Il callista di Dio

Istvan Bàrtczac

Ora vorrei solo uccidermi il colon con una vagina oblunga suturata sul collo. Per questo ho una nomea difficile. Li comprendo, comprendo tutti, le loro ragioni. In ogni caso farò a modo mio. Dopo quello che è successo, il corpo in cui vivo puzza di sacro.

Berra, Berra! Sado Berra, dico: qualcuno ne ha saputo niente?!
Niente di niente, signor capo contabile, nessuno l’ha visto più.
Non si presenta in ufficio da dodici giorni! Avranno pur chiamato al suo numero!
Non risponde mai, il telefono fa tuu tuu… sembra vuota, quella casa, signore…
Ma è mai possibile! Ho qui la lettera di licenziamento. La prassi è consegnarle a mano!
Perché non gliela spedisce, signore?
Perché è la prassi! Andrò a fargli visita oggi stesso, mi sentirà, quella capra senza rispetto!
Ma potrebbe essere pericoloso, signore…
Sado Berra pericoloso?! Un impiegato a paga minima che sa dire solo sissignore nossignore e buongiorno? Credi che sia uno stupido?
Nossignore.
Eppure mi hai detto che è pericolosa andarci da Berra.
Sissignore.
È un tuo collega, lo conosci bene…
Uno come gli altri… solo che…
Che?
Aveva una strana cera l’ultima volta.
Che tipo di cera?
Quella di uno che è ha a che dire col mondo, signore.
E con questo?
I suoi occhi erano strani, non so come dire…
Cosa vuoi che m’importi di un paio di occhi! Stai cercando di perdere tempo… anche tu poca voglia di lavorare, eh?
Nossignore, non volevo dire questo.
E allora smettila di parlare. Torna alle tue carte, io andrò da lui con la lettera. Voglio vedere se non aprirà la porta! Voglio proprio vedere!

È così che nascono la guerre e i capi e gli scannamenti senza rimedio, con lettere portate a mano. Era lì, davanti alla porta, col suo pezzo inutile di carta e potere, pieno di grassi e fegato marcio come un uovo, il capo contabile dei miei coglioni; lì, col dito piantato nel campanello arrugginito, fermo come un palo depresso, e schiacciava, schiacciava, e lo sapeva bene che io ero lì nella casa, lo sapeva bene il cazzone, ma non riusciva a immaginare come, in che stato; mi avesse trovato lui per primo, lo avesse visto a quel punto il mio corpo riverso e svuotato di ogni ben di dio, nel lago di frattaglie strappate in cui stavo, lui e non i militari e la protezione civile e tutto quel viavai di gente trafelata, ci fosse stato lui sì che sarebbe stata bella da vedere. Altro che coraggio e autorità e tutte queste palle: solo di affogare nel suo vomito verde e svenire per la paura e scappare via urlando come una lepre con la parola sottopelle, no: in gola.

Che gli uomini siano destinati a non farsi capire e a non lasciarsi prendere prima o poi, è questo il vero scandalo. E che si addobbino di piaceri inutili, anche questo, bisogna dirlo. Lasciato lì sul terriccio molle della serra in giardino a marcire un secondo dopo l’altro, pieno di speranze verso il mondo e il mio futuro nell’universo tutto, mi maceravo di carezze morbide e piccoli grugniti aspettando le prime voci. Quando le ho sentite finalmente c’era un freddo piacevole che mi massaggiava i glutei e il primo pezzo di fegato che mi ero tirato via stava lì a grondare godimento rosso da tutti i pori. Il tempo si è dilatato come un elastico d’aria, non so più nemmeno se sono passati diversi giorni dal primo graffio al mio retto o solo cinque minuti. In ogni caso non mi interessa per niente. Ho sentito uno che diceva L’ambulanza arriva fra poco, respira ancora, forse si può far qualcosa, e un altro – forse era sempre lo stesso che continuava da solo, non so – diceva Sembra impossibile che sia ancora vivo… cosa può essere stato a ridurlo così… dio che schifo… io non lo so non lo so davvero se ce la faccio a guardare ancora…

E poi le luci e i rumori e le altre bocche che parlavano sopra il mio culo sfatto e qualcuno toccava le piante della serra e faceva commenti sul mio allevamento di vermi e altre cose così, più che altro domande e rutti di paura, ma nessuno che abbia toccato il mio corpo. O anche solo qualche suo pezzo. L’avrei sentito. Il fatto che tutti gli organi che spingevano dentro di me adesso siano fuori per terra chi da una parte chi dall’altra, non vuol dire che abbia perso sensibilità.

Non vorrei fare confusione. Ci sono troppe cose da dire e non ho in tasca che una frazione del tempo che mi servirebbe. Premettere che il momento della mia morte sia arrivato mi sembra irrisorio e scandalosamente inutile. Per questo lo dico. Come tutte le faccende irrisorie questa è degna di essere menzionata. Sto morendo come una mela marcia di cui è rimasta solo la buccia. Non so se rendo l’idea. C’è solo più il cuore qui dentro che batte. Il cuore e pochissime altre cose. Gli occhi dovrebbero essere a pochi passi da qui: li ho gettati via per primi. E stato l’unico momento di dolore inaccettabile. Il naso e i lobi saranno poco più in la, a due o tre spanne dalla lingua e dal labbro superiore. Al culo ci sono arrivato dopo qualche ora. Anche se avevo fretta di sapere e di provarci finalmente. Ma ho avuto pazienza e questo mi ha premiato. Sto correndo, lo so. Meglio iniziare da chi ero.

