Sulle elezioni europee

Andrea Fumagalli

Sul fatto che queste elezioni Europee non modificheranno nulla non è difficile immaginarlo. Basta una semplice analisi della struttura del biopotere oggi esistente. L'Euro di Maastricht - così come è stato costruito - è come un manganello che ti pesta violentemente quando vai in piazza. Prendersela con il manganello, senza pensare a chi lo usa, e perorare la causa di vietare il manganello (ovvero, fuor di metafora, uscire dall'Euro) non solo è inutile ma potrebbe dare adito a soluzioni peggiori (l'uso della pistola?).

Ma prendersela con il poliziotto che usa il manganello non risolve comunque il problema. Draghi e la Bce, insieme alla troika, non sono altro che fedeli esecutori (come lo è il poliziotto zelante, che sempre più spesso, a Genova 2001 come in Grecia oggi, va anche al di là del suo mandato). Il cuore del problema è l’oligarchia finanziaria a livello globale. Èa questo livello, sfuggevole, non definibile, non immedesimabile in un “nemico” in carne ed ossa (il padrone) o in una istituzione pseudo-sovrana (lo Stato o l’UE) che occorre porsi e dal quale occorre partire per poter immaginare scenari diversi e alternative future. Come scalfire, ridurre, combattere questo potere finanziario, moderno Golia di fronte a tanti piccoli potenziali David ma impossibilitati nell’agire?

Sono possibili circuiti finanziari alternativi in grado di fare “esodo” all’interno e contro i dispositivi di comando, controllo e ricatto che oggi vengono agiti contro le popolazioni e le varie moltitudini dell’Europa e del Mondo? Sul blog di Effimera, è iniziata una discussione su questo tema e sulla possibilità di pensare, come strumento di contro-potere all’oligarchia finanziaria, un’Istituzione finanziaria del comune e una moneta del comune, per la cui analisi si rimanda a: http://quaderni.sanprecario.info/category/effimera/comune-reddito-moneta/. Qui si gioca la partita e da qui si comincia a discutere, come premessa e analisi prepolitica dal cui esito dipende poi lo sviluppo di forme organizzative, di modelli di comunicazioni e di rappresentanza che siano adeguate alla posta in gioco e non semplici retaggi di un passato che oggi non c’è più.

È facile criticare il tentativo della Lista Tsipras da chi si fregia di fare il purista (come Formenti) senza preoccuparsi di individuare alcuna alternativa, perché troppo impegnato a criticare tutto e tutti. Stare seduto sulla collinetta della purezza potrà pure permettere di osservare le tristi vicissitudini umane di questi anni, i singulti di reazione, le meschine operazioni di repressione sociale, l’opportunismo culturale e politico, ecc., ma finché non si avrà il coraggio di scendere nell’agone, sporcarsi le mani, tentare e sbagliare, ritentare e risbagliare, nulla cambierà.

La Lista Tsipras è uno di questi tentativi, probabilmente il meno adeguato per noi in Italia, probabilmente importante per la Grecia dove gli equilibri politici sono diversi, ma credo che sia un tentativo che possa essere laicamente fatto. Purché non sia l’unica proposta in campo e non sia a sua volta il prodotto della triste nomenklatura che ha portato alla morte la sinistra radicale italiana.

Ciò che conta, infatti, a partire dalla critica del presente, è la ricerca di una prospettiva per il futuro. Questo obiettivo – qui da noi (può essere diverso in altre parti del mondo) - non può essere solo pensato all’interno dell’istituzionalizzazione (elettorale) della necessità di trasformazione radicale che il presente ci impone (in quanto si sviluppa su un terreno, quello istituzionale, che non lo consente), ma non lo è neanche all’interno di una ideologia pura sganciata dalla praxis e autoreferenziale.

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L’intruso

G.B. Zorzoli

Passi per il Senato. Chi ti sta dando lo sfratto, non può pretendere d’essere accolto col sorriso sulle labbra. Ma alla Camera, dopo la lunga e poco renziana captatio benevolentiae, un applauso un poco più convinto non lo si sarebbe negato a nessun altro. Con in più Bersani che sforna un avvertimento all’altezza della migliore tradizione democristiana nei confronti di un “governo amico”: “Benché questo governo non abbia fra le sue qualità migliori l’umiltà, penso che sia un governo che abbia bisogno di aiuto”.

