La vestale e la globalizzazione

Giorgio Mascitelli

Uno dei tratti che rendono obiettivamente diversa l’Alternativ für Deutschland, nonostante le sue evidenti tendenze nostalgiche, da molti partiti di estrema destra che stanno furoreggiando in Europa è l’assenza di un leader fondatore forte, attorno al cui carisma creare e sviluppare il partito (e magari talvolta da giubilare in un secondo momento) come nel caso di Kaczynski, Haider, Le Pen o Bossi. E’ probabile che il motivo di tale peculiarità risieda nelle origini politiche di questo partito che sono da rintracciare nel nazionalismo economico ( la difesa del successo tedesco contro i pigri piigs) e nell’euroscetticismo. Le componenti più apertamente reazionarie come la xenofobia, il razzismo e la difesa della famiglia tradizionale, si sono sviluppate in un secondo momento, verosimilmente perché innanzi tutto sul piano specifico del nazionalismo economico il partito incontra la concorrenza elettorale dei liberali ( FDP); in secondo luogo perché, quando i valori ideologici della competitività e del successo acquisiscono come in Germania un carattere comunitario e non individuale, per cui i primati economici sono un segno della benevolenza divina e un doveroso risarcimento della storia alla nazione, per dirla con il Foucault del corso sulla biopolitica, tali valori sviluppano immediatamente un carattere mitologico, che per diffondersi ed essere compreso presso i ceti meno abbienti e più deboli culturalmente e socialmente deve per forza tradursi nel più semplice e immediato codice della xenofobia. In questo senso si potrebbe arrivare a dire che la fondatrice del partito Frauke Petry, dimissionaria dallo stesso dopo le elezioni, in quanto divenuto a suo dire un ricettacolo di estremisti e di vecchi arnesi che impedirebbero la nascita di una moderna formazione conservatrice, non capisce le intime necessità di crescita della sua creatura, come talvolta capita alle madri.

E’ interessante che la nuova leader Alice Weidel, che ha preso il posto di Petry e ha guidato il partito nella sua prima forte affermazione elettorale, vanti un curriculum umano e professionale assolutamente in linea con gli auspici della vecchia leader: ha costituito una famiglia non tradizionale con una donna di origine cingalese, con la quale ha due figli, che non risiede in Germania ma in Svizzera, e ha lavorato nel campo della finanza, tra l’altro anche in Cina, presso aziende di primo piano come Alianz e Goldman Sachs. Insomma il suo è un profilo che incarna pienamente le aspettative e i valori della modernità globale. Il fatto che una biografia del genere sia compatibile, e anzi da un certo punto di vista tattico auspicabile, con il ruolo di leader di un movimento di estrema destra è la dimostrazione eloquente della centralità del codice del politicamente corretto nella nostra società. Il politicamente corretto non è una sorta di benpensantismo di sinistra, come vorrebbe far credere un certo tipo di populismo mediatico cialtronesco diffuso in quei paesi come l’Italia o gli Stati Uniti dove c’è un gusto per questo genere di cose, ma un codice morale che esprime l’appartenenza alle élite internazionali, paragonabile per funzione e diffusione capillare alla morale vittoriana, che hanno come obiettivo ideologico la rimozione di ogni ostacolo storico, culturale ed etnico pregiudicante la piena adesione ai principi della competitività e dell’etica del successo individuale.

Così quella di Weidel diventa un’immagine parlante dalla quale emergono e nella quale si conciliano messaggi diversi. Da un lato in quanto figura dell’estrema destra incarna le mitologie razziali e storiche della patria, del suolo e del sangue, dall’altro in quanto manager di successo incarna quelle meritocratiche e, tramite la sua situazione familiare perfettamente aderente ai dettami del politicamente corretto, lancia implicitamente un messaggio rassicurante ai mercati in base al quale le misure che prenderà per soddisfare la xenofobia del proprio elettorato non contrasteranno mai con la razionalità economica corrente. Non deve sorprendere che questi messaggi siano parzialmente contradditori perché nell’epoca della globalizzazione perfino il nazionalismo, per essere credibile, deve assumere tratti globalizzanti. Tutto questo poi con il vantaggio che, non essendo portatrice del carisma e del pathos del fondatore, qualora si rivelasse non all’altezza della situazione o un mutamento di fase richiedesse altro, la manager reazionaria sarebbe facilmente sostituibile.

Non c’è dubbio che Weidel incarni la piena modernità e ciò non per la sua formazione manageriale, ma proprio per la capacità di rispondere simbolicamente ai bisogni di crescita del suo partito coniugando con pragmatismo le istanze e le mitologie più reazionarie con quelle ‘progressiste’ della globalizzazione. La natura essenziale dell’ipermodernità è la tendenza alla crescita come valore in sé a prescindere da qualsiasi domanda sul suo senso, favorita da una razionalità strumentale e volta a misurare il successo in termini di accumulazione incessante di denaro: sono precisamente gli elementi che Alice Weidel può conferire all’AfD.

Se poi si scende dal cielo dell’ideologia alla cucina della politica, l’osservazione di questo caso suggerisce anche perché i successi delle forze antisistema dell’estrema destra, perlomeno nei paesi centrali del sistema, finiscono con il risultare almeno parzialmente funzionali al sistema stesso. I successi elettorali di AfD e prima ancora di Trump e dei conservatori inglesi evidenziano che i programmi neoliberisti, sempre più spesso destinati all’impopolarità quando si presentano in forma diretta e/o progressista, divengano invece popolari e accettati qualora si dipingano di una vernice di comunitarismo nazionalista e di razzismo. E’ questa un’evidenza che il capitalismo internazionale sta già metabolizzando e che quindi riproporrà costantemente nei prossimi anni come programma politico.

E questo valga anche di lezioni a quanti, in Italia il più noto è Diego Fusaro, hanno passato il tempo a identificare l’essenza della globalizzazione con i suoi orpelli ideologici liberalprogressisti e con improbabili complotti di migrazioni pianificate. L’essenza della globalizzazione, ossia del dominio mondale incontrastato del capitalismo, è la libera circolazione del denaro, quella delle persone è una variabile dipendente facilmente sostituibile con mitologie del sangue e del suolo, se il ricorso a queste si mostri più funzionale alle esigenze del denaro e dei suoi movimenti.

Interférences #12/ Sabina Loriga, il trauma storico e l’uso pubblico della memoria

Un’intervista a Sabina Loriga a cura di Andrea Inglese

Sabina Loriga, dal 1997 direttrice di ricerca all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è una storica e insegna una disciplina dal titolo suggestivo: Tempo e storia: norme, concetti ed esperienza. Oggi dirige Passés Futurs, una rivista in rete, di cui è apparso a giugno il primo numero dedicato alla nozione di “trauma storico”. Il tema ispiratore di questa iniziativa editoriale e scientifica è l’uso pubblico, e quindi politico, della memoria storica. Un uso che, come viene sottolineato nell’editoriale, è divenuto sempre più frequente, generando dibattitti e controversie che riguardano sia l’opinione pubblica che l’universo più ristretto degli addetti ai lavori.

 

Parliamo della genesi di questo progetto. Come è nato, e quali sono le circostanze legate all’attualità politica, che ti hanno motivato a lavorare in modo specifico sull’uso pubblico degli eventi storici? Pensi che un tale uso sia più esasperato in alcuni paesi come la Francia, in relazione allo loro storia politica più recente, o è un fenomeno generale, che tocca in modo altrettanto evidente paesi molto diversi tra loro?

