Il risveglio della Catalogna rurale

G.B. Zorzoli

Il voto catalano come la Brexit. Contrariamente alle attese, hanno prevalso le liste degli indipendentisti, che conquistano la maggioranza assoluta dei seggi (70), ma non quella dei voti. Primo partito la destra pro-Madrid dei Ciudatanas, con circa un quarto dei suffragi e 37 seggi. Di nuovo contraddicendo le previsioni, tra gli indipendentisti l’Esquerra Republicana de Catalunya è stata superata dal partito democratico europeo catalano, con un po’ di buona volontà definibile “centrista”, per anni asse di governi caratterizzati da politiche di drastici tagli ai servizi sociali e da frequenti episodi di corruzione. Sul risultato non ha influito a sufficienza nemmeno il confronto tra l’atteggiamento del leader dell’Esquerra Oriol Junqueras, sottoposto al carcere duro, e di Carles Puigdemont, scappato a Bruxelles per evitare l’arresto. Il partito anticapitalista CUP si è dovuto accontentare di quattro seggi, solo uno in più del partito popolare, che ha pagato il prezzo delle manganellate e del sangue sparso il primo ottobre, e della successiva repressione.

L’elevata affluenza alle urne (84% degli aventi diritto), un risultato eccezionale rispetto agli attuali standard europei, è in buona misura dovuta al risveglio elettorale della Catalogna rurale, la cui prevalente grettezza e chiusura alle novità si è aggiunta al voto, tradizionalmente moderato, di parte della piccola e media borghesia della capitale, nel pesare non poco sull’esito elettorale, connotato quindi da una forte componente sovranista. Come nel caso britannico, e ancor prima durante la “primavera araba”, si sono erroneamente identificate le opinioni dominanti nelle capitali con quelle maggioritarie nel resto dei paesi. Salvo poi stupirsi per la vittoria della Brexit, dei Fratelli Musulmani, degli indipendentisti catalani (anche loro con prevalenza della linea conservatrice). E considerazioni analoghe valgono per la vittoria di Trump.

In realtà l’unico fattore unificante i singoli eventi è il prevalere di forme di ribellione a situazioni di insopportabili diseguaglianze economiche e sociali, che rappresentano la versione aggiornata al ventunesimo secolo (definita populismo o sovranismo) delle antiche jacqueries contadine: prive di concrete proposte alternative, si limitavano a distruggere i registri catastali o fiscali, a danneggiare persone e cose, identificate come il Nemico. Anche in Catalogna, le profonde divisioni tra i partiti indipendentisti, tutti – anche il troppo mitizzato CUP - privi di programmi politici in grado di contrapporsi al capitalismo finanziario, rendono precaria qualsiasi intesa che, oltre tutto, dovrebbe fare i conti con un paese spaccato in due e con quasi la metà che appoggia la politica di Madrid.

Di fronte all’ennesimo riflesso della crisi in cui versa l’Europa (ma in materia anche gli USA non scherzano), sostituire, come ha fatto Bifo, un astratto ottimismo della ragione al pessimismo di gramsciana memoria, rischia di aumentare le delusioni provocate dalla dura realtà dei fatti e, di conseguenza, il pessimismo della volontà.

Non esistono alternative rispetto a una lunga marcia, della quale non sono ancora chiari né gli obiettivi, né i mezzi richiesti per superare gli ostacoli che si incontreranno strada facendo. E non si fa un passo in avanti in questa direzione, se innanzi tutto non cerchiamo di evitare che la crisi europea si concluda con il cadavere dell’UE. La sfida la si vince solo superando gli angusti confini delle piccole patrie e, per quanto malconcia, l’Unione europea è l’unico terreno sufficientemente esteso a nostra disposizione.

Barcellona in dicembre

Franco Berardi Bifo

Da mesi El pais è impegnato in una campagna di difesa del centralismo nazionale spagnolo che paradossalmente viene disegnato come un baluardo contro il nazionalismo catalano, come se il nazionalismo fosse un buon antidoto contro il nazionalismo. Negli ultimi giorni poi l’offensiva si è fatta assordante, insieme alle previsioni di una definitiva umiliazione degli indipendentisti. Il 17 dicembre un articolo di Mario Vargas Llosa critica le radici del nazionalismo, con motivazioni naturalmente ben fondate. Come non convenire con lui che il nazionalismo esalta i valori dell’istinto irrazionale contro la razionalità e la democrazia? 

Il problema è che parlando di nazionalismo si capisce poco di quel che succede a Barcellona (e, sia pure in maniera più complessa) nella Catalogna in generale. Barcellona è una città cosmopolita, libertaria, internazionalista: un nodo della rete sociale deterritorializzata del lavoro precario e cognitivo.