Il segnale è inequivocabile. Renzi non è uno dei nostri. Insomma, un intruso. Non a caso, chi per lui prova un’evidente empatia è Berlusconi. Divisi dalle loro storie personali e politiche, li accomuna l’essere stati entrambi percepiti dall’establishment politico come corpi estranei. In questo, Renzi per ora si sta dimostrando più accorto dell’altro; forte dell’esperienza politica pregressa, sceglie di non raccogliere la sfida, di non esasperare il distacco che lo separa dalle consolidate pratiche di piccolo cabotaggio, proprie della politique politicienne, anche se i primi risultati sono deludenti.

Nei confronti di un’ostilità oltretutto aggravata dal percorso che l’ha portato alla presidenza del consiglio dei ministri - anomalo perfino in un paese abituato a tutto e al peggio di tutto - la sua conclamata abilità nel sparigliare le carte e nell’imporre agli altri il terreno del confronto almeno in questi primi passaggi da premier sembra non bastare. La scelta di trascorrere una parte consistente della settimana girando per l’Italia, lasciando al fido Graziano Delrio la gestione quotidiana della macchina governativa, è coerente con la venatura populistica del personaggio, ma può trasformarsi rapidamente in un boomerang. Ammesso e non concesso che il panem et circenses continui tuttora a funzionare inalterato, occorrono entrambi gli strumenti: i circenses, da soli, non bastano. Ed è proprio sul pane che il governo Renzi gioca le sue sorti.

I molti problemi irrisolti, evocati nel discorso programmatico, sono tutti autentici e, nessuno escluso, richiedono interventi che modifichino in modo drastico l’assetto esistente: questo, indipendentemente da come gli strumenti adottati ripartirebbero oneri e benefici. Finora maggioranze molto più omogenee (spesso anche più larghe), oltretutto legittimate dal voto, hanno sempre rinunciato a utilizzare il bisturi: troppi o troppo potenti gli interessi che in tal modo si sarebbero colpiti. Si è scelto di lavorare di cesello, col risultato - interventino dopo interventino - di danneggiare soprattutto le componenti sociali meno protette: giovani, donne, immigrati. Inasprendo le situazioni di crisi.

Una maggioranza costruita a tavolino, niente affatto omogenea, percorsa da ostilità verso Renzi, umane e psicologiche prima ancora che politiche, inevitabilmente destinate a saldarsi con le analoghe crisi di rigetto presenti nell’opposizione, rendono il parlamento ancora meno disponibile del passato a votare provvedimenti davvero radicali (sempre che Renzi riesca a farli approvare preventivamente dal governo e a ottenere una benevola neutralità da parte dei mercati finanziari e di Bruxelles).

Matteo Renzi è quindi chiamato a una prova più difficile di un triplo salto mortale carpiato, avvitato con almeno due rotazioni e mezzo. Può farcela solo se non rinuncerà a sfidare le controparti politiche sul terreno dei provvedimenti concreti e queste si renderanno conto che non gli conviene rottamare il rottamatore. In caso di fallimento del governo appena nato, la patata, nel frattempo divenuta ancora più bollente, tornerà infatti nella loro mani.

L’introvabile populismo

Jacques Rancière

Non c’è giorno in cui, in Europa, non si sentano denunciare i rischi del populismo, eppure non è facile capire cosa voglia dire esattamente questa parola. Nell’America latina degli anni Trenta e Quaranta è servita a designare una certa forma di governo che istituiva tra un popolo e il suo capo un rapporto di incarnazione diretta, scavalcando le forme della rappresentanza parlamentare.

Questa forma di governo, di cui Vargas in Brasile e Peròn in Argentina sono stati gli archetipi, è stata ribattezzata «socialismo del XXI secolo» da Hugo Chávez. Ma ciò che si indica oggi in Europa con il nome di populismo è un’altra cosa. Non è una forma di governo. È, al contrario, un certo atteggiamento di rifiuto nei confronti delle pratiche governamentali in vigore. Cos’è un populista, secondo la definizione che ne danno oggi le élite governamentali e i loro ideologi?