La questione non è nuova. Già agli inizi degli anni Settanta, Moses Finley incoraggiava gli storici e i “socio-psicologi” a occuparsi degli usi politici del passato. Ma il tema si è imposto negli anni Ottanta, durante la “querelle” degli storici tedeschi, che ha messo in luce delle concezioni profondamente diverse dell’identità nazionale (in particolare per quanto riguarda il confronto con la memoria dello Sterminio). In quest’occasione Jürgen Habermas aveva pubblicato un articolo intitolato “Sull’uso pubblico della storia”, in cui metteva in luce l’importanza di valutare attentamente gli interlocutori e i “luoghi” della discussione: in questa prospettiva distingueva tra lo spazio scientifico e quello pubblico e mediatico. Da allora il senso dell’espressione “usi pubblici del passato” si è trasformato e ha perduto la connotazione negativa implicita nel testo di Habermas. Infatti, la nozione di uso non comporta necessariamente quella di abuso o di strumentalizzazione. Che piaccia o no, gli storici non detengono il controllo del passato. Per questo, invece di struggersi nella nostalgia di un’epoca d’oro (e del tutto mitica) in cui la parola degli storici era indiscutibile, mi sembra più interessante analizzare i modi in cui i diversi attori sociali rappresentano il passato. Da questo punto di vista, negli ultimi decenni abbiamo assistito a un duplice processo, in apparenza contraddittorio. Da un lato, il passato è diventato un “oggetto del desiderio”: ci sono sempre più commemorazioni e sempre più iniziative per la trasmissione della memoria e per la protezione del patrimonio (dalle associazioni locali all’Unesco). D’altro lato, si è sviluppato uno spiccato sospetto nei confronti della storia, come disciplina, e delle testimonianze storiche. C’è uno scetticismo diffuso, quasi automatico, basato sull’idea – o piuttosto sullo stereotipo – secondo cui la storia è sempre stata e sarà sempre scritta dai vincitori. Probabilmente, questo desiderio di passato e questo sospetto verso la storia sono connessi a quattro fenomeni sociali fondamentali: la democratizzazione dell’istruzione, con l’aumento impressionante di studenti universitari; l’invecchiamento della popolazione, con una “terza” e “quarta” età sempre più interessate al passato; lo sviluppo del turismo, con la valorizzazione (anche economica) dei siti storici; e, ovviamente, internet che ha cambiato le frontiere delle competenze e che permette, a ognuno di noi, di organizzarsi la “propria” versione del passato.

Per tornare alla situazione francese, il nostro progetto nasce dalla lettura e discussione dell’ultimo libro importante di Paul Ricoeur, Memoria, storia, oblio. Al momento della pubblicazione – era l’autunno del 2000 – con Olivier Abel, Maurizio Gribaudi e Giovanni Levi avevamo organizzato una settimana di lavoro sul libro, terminata con un confronto con Ricoeur, il quale, all’età di 87 anni, aveva trascorso un’intera giornata a discutere con noi. Per una quindicina d’anni, Olivier e io abbiamo continuato ad animare all’EHESS un seminario su questi temi. Da quest’esperienza è scaturito un libro, intitolato La juste mémoire. Lectures autour de Paul Ricœur (Genève, Labor et Fides, 2006, co-dir. avec Olivier Abel, Enrico Castelli Gattinara e Isabelle Ullern). Nel 2011 ho costituito l’Atelier international sur les usages publics du passé, che ha organizzato una serie di incontri tematici e ha aperto un sito web. E poco a poco, grazie anche alla collaborazione di David Schreiber e al sostegno del Laboratoire d’excellence Tepsis (Transformation de l’Etat, politisation des sociétés et institution du social), è emerso il progetto di fondare questa nuova rivista.

 

Tu dici: “gli storici non detengono il controllo del passato”, ma in che modo valuti la pretesa dello Stato di “controllare il passato” come accade in Francia, ad esempio, con le cosiddette lois mémoriales (leggi sulla memoria)? Penso alla legge del 21 maggio 2001 (legge Taubira) che definisce la tratta degli schiavi come crimine contro l’umanità, ma anche alla legge del 23 febbraio 2005 che riguarda il riconoscimento della Nazione nei confronti dei francesi rimpatriati dalle ex colonie. In quest’ultima legge era persino scivolato un articolo che sosteneva il ruolo positivo della presenza francese in Nord Africa, abrogato in seguito alla violenta polemica che aveva suscitato. Più in generale, credi che sia opportuno punire chi nega pubblicamente l’esistenza di verità storiche dalle conseguenze traumatiche come quelle relative ai genocidi o ai crimini della colonizzazione?

Le verità storiche presentano un paradosso. Sono complesse, sensibili e fragili, perché sono spesso oggetto di falsificazioni. Nello stesso tempo sono necessarie. Senza di loro finiamo in quella che Hannah Arendt ha chiamato “orribile arbitrarietà” (the frightening arbitrariness). Questo vuol dire che, in certe circostanze precise, può esserci bisogno anche di ricorrere al diritto. Non penso che si debba scrivere la storia a colpi di legge. Voglio solo dire che le leggi e le loro motivazioni non sono tutte uguali e che non credo che il problema del rapporto tra storia, diritto e politica possa essere affrontato con posizioni generali e “universali”, fondate su un’idea molto semplificata della libertà di parola. Penso che vada contestualizzato e storicizzato. Nel caso francese, le “lois mémorielles” sono il frutto di una storia complessa, iniziata con il diffondersi del negazionismo “accademico” (basti pensare a Robert Faurisson e David Irving) e il successo del Front national di Jean-Marie Le Pen (che, da più di vent’anni, martella che le camere a gas sono state un dettaglio della storia della Seconda guerra mondiale). Il tutto seguito da un crescendo straordinario di eventi: tre processi – contro Barbie (1987), contro Touvier (1994) e contro Papon (1997-1998) –, il rifiuto di François Mitterrand di riconoscere le responsabilità del regime di Vichy (e quindi dell’apparato statale francese) nelle persecuzioni anti-semite, il cambiamento di atteggiamento di Jacques Chirac nel discorso del 16 luglio 1995 sulla retata del Vél’ d’Hiv’. Penso che, durante tutta quella fase, sia stato importante affermare che la verità storica non è un “gioco” e che nessuno – neanche lo storico – ha diritto a un regime particolare di impunità. Da questo punto di vista, il circolo tra storia, diritto e politica non è stato vizioso, anzi. Anche la legge Taubira non mi scandalizza: sicuramente c’è qualcosa di anacronistico, dato che la nozione di crimine contro l’umanità è emersa solo nel corso del XX secolo, ma rappresenta una reazione comprensibile a una vulgata storica che ha fatto della Gran Bretagna e della Francia soprattutto due campioni dell’abolizione dello schiavismo…. La legge Mekachera, del 2005, con l’articolo 4 che prevedeva che i programmi scolastici riconoscessero il ruolo positivo della presenza francese oltremare, è tutta un’altra storia: rappresenta una falsificazione storica, come indica il solo fatto di usare il termine ipocrita di “presenza” per parlare delle colonie.

 

Fin da questo primo numero dedicato al “trauma storico” appare chiaro che vi muovete in un orizzonte risolutamente interdisciplinare. Sono raccolti interventi di psicologi, psicanalisti, filosofi, oltre che di storici. Ma l’orizzonte è aperto anche in termini geografici: si spazia dall’Italia (il dibattito sul progetto di un museo del Fascismo a Predappio) all’Argentina (come le istituzioni e le organizzazioni della società civile integrano e definiscono la nozione di trauma storico in relazione alla passata dittatura.) Da dove nasce questa esigenza di approcci diversi intorno a uno stesso oggetto? È l’oggetto stesso, ossia il “trauma storico”, che necessita di essere fin dall’origine costruito in questo modo o è piuttosto l’esigenza di decostruirlo, e di sottrarlo al monopolio di una sola disciplina, o di un solo tipo di discorso, che rende indispensabile questo incrocio di prospettive?