Vargas Llosa ridicolizza l’idea che il movimento indipendentista catalano possa definirsi come movimento anti-coloniale. Ma come? si chiede, da quando in qua l’area economicamente più ricca può essere considerata colonia di un paese più povero? Il problema è che Vargas Llosa, come quasi tutti, crede che il problema sia nel conflitto tra Barcellona e Madrid. Questa visione è misera; non capiamo l’attuale sollevazione indipendentista se non teniamo conto del fatto che il vero nemico di Barcellona non è lo Stato Spagnolo, ma il sistema bancario europeo. E’ il sistema finanziario globale, infatti, che esercita il suo dominio colonialista nei confronti della società catalana come di ogni altro paese europeo. In questo senso il movimento indipendentista catalano è anti-coloniale. L’attuale rivolta indipendentista infatti comincia nel 2011, dopo l’esplosione dell’acampada contro lo sfruttamento finanziario, quando ci si rese conto del fatto che la protesta democratica non serve a niente perché la controparte non è democratica, ma assolutista ed astratta: il sistema bancario globale.

Quel che è mancato durante questi mesi di intensissima attivazione delle energie sociali e di enorme mobilitazione è l’intelligenza autonoma, la capacità di comprendere dinamicamente la rivolta indipendentista, con tutte le ambiguità e i pericoli di nazionalismo che un movimento indipendentista porta con sé. 

E’ mancato il coraggio di fare della battaglia di Barcellona il punto di inizio di un processo di delegittimazione generalizzata della dittatura finanziaria europea. I franchisti di Madrid non sono altro che gli esattori della dittatura finanziaria, anche se svolgono il loro compito con particolare tracotanza.

Sia sovranisti che anti-sovranisti hanno frainteso il movimento che occupò la città il primo ottobre. 

I sovranisti catalani, in particolare il partito di Mas e Pudgemont si sono comportati con evidente malafede e strumentalità: proprio loro, che nel 2011 imposero il diktat finanziario e il Fiscal Compact, in seguito hanno sfruttato il malcontento generato dalla imposizione finanzista, per speculare elettoralmente.

Ma il movimento indipendentista che si è manifestato negli ultimi mesi non si può affatto ridurre alla sua rappresentanza politica, e soprattutto non si può identificare con una posizione di tipo nazionalista. Molti nella sinistra critica e nello stesso movimento autonomo, hanno assunto una posizione di totale estraneità e disprezzo per l’indipendentismo catalano. Le posizioni assunte da compagni come Carlos Prieto del Campo e tanti altri sono la prova del fatto che abbiamo perduto l’orecchio per le dinamiche di movimento reale. E’ inutile criticare il referendum del primo ottobre sulla base di motivazioni giuridiche e politiciste. E’ sbagliato identificare il movimento indipendentista catalano come nazionalista. Significa ignorare la dinamica interna di questo movimento, e soprattutto ignorare le potenzialità anticapitaliste che un movimento come questo può scatenare.

Certo, l’indipendentismo catalano è ambiguo, ma quale movimento emergente non lo è?

Non è forse compito delle avanguardie culturali e politiche misurarsi con quella complessità che i movimenti contengono per svolgerne le potenzialità autonome? 

Ora il fronte nazionalista spagnolo si prepara a vincere le elezioni del 21 dicembre. Io spero che non le vinca, ma è probabile che invece questo accada, e sarà l’ennesima prova del fatto che le tenebre stanno scendendo sul continente europeo e la depressione prevarrà anche nell’ultima città non depressa del continente. L’Unione europea porta depressione come la nube porta la tempesta, per parafrasare Lenin che non c’entra niente.

Una delle poche città in cui esisteva un sentimento di solidarietà sociale rischia di essere calpestata dagli stivali del franchista Rajoy e dei suoi leccaculo socialisti e ciudadani. 

Quel che ben pochi hanno colto è la continuità del primo ottobre con l’acampada del 15M, e con l’ondata di lotte che oppose la società all’assolutismo finanziario europeo. 

Amador Savater lo ha detto nel suo articolo  Lo que tapan las banderas. L’europeismo degli anti-sovranisti, ripete una litania che in questo contesto puzza di collaborazionismo, mi dispiace dirlo. Certo, il crollo dell’Unione europea sarebbe una catastrofe, ma l’Unione europea è già morta, quel che resta è il suo cadavere finanzista. 

E non seppellire i cadaveri è pericoloso per la salute pubblica. 

Il cadavere europeo, dopo avere succhiato le energie economiche della società europea si appresta ora a distruggere l’energia politica residua, si appresta a infettare con la cadaverina anche l’ultima città viva d’Europa, Barcellona.

Non so come andranno le elezioni del 21 dicembre, ma è probabile che il nazionalismo spagnolo le vinca, in rappresentanza dell’assolutismo finanziario. Il gioco è truccato: i dirigenti dell’indipendentismo sono in carcere, le truppe coloniali spadroneggiano, la stampa stravolge i termini del problema sposando il nazionalismo centralista madrileno. Santiago Lopez Petit lo ha detto: queste elezioni occorrerebbe sabotarle, non si dovrebbero accettare elezioni in condizioni di occupazione coloniale, non si dovrebbero accettare elezioni sotto la pistola puntata del ricatto economico e della criminalizzazione.  Appoggiando la repressione nazionalista l’Unione europea ha toccato il fondo della sua infamia.