A prescindere dalle oscillazioni di significato del termine, il discorso dominante sembra attribuirgli tre caratteristiche essenziali: uno stile dell’interlocuzione che si rivolge direttamente al popolo al di là dei suoi rappresentanti e dei suoi notabili; l’affermazione che governi e classi dirigenti si preoccupino dei loro propri interessi più che della cosa pubblica; una retorica identitaria che esprime paura e rifiuto degli stranieri. È chiaro, tuttavia, che nessun rapporto di necessità lega queste tre caratteristiche. Che esista un’entità chiamata popolo che è la fonte del potere e l’interlocutore prioritario del discorso politico, è ciò che affermano le nostre costituzioni ed è l’idea che gli oratori repubblicanie socialisti di una volta esponevano senza retropensieri.

Non vi è legata alcuna forma di sentimento razzista o xenofobo. Che i nostri politici pensino alla propria carriera più che all’avvenire dei loro concittadini e che i nostri governanti vivano in simbiosi con i rappresentanti dei grandi interessi finanziari, non occorre che sia un demagogo a dichiararlo. Quella stessa stampa che denuncia le derive «populiste» ce ne fornisce poi quotidianamente la più precisa rappresentazione.

Dal canto loro, i capi di stato e di governo talvolta tacciati di populismo, come Berlusconi o Sarkozy, si guardano bene dal propagare l’idea «populista» che le classi dirigenti siano corrotte. Il termine «populismo» non serve a caratterizzare una forza politica definita; al contrario, trae vantaggio dalle alleanze che esso rende possibili tra forze politiche che vanno dall’estrema destra alla sinistra radicale. Non indica un’ideologia e nemmeno uno stile politico coerente, ma serve semplicemente a tratteggiare l’immagine di un certo popolo.

Perché «il popolo» non esiste. Esistono invece delle rappresentazioni diverse, perfino antagoniste, del popolo, delle rappresentazioni che privilegiano alcune modalità di associazione, alcuni tratti distintivi, alcune capacità o incapacità: il popolo etnico, che viene definito in base alla condivisione della terra o del sangue; il popolo-gregge guidato dai buoni pastori; il popolo democratico che attiva la competenza di coloro che sono privi di qualunque competenza specifica; il popolo ignorante tenuto a distanza dagli oligarchi, ecc. Il concetto di populismo costruisce, invece, l’immagine di un popolo caratterizzato dalla pericolosa fusione di una capacità – la bruta potenza della superiorità numerica – e di una incapacità – l’ignoranza attribuita a questa stessa superiorità numerica.

La terza caratteristica, il razzismo, è essenziale per questa costruzione. Si tratta di mostrare ai democratici, sempre sospettati di buonismo, cosa sia in realtà il popolo nel profondo: una muta posseduta da una primaria pulsione di rifiuto che prende contemporaneamente di mira i governanti, dichiarati traditori per l’incapacità di comprendere la complessità dei meccanismi politici, e gli stranieri, temuti in virtù di un atavico attaccamento a uno stile di vita minacciato dall’evoluzione demografica, economica e sociale. Il concetto di populismo realizza, con il minimo sforzo, questa sintesi tra un popolo ostile ai governanti e un popolo nemico degli «altri» in generale.

Per questo deve rimettere in scena un’immagine del popolo elaborata alla fine del XIX secolo da pensatori come Hippolyte Taine e Gustave Le Bon, terrorizzati dalla Comune di Parigi e dall’ascesa del movimento operaio: quella immagine delle folle ignoranti impressionate dalle vigorose parole dei «sobillatori» e portate alla violenza estrema dalla circolazione di voci incontrollate e di paure contagiose. Questo scatenarsi epidemico di folle cieche, trascinate da leader carismatici, era evidentemente molto lontano dalla realtà del movimento operaio che costoro miravano a stigmatizzare. Ma è ancora meno adatto a descrivere la realtà del razzismo nelle nostre società.