Dall’inizio ci è sembrato importante muoverci in due direzioni: interdisciplinare, proprio per riflettere su diversi tipi di rappresentazione del passato. Per questo il comitato di redazione è composto, oltre che da storici, da antropologi, sociologi, filosofi, psicologi. Siamo anche molto interessati al rapporto con le “arti”. Proprio in questo momento stiamo valutando la possibilità di dedicare uno dei prossimi dossier alle rappresentazioni artistiche: negli ultimi anni la letteratura ha ricominciato a raccontare il passato (basta pensare alla forza di Hammerstein o Dell’ostinazione di Hans Magnus Enzensberger e di Scomparsi di Daniel Mendelsohn). La “vocazione” storica ha coinvolto anche le arti, soprattutto l’ambito della performance e delle new media art (video, fotografia, opera digitale). In particolare, il re-enactement, che indica la rappresentazione reiterata di eventi storici, ha avuto un grande successo sulla scena artistica odierna. Inoltre abbiamo scelto di uscire dall’ambito nazionale, per due motivi principali. Da un lato, alcune controversie coinvolgono più paesi (per esempio, la Corea, la Cina e il Giappone, oppure Israele e la Palestina, l’Ucraina e la Russia, etc.). Dall’altro, perché alcuni fenomeni storici non sono comprensibili su scala nazionale: è il caso della tratta degli africani, della memoria della colonizzazione, ma anche dello Stermino degli ebrei. Il dossier sul trauma corrisponde pienamente a questa prospettiva interdisciplinare e internazionale. Negli ultimi decenni - anche grazie alla pressione esercitata dai veterani della guerra del Vietnam e dai gruppi femministi americani - c’è stato un allargamento iperbolico della nozione. Non posso dimenticare quando il senatore forzista Renato Schifani disse che la caduta del governo Berlusconi avrebbe rappresentato un trauma per la nazione…. Di fronte a questa banalizzazione o a questi abusi, ci è sembrato importante tornare alla riflessione psicanalitica e domandarci: come possiamo “salvare” la nozione di trauma storico dal suo successo?

 

Come definiresti, attualmente, il tuo ambito di ricerca? E quali nessi esistono tra Passés Futurs e il tuo lavoro di insegnamento e ricerca?

Da un punto di vista tematico, sono stata e continuo a essere una storica abbastanza incoerente: la mia prima ricerca riguardava la stregoneria, poi sono passata all’istituzione militare, poi alla biografia, poi agli usi pubblici del passato e al tempo… Tuttavia, sento una forte continuità per quanto riguarda gli interrogativi che stanno dietro a queste ricerche. Se dovessi riassumerli in un’unica domanda, direi: qual è il rapporto tra il singolo caso individuale e il movimento generale della storia? Da un lato m’interessa la pluralità del passato: sono attratta dalla vitalità periferica della storia e, più che unificare i fenomeni, cerco di vedere le variazioni e le dissonanze dell’esperienza storica. Dall’altro, sono sensibile alla sua dimensione etica. Non voglio dire che la storia debba essere morale, o che possa offrire degli esempi da seguire o da aborrire (anzi, sono convinta che servano a ben poco e che rischino addirittura di avere un effetto fuorviante). Però penso che sia etica, perché svela il dramma della libertà. Per questo ho intitolato il mio libro sul rapporto tra la biografia e la storia Le Petit x. De la biographie à l'histoire (Seuil, 2010 e, nella versione italiana, La piccola x. Dalla biografia alla storia, Sellerio, 2012): l’espressione è di Johann Gustav Droysen, che, nel 1863, scrive che, se si chiama A il genio individuale, cioè tutto ciò che un singolo uomo è, possiede e fa, allora questa A consta di a + x, dove a comprende tutto ciò che gli viene da circostanze esterne, dal suo paese, dal suo popolo, dalla sua epoca, etc. e x il suo contributo personale. Nel lavoro, e forse nella vita, tengo molto a questa piccola, o piccolissima, x. Comunque, per quanto riguarda l’oggi, sto scrivendo un libro sulla storiografia postmoderna, con Jacques Revel. E, ovviamente, sono molto presa dal progetto della rivista sugli usi pubblici del passato. I seminari di quest’anno sono dedicati a questi due temi.

 

Già nel tuo saggio La piccola x, oltre a convocare storici come Thomas Carlyle, Wilhelm von Humboldt, Friedrich Meinecke o filosofi come Wilhelm Dilthey, dedicavi uno spazio specifico a Tolstoj, uno dei massimi romanzieri dell’Ottocento. Mi riaggancio qui a quanto dicevi sul ruolo che l’invenzione artistica può avere nell’esplorazione e nella restituzione dell’esperienza storica. Nel caso specifico del confronto tra scrittura storica e scrittura di finzione, che cosa rende insostituibile l’apporto del romanziere? Perché, insomma, un romanzo ci permette spesso di penetrare la “piccola x” meglio o in modo più persuasivo rispetto a una biografia tradizionale?

Nella “fiction” il narratore ha un atout evidente: è onnisciente, sa quello che i personaggi pensano, sa che cosa sentono, conosce il loro vissuto. Basta pensare all’Austerlitz di Sebald. Non è il caso degli storici, che sono costretti a lavorare per indizi e a cui è tendenzialmente precluso l’accesso alla coscienza intima degli individui di cui parlano. Dico tendenzialmente, perché le testimonianze possono aprire qualche spiraglio. Ma si tratta sempre solo di spiragli. È anche per questo che Paul Ricoeur parla di “malessere” della storia. Tuttavia in questo malessere, potremmo dire in questa coscienza infelice, c’è un valore importante: la consapevolezza che la distanza tra passato e presente non può essere cancellata, che il passato non può diventare contemporaneo attraverso un’intuizione, un gesto visionario e/o profetico, che il passato ha un fondo di alterità che resiste. Nonostante questa differenza fondamentale, penso che per gli storici sia estremamente utile coltivare una politica di scambi con la letteratura. Non propongo di riportare la storia nell’alveo della letteratura, tanto più che, come ha notato Virginia Woolf, i tentativi di cancellare le differenze che esistono tra la narrazione storica e quella della finzione hanno quasi sempre dato risultati abbastanza tristi anche sul piano estetico. Ma, come ho cercato di dire nel capitolo su Guerra e pace, la letteratura può aiutare a rompere l'eccesso di coerenza del discorso storico, a sperimentare delle strategie narrative per rendere visibili le incertezze del passato, per meditare non solo su quello che è stato, su quello che è avvenuto, ma anche su quello che sarebbe potuto capitare.

 

Cosa ne pensi del successo che sembrano avere le biografie dei grandi personaggi storici e che popolano gli scaffali delle librerie? Qui siamo confrontati forse a uno paradosso: il genere che meglio si presta a cogliere l’apporto individuale nel corso degli eventi collettivi è in gran parte confinato a personaggi che hanno avuto un peso straordinario su quegli stessi eventi. Insomma, i lettori sarebbero interessati alla “piccola x”, a patto che appartenga a uomini (nella maggioranza dei casi) che hanno “fatto la storia”.

Non sono una grande lettrice di biografie. Forse il motivo è proprio quello hai appena detto tu. Molte biografie storiche riguardano i grandi uomini politici, in grado di plasmare gli eventi, o, comunque, descrivono individui improbabili, del tutto intenzionali e liberi. In ogni caso, la mia riflessione riguarda la storia. A partire dagli ultimi decenni del secolo XIX, alcuni sociologi e storici hanno condiviso l’idea di fare dell’impersonalità un criterio fondamentale di scientificità. In Francia, Emile Durkheim scrive che le scienze sociali devono studiare i modi di pensare, di sentire e di agire indipendenti dagli individui. Quest’idea viene ripresa, pochi anni più tardi, da François Simiand, il quale sostiene che lo storico deve studiare quel che è oggettivo, indipendente dalla spontaneità individuale. Secondo lui, il politico, l’individuale e il cronologico (definiti i tre idoli della tribù degli storici) sono senza realtà e devono essere sostituiti da altri oggetti, come il ripetitivo, il regolare, il tipico. Questo desiderio di impersonale è durato almeno fino agli anni 1960 e 1970, quando Emmanuel le Roy Ladurie auspica una storia senza uomini e Jacques Le Goff (in seguito, autore di due importanti biografie storiche) scrive che la storia delle mentalità studia “il contenuto impersonale del pensiero”. Nella Piccola x ho reagito a questo modo di concepire la storia, tornando su quella minoranza di autori che, nel corso del secolo XIX, hanno cercato di salvare la dimensione individuale della storia. Degli storici (oltre a Carlyle, soprattutto alcuni tedeschi, come Wilhelm von Humboldt e Friedrich Meinecke), uno storico dell’arte (Jakob Burckhardt), un filosofo (Wilhelm Dilthey) e uno scrittore (Leon Tolstoj). Tra di loro non c’è una continuità o una coerenza stretta, però condividono l’idea che il mondo storico sia creativo, e che questa qualità non abbia il suo fondamento in un principio assoluto, trascendente o immanente all’azione umana, ma nell’azione reciproca dei singoli individui. Quindi non presentano la società come una totalità sociale indipendente (un “sistema” o una “struttura” impersonale superiore agli individui), ma come un’opera comune.