Mi chiamo Sado Berra, sono nato nell’anno di dio millenovecentove e ho aggiornato registri contabili per sedici anni e tre quarti. Coltivare azalee e rimpinzare vermi ha costituito fino a poco tempo fa una fetta facile e considerevole della mia esistenza. Avevo due occhi marroni e quattro arti abbastanza asciutti. Avevo un lavoro, una casa e una piccola pensione garantita. L’anno in cui sto morendo è il 1934 ed è una bella sera di aprile che profuma di salvia.

 A cura di sparajurij

“Ora vorrei solo uccidermi il colon con una vagina oblunga suturata sul collo. Per questo ho una nomea difficile. Li comprendo, comprendo tutti, le loro ragioni. In ogni caso farò a modo mio. Dopo quello che è successo, il corpo in cui vivo puzza di sacro”.

Incipit caustico e graffiato del più conosciuto – ovvero del meno sconosciuto – dei tredici romanzi postumi scritti da Istvan Bàrtczac, autore tanto grande e poeticamente invasivo quanto dimenticato nell’oblio delle letterature morte: di Bàrtczac non si sa quasi nulla e le scarsissime notizie sulla sua biografia si riducono a brevi note sulle quarte di prime edizioni povere e già preziosissime. Il romanzo di cui abbiamo riportato l’inizio si intitola Il callista di dio: indagini di un erotomane falso, proposto in Italia dalla coraggiosa Pertini Editrice. Scritto nel 1934 nell’ospedale psichiatrico di Nicosia (Cipro), venne pubblicato per la prima volta nel 1962, cinque anni dopo la morte dell’autore, assieme a Il fallo eburneo di Filottete (1928) e Sodomie di una lingua incipriata (1930). Carnalità e potenza distruttiva dei sensi, eroismo del sanguoso, bestemmia in prosa; come una vescica ipertrofica perforata all’improvviso, la lingua de Il callista di dio esplode in un profluvio di erotismo animale e raffinato, senza rispettare regole narrative e impianti strutturali si snoda in turpiloqui mistici, urli, geometrie perfette. Paragonato da Dardmaz all’ultimo Artaud e osannato da Sölderness come il più grande dei “romanzi clinici” del Novecento, Il callista è la storia allucinata di un viaggio corporale. Sado Berra, impiegato in un’agenzia di trasporti con la mansione di copialettere, è un uomo normale e giudizioso che nel tempo libero coltiva orchidee e alleva vermi. In seguito a un’aggressione sessuale subita nella serra degli amati fiori (“Il paradiso terrestre in cui si consuma un peccato originale claustofobico”, come annota con fin troppo facile spirito intuitivo Dardmaz), l’uomo qualunque di Bàrtczac inizia consapevolmente a sprofondare nella follia del Senso, della lacerazione corporale, nel deliquio. Sarà da qui che prenderà via la ricerca dell’“uomo qualunque”, del burattino kafkiano sì, ma ribelle, inutile anche, ma satanicamente divino. Solo ma assoluto; da qui, da una sodomia forzata e aberrante (la lunghissima – più di ottanta pagine – scena dello stupro-possessione non ha niente da invidiare alle sequenze più macabre di uno splutter-pulp alla Kamurosv), da qui, dicevamo, inizia un percorso a tappe che nasce nel senso di colpa/vergogna per approdare lentamente in una presa di coscienza del dolore-piacere, dell’amor-mortis, della conoscenza carnale. Sado Berra inizia a meditare un suicidio-rusurrezione, una ricerca del Sè nell’Es, medita insomma di uccidersi nel più carnale e masochistico dei modi. Si strapperà gli organi col braccio partendo dal colon, si devitalizzerà dall’interno dopo mesi di esercizio e studi di anatomia. Il suo corpo verrà trovato esanime e sorridente immerso in quel che resta delle sue interiora putrefatte. Un finale che parla da sé e che tuttavia non si risolve nella fine, cioè nelle ultime scene di male atroce e perfetto, ma in tutto il correre della narrazione, perché è di un libro definitivo in tutto e per tutto che stiamo parlando, un libro che si trascina dietro-dentro la degenerazione della carne già dalle prime pagine, dato che la vita del Berra-uomo comune è affidata a un flashback, a un passato irriconoscibile e nullo.

“Puttane, sifilitici, traditori innamorati del mondo universo! Questo è per voi, a voi il mio fegato il mio colon le pareti delle narici! Siate stanchi di meriggiare e cogliere sassi! Siate sazi e irragionevoli! A voi! Leccatemi il sangue infami!” Sono le ultime righe del Callista. Urlate come urlato è tutto il libro. Un libro esplosivo e lacerante come pochi in cui a scoppiare non è il dolore o il volto di un universo solo e distrutto, ma l’amore per il Creato, la carne, il sangue vivo, la ricerca estrema di dio fra i muscoli sfinterici del mondo.

Nota di Ade Zeno

Cosmagonie

sparajurij

Le brevi prose che seguono sono parte di una raccolta più ampia di Cosmagonie. Una Cosmagonia è la percezione scritta dei problemi di Einstein con la meccanica quantistica; del principio di indeterminazione e della relatività. Per ciò, in ciò, la teoria delle siringhe, la fisica teorica secondo tossici buddisti pirati in dadantesco inferno è la soluzione finale.
Una Cosmagonia rivela il cosmo. Le particelle elementari di cui è fatto l’universo non sono composti puntiformi esclamativi, bensì minuscole siringhe armoniche che possono vibrare. Tale vibrazione dance è la gioia di neutrini, quark e gravitoni coi gavettoni. Possono nascere galassie dall’avambraccio dell’Orsa Maggiore, si possono anestetizzare e rivedere gli anelli di Saturno, trovare la scusa per vendere il cielo a Plutone. Con una leggera pressione sulla pompetta anche certe costellazioni come Orione arrossiscono e passano subito al metadone.
In occasione di eventi performativi e incursioni situazioniste alcuni di questi testi sono stati diffusi da sparajurij all’interno di “siringhe” poetiche (per sensibilizzare sugli usi e sugli abusi) o stampati sul retro di Santini provvisti di approvazione ecclesiastica, oltreché raccolti nel novembre 2003 con il titolo Cosm/Agonie nella rivista “Vertigine” diretta da Rossano Astemo.