Oggi i nostri Stati fondano la propria legittimità sulla capacità di garantire la sicurezza. Ma tale legittimazione ha per correlato la necessità di mostrare in ogni momento il mostro che ci minaccia, di mantenere costante il sentimento di un’insicurezza che mischia i rischi della crisi e della disoccupazione a quelli del ghiaccio sulle strade o della formamide, facendo culminare il tutto nella minaccia suprema del terrorismo islamico. L’estrema destra si accontenta di infarcire di carne e di sangue il ritratto stereotipato disegnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideologi, calcando la mano sugli aspetti più istintivi e irrazionali.

Così, né quei «populisti» né quel «popolo» tanto paventati dalle rituali denunce del populismo corrispondono veramente alla loro definizione. Ma poco importa a coloro che ne agitano lo spauracchio. Al di là delle polemiche sugli immigrati, gli identitarismi o l’islam, la sostanza, per loro, è mischiare l’idea stessa del popolo democratico con l’immagine della folla pericolosa.

Da qui la conclusione che occorre affidarci a coloro che ci governano e che ogni contestazione della loro legittimità e della loro integrità spalanchi la porta ai totalitarismi. «Meglio una repubblica delle banane che una Francia fascista», recitava uno degli slogan antilepenisti più infelici dell’aprile del 2002. Il clamore attuale sui pericoli mortali del populismo mira a fondare teoricamente l’idea che non abbiamo altra scelta.

Dal libro Che cos'è un popolo? (DeriveApprodi, 2014) - che raccoglie testi di Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari, Rancière - da oggi in libreria, anticipiamo un brano tratto dal saggio di Jacques Rancière.

Perché il museo?

Boris Groys

Il numero dei musei è in crescita in tutto il mondo. E anche il numero dei visitatori dei musei è in aumento. Tuttavia, non è un segreto che i musei stiano perdendo sempre più la loro tradizionale legittimazione sociale. Per molto tempo i musei sono stati la fonte primaria di informazione sull’arte per il pubblico. Oggi non è più così: i media si sono assunti questo ruolo – in particolare internet. (...) Per questa ragione, molti critici si aspettavano, e ancora si aspettano, che i musei scompaiano, non essendo in grado di competere, da un lato, con i collezionisti privati su un mercato dell’arte sempre più esteso e, dall’altro lato, con i più ampi archivi digitalizzati pubblici che sono più economici e più accessibili.

La possibile scomparsa dei musei d’arte non addolora nessuno, a quanto pare. I musei sono visti non solo come troppo estesi, ma anche come troppo selettivi. Si sente che i confini istituzionali del museo dovrebbero essere trasgrediti, decostruiti o semplicemente rimossi per dare all’arte in generale e, in particolare, all’arte contemporanea piena libertà di affermarsi nella vita reale. (...) Questi appelli e queste esigenze sembrano esprimere lo spirito del tempo contemporaneo e sono quasi irresistibili. Ma allora sorge la domanda: perché la vittoria promessa dei media digitali sul sistema museale non ha ancora avuto luogo? Stiamo assistendo infatti alla nascita di musei di arte contemporanea in tutto il mondo occidentale – e oltre. Dunque, come spiegare questa esplosione di musei di arte contemporanea se lo spirito del tempo sembra non apprezzare il sistema museale?

Mi sembra che ci siano due ragioni strettamente interconnesse per questo sviluppo. E queste ragioni consentono non solo la sopravvivenza del sistema museale, ma sono anche all’origine delle sue recenti trasformazioni. In primo luogo, è proprio la selettività dei musei a garantire la loro sopravvivenza. Per molto tempo i musei sono stati criticati in quanto luoghi in cui gli specialisti, gli addetti ai lavori e i pochi iniziati davano il loro giudizio preliminare su ciò che si può chiamare arte in generale e, in particolare, arte “buona”. La protesta contro il museo è stata accesa principalmente dalla pretesa – esplicita o implicita – dei curatori dei musei di basare le proprie strategie di scelta su un giudizio estetico consapevole e oggettivo. Dall’esterno dell’istituzione, l’obiettività del giudizio estetico è stata percepita come un’illusione, come una forma di corruzione – e le scelte curatoriali come prodotte da gusti soggettivi e interessi personali, appunto, dei singoli curatori.