 

Tocchiamo un ultimo punto: i progetti editoriali che in Germania, e poi in Francia, hanno riguardato la ripubblicazione di Mein Kampf, attraverso edizioni critiche curate da équipes di storici. In Francia, ad esempio, dove il lavoro è ancora in corso per l’editore Fayard, l’iniziativa ha suscitato in modo particolare la condanna di Jean-Luc Mélenchon, e la risposta su “Libération” dello storico del nazismo Christian Ingrao. Mai come in questo caso, almeno in Europa, un libro è connesso con il trauma cruciale della storia novecentesca.

Come sai, quando i diritti d’autore sono scaduti in Germania, l'Istituto di storia contemporanea di Monaco ha preparato un'edizione critica con una tiratura di 4.000 copie, curata e corredata da 3.500 note che servono a contestualizzare le dichiarazioni di Hitler. Dopo il lavoro estremamente preciso dell’équipe tedesca (Christian Hartmann, Thomas Vordermayer, Othmar Plöckinger, Roman Töppel), un gruppo di storici francesi, coordinati da Florent Brayard, sta preparando la versione francese. Almeno in questo caso, non ho dubbi, sono favorevole a quest’iniziativa. Il libro circola già, su carta e sul web. Qualche anno fa Antoine Vitkine (“Mein Kampf”: Histoire d’un livre, Flammarion), ha raccontato il suo successo nel mondo (in particolare in Turchia o in India!). Inoltre, può essere un’occasione importante per capire meglio come si è sviluppata e stratificata la decisione della soluzione finale degli ebrei. Oggi il pericolo non viene dalle edizioni critiche, ma dalla banalizzazione del nazismo (e anche del fascismo). L’abbiamo visto tre anni fa in Francia, quando è scoppiato l’affaire Dieudonné, che si diletta in dichiarazioni infami in nome dell’umorismo. L’abbiamo rivisto quest’estate in Italia, quando La Repubblica ha scoperto che il gestore della spiaggia di Punta Canna, vicino a Chioggia, inneggia a Mussolini e “scherza” sulle camere a gas, e che i clienti e le autorità locali considerano tutto ciò come “una questione folkloristica”.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Rocket Man vs Dotard

Maria Anna Mariani

I speak not like a dotard nor a fool,” dice Leonato in Molto rumore per nulla. La sua voce è tremula d’offesa.

Quando ieri Kim Jong-un ha chiamato Trump ‘dotard’ nessuno, scrive il “New York Times”, sapeva cosa voleva dire questa parola. E così tutti i vocabolari, elettronici o di carta pastosa, si sono trovati in simultanea spalancati su un epiteto prelevato da Shakespeare. Dotard: vecchio rimbambito. Con sgomento adesso ci accorgiamo che dotard è proprio la parola che cattura l’essenza del vegliardo schizoide al comando degli Stati Uniti. Facciamo caso anche al significante nudo e crudo: basta permutare due lettere, e DOnAlD diventa DOtArD.

Dotard è la risposta iper-letteraria all’appellativo pop che una settimana fa Trump ha scagliato contro Kim Jong-Un: Rocket Man, dal titolo di una canzone di Elton John. I contesti da cui sono carpite queste parole, che sembrano missili lanciati a razzo l’uno in reazione all’altro, condensano gli immaginari stereotipi di due culture in attrito: una glitterata e ammiccante e l’altra arcaica e solenne. Ma questa è solo la prima osservazione che viene in mente quando si accostano le due parole. Andiamocelo a riascoltare tutto quanto il testo di Rocket Man.

https://www.youtube.com/watch?v=DtVBCG6ThDk

Ecco: ci ricordiamo adesso che la canzone è dolente, che l’uomo missile è una figura che ispira compassione. Povero Rocket Man: se ne va su Marte, blindato dentro una navicella che lo porta via dalla terra, via dalla moglie, via dai figli mai nati (su Marte fa freddo, non è posto dove far crescere i bambini, poveri bambini con chi giocherebbero mai su Marte. È solo, Rocket Man, fa un lavoro che lo distanzia da se stesso e dal mondo, è un ingranaggio di quella scienza che non capisce, non capisce, che mai capirà).

Ma ecco Trump cosa fa: non gliene importa un bel niente del povero Rocket Man che ci fa struggere per il suo destino di reietto cosmico. La capsula spaziale che ingabbiava quest’uomo e lo allontanava dai suoi affetti diventa d’un tratto una siringa atomica che ci minaccia tutti quanti, che farà divampare in cielo due soli e ci trasformerà in ombre anonime tatuate sul cemento, come quelle che stanno a Hiroshima ad ammonirci che l’umanità intera è eliminabile.

Trump brandisce il nomignolo Rocket Man come un’arma e fa della citazione una pura operazione della perdita: solo se restauriamo il contesto ci ricordiamo che Rocket Man va compianto, non temuto.

Ma Kim Jong-Un e i suoi generali che gli si stringono intorno a quel tavolo felpato di mappe, tutti ridenti, non l’hanno mica restaurato il contesto della canzone di Elton John. Rocket Man è ormai una scheggia linguistica immemore del suo intorno di parole. Rocket Man si è tramutato in un uomo bionico che coincide con l’arsenale atomico che ha alimentato negli anni.

Non ci sono contesti capaci di arginare il più aggressivo degli atti linguistici: l’insulto. Che è personalistico: si appunta sui tratti di un individuo e li irrigidisce in caricatura. E genera così una reazione viscerale, uguale e contraria: sei deficiente-sei ritardato, sei uno stronzo-sei un testa di cazzo. Ma poi ci si mena. Solo che qui le mani che menano sono mani bioniche, che si trascinano via nel pugno scagliato nazioni intere, forse il mondo intero. Il mondo intero con la leucemia per colpa di una canzone mutilata.

Dotard è un insulto ancora più personalistico di Rocket Man. Già percepiamo l’escalation dell’irritazione. Dotard mette in ridicolo i tratti più vulnerabili e creaturali dell’uomo: il corpo e la mente in disfacimento. Tutta la demenza senile è condensata dentro questa parola che offende ben più di Rocket Man. Anzi, al confronto Rocket Man diventa un complimento: postumana corazza tecnologica, impermeabile al tempo. È così che Kim trionfa, mentre mostra a Trump e a tutti noi che padroneggia perfettamente il lessico dell’inglese-linguaggio universale. Non solo lo padroneggia, ma ci ritorce contro Shakespeare.

Qualche ora fa Trump gli ha risposto: Little rocket man, cercando di incrinare la potenza bionica che gli aveva prima associato. Non sei onnipotente Rocket Man: sei piccino, hai un arsenale ridicolo, sei solo un bambinone bulimico coi suoi giocattoli fiammanti.

Così dice Dotard. Ma Dotard, dotard, ripensiamoci un istante al contesto di questa parola: la commedia Tanto rumore per nulla. Il titolo è entrato nel linguaggio comune e si è ossificato in un’espressione che indica qualcosa di irrilevante e trascurabile. Ma sarà proprio vero che questi insulti fanno tanto rumore a vuoto? È davvero solo uno scambio di atti linguistici? O invece che parole facili a dileguarsi nel nulla, è un nulla di altro tipo quello a cui ci condannano? Pensiamoci, mentre aspettiamo il prossimo missile – e speriamo che sia ancora solo verbale.