Cosmagonia degli agorafobici nati

Fuori da dove io vivo ci sono le autostrade, le periferie e il sole che piegato sopra tutto l’anno scolla piano l’asfalto, lo dissalda, lo dilata, provocando la deriva di una città dall’altra, poi si allontana.
Non lo sa nessuno, perché lui ammassa zitto spazio in mezzo prendendo l’aria, a forza, dai miei polmoni.

Cosmagonia dei belli addormentati

dopo tutti quei pigri novantanove anni svegliarsi chiamando urlando la vecchina il fuso che mi punga di nuovo perché ecco così bello sarebbe tornare a sonnecchiare, vestita di origami di carta da zucchero, immersa nel colore della gelatina al lampone con canticchiare d'archi su base di sussurri. nessun castello sarà mai meglio di questo campo di mulini a vapore con pale che affettano nuvole filate da cui piovono fiocchi di riso. qui ho la miglior corte che si possa volere tanti animali di cartone animato che capriolano sulla mia pancia e un branco di coccinelle che mi intrecciano i capelli. che nessuno più mi svegli da questo dormire all'ombra di una coperta di tela di ragno, le gambe sdraiate su un tronco cavo mentre la schiena nuota in piscina.

Cosmagonia dei videoammetallati

il tubo zigrinato sullo schermo mi entra nella carne e me lo spinge a forza nella ferita e i vermi già divorano il metallo di traverso squarcia e deflagra per una nuova via di movimento dentro l’arteria con questa spranga come cazzo e trivella e perfora nella polpa mutante scarnificata neve elettronica si riavvolge e brucia accelerando il pensiero dell’occhio fiore ferroso che la carne fiorisce impazzita ammettalato a se stessa afferrato nella poltrona girevole lo guardo di nuovo, la carne e il metallo monocromi strillano lacrime e sangue, col dubbio di ruggine, preme la pelle in rivoluzione, sterile igienico amianto-addome che finora era sangue e carne del proprio sangue e crepita e squarcia a fili di fibre lo scheletro dentro ora scheletro fuori e ancora si liberano urla da pelle che è ormai ferro battente non mortale occhio vivente fuori dall’occhio gorgo che avvita la morte è la vite che scorre non salda ma ancora si fonde col ferro che cola la pelle che frigge in fuochi di padelle…

Cosmagonia dei notturni visitati

tra ululati di cani raggela la sera e lampioni che oscillano perché
presi a calci per gioco mentre si viene inseguiti da vicini ubriachi.
Poi infilarsi di corsa spericolando ogni buio come fosse l'ultimo. Da
grandi non si contattano più gli stessi spettri che attraversavano la
piazza facendo casino con i motorini durante questioni private.
Neanche la domenica pomeriggio quando invece dei pic-nic fuori porta
si sorride perché il cane capisce in quale angolo di firmamento si
scaricherà l'ultimo sole e l'attende semivuoto, come un madrigale che
si pera e allaga di sangue il centro di Milano portando con sé le
indicazioni per la metro, le camionette della polizia, due rumeni di
notte abbracciati sul marmo, come un Canova contemporaneo alla
stazione centrale.

Poesie

Fabrizio Bajec

Ode alla mia lavatrice

È arrivata oggi.
L’ho scelta fra tante perché economica,
più bianca e rotonda delle altre tutte in riga;
volevo quasi abbracciarla la prima volta.
Ricorda un mondo passato,
fresca d’oltreoceano,
una città che si ripopola.
Ho letto il libro della sua vita in cucina,
le cose che può contenere e cambiare,
i sieri che le avrei versato dentro.
Poi ho chiamato Valentina e insieme
l’abbiamo osservata girare, seduti a terra,
come si guarda una cagna partorire.
Ci avevo posato sopra il mio telefono,
che ogni secondo faceva un centimetro avanti,
fino a trovare il vuoto.
Ci guardavamo, promettendo di farle ingoiare
l’intera casa con le tende.
Intorno il suo odore ci abituava
alla nuova presenza.
«Non voglio chiudere la porta »,
dicevo all’amica già in piedi,
«voglio sentirla ».

Treno d’estate

Tua figlia quattordicenne si è adesso
appisolata, occupando due posti a piedi nudi,
mani sul sesso, lucida-labbra,
perizoma stretto all’anca.
Scrivo questa poesia che non immagini,
(né tua moglie qui a destra)
come sterminare una famiglia per metterla in versi,
dove non sta, premendo su tutte le membra.
Sarete con me per sempre.
Tu, papà spagnolo, dille di non essere
tanto bella quando è aperta, dì a tua moglie
di non crescerla nell’invidia degli abbracci.
Ha la camicetta bianca e scoppiato in petto
un uccellino rosso, foglie d’acero che se lei
si svegliasse, spoglierebbero il bosco
annunciando l’inverno.

Mattino

Se il fegato duole, è il mondo che si spacca,
ma il fegato non fa male
e il mondo è perfetto.
Se il cuore sbatte nella sua gabbia, gli suggeriamo
delle assurdità, ma il cuore non scoppia,
e le voci soffocano presto.
Se i polmoni si restringono, è la vita
che fa un giro troppo rapido per la vista.
Ma i polmoni ingrassano
all
afflusso del sangue mondiale,
le munizioni si esauriscono,
segue una tregua di qualche ora.
Allora perché la ferita s
allarga?
Un morso di squalo sul fianco
ci mostra che un organo mal sopporta
il mondo perfetto di oggi.

