Chi non sa quando è morto Mussolini probabilmente non è interessato a ricordare neppure quello che ha fatto l’estate scorsa. Né, a maggior ragione, gli importa sapere quello che è accaduto ai suoi genitori o ai nonni. Quando ero bambino ho saputo molte cose interessantissime sulla prima guerra mondiale solo ascoltando i racconti di mia madre: la mia memoria personale si è confrontata con brandelli di memoria altrui e mi ha permesso di ricostruire un piano di ricordo condiviso, di cui fanno parte tanto le canzoni che cantava mia madre quanto la data dell’attentato di Sarajevo. Il ragazzo che vive davanti allo schermo del computer e non ascolta più la madre cantare soffre al tempo stesso di una perdita di memoria individuale e collettiva. Di qui la provocazione nella lettera a mio nipote: manda a memoria la Vispa Teresa, non perché sia importante conoscerne il contenuto, ma perché ti serve ad allenare la memoria. E a non dimenticarne l’importanza.

Quanto ha a che fare questo con l’esasperata simultaneità in cui siamo immersi?

Probabilmente molto: rischia di nascere una generazione interessata a conoscere solo il presente. Qualche tempo fa un amico mi ha detto, un po’ provocatoriamente, che rileggendo il mio romanzo Il pendolo di Foucault si era ritrovato stupefatto di fronte alla descrizione di un telefono a gettoni.

Aveva dimenticato che un tempo, per telefonare fuori casa, esistevano le cabine! Ecco, questo è un buon esempio di appiattimento culturale sul presente. Non è che il mio amico avesse dimenticato in senso assoluto, ma aveva come disattivato quel particolare ricordo perché incompatibile con un presente al quale tendiamo a aderire in modo eccessivo. E se per alcuni questo porta all’oblio del passato, per altri – per i più giovani – porta all’assenza di interesse per ciò che è stato. Non so quanti giovani oggi saprebbero dire quando sono arrivati i cellulari, ma sono pronto a scommettere che molti si troverebbero in grande difficoltà anche solo a figurarsi un’epoca in cui simili aggeggi non esistevano.

È indubbio però che, per coloro che conservano curiosità e propensione a coltivare la memoria, la rete rappresenta un giacimento di materiale enorme. Penso ad esempio all’ossessione nostalgica per il vintage, alla ricerca di un passato in forma “ri-mediata”, ovvero rielaborata e catalizzata a partire dalla fruizione dei prodotti mediali delle varie epoche: una sorta di memoria di seconda mano, fatta di esperienze, di fatto, mai vissute. Un po’ come quando, a furia di sentirne parlare, si arriva a conoscere il contenuto di un libro che in realtà non si è mai letto.

Certamente si può usare Internet per coltivare la memoria collettiva in questo senso, laddove ve ne sia interesse. Il punto è – di nuovo – mantenere la capacità critica, che è innanzitutto capacità di discernimento, separazione. Pensiamoci: in ogni cultura c’è sempre stata un’élite, che aveva accesso ai magazzini della memoria e dunque al sapere, e una massa più o meno ampia, che ne era esclusa. Oggi accade che abbiamo di nuovo un’élite, che usa criticamente gli strumenti informatici e coltiva consapevolmente la memoria e il sapere, e una massa che non lo fa, non perché gli è stato precluso l’accesso al sapere, ma perché gliene è stato dato troppo, e non organizzato. Sarà quindi ancora massa soggetta, ma per eccesso di democrazia.

A proposito di democrazia e cultura: molte nuove teorie economiche invitano a considerare valori immateriali quali la felicità e il benessere morale come parametri di ricchezza a tutti gli effetti. Non crede che questo possa aggiungere nuovo valore al prodotto culturale o perlomeno fornire un argomento in più nel dibattito sulla valorizzazione economica della cultura, ancora bloccato tra i veti incrociati di chi ritiene che “con la cultura non si mangia” e chi invece vuole che rimanga attività celibe, fine a se stessa?