La nottata del mito

Giorgio Mascitelli

L’attore televisivo Fabrizio Bracconeri ha pubblicato due tweet offensivi, poi rimossi dalla stessa società di comunicazione, contro l’ex ministro pd Cécile Kyenge, colpevole a suo dire di non aver stigmatizzato le violenze perpetrate a Rimini alcuni giorni fa da alcuni suoi confratelli di fede islamica contro una coppia di turisti polacchi e una transessuale. Ora io ignoro le convinzioni religiose dell’onorevole Kyenge, anche se è molto probabile, date le sue origini congolesi, che sia di formazione cristiana. Non che dal punto di vista del fatto in sé la cosa cambierebbe se anche fosse mussulmana: come è assurdo considerare tutti i cattolici responsabili dei milioni di stupri commessi in questo paese da persone di religione cattolica, così resta assurdo crederlo anche a proposito di chi ha una diversa confessione. Quello che voglio sottolineare è che questi tweet, aldilà dei loro contenuti aberranti, trasudano voglia di stabilire un collegamento tra una figura pubblica che rappresenta un esempio di successo dell’integrazione, un evento criminale, che riattiva paure ancestrali, e l’estremismo islamico, benché sia evidente che quello riminese è un episodio di criminalità comune. Non meno interessante è che il tentativo provenga da un operatore mediatico professionista.

Questo episodio è una prova eloquente di come la macchina mitologica, ossia quel meccanismo che riutilizza frammenti di memoria tradizionale e materiali mitici vari riattualizzandoli con effetti perversi sulla società in forma di un discorso di potere, sia all’opera in questo momento in Italia. Non è un caso che una formazione neofascista abbia in questi giorni rispolverato un vecchio manifesto di propaganda della Repubblica Sociale Italiana che raffigurava una donna bianca aggredita da un uomo di colore con l’invito a difendere le proprie moglie, sorelle e madri. E’ chiaro che vi è qui l’uso consapevole di elementi mitici, per così dire, da ratto del serraglio, unito all’idea suggestiva di un’invasione straniera in corso, che svolge la stessa funzione dell’evocazione dell’islamismo nei tweet di Bracconeri. L’aggressione verbale all’ex ministro Kyenge, come peraltro quelle rivolte al presidente della camera Laura Boldrini, non a caso oggetto a sua volta di contumelie e minacce nei giorni successivi ai fatti di Rimini, partecipa e allo stesso tempo alimenta un altro materiale mitico, anche se più recente e di matrice hollywoodiana, quello della polemica del giustiziere solitario, alla ispettore Callaghan, che aiuta gli indifesi contro il crimine, contro i politici deboli, corrotti, garantisti e in definitiva complici dei malviventi.

Caratteristica e potenza del discorso prodotto dalla macchina mitologica è quello di essere inossidabile all’argomentazione razionale e, spesso, anche alle smentite sui fatti concreti. Un esempio è quello della fotografia della cantante Rihanna, presentata come la figlia del ministro Kyenge appena nominata dirigente del ministero dell’integrazione con uno stipendio mensile di 15000 euro, pubblicata su facebook da un sito specializzato in scherzi, che non solo è circolata seriamente sul social, ma produceva reazioni infastidite allorché qualcuno faceva notare la palese assurdità della notizia. L’inossidabilità di tale discorso all’argomentazione razionale non è causata dall’emotività su cui esso si fonderebbe, ma al contrario è dovuto al fatto che si presenti come una forma di discorso a sua volta razionale, sia pure di una razionalità a dir poco elementare, e che sia gratificante per chi lo segue e lo sostiene in quei modi psicologici e simbolici che a suo tempo Canetti ha indagato.

Le violenze di Rimini hanno prodotto una serie di aggressioni verbali anche nei confronti di Laura Boldrini, anche se nel suo caso esse ormai si susseguono secondo un ritmo cadenzato, che è cominciato quasi immediatamente dopo la sua nomina a presidente della camera allorché media vicini al centrodestra hanno cominciato ad attaccarla. Difatti la macchina mitologica, a maggior ragione nell’era mediatica, funziona spontaneamente una volta avviata, ma ha bisogno di qualcuno che la faccia partire e la alimenti.

Cécile Kyenge e Laura Boldrini sono dei personaggi pubblici e istituzionali, e questa circostanza gioca un ruolo fondamentale nel meccanismo simbolico della macchina: l’odio provato nei confronti degli extracomunitari che. se fosse espresso direttamente, sarebbe simbolicamente fonte di imbarazzo nell’avere come obiettivo dei poveracci, può essere espresso nella forma socialmente accettabile della critica a figure della classe politica, anzi ai politici privilegiati, occupando la posizione gratificante del comune cittadino che protesta contro personaggi di potere. Si tratta dunque di un odio traslato che, nell’impossibilità di esprimersi sul suo vero oggetto, colpisce i suoi protettori o presunti tali. Questa traslazione ha anche la funzione di rimuovere gli ostacoli culturali che ancora impediscono l’espressione diretta dell’ostilità.

Questa situazione chiama in causa la cultura e le idealità delle sinistra: è chiaro che l’accettazione della prospettiva individualista della cultura dominante, anche se talvolta si è tradotta in battaglie per i diritti civili dell’individuo di per sé importanti e significative, ha comportato l’abbandono nei fatti e molto spesso anche nelle parole di quei valori di uguaglianza e solidarietà, che potevano essere un baluardo contro la diffusione del mito. Quando la cultura politica non indica tramite un’analisi di classe le cause del malessere e dell’insicurezza sociali, questa funzione viene svolta dalla macchina mitologica. Intendiamoci la potenza della macchina mitologica è tale che, se volgiamo lo sguardo al passato, troviamo esempi del suo funzionamento anche in contesti in cui quei valori sussistevano, ma certo il grado di resistenza che essa incontra nell’attuale società italiana è paragonabile a quello che offre un panetto di burro a un lama di coltello scaldata che vi affonda.

‘A da passà a nuttata’ si potrebbe dire con Eduardo, l’impressione purtroppo è che siamo solo alle prime ore della sera.

Našim jezikom. Nella nostra lingua

Piero Del Giudice

Sarajevo, ‘the people’s museum’  (daniel schwartz)

per Bahrudin 'Bato' Čengić

era quasi inverno - ottobre del 2007 – quando,
come in una pastorale, qualche decina di noi
lo salutavamo nel cimitero inclinato del Leone.
Faceva la fame nell'assedio e mendicava qualche regia.

«Sono tornati quelli che abbiamo cacciato nel ’45», sintetizza Abdulah Sidran (in privato) a fine assedio di Sarajevo, nel 1996. Tornano i padroni, i proprietari espropriati dalla rivoluzione socialista e quelli nuovi che hanno arraffato nella guerra e nel dopoguerra. Per es. vengono rastrellate con pochi marchi le «lettere di credito» rilasciate mensilmente dal governo bosniaco ai combattenti, sorta di salari di guerra esigibili a guerra finita, rimesse sul mercato per l’acquisto di fabbricati, alberghi già dello stato, ospedali; Bakir Izetbegović, figlio di quell’uomo pio che era Alija – presidente nell’assedio di Sarajevo, padre della Bosnia islamica – gestisce 2000 miliardi di lire della ricostruzione della città. Sempre nell’edilizia postbellica – a Tuzla, in scala ridotta – Naser Orić, il comandante di Srebrenica fuggito dall’enclave poche ore prima dell’attacco e della strage. «Per sette volte ho rifiutato di lasciare l’enclave, per sette volte sono sceso dall’elicottero», dice poi. All’ottava cambia idea e fugge. Con lui i più stretti ufficiali. Srebrenica doppiamente indifesa diventa un mattatoio.

Finisce con la Jugoslavia un sogno dell’umanità. Il Novecento delle rivoluzioni finisce con il bombardamento di Belgrado nel 1999. Dino, nella scena finale di Ti ricordi di Dolly Bell (pièce teatrale e poi sceneggiatura di Sidran per il film di Emir Kusturica), legge al padre comunista morente il giornale di partito: «... ma la scienza e la tecnica moderna sono così avanzate da permettere all’uomo di influenzare a suo piacimento il cambiamento del clima, al punto che si sta valutando di correggere l’asse della Terra... Tutto il lavoro necessario per realizzare questo progetto potrebbe essere svolto da un esercito di cento milioni di tecnici, ingegneri e scienziati di tutti i paesi del mondo, in una sola generazione...». Sembra una buona idea: una eterna fresca estate, il pianeta fertile e ospitale per miliardi di uomini, l’uomo faber che vivrà centinaia di anni.