Fabrizio Bajec, nato a Tunisi nel 1975, vive a Parigi, dove insegna francese come lingua straniera. Ha pubblicato Corpo nemico (in “Ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea”, Marcos y Marcos, 2004), Gli ultimi (Transeuropa , 2008), e Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011) di cui è uscita anche una versione francese e rielaborata col titolo Entrer dans le vide (Le Fram, 2012). È anche autore di teatro e traduttore dal francese e dall’inglese. I testi qui proposti sono apparsi per la prima volta nella silloge dal titolo Entrare nel vuoto edita in “Atti Impuri”, vol. 2.

Il siluro coi baffi

Nina Sadur

Tra qualche giorno i bambini saranno cresciuti,
inizieranno a picchiarmi, ad angosciarmi.”
A. Denisenko

«Сhe diamine!» si offese bonariamente lei.
Uno-due!
Batteva con fermezza il manico del coltello. Gli usciva un suono d’ossa dalla testa.
«Perché non dormi?» lo rimproverava, abbassava verso di lui la fronte sporgente, spargeva aria fresca come i dottori. Con un camice bianco indosso non somigliava ad una venditrice. Piuttosto a un’infermiera.
Lei, giovane, si era involontariamente diretta verso di lui, pure giovane, erano state le sue mani a sceglierlo, a sfiorarlo. Per simpatia verso i coetanei, per una segreta unione di gioventù che non sopporta la vecchiaia, neanche il contatto sostiene, celandosi nella frescura del camice frusciante.
Il pesce siluro si dimenava sulla bilancia. Capiva che queste mani dalle dita spinose lo accarezzavano, lo lisciavano, cercavano di calmarlo. Ma dentro sentiva male, nel sangue pallido non nostro, in quel posto dove le creature con i baffi non hanno anima, in particolare quelle acquatiche, lì, sopra lo stomaco, tra le cartilagini, faceva male: intuiva che sarebbe stato spedito da qualche parte solo soletto, il siluro con i baffi se ne sarebbe andato non per volontà sua. Mentre l’amica del momento se la sarebbe svignata, lo avrebbe tradito dopo tutte quelle carezze di conforto, avrebbe gridato forte, come un rapace, e l’avrebbe trafitto. E subito tutti si sarebbero curvati su di lui, allo stesso modo in cui si erano piegati sul lago dall’alto, apparsi come sagome di volti da una luce livida, violenta, mentre lui aveva ricambiato sguardi di creatura abissaledalla melma, da un’oscurità sonnolenta e piacevole. Erano stati alla pari, loro e lui, tutti vivi, e con curiosità si erano studiati a vicenda. Poi era successo qualcosa e ora si dibatteva e sussultava, poiché nella noia mortale aveva capito che loro vivevano a gran velocità, e a quel ritmo lui, grasso e pensoso, sarebbe morto, senza riuscire a star loro dietro. Per questo doveva dibattersi con tutte le forze, allora forse sarebbe potuto sprofondare nella fresca oscurità del suo mondo subacqueo, lontano dalla loro luce rozza.

Il siluro si dimenava con forza. Scivolando dalla bilancia, faceva impazzire l’ago, non voleva essere pesato. La fila era perplessa, è cibo questo?
Il siluro era maschio. La venditrice era una donna. Con le mani a conca, in modo delicato ma risoluto, lo stringeva per i fianchi, venne pervaso da un caldo insolito, piuttosto piacevole, per un attimo si fermò in ascolto e lei piegò verso di lui il viso indistinto, luminoso, bisbigliava affinché non si agitasse e si lasciasse pesare. Lei pensava, Se sarò gentile, si lascerà incantare e sottomettere. Le dita gelide e curate scivolavano, premevano il fianco. “Dai, ecco ora!” Giovane, agile, non così bianco sul ventre come gli altri siluri, sdraiati, pronti a morire, le era simpatico perché lottava, si ribellava, combatteva per sé.
E quando, avendolo sopraffatto, lo avvolse nella carta, si sentì delusa, smise di parlargli, era pronto per essere cucinato.
La fila si era ricomposta, voleva al più presto dimenticare l’animale inquieto.
Ma d’un tratto un giovane camionista dall’ossatura robusta cominciò a innervosirsi. Devo portare un grosso carico oltre gli Urali. Mi toccheranno due notti in bianco nella spietata oscurità della solitudine. “Tieni duro, autista, fatti coraggio, sei fratello del vento e del sole”, il camion si guasta, mi metto ad aspettare l’aiuto del collega: ci incliniamo in due sotto il muso caldo del motore, a cercare il guasto….Ma ora che fiuta la mia disgrazia, ora che si fa vivo per quella strada deserta. Posso anche urlare. Solo la radio mormora, mentre ti accendi un fuocherello. Te la cavi da solo, riparti, corri per catena degli Urali. Ma gli Urali, gente, sono la cosa più tremenda che esiste, lì fuoriescono fluidi speciali dalla terra, dalle faglie per farti dannare, patire e precipitare, sfinito, col muso dritto sulla roccia ruvida degli Urali. Io lì spremo fino ai duecento. Dalle ruote escono scintille. Comunque arrivo, in lacrime.
«Se lo tengo in cabina morirà?»
«Macché, il siluro striscia, quando lo stagno si secca. Resiste quasi dieci ore fuori dall’acqua, si immobilizza nella sua pelle, si chiude in sé. Penserà alla sua acqua.»