Ma, guarda caso, è proprio quella corruzione, quel gusto personale ad attirare la gente ai musei. Come ho detto, i musei non sono più le fonti primarie di informazione sull’arte. Anche se lo volessero, non sarebbero in grado di annullare o di rimodellare l’informazione che passa per i media. In queste nuove condizioni, le strategie curatoriali personali e la politica dei singoli musei diventano interessanti e attraenti, invece di essere ambigue. Al giorno d’oggi, ogni museo opera in concorrenza con altri – perché opera nello stesso spazio mediale. In altre parole, oggi i musei non espongono arte, ma se stessi, la loro selettività, le proprie strategie di scelta. Il museo è diventato soggetto – visto che il soggetto contemporaneo è principalmente un soggetto che sceglie. In quanto soggetto, un museo è esposto dai media e confrontato con altri soggetti-museo.

Il museo ha perduto il suo carattere normativo e ha acquisito, invece, un carattere esemplare. Esso non indica più quello che il pubblico deve vedere. Piuttosto, offre un esempio di come esso possa scegliere quello che vuole vedere. L’interesse dello spettatore si sposta dunque dal singolo oggetto esposto al modo in cui esso viene contestualizzato e storicizzato dal museo – al perché è incluso e non escluso nella mostra, in primo luogo. In altre parole, la collezione permanente diventa meno rilevante rispetto al programma espositivo. Ma perché la pratica della mostra è così diffusa ai nostri giorni e attira tanta gente in tutto il mondo? Poniamo ancora una volta la stessa domanda: perché andare a una mostra, se si possono vedere le stesse cose su internet?

Nel suo famoso libro Gli strumenti del comunicare, Marshall McLuhan operava la nota distinzione tra media “caldi” e media “freddi”. Per McLuhan i media caldi per eccellenza erano la scrittura e la lettura che richiedono al soggetto un elevato grado di concentrazione. Altrettanto concentrato si suppone debba essere chi girovaga da solo da un oggetto d’arte al successivo in un museo – spiritualmente separato dalla realtà esterna, in un isolamento interiore. McLuhan riteneva che questa esperienza di concentrazione solitaria sui media “caldi” sarebbe stata sostituita da un rapporto più aperto al contesto della propria esistenza, da una comunicazione più sociale, consentita dai nuovi media “freddi”.

Questa analisi di McLuhan non può essere automaticamente applicata al più importante mezzo elettronico di oggi, internet. A prima vista, internet sembra essere freddo quanto la TV, se non più freddo, perché attiva gli utenti, attraendoli, se non costringendoli, alla partecipazione attiva nel medium. Tuttavia, chi siede davanti al computer e usa internet è da solo – ed estremamente concentrato.

Ora, si può sostenere che nei nostri tempi il medium più freddo sia la mostra d’arte – perché sposta l’attenzione del visitatore dall’essere spettatore verso il contesto, verso l’organizzazione e l’architettura dello spazio pubblico, verso le strategie di inclusione e di esclusione, eccetera. Ecco perché la mostra d’arte è in grado di includere tutti i tipi di media “caldi” – testi, film, video, musica, o immagini singole – “raffreddandoli”, cioè aprendo lo sguardo dei visitatori verso il contesto sociale e spaziale in cui i loro corpi si muovono. Il museo di oggi è un teatro dove il dramma della scelta personale è messo in scena ancora e ancora – un dramma in cui ogni soggetto moderno è necessariamente coinvolto. Ha senso parlare della teatralizzazione del museo.

E, in effetti, oggi la gente va ai vernissage nello stesso modo in cui va alle prime teatrali. In un certo senso, il museo contemporaneo realizza il sogno modernista di un teatro in cui non esiste una chiara differenziazione tra il palco e lo spazio per il pubblico. È come se il pubblico del teatro fosse invitato a entrare in scena e a diventare parte dello spettacolo. In realtà, il teatro contemporaneo utilizza sempre di più l’arte, e anche l’arte contemporanea – ma di regola non cancella la differenza tra palcoscenico e pubblico, tanto che l’inclusione dell’arte contemporanea resta iscritta nella scenografia tradizionale.