Della guerra di classe jugoslava e dei suoi mallevadori globali (il capitalismo senile degli Stati Uniti, gli oligarchi con i manubri delle auto in oro della Russia turbocapitalista) nessuno ha scritto durante il conflitto e, a dire il vero, neanche dopo. Le cronache della guerra civile distraevano non poco – e non senza fascino – dai movimenti tellurici di fondo. Cronache, sintomatologia di un popolo. Lo stupro, la riduzione a schiava sessuale della donna, sono frequenti. Villaggio nei pressi di Mostar, donna di quaranta-quarantacinque: «Mi hanno portata da questo Adrian che comandava lì, mi ha fatto spogliare e sdraiare sul divano. Mi è venuto sopra. Alla fine ha detto “Puzzi”, gli ho risposto “Sei tu che puzzi”». «Gli ho detto così» ripete. Foča, estate 1992: «Eravamo in sette musulmane prigioniere nella javna kuća, la “casa pubblica”. Pulivo le stanze, lavavo le loro divise e anche i loro piedi, mi picchiavano, poi mi violentavano a turno. Io e Emira siamo state scambiate, sulla pista dell’aeroporto, con un loro soldato. Hatiba è scappata con uno di loro, un Ivan, delle altre non so». «Scappata con Ivan?» «Sì, si era innamorata». Hanefija P., un berretto verde, un paramilitare, viene fermato dall’esercito regolare con una donna al seguito legata alla cintura con una corda. Nell’interrogatorio Hanefija mostra una sorta di badge – un cartiglio – a firma del comandante della sua compagnia in cui si afferma che «può» utilizzare come schiava sessuale la donna. Nome e cognome. Certo, è la guerra; cronache impietose e quelle pietose si ignorano. E poi sempre – anche nel dolore, nella vergogna senza consolazione – quello scarto protervo spazio-temporale tra realtà e maschera, la mistificazione che sempre vince.

Una lingua comune per gli abitanti della Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, e una comune letteratura per noi – gli amati compagni, siedono con noi nelle fumose kafane, Ivo Andrić (1892-1975), Miroslav Krleža (1893-1981), Miloš Crnjanski (1893-1977), Meša Selimović (1910-1982), Mehmedalija «Mak» Dizdar (1917-1971), Danilo Kiš (1935-1989), Alexandar Tišma (1924-2003)... – hanno una prima organizzazione nel 1850. Un secolo dopo, nel 1954, negli anni del socialismo, la definitiva ratifica con gli «Accordi di Novi Sad» (firmano, tra gli altri, Andrić e Krleža): «la lingua popolare di serbi, croati e montenegrini è un’unica lingua. Per tale motivo anche la lingua letteraria che si è sviluppata sulla base di essa intorno ai due centri maggiori, Belgrado e Zagabria, è un’unica lingua con due pronunce, la ekava e la ijekava»

«Una data è indiscutibile: 28 di marzo del 1850. A Vienna in quella data, molto probabilmente nell’appartamento di Vuk Karadžić, oppure nella celebre taverna di Gerlović in Baumarkt, otto Jugoslavi (essi stessi si diedero tale nome) si riunirono e firmarono un manifesto con il quale invitavano gli Slavi del Sud ad accettare il cosiddetto dialetto meridionale come loro lingua letteraria... Cinque di loro erano croati: Dimitrija Demeter, Ivan Kukuljevic Sakcinski, Ivan Mažuranić, Vinko Pacel e Stjepan Pejaković. Due di loro serbi: Ðuro Daničić e Vuk Stefanović Karadžić. Uno sloveno: Fran Miklošić: “I sottoscritti, considerato che un unico popolo dovrebbe possedere una letteratura unica, e biasimando la situazione odierna per cui la sfera delle Lettere è lacerata non soltanto in merito all’alfabeto, ma anche nella grammatica, si sono radunati in questi giorni per discutere su come accordarsi ed unirsi nel modo migliore sul tema della letteratura”» (Sinan Gudžević, La casa viennese serbocroata). «La cosa interessante è che nel testo dell’accordo non si dà nome alla lingua comune, non sono usati aggettivi come “serba”, “croata” a proposito della lingua, ma si parla di “nostro popolo”, “nostra letteratura”. È stato scelto il dialetto “del sud” (ijekavica) come base per la lingua comune con chiari argomenti: perché la maggior parte dei popoli parla così; perché è il più simile alla vecchia lingua slavena e così anche a tutte le altre lingue; perché quasi tutti i canti popolari sono scritti in questo dialetto; perché tutta l’antica letteratura di Dubrovnik è stata scritta in questo dialetto; perché la maggior parte dei letterati dell’est e dell’ovest già lo usa scrivendo» (Rajka Glušiċ, docente di linguistica generale, Università del Montenegro).

Il poema epico montenegrino sulle guerre con gli ottomani, Il serto della montagna di Njegoš pubblicato nel 1848 a Vienna, è uno dei principali testi cui fa riferimento l’aspirazione a una lingua comune. È l’Ottocento dei popoli, della ricerca e del richiamo alle radici nazionali, sono gli anni della invenzione della tradizione. Nell’ultima guerra nei Balcani (1991-1996) i versi di Njegoš vengono cantati – con l’accompagnamento delle guzle pastorali – dalle bande četniche mentre sgozzano gli abitanti delle cittadine lungo la Drina (bosniaci uguale turchi) e oggi il poema tragico di Njegoš è innominabile.

Già negli anni del conflitto Franjo Tudjman, ex-generale di Tito e bano della cattolica Croazia, mentre cerca di spartirsi con Milošević la Bosnia Erzegovina, lavora sul ritorno della lingua alla «purezza dell’idioma patrio». Il tentativo di smembramento dell’unica lingua è la tragicomica attività cui si dedicano la corporazione degli insegnanti e le così dette intelighencija locali. Andrić, per esempio, è censurato dai bosgnacchi, Selimović ignorato dai serbi, Kiš il grande antinazionalista sempre messo all’indice...

Si istituiscono gare e premi per nuovi vocaboli a sostituzione di quelli comuni (ambasador diventa veleposalnik gran ministro inviato; il passaporto pasoš è adesso putovnica documento di viaggio; Evropa Europa; compito zadatak cambia in uradak prodotto; aerodrom in zračna luka, il porto dell’aria; operaio radnik è djelatnik, dipendente, e così via). Si disseppelliscono intraducibili gergalità autoctone, si cambia la fonetica e la scrittura. In Bosnia trionfa la dizione aspirata, la h, prima ovviata, diventa la bandiera del ritorno ai turchismi, per una nuova età asinina. In Serbia, dove prima coesistevano le due scritture, latina e cirillica, ora c’è soltanto l’alfabeto panslavo. Una stessa scuola, in uno stesso edificio, è divisa in corsi distinti (bosgnacco e croato), i documenti amministrativi e giuridici tra le Repubbliche, pur scritti in una medesima lingua comprensibile a tutte le parti, vengono tradotti, le pellicole cinematografiche sottotitolate quando in sala tutti capiscono tutto, così come i programmi televisivi («Nel maldestro tentativo di sottolineare le diversità si usano dei sinonimi o semplicemente si cambia una preposizione. Per chiunque e in particolare per un traduttore di professione può risultare un po’ scandaloso il fatto che qualcuno venga pagato per fingere di tradurre...» D. Djordjevic, traduttore). Soldi, soldi, la panzana ipernazionalista, l’inganno, il raggiro all’incanto. È la Kultura laži, la «cultura della menzogna» (Dubravka Ugrešić). Materia prima inesauribile per i «Nadrealisti» e il loro cabaret surrealista. Come Totò con «Galileo Galivoi» risponde alla imperiosa modifica di nomi e pronomi nella bonifica linguistica dell’Italia fascista degli anni Trenta (l’anti-lei; bar in mescita; tennis è pallacorda; hangar diventa aviorimessa; croissant sarà bombolone).

Nella conversazione con due miti coniugi musulmani di Sarajevo, ritornati da qualche anno dall’esilio italiano, seduti – lei in pigiama – sul sofà del modesto appartamento di periferia, il discorso cade su recenti vandalismi: «Al vecchio cimitero ebraico sono stati dei ragazzi, si sa – dicono – per i Buddha giganti di Bamiyan in Afghanistan, quelli li hanno distrutti i (comunisti) cinesi».