Certamente incorporare nel Pil i consumi culturali, ma anche il livello di educazione dei cittadini, è un modo per reagire a quell’assenza di senso critico individuale su cui si fonda, in ultima analisi, la crisi generale della società. Parlare di felicità, però, è fuorviante perché rinforza uno dei presupposti dell’attuale declino, ovvero l’idea che tutto – dalla pubblicità allo spettacolo fino alla politica – debba proporsi, appunto, come una vendita o un dono di felicità. La grande tragedia del mondo moderno è iniziata con la Dichiarazione di indipendenza americana, che è la prima ad aver incluso tra i diritti fondamentali dell’individuo quello della “ricerca della felicità”. Grossa ingenuità di sapore massonico. La felicità è uno dei concetti più vaghi che ci siano – per uno è avere molto denaro, per l’altro trovare l’amore, e così via – e l’idea che il potere debba garantire qualcosa di così vago è tremendamente fuorviante, perché basta moltiplicare l’offerta, allargarla a tutto ciò che può fornire soddisfazione a qualcuno: ecco la crema che ti renderà più bello, l’auto che ti renderà più invidiato, il lavoro che ti renderà più ricco…

I costituenti americani avrebbero dovuto scrivere, invece, che il dovere di un governo è di ridurre al minimo l’infelicità. Perché l’infelicità è innegabile ed è la stessa per tutti: è il dolore nelle viscere, il tradimento di un amico, la morte di una persona cara. È la follia di Medea che ammazza i figli per vendicarsi dell’abbandono dell’amato. Un governo che si proponga di evitare tutto questo saprebbe perfettamente cosa fare: assicurare l’assistenza medica, impedire che il bambino problematico si senta tagliato fuori, diminuire gli incidenti automobilistici e così via.

Ecco: si sa benissimo come ridurre l’infelicità, ma non si sa affatto come produrre felicità. Basare tutto sull’offerta di felicità, quindi, è un estremo inganno, perché ci blocca nell’eterno presente, nella soddisfazione del momento, nel tepore egoistico della coperta di Linus, qualcosa che può dare felicità a me e solo a me, oggi e probabilmente solo per oggi. Così anche per la comunicazione: meglio mostrare l’infelicità che promettere felicità. Chi fosse capace oggi di farmi toccare per mano una serie di infelicità che esistono farebbe un lavoro culturale. Chi invece mi promette per pochi euro una felicità estemporanea non fa che continuare ad appiattirmi sul presente come un rospo schiacciato sull’autostrada.

L’eterna promessa di felicità è anche il preludio di un’eterna gara per ottenerla. Forse non è un caso se tra talent show e self-publishing sembra ormai che non ci sia talento artistico o culturale che non debba essere sottoposto a competizione. Cosa pensa di questa montante declinazione agonistica della cultura?

Che ci sono gradi. Si va dalla parata dei vanagloriosi, di chi è interessato solo a poter essere riconosciuto nel bar sotto casa, a chi invece è mosso da un genuino desiderio di espressione personale, e dunque risparmia, fa magari sacrifici e pubblica da sé il proprio libro. Certo, leggere due pagine dattiloscritte davanti a tre giudici, che le valutano uno meravigliose, l’altro indecenti, non significa sottoporsi a giudizio, né tanto meno invitare l’altro a esercitarlo, ma solo spacciare un agonismo di apparenza per una inesistenza critica, e alimentare quella perpetua presa di parola che – lo ripeto – finisce con l’esautorare ogni reale consistenza culturale.

Eppure una domanda di cultura esiste, altrimenti il marketing non si disturberebbe a creare determinati format. I festival culturali, ad esempio, paiono riuscire a coprire almeno una parte di questo bisogno.

Assolutamente sì. In questa situazione tremenda il successo dei festival, dove la gente paga per andare a sentire conferenze su Platone, è l’indizio che esiste una parte di pubblico, fosse anche una minima percentuale, che percepisce un profondo disagio e reagisce, cercando spazi per soddisfare il proprio bisogno di cultura e di confronto. La televisione non sa più farlo, ma neppure l’editoria, che confonde sul bancone il libro di cucina, quello di barzellette e l’Iliade, così si cercano dei supplenti.

Per chiudere: tempo fa sosteneva che l’eBook poteva andar bene per i libri da consultare, ma non per il libri da leggere per piacere. Non è che ha cambiato idea?

Non ho cambiato idea, ma ritengo che, se mi tagliano una gamba, è giusto che usi una protesi. Perciò, se devo partire per un lungo viaggio e non posso infilare in valigia dieci libri, ben venga la possibilità di caricarli tutti, e anche di più, sul mio iPad. Non appena torno a casa, però, riprendo subito in mano il libro di carta. Perché sul libro posso fare le orecchiette, posso sottolineare, posso sfogliarlo anni dopo e ritrovare le tracce di una precedente lettura. Posso uscire dall’eterno presente. E non è poco.

* Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta in “ICS Magazine”, n. 10, edito da Pomilio Blumm.