«Devo attraversare gli Urali. Ce la farà, lo metterò in cabina. Mi terrà compagnia durante il viaggio, nel buio. Saltano fuori certi pensieri, neanche credi che è la tua testa a farli. Respiri profondo, tutt’intorno c’è una notte alta, è come se non ci fosse mai stata anima viva, solo la radio mormora che c’è; non ci credo, guido con il petto al volante, il vento contrario vuole spazzarci via, vuole affondarci nell’oscurità, ma non ci arrendiamo: io e il volante, trivelliamo veloci il buio denso; affogare… in questa cosa più densa dell’acqua, non possiamo nell’acqua, respiriamo aria; il mio amico, amico caro, Siluro Ivanovič, il mio compagno, cugino e nipote, lo porto in viaggio per fargli vedere Mosca. Si chiude nel suo guscio e dice “Paša, vecchio mio, torniamocene a casa, oltre gli Urali! Mi iscriverò all’istituto tecnico, metterò la testa a posto dopo il militare, tra dieci minuti qui sarò già morto, non si respira! Questa terra nera di Mosca ti fa cacciare solo lacrime”. Inizia a stare proprio male, respira a stento, bisogna fare in tempo. Speriamo che non si guasta per strada…»
È quel che andava dicendo il siberiano, mentre scrutava timidamente i siluri in cerca di quello che, incontrato il suo guardo, avrebbe fatto un cenno furtivo a voler dire Andiamo, portami con te in cabina. Oltre gli Urali.

Un ragazzo gironzolava tra la fila giusto per curiosare. Il bancone del pesce lo attirava per i suoi alimenti vivi, mentre quelli dei restanti banconi non si muovevano. Passava il tempo a osservare, senza comprare nulla, storcendo la bocca rossa con ironia. Avrebbe tenuto ancora d’occhio il giovane camionista, il siberiano rozzo dagli zigomi sporgenti, se non che una giovane donna con la pelliccia nuova stava portando via il siluro (quello avvolto nella carta). Il ragazzo moriva dalla voglia di sapere che ne sarebbe stato del pesce e uscì di corsa dal negozio, non senza ghignare in faccia alla gente in coda.
Si avvicinò da un lato scricchiolando e con un respiro cremisi bruciò la guancia della sconosciuta. Quella non se ne accorse, così lui si fece avanti:
«Ha qualcosa che si muove nella borsa!»
La donna si rallegrò dell’interessamento e gli raccontò tutto, carezzando il viso stretto del ragazzo coi suoi occhi setosi.
«È un pesce; si addormenterà prima che arrivi a casa. Lo cuocerò al forno.»
Il ragazzo, affrettando un poco il passo, disse che si chiamava Arkadij, che il pesce non si sarebbe addormentato e che l’avrebbe aiutata a ucciderlo. La donna, da parte sua, gli rispose che si chiamava Svetlana e che accettava l’aiuto di un aguzzino. Gli chiese se avesse altre cose da fare, lui disse che sì, le aveva, ma le avrebbe rimandate.

Allora lei fu presa dall’agitazione. Fece un lungo respiro, lo pregò di non accompagnarla, e da ultimo pose un secco rifiuto. Il ragazzo invece le strappò la borsa di mano sostenendo che fosse una faccenda personale, che una promessa è una promessa, non si rimangia la parola data. Per timore che il siluro si addormentasse la scosse lungo tutto il percorso. All’interno non si percepiva alcun movimento.
Un’unica volta si fermarono su una panchina a riposare, Arkadij mise intenzionalmente la borsa fra loro. Osservavano lo scompiglio dei rami: l’acqua nera e baluginante dello stagno li rendeva inquieti. All’interno qualcuno si nascondeva, fiutando l’odore acre dell’acqua ferma…
se si scordassero della borsa ora, se si perdessero in chiacchiere, corteggiandosi, ridendo impacciati, scherzando. Se fuggissero per sempre. In un caffè.

La borsa era aperta e il siluro avrebbe potuto divincolarsi dalla carta, mettere fuori il muso rincagnato, agitare i baffi tremanti e lasciarsi cadere da un lato, rovesciandola con tutto il peso del corpo. Avrebbe strisciato, graffiando il ventre bianco sul vetro e sui rifiuti dei viottoli in pendenza, fino a oltrepassare il bordo. Si sarebbe inabissato, giù nel fondo, ferendosi sull’orlo arrugginito della latta che spuntava dalla melma, lui stesso si sarebbe sepolto nel fango. Prima di tutto bisognava riposare bene, muovendo i baffi sotto il flusso di rapide folate, e dimenticare per sempre il terrore mortale dell’aria-luce. Insostenibile.
Non sedettero a lungo. Arrivarono al secondo piano di un palazzo scuro. Nel cortile umido e maleodorante il cuore del ragazzo batteva forte da far male. Poi Svetlana Jurevna aprì la porta ed entrò in cucina, dove la luce era già accesa. La finestra era spalancata e l’odore familiare di acqua nera penetrava all’interno, benché lo stagno fosse alquanto lontano. Quell’odore innervosì il ragazzo, che non osava però dire che chiudessero la finestra.

Dalle viscere dell’appartamento emerse un uomo con la testa oleosa e il viso bianco, quasi mostrasse i sintomi di un’idropisia. Indossava pantaloni larghi sportivi e un maglione pallido con i bottoni. Strizzò gli occhi, come accecato dalla luce.
Il ragazzo si chiuse a riccio, cominciò a parlare di filosofia animatamente, che all’Università di Mosca non si sarebbe iscritto per principio, per non guastare il suo modo di pensare. L’uomo si sentì disorientato, era un semplice capo cantiere. Accarezzava timidamente la schiena della moglie, come si accarezzano i lividi, e rivolgeva sorrisi tremanti al giovane. Lui invece notò che la moglie graziosa dell’annegato era un poco strabica e per questo aveva uno sguardo sfuggente e setoso. Il ragazzo torceva il viso sottile in una beffa indistinta, fissava un punto sopra le loro teste e il suo mento quasi non si muoveva. Mentre il siluro, tolto dalla carta, sballottava sul tavolo. Dalla finestra soffiava fino a lui l’odore dell’acqua.