Smembrare il corpo di una lingua che si parla e si scrive non è impresa semplice. Il viaggiatore non avverte oggi differenze quando attraversa la pianura della Sava dalla Croazia alla Serbia, o frequenta le kafane di Sarajevo – una aperta di recente si chiama Tito. «I nazionalisti non sono capaci di mettersi in testa che è più facile uccidere uno Stato che una lingua. Non è neanche possibile dimostrare loro che è più facile creare un nuovo Stato piuttosto che una nuova lingua» (Sinan Gudžević).

Il 30 aprile di quest’anno, a Sarajevo è stata presentata la Deklaracija o zajedničkom jeziku, la «Dichiarazione sulla lingua comune». Alla domanda se in Bosnia Erzegovina, Montenegro, Croazia e Serbia si parli una lingua comune, la risposta è affermativa. Si tratta di una lingua comune di tipo policentrico. Questa lingua ha nomi diversi ma questo non la fa diversa. La Deklaracija, firmata all’inizio da duecento linguisti, scrittori, critici, traduttori da Belgrado a Lubiana, in pochi giorni viene sottoscritta da decine di migliaia di cittadini dei Balcani. Al proposito Abdulah Sidran dice: «i popoli la chiamano come vogliono, ma la lingua è comune». Jakob Finci, presidente della comunità ebraica (l’unica che avrebbe in realtà una propria lingua, il «giudeo-spagnolo»): «La lingua è chiaramente comune». Dževad Karahasan: «Una lingua come la vogliono gli accademici nazionalisti non serve alla comunicazione, ma alle singole identificazioni nazionali e al riconoscimento delle differenze».

Josip Bozanić, arcivescovo cardinale di Zagabria e capo della chiesa cattolica croata, nell’omelia pasquale attacca la Dichiarazione sulla lingua comune: «Cari fratelli e sorelle... la patria ha le proprie roccaforti chiave, tra cui la lingua. Ogni qual volta si vogliono demolire i valori croati, si colpisce la cultura e la lingua come preparativi per le campagne di conquista politiche e militari». Lo zagabrese Sinan Gudžević risponde con una Lettera al cardinal Bozanić: «Non sto preparando nessuna campagna politica o di conquista e non conosco nessuno che si farebbe venire in mente una cosa del genere. Ho firmato la Dichiarazione perché so che la lingua scritta e parlata in Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro, è una lingua. Quelli che la parlano si comprendono l’un l’altro senza la mediazione di terzi e senza strumenti lessicali. Il Suo messaggio pasquale lo comprendono a Čakovec (Croazia), a Cetinje (Montenegro), a Zenica (Bosnia Erzegovina), a Sjenica (Serbia), a Vranje (Serbia) o a Kikinda (Vojvodina), perché è scritto nella lingua che a tutta quella gente è comune, comprensibile, regolamentata, codificata o, se preferisce, standardizzata. E tale standardizzazione è stata compiuta prima che fosse creata la Jugoslavia, quando lo spazio in cui quella lingua si parlava, era costituito da un regno (Serbia), un principato (Montenegro) e due imperi (austroungarico e ottomano). Lei può chiamare quella lingua croato, chi preferisce può chiamarla serbo, altri bosniaco, altri ancora montenegrino, ma è una sola lingua con le differenze usuali per questo tipo di lingua. La matrigna di mio padre chiamava questa lingua, questa in cui vi scrivo turco ("Bambini, fate tornare il bestiame dai campi dove fanno danni, lo capite il turco in cui vi parlo?”, diceva, e non conosceva la lingua turca)».

Qui la Chiesa è un gran bordello, dai mercanti insediati a Medjugorje al ponte di Mostar (orribile manufatto), dalla chiesa nazionalista di Zagabria a quei francescani trovati con armi nel doppiofondo del camion umanitario del «pane di San Francesco». Nella guerra i giovani soldati portavano sotto la fibula delle spalline la cinghia del Kalashnikov e la collana in grani del rosario (bianco). Nelle caserme croate, dietro le cattedre dei comandanti, il ritratto di Ante Pavelić con la scritta Primo Stato croato. La lingua è – scrive ancora Gudžević – nelle mani di devoti «revisori linguistici che di fatto sono una polizia linguistica. Lavorano negli istituti, nelle redazioni dei giornali, alla radio, alla televisione, nelle case editrici, sui portali internet e il loro compito principale non è quello di correggere il testo nel senso della chiarezza, del corretto uso dei verbi o la consecutio temporum, ma, prevalentemente o quasi esclusivamente, quello di cancellare le parole che i loro superiori hanno dichiarato sgradite, serbismi o in odore di serbismi. Da ferventi serbocroatisti sono diventati accesi croatisti. Mentre la materia di cui si occupano non è cambiata. Intanto, per adeguarsi al cappello nuovo, appassionatamente e servilmente hanno cambiato la propria testa».

Lo stipendio dell’insegnante massa

Giorgio Mascitelli

Come di consueto, nei giorni di ferragosto quando i giornali stentano a riempire le pagine ha avuto un certo spazio una petizione apparsa su facebook che chiede l’equiparazione degli stipendi degli insegnanti italiani alla media europea. Naturalmente tale petizione ha le sue fondate motivazioni, se si pensa che l’ultimo contratto della scuola di durata quadriennale è scaduto nel 2009, ma è in qualche modo un segno della crisi di una normale dialettica democratica sul luogo di lavoro il fatto che si affidi tale rivendicazione a uno strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, e un tempo di supplica, come la petizione, anziché, come sarebbe ovvio, alla lotta sindacale. Sia chiaro che i promotori della petizione in ciò non hanno nessuna colpa, si sono limitati a registrare una situazione oggettiva. Tangenzialmente va detto che, quando si parla di crisi della democrazia, espressione in sé un po’ astratta, bisogna prendere in considerazione questi esempi apparentemente secondari per avere un’idea di cosa concretamente essa significhi.

In assenza di un reale movimento sindacale che ponga la questione salariale nei termini che le sono congrui, i bassi salari dei docenti sono diventati un piccolo genere mediatico o meglio un topos all’interno del discorso sulla scuola. Non mancano nella nostra vita pubblica, accanto agli efficientisti e ai populisti che dicono che gli insegnanti rubano lo stipendio, dichiarazioni da parte di qualche personalità pubblica comprensiva, l’ultima mi pare essere stata il ministro Fedeli, che ammette che sì gli stipendi sono proprio bassi, di solito i più prudenti aggiungono però che gli insegnanti dovrebbero lavorare di più, che è un’elegante perifrasi per sostenere che gli stipendi degli insegnanti vanno bene così come sono. In realtà, subendo i docenti, al pari di tutti i lavoratori dipendenti precari o meno, da anni e in maniera strutturale una contrazione dei salari reali, questo discorso specifico sul loro stipendio non avrebbe molto interesse, salvo per i diretti interessati, se non fosse che esso è a parere di molti il sintomo e la causa di una trasformazione o meglio di una svalutazione del ruolo del docente. In questa prospettiva la questione salariale dei docenti acquista un valore simbolico, che avrebbe a che fare con il valore che la società attribuisce alla scuola. Di conseguenza chi si dichiara preoccupato degli stipendi dei docenti risulta automaticamente preoccupato per l’avvenire della scuola.

Gli stipendi più bassi della media europea, a fronte di orari simili, sono in realtà semplicemente il prodotto di vari fattori non correlati tra loro da alcun disegno strategico: il livello degli stipendi pubblici da sempre più basso in Italia, la gestione clientelare democristiana che tendeva a barattare salari da poco con alcuni privilegi, il più importante dei quali la cosiddetta baby pensione non esiste più da oltre 20 anni, il tentativo di costruire un sindacalismo più sano, fuori dall’osmosi che caratterizza i rapporti tra amministrazione e sindacati confederali, e quindi più conflittuale, sconfitto tramite il ricorso a norme antisindacali, le politiche di compressione della spesa pubblica e dello stato sociale degli ultimi 30 anni. Insomma la situazione salariale degli insegnanti italiani è frutto della mancanza di una politica scolastica coerente e del generale peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, ma non certo di una perdita del prestigio o della svalutazione del loro ruolo sociale e professionale. Questo fenomeno è dovuto essenzialmente ad altri fattori, quali la parziale incapacità della scuola di massa a rispondere sempre a esigenze diversificate e talvolta divergenti degli studenti e, soprattutto, l’impossibilità di garantire a tutti una futura posizione lavorativa di successo o quanto meno stabile, senza trascurare naturalmente gli effetti del discorso mediatico sugli insegnanti.