Ma nella mostra d’arte il pubblico è incluso nello spazio espositivo. (...) Raffreddando tutti gli altri media, la mostra d’arte contemporanea offre ai visitatori una possibilità di autoriflessione – e di riflessione sul contesto immediato della loro esistenza – che altri media non sono in grado di offrire allo stesso modo.

Traduzione di Saverio Bontempi

Dal numero 118 di Lettera internazionale, in uscita in questi giorni e dedicato al tema Corpo umano, corpo urbano, anticipiamo ampi stralci di un intervento di Boris Groys, teorico e storico dell’arte, autore fra l'altro del saggio Going public (Postmedia Books 2013), di cui alfabeta2 ha proposto nel numero 34 una conversazione con Silvia Franceschini e Vladislav Shapovalov.

Amazon, un altro grande errore a sinistra?

Franco La Cecla

Nel numero del 17 Febbraio del New Yorker c'è un articolo di 14 pagine su Amazon. Un attacco ben mirato e documentatissimo al colosso delle vendite online e al suo comportamento nei confronti dell'editoria e degli autori. Ne vien fuori un ritratto spietato. Sull'onda della democrazia dei libri e dei diritti dei consumatori, Amazon ha monopolizzato un settore di cui per altro le interessa ben poco, visto che fa i suoi maggiori profitti in altri prodotti dai pannolini agli accessori per la casa alle macchine fotografiche e quasi tutto si può trovare in un grande magazzino.

Nonostante la minima percentuale dei profitti in libri la sua strategia è stata quella di strangolare con condizioni capestro grandi e piccoli editori, di ridurre alla fame e alla chiusura migliaia di librerie, e di abbassare il compenso generale degli autori a una miseranda propina. In più l'algoritmo di Amazon ha sostituito ai critici e agli esperti di libri semplici maccanismi di marketing,fino a ridurre il libro a un prodotto come i pannolini. Nessun problema di contenuto. Perfino qualdo ha cercato di sostituirsi agli editori diventando editore, Amazon ha prodotto libri di scarsissimo contenuto culturale e per altro fallimentari nelle vendite.

Nell'articolo questa strategia è testimoniata da moltisime dichiarazioni ufficiali da parte dei dirigenti di Amazon, nelle quali dicono di voler spazzare via gli editori e le loro logiche antiquate. Ovviamente per il bene dei cittadini e dei consumatori. La stessa solfa di Google che ha distrutto l'industria musicale e portato alla fame centinaia di migliaia di musicisti con la scusa dell'open source e dell'accesso libero alla musica. iTunes non è stato da meno.

Il risultato è che nel populismo e nell'anarchismo capitalista dei nerd che dirigono i social network, essi si comportano come agenti di una dogana che fa il pizzo su contenuti prodotti da altri. Facendo finta di fare un favore alla democrazia. Come se la democrazia non fosse invece permettere di sopravvivere agli artisti, ai musicisti e agli scrittori, ai librai, a quelli che fanno cd, alle orchestre. Ai creativi e in genere a coloro che la cultura la producono e non la riciclano solamente. È interessante che dal centro dell'impero finalmente arrivi lo svelamento della vera natura di alcuni social network.

 

Reality o politica

Giorgio Mascitelli

Non so se sia vero, come afferma qualche dissidente, che i 5 Stelle nella loro comunicazione seguono i dettami del programmazione neurolinguistica o di qualche altra tecnica di marketing, ma mi sembra indubbio che tengono presente, magari inconsapevolmente, la vecchia regola delle nonne per parlare con gli stranieri: parla la tua lingua a voce più alta.