Poi quando l’eccitazione dell’incontro terminò e tutti gli si avvicinarono, tremò così forte che il piattino cadde e si ruppe.
Non sapevano cosa fare. Vacillavano a una certa distanza dal tavolo. Il siluro durava, non voleva morire. Tentavano di penetrarlo, il coltello scivolava, i muscoli si torcevano convulsi, respingevano la lama. Allora il ragazzo chiese un ferro da maglia per infilzarlo nel centro nervoso (tempo addietro aveva fatto l’inserviente in ospedale). Pensò all’odore dell’acqua, che rianimava la creatura, ma di nuovo non osò chiedere che venisse chiusa la finestra.
Il ferro scivolava. A quel punto lo compresse contro il petto. Gli riuscì: l’ago di metallo, affilato alle due estremità, penetrò. Lo scopo era cacciarlo nella carne. Gli riuscì. L’ago affondò nel petto e nel siluro. Nel siluro per sempre, mentre a me non per molto. Il pesce mandò un grido, espirò e si fece flaccido, io invece rimasi zitto.
Lo sventrarono, lo pulirono, mi allontanai di soppiatto, come per andare in bagno, e d’un tratto mi ci trovai di fronte. Lì allo specchio (senza toccare i bei flaconi impolverati) alzai il maglione e passai la saliva sulla ferita.

Il siluro era buono nel suo sugo. Era buono l’unto nella leccarda, la carne grassa si scioglieva come un impasto. Mangiammo a sazietà. Il siluro si ciba di carogne e vive trecento anni.
«Mia madre era pazza» se ne uscì lui, satollo, le labbra rosse che gli luccicavano.
«Mi diceva che le persone superano in lunghezza la loro vita. Non dopo la morte, ma ora, quando uno è vivo, è più lungo della sua stessa vita. Come ad esempio il vento in una steppa remota supera il tempo, che rattrappito ticchetta nella scatola metallica dell’orologio marca “Slava”. Diceva di ricordarsi di me bambino, con i calzoncini di flanella, e della sua gioventù spensierata passata sui libri delle biblioteche. Col tempo ci siamo divisi. “Mi sono imbruttita, ingrassata, non ho tutte le rotelle a posto, si frantumavano le stoviglie, adoro le aringhe, la marmellata, a te che sei giovane, insaziato, ti faccio schifo. Ti vergogni, mi nascondi dietro la porta quando arrivano i tuoi amici” ».

«Non volevo che mi toccasse. Ero triste che non facevo più l’inserviente in ospedale. Mangiavamo uno schifo. Avevamo la pensione d’invalidità, accantonavo e consegnavo i vuoti delle bottiglie. Poi si è dimenticata che ero figlio suo, borbottava, guardava fisso davanti a lei, gli occhi pallidi brillavano, parlando sempre con quello. È morta in ospedale, l’ho lasciata all’obitorio, non avevo soldi per seppellirla.»
Il ragazzo si fece scuro in volto. Calò la sera. Marito e moglie si strinsero l’uno all’altro.
La carcassa del siluro luccicava nella leccarda unta. Fuori una donna canticchiava. I tre la ascoltarono sorpresi. La neve aldilà delle finestre respingeva le tenebre, brillava a tratti di un color lillà. La coppia rivolgeva sguardi interrogativi al ragazzo. Il marito tossì e chiese falsamente: «Sveta cara, non è forse ora che vai a letto?»

Lei non si azzardò a rispondere. Ma lui non se ne andava, accumulava rabbia dentro. La ferita nel petto non si era rimarginata, si appiccicava al maglione. Finalmente si decise, si alzò in silenzio e s’avviò senza voltarsi. Nessuno volle accompagnarlo. Uscendo, non chiuse la porta, perché gli spifferi che venivano da questa si scontrassero col vento della finestra in cucina, rimasta ancora aperta.
In strada si voltò, alzò la testa per ghignare con le sue labbra rosse ai loro vetri ciechi.
Un vento fresco e piacevole mitigava il calore delle sue guance.

Nina Sadur nasce nel 1950 a Novosibirsk, in Siberia. Si trasferisce a Mosca per conseguire gli studi e nel 1983 si diploma in arte drammatica. Le sue pièce non vengono subito accolte e per un periodo Sadur si guadagna da vivere facendo le pulizie in teatro. Il successo arriva con l’opera Una donna strana (Čudnaja baba, 1981) che la consacra come una delle drammaturghe più importanti del nuovo teatro russo. Tra i suoi lavori teatrali principali l’adattamento del racconto gogoliano Vij. Parallelamente alla scrittura teatrale Sadur si dedica alla prosa e al racconto breve, pubblicando sette libri, tra cui una raccolta di racconti erotici, che consolidano il suo percorso creativo. Molto apprezzata all’estero è stata tradotta in Germania, Svezia, Giappone e Gran Bretagna. In Italia Il siluro con i baffi è uscito in “Atti Impuri”, vol. 2, come parte del dossier dedicato alla letteratura russa contemporanea.

 A cura di Elisa Alicudi

Jonas nuca sottile

Ade Zeno

A detta di molti si tratta soltanto di un’ombra, o meglio ancora di uno scherzo della luce. Secondo altri, invece, è un compagno come tanti, magari meno loquace del normale, ma dopotutto a cosa servono tante parole? Segue in silenzio ogni mio spostamento, si mimetizza con la schiena, baipassa i muscoli, dribbla abilmente il gonfiarsi e sgonfiarsi dei respiri senza che io possa scovarlo, afferrarlo o anche solo fermarlo un istante per chiedergli ragione dei suoi obiettivi. C’è chi dice che mi segue da quando sono nato, che è venuto fuori insieme a me, dalle viscere, una specie di fratello nascosto, un’appendice fantasma col mio stesso sangue, il mio stesso fiato, la mia stessa voce, anche se tace. Ma a essere onesti sembra assurdo, per non dire grottesco, che solo ora, dopo trentadue anni, che solo adesso me ne sia reso conto e mai prima. I bambini analizzano il mondo con molta più attenzione rispetto agli adulti, e posso sostenere con fermezza di non aver mai avvertito, nel corso dell’infanzia, il disagio prepotente della sua presenza.