La scuola di massa sembra così aver prodotto un insegnante massa, per fare il calco su un’espressione che ebbe una sua utilità descrittiva e politica, mediocre e destinato alla mediocrità e all’insoddisfazione come attestano i suoi poco lauti guadagni. Una certa vulgata lo descrive come senza preparazione culturale, senza gusto pedagogico, senza ambizione, in fin dei conti un annoiato che annoia gli allievi e, benché la maggioranza degli insegnanti svolga dignitosamente il proprio compito, questa immagine è diventata il ritratto indiscusso di un’intera categoria.

Ora l’idea prevalente presso la nostra opinione pubblica e i nostri gruppi dirigenti per riqualificare la scuola e rispondere a richieste come quella della petizione è introdurre una cosiddetta carriera per i docenti, che prevede di premiare i migliori insegnanti lasciando la maggioranza nell’attuale condizione. Se qualcuno si chiedesse chi siano i migliori insegnanti per le autorità scolastiche, che dovranno premiarli, si può rispondere che nel concreto i migliori insegnanti sono considerati coloro che si assumono responsabilità organizzative, i quali peraltro avevano già possibilità di carriera anche in passato, seguono i progetti paralleli all’attività didattica curricolare e promuovono l’innovazione didattica lungo le linee individuate dal ministero. Non è importante discutere in questo contesto se siano criteri giusti, la cosa interessante è notare che i migliori insegnanti sono in questo modo pochi e contrapposti ai molti che non lo sono. Questo fatto non è dovuto soltanto alla scarsa disponibilità economica, ma è in qualche modo connaturato all’idea stessa del premiare i migliori, dotata di un fascino simbolico irresistibile per la sua ovvia ascendenza religiosa.

La conseguenza di ciò è che la scuola nelle sue attività didattiche standard, le più importanti, verrebbe gestita da coloro che secondo questi criteri riformatori sono insegnanti massa mal pagati e ufficialmente certificati come i non migliori. È chiaro che chi ha escogitato un’idea del genere non solo non crede che la prima funzione della scuola sia quella di trasmettere un sapere in qualsiasi forma, ma ritiene che sia quella di educare a una forma di controllo sociale, in cui la scuola tramite le sue gerarchie interne promuove quelle della società. In una prospettiva del genere, dell’insegnante massa, una sorta di inserviente pedagogico incapace di sviluppare un’attività professionale autonoma, c’è assolutamente bisogno, anche se non lo si può affermare esplicitamente. In realtà anche gli insegnanti migliori avranno qualcosa in comune con gli insegnanti massa perché la loro carriera dipenderà essenzialmente non dal lavoro svolto in classe, dalla loro cultura e dalla capacità autonoma di risolvere i problemi, ma da quella di adeguarsi alle richieste di una didattica calata dall’alto.

E ciò permette di avanzare un’altra considerazione: quello che in realtà distingue l’insegnante qualificato dall’insegnante massa non è l’entità dello stipendio né la considerazione sociale che ne deriva né la possibilità di insegnare in una scuola d’élite, ma la libertà d’insegnamento e naturalmente la capacità di farne un uso costruttivo. Se si perde questa a causa di scelte politiche, o peggio ancora vi si rinuncia volontariamente in nome di una carriera, si resta un insegnante massa anche con stipendi favolosi e carriere dorate.

Quanto alla questione dei bassi stipendi nella scuola, essa si risolverà soltanto nell’ambito di una generale questione salariale del lavoro dipendente, soprattutto quando questa tematica verrà politicizzata, rendendo possibile di nuovo l’iniziativa sindacale.

L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati

Franco Berardi Bifo

Provate a immaginare che qualcuno vi dia un pugno in un occhio e come se non bastasse vi rubi il portafoglio. Provate a immaginare che alle vostre rimostranze costui vi rida in faccia e vi dica che siete dei vecchi scemi, così scemi e così vecchi da credere che ci vuole il gettone per telefonare. Perché odiarmi? dice il rapinatore.

Sulla prima pagina di Repubblica (dove se no?) Massimo Recalcati cerca oggi (17 luglio) di spiegarci perché quelli della sinistra non sanno far altro che odiare il bravo Matteo Renzi. La ragione per cui quelli della sinistra lo odiano è che lui ha mostrato che la sinistra è un cadavere. Ecco allora che quelli della sinistra (chi saranno poi questi della sinistra non s’è capito) si imbufaliscono come certe tribù dell’Africa nera (il paragone è di Recalcati).

Io non so se sono uno della sinistra, non so bene cosa voglia dire, e Recalcati non perde il suo tempo a spiegarmelo. Io preferisco definirmi come un lavoratore truffato dalle politiche del neoliberismo che hanno decurtato il mio salario di insegnante, hanno distrutto la scuola in cui insegnavo e mi hanno costretto ad andare in pensione diversi anni più tardi di quanto prevedeva il mio contratto.

Poi ecco un tipo che mi dice che per telefonare non occorre più il gettone. Sarà per questo che odio Matteo Renzi?

Si tranquillizzi lo psicoanalista Recalcati. Io non perdo il mio tempo a odiare Matteo Renzi, per la semplice ragione che c’è una sproporzione assurda tra il valore dei miei sentimenti (anche il sentimento di odio) e quell’arrogante piccoletto. Se proprio devo odiare qualcuno preferisco rivolgermi a quelli un po’ più grandicelli. Per esempio un tizio che si chiama Tony Blair.

Questo tizio si presentò una ventina di anni fa sulla scena d’Inghilterra, ve lo ricordate? Era brillante, giovane e certamente un po’ più intelligente del suo seguace di Rignano. Parlò di Cool Britannia, e inaugurò il New Labour. Margaret Thatcher, la donna che per prima ha detto che non esiste nulla che possa definirsi società, esistono soltanto individui in competizione per il profitto, disse di Toni Blair che il giovanotto non le dispiaceva perché stava continuando le sue politiche.

In cosa consistono le politiche di Thatcher e del suo allievo Blair? E’ presto detto: ridurre il salario, privatizzare i servizi sociali, sottomettere la scuola agli interessi delle grandi corporation, distruggere le organizzazioni dei lavoratori, prolungare il tempo di lavoro, rinviare i pensionamenti, di conseguenza sprofondare i giovani nella disoccupazione, e costringerli ad accettare lavoro senza garanzie e senza contratto.

Poi viene Recalcati e chiede: ma perché mai dovete odiarlo?

Matteo Renzi si presentò sulla scena dichiarando il suo amore per Blair, e dichiarando che la sua intenzione era ripeterne le imprese, seppure con venti anni di ritardo. Non c’è un solo milligrammo di novità nelle proposte di questo Renzi, la sola cosa nuova è l’arroganza. Tutto quello che lui propone è già stato sperimentato, realizzato, e quel che più conta è già fallito. Il 4 dicembre del 2016 la grande maggioranza dei giovani, non quelli della sinistra, non quelli che quando vogliono telefonare cercano un gettone, non quelli con la sveglia al collo che odiano perché sono dei cadaveri, ma la maggioranza dei giovani gli ha detto: vai a casa, non ti vogliamo più vedere.

In Inghilterra il signor Blair è oggi considerato un criminale di guerra. E’ lui che ha aiutato un texano non molto brillante a scatenare una guerra infinita tra le cui conseguenze (come sanno tutti) c’è la nascita di Daesh, la distruzione dell’Iraq e della Siria. Questo non impedisce al signor Blair di farsi oggi pagare, (pensionato di lusso) per occuparsi di un ufficio che come oggetto, per estrema ironia, ha proprio il Medio Oriente.

Recalcati mi scuserà se non mi sono soffermato a lungo sul suo beniamino toscano. Le imitazioni tardive non mi interessano molto. Io preferisco odiare l’originale.

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