È infatti del tutto evidente che l’intensità del loro linguaggio cresce tanto più quanto più emerge la mancanza di una linea politica. Infondo e un’ordinaria saggezza da reality show: se il clima langue nella casa o nell’isola, nulla di meglio di una bella litigata, magari con una spruzzatina di volgarità, e l’audience torna a crescere. Prendiamo ad esempio gli attacchi a Laura Boldrini. Un movimento dotato di una linea politica avrebbe rivendicato ciò che è vero, ossia che senza la sua presenza in parlamento sarebbe stata impossibile l’elezione di una figura dalla storia così limpida a un’alta carica dello Stato, e avrebbe poi cercato di incalzarla specialmente sui temi affini alle due sensibilità politica.

Invece in assenza di politica l’unica cosa che risulta fattibile è portare avanti una sorta di mobbing permanente nei confronti di una persona che per i suoi comportamenti è sentita come concorrenziale per il target elettorale di riferimento dei 5 Stelle. Prove ne siano il fatto che i primi attacchi e, credo, richieste di dimissioni sono già giunte il giorno successivo alla sua elezione proseguendo con cadenze e motivazioni alternate fino a oggi e che il decreto per il quale la presidente della camera è nell’occhio del ciclone è stato discusso al senato senza azioni particolarmente eclatanti da parte del gruppo parlamentare 5 Stelle. L’assenza di una linea politica naturalmente rende impossibile l’elaborazione di un’opposizione radicale e perciò non resta che fornirne il simulacro specialmente a livello verbale.

Si può leggere in questa prospettiva l’episodio degli insulti a sfondo sessuale alle deputate del PD. Naturalmente la matrice del fatto è quello del maschilismo da bar perfettamente complementare a quello delle battute su Rosy Bindi fatte in passato dagli esponenti del Centrodestra, ma il pompino ha qui la funzione di evocare un pathos da bar dell’indignazione contro il potere al passo con i tempi (così nei film contemporanei l’attore per rappresentare la propria indignazione dirà “fottuto” o addirittura “cazzo” anziché “maledizione” come negli anni cinquanta). La volgarità è il surrogato verbale di un’alterità politica che non può esistere perché non c’è linea politica.

Caso analogo è quello degli attacchi a Corrado Augias. Il giornalista esprime le sue critiche indubbiamente dirette, ma argomentate all’operato dei 5Stelle e subito viene additato come nemico del movimento. L’ostilità personale di cui è fatto oggetto e soprattutto il torrente di livore e insulti indirizzati a lui sono ancora una volta dei succedanei di un’assente critica politica al sistema mediatico e al discorso avversario.

Il modo in cui i 5 Stelle si rapportano agli avversari sembra vagamente ispirato a quei consigli che si trovano nei manuali scritti per coloro che si sentono insicuri, ma vogliono fare carriera: non c’è niente di meglio per rafforzare la propria autostima che spianare qualche rivale. Ma non è detto che riesca sempre: Macbeth per esempio, nonostante l’intensa attività di counseling di Lady Macbeth, resta sempre un insicuro che crede alle baggianate che gli dicono le streghe anziché analizzare con realismo la situazione.

Beppe Grillo in un post apparso quest’estate contro il politicamente corretto, che a mio parere è un documento molto importante di strategia comunicativa per il movimento 5 Stelle intero, a un certo punto confonde il disprezzo per l’ipocrisia del politicamente corretto con la sanità morale dell’insulto a ruota libera. In altri termini Grillo confonde il fatto che ciò che è ipocrita nel politicamente corretto sia l’uso di certe parole cortesi e concetti umanitari invece di altri rudi ma onesti, ma non è così: l’ipocrisia del politicamente corretto è che alla correttezza verbale fanno seguito altri tipi di pratiche.

L’ultima grande manifestazione dell’ipocrisia del politicamente corretto è stata l’indignazione delle autorità europee per il bestiale lavaggio degli immigrati a Lampedusa: da un lato protestavano per il trattamento inumano, dall’altro istituivano cose tipo frontex ed eurosur che renderanno ancora più possibili scene del genere in futuro. Invece per Beppe Grillo l’ipocrisia del politicamente corretto consiste nel chiamare rifugiati al sole i clandestini e qui dovrebbe fare attenzione perché a sua volta clandestino è una parola usata per nasconderne altre e dunque ha una sua natura ipocrita. Come del resto l’hanno l’insulto e l’aggressività verbale quando sostituiscono un discorso politico che non c’è.