Non escludo che i più, fra le persone che rispondono quando pongo il problema, lo facciano con l’intento di deridermi, un pretesto qualsiasi per vincere la noia di un bar di periferia. Nessuno mi prende sul serio, in fondo, anche se ogni volta faccio finta di niente e magari sorrido educatamente quando qualcuno grida all’improvviso: «Ehi, Jonas, che accidenti hai dietro le spalle?». Che accidenti ho. Se lo sapessi non mi ostinerei a domandare in giro se qualcuno è riuscito a scorgerne il volto, la fisionomia, anche un piccolo insignificante tratto somatico; il colore dei suoi occhi, per esempio, ammesso che li abbia. Tutti potrebbero vederlo, se solo volessero. Tutti tranne me. Questo è inaccettabile.

Staziona alle mie spalle, si avviluppa a pochi centimetri dalla mia nuca sottile (anche per questo la gente mi prende in giro: per la mia nuca, che sembra quella di un uccello, esile e lunga com’è), per poi sparire in mezzo istante non appena mi giro, e la scorgo a malapena con la coda dell’occhio. Potrei essere l’uomo (l’uccello) più veloce del mondo, non servirebbe a nulla. Lui mi giocherebbe comunque. Prova con lo specchio, prova un po’, via. Ho tentato, almeno un milione di volte, ma niente, è troppo furbo. Dopotutto non chiedo molto, desidero solo vederlo in volto, capire una volta per tutte se è davvero parte di me, della mia carne, o se si tratta di un estraneo come mille altri.
Ho paura, non è bello sapersi perseguitati, né provo piacere nel farmi deridere. Ma credo che anche questo faccia parte del gioco.
Cos’altro aggiungere?
Non mi ha ancora fatto del male, questo no.
Per ora ho soltanto perso il sonno.

Ade Zeno (1979) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). È autore di alcuni cortometraggi, di testi e regie teatrali e di svariati racconti sparsi su antologie e riviste. Il suo romanzo d’esordio è Argomenti per l’inferno (No Reply, 2009). Il suo racconto Quello che resta è uscito su “Atti Impuri”, vol. 4.

lu tempietto toilette

Sergio Garau

testo, voce: sergio garau
musica: El Mar, Alessandro Graizzaro, Fabrizio Simeoni, Nikola Belcastro

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vicino alla porta del w.c. svaccata me ne sto io, grassissima donna filomena, sacerdotessa de lu tempietto-toilette,
coi miei guanti di gomma gialli, lu sgabbello ingoiato tra le natiche, e il piattino di spicci che mi galleggia sul ventre di lardo, e grido:
- VESTALINA !
e tra i lembi del grembiule spunta la mia mignuscola bambina, vestita uguaglia a matre sua, ammìa
- vestalina è giunto il momento figlia mia che tu sai da dove vieni e dove vai e così via discorrendo: più di 100 nonne prima di tua nonna quando quei primi figli di enea e di troia son arrivati qua questo sgabbello dove sto io c’era già e un giorno sarà di tua nipote per più di 100 nipoti dopo tua nipote sempre che tu ci porti rispetto e ci facci l’offerta votuta agli signuri delle fugne: perché questo w.c. lo costruirono i latrini, unu populo antiquo, e tu sai che li paesi li costruisciono vicino a li fiumi e a li mari e questo paese invece no, lo hanno costruito su una fugna, una fugna prufundissima e immensurabbila così che questu bellu paese do sole è solo la mignuscola punta di un enorme aisberghe dimmerda summergiuta, e se ne vede solo uno scacazzo rinsecchito in superficie:
ci devi fare l’offerta votuta agli signuri delle fugne ricordalo ogni giurno – e perché?
che cos’è? che cos’è che si produce più di tutto e più di tutti in questo paese e dappertutto?
no, non è la pasta, non è la pizza, non è la nduja, né la polenta, né la cassata, no:
è la merda,
tutto lu lurdu interno produttu di questo brutto paese è la merda che fa girare lo penisolo e lo mondo e la controllano li signuri delle fugne e per questo ci devi piegarti lo capo e farci l’offerta votuta sennò di qui la merda se ne va non resta nulla crolla il cesso tutto quanto e io e tu.

Sergio Garau, collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). Dal ’01 in scena per festival, biennali e concerti di letteratura e poesia in Europa e America, ha vinto sfide internazionali di poetry slam e videopoesia. È pubblicato in DVD, libri, CD, gallerie, antologie, in rete e in carne e ossa. IO game over, il suo ultimo lavoro, frutto di collaborazioni con musicisti e videoartisti, è in tour dal ’10, premiato al 1° festival di videopoesia portoghese FILMagens 2011. Questo testo, finora inedito, rappresenta un frammento di un’opera collettiva ambientata tra Scilla e Cariddi che vedrà la luce, forse, in un futuro che non c’è.

Monologo monumentale 3 – Marina Cvetaeva

Elisa Alicudi

Non importa che mi abbiano eretto solo ora, il tempo ha raggiunto il suo scopo. La Storia ha figliato corpi morti di un passato che attecchisce come l’erica ed è tornata solida. Se sono un poeta senza storia, come ho chiamato Lermontov, non potrei dirlo. Ma ho attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. È sbagliato immaginarmi con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. O se vi piace, potete immaginarmi come una macchia luminosa, un asterisco, un punto a croce. Se mi avessero chiesto consiglio, avrei esposto il mio punto di vista, invece hanno fatto da loro, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il mio corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che rotola su di me come il macigno di Sisifo. Quando incontrerete il mio monumento, il monumento del poeta Marina Cvetaeva, fate un lungo respiro e immaginate che tutta quella gravità si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e piroette di un valzer. Il colore della rosa o delle margherite si incolli agli occhi e il vento solletichi i timpani con instancabile vezzo.

Mi hanno eretto sul vicolo Boris e Gleb, di fronte all’unica casa che abbia sentito mia. Qui è trascorsa la giovinezza. Qui ho amato Sereža, ho amato l’odore infantile dei vicoli moscoviti, qui ho cullato due figlie con l’animo in gola, le ho educate alla parola, atteggiandomi a Pizia o Sibilla. Non vivevamo altro che di lettura. Gli spigoli ci annoiavano, i soprammobili prendevano polvere, le scorte erano sempre donate.

Siamo destinati – e questo lo sappiamo –
a donare non a mettere da parte.

Dice Anna Achmatova, a ragione. Non perché siamo generosi, nobili, inesauribili. In verità no, semplicemente, non ne possiamo fare meno. Per incapacità. Ecco tutto. Incapacità di calcolare somme e sottrazioni. Incapaci di tagliare la legna, di procacciarci i viveri. E con quanta evidenza si è scoperto il mio disagio negli anni in cui sola mendicavo un pezzo di pane. Il 1917. L’anno dell’esplosione. Era spuntata una parola che accomunava nobili, intellettuali e contadini. Rivoluzione, direte voi. Potere rosso, potere bianco. No, la parola era fame. A Mosca, nelle città, come durante l’assedio di Leningrado, bruciavamo i mobili, chiedevamo in prestito tessere alimentari, mangiavamo miglio e patate. O non mangiavamo giorni e giorni, disaffezionate al corpo, io e le mie bambine. Non vivevamo altro che di lettura. Eppure non sempre ce la facevamo. Irina è stata risucchiata dal suo stomaco, dall’assenza; l’eco belligerante nelle strade non l’ha tenuta sveglia. L’avevo spedita fuori città, mi dicevano lì starà bene, c’è sempre cibo lì e i bambini crescono sani e tenaci. Lei che aveva fame di bimbo, che una volta, inosservata, aveva mangiato tutte le scorte e io, che non riuscivo a seguirla tutto il giorno, avevo preso l’abitudine di legarla alla sedia. E Sereža lontano, non potevamo salvarci tutte.

Sentivamo le campane dal vicolo Boris e Gleb, nella vecchia Mosca, tra le cupole d’oro; i rintocchi scandivano il frenetico ricambio di passi nelle sale del potere. Ma noi vedevamo altro, sentivamo i pioppi frusciare o la neve scricchiolare sui tetti, nella mansarda ogni raggio di luce traghettava pensieri iridescenti, eravamo già oltre le nuvole e da lì governare il mondo era facile. C’era un viavai di amici, di infinite conversazioni e di notti insonni, mai un sollievo che non fosse l’inizio di un limare ininterrotto le lettere, le etimologie, le pagine a rotta di collo, Dickens o Dostoevskij. Dite pure quello che volete, che la mia poesia sia un’arte del ricamo, un capriccio per signorine, che è il tentativo malriuscito di liberarsi del lezioso cinguettio. Mio caro Mandel’štam, che mi hai conosciuto e hai seguito i miei passi per Mosca, io che te l’ho mostrata negli angoli più veri, nel legno delle ville e delle staccionate, nei conventi che soffiano quiete improvvisa e nei cimiteri alberati. A Mosca non ci si perde, è sufficiente seguire l’istinto per avventurarsi nell’anatomia del suo corpo, dentro le ombre caudate dei cortili, il percorso è iscritto nelle vene. Dall’arteria principale ecco d’improvviso una sottile scorciatoia, un mondo odoroso di lievito e carbone. Segui i sentieri battuti tra un edificio e l’altro, e in un soffio hai raggiunto un altro angolo di città, la via Prečistenka o il lungo fiume. Anche se ti è venuta a noia la mia poesia, caro Mandel’štam, hai amato Mosca, la mia culla orientale, la barbara armonia che appartiene a ogni russo.

Non vivevamo che di scrittura, allora e dopo, quando ho conosciuto l’Europa da est a ovest ma, tornando in patria, non mi hanno offerto neanche un posto da lavapiatti all’Unione degli Scrittori.

Potevano chiedermi di stringere i denti, li ho stretti per tutta la vita, di abbassare il capo, di farmi da parte, l’ho fatto, di odiare e l’ho fatto, potevano portarmi via i figli, ma non potevano sopportare quell’amore che a falcate da giganti scuote la terra. Quell’amore che disprezza le carte anaerobiche del potere.

Ora mi guardo intorno, spio i rari passanti che attraversano il vicolo. Studenti che vengono a leggermi le loro poesie, le rime traballanti, la voce spezzata e un armamentario di nuova Russia nella quale annaspo. Altri si fermano in faccia al monumento per lasciare una rosa o un tulipano. Hanno cappotti lisi e buste di tela. Riconosco l’indecisione nella mano che si avvicina al piedistallo e lascia cadere il fiore. Riconosco gli occhi, vuoti e rigonfi. Con sguardo impenetrabile e inespressivo si rivolgono anche loro a me, come a chiedermi qualcosa, si avvicinano a prendersi una parte, ma non ho tempo, non ho mai avuto tempo, non ho vissuto che di scrittura.

Elisa Alicudi (1980) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). Partecipa a letture in giro per l’Italia. Sue poesie sono apparse nei blog letterari Absolutepoetry, Poetarum Silva e altri. È traduttrice dal russo. Progetto in corso: traduzione di poeti russi contemporanei.