Purtroppo ben pochi hanno voluto o saputo vedere che l’aggressione nazionalista spagnola è parte integrante dell’aggressione finanziaria. Eppure la questione sta tutta in questo nesso.

19 dicembre 2017

La via reputazionale alla selezione

Giorgio Mascitelli

Come di consueto la fondazione Agnelli ha divulgato nel mese di novembre le classifiche di qualità delle scuole superiori italiane redatte da Eduscopio. Le valutazioni, per quanto concerne i licei e gli istituti tecnici, riguardano gli esiti degli studenti nel primo anno di università attraverso i quali gli esperti di Eduscopio ritengono sia possibile dare un’idea abbastanza precisa della qualità dei singoli istituti, mentre per gli istituti professionali con gli stessi intenti si propongono classifiche relative alle assunzioni dei neodiplomati. Eduscopio si propone in questo modo di fornire un servizio alle famiglie nella scelta consapevole della scuola superiore.

Le classifiche, nel caso del rendimento universitario, presentano le scuole divise per indirizzo e collocazione geografica e si basano su un indice (FGA) espressione di una media tra voti degli esami universitari e i crediti ottenuti ponderata con altri fattori che possono incidere sul rendimento degli studenti ( per es. il tipo di facoltà o la distanza dalla sede di studio), anche se nei principali organi d’informazione le classifiche sono state rese noto senza punteggi FGA, ma solo tramite la posizione occupata dall’istituto. L’aspetto più significativo e statisticamente sicuro che emerge dai dati è che licei classici e scientifici, indipendentemente dalla posizione specifica in graduatoria di ogni istituto, garantiscono gli esiti universitari migliori per i loro studenti, che come notizia non è esattamente una sorpresa sbalorditiva. Un altro tratto importante sottolineato dagli stessi ricercatori di Eduscopio è che le classifiche di anno in anno cambiano di poco, segno a loro parere che per costruire una scuola di qualità ci vuole tempo, ma segno anche più prosaicamente che il modello matematico alla base della rilevazione è stato assestato, visto che nella fase sperimentale di qualche anno fa relativa al solo Piemonte uno dei dati che colpivano subito era la profonda variazione delle classifiche di anno in anno, se la memoria non m’inganna.

Potrebbe sembrare che abbia qualcosa di musiliano questa iniziativa da Azione Parallela in cui una prestigiosa fondazione di ricerca spende i propri denari per scoprire quello che la maggioranza degli addetti ai lavori e della famiglie sa già e tale scoperta viene riportata dai principali organi d’informazione con grande rilievo. In realtà nella nostra società la redazione e soprattutto la pubblicizzazione di classifiche gode di uno statuto logico e simbolico particolare che rende questa operazione qualcosa di simile da un lato a un atto linguistico, dall’altro a una sorta di epifania di un ordine morale superiore. Non si tratta infatti di descrivere semplicemente una realtà, ma da un certo punto di vista di orientare scelte e comportamenti con numeri e parole performative; da un altro invece la pubblicazione delle classifiche è connessa con la rivelazione di un ordine del mondo in cui i migliori vincono e meritocraticamente sono premiati. Questo spiega perché presso i mezzi d’informazione è invalsa la scelta curiosa di pubblicare la classifica senza i punteggi delle scuole, come se essa fosse un valore assoluto ossia sciolto da qualsiasi altra considerazione possibile, come potrebbe essere il fatto che per la riuscita universitaria sono decisivi, finché almeno sussiste una forma di scuola pubblica, le qualità e i comportamenti individuali e l’indirizzo di studi scelto.

Iniziative come questa, indipendentemente dai lodevoli intenti di partenza dei loro promotori, finiscono con il diventare parte integrante del sistema di governo della scuola e di orientamento alla costruzione di un determinato modello di scuola, fortemente caratterizzato sul piano ideologico e su quello del funzionamento sociale. L’enfasi posta tramite queste classifiche, specie nella loro versione mediatica, sulle performance dei singoli istituti servono a cancellare la percezione che in una realtà come quella italiana in cui l’offerta formativa è prevalentemente pubblica, uno studente brillante anche del più scassato liceo di periferia ha la possibilità di raggiungere livelli minimi di preparazione che gli consentono di affrontare tutte le varie opzioni universitarie, mentre in altri sistemi come quello anglosassone la scelta della scuola superiore, di solito privata, è decisiva per poter accedere all’università. Del resto anche le prove INVALSI, che sono invece un obbligo di legge per le scuole, mirano con altre modalità a verificare il merito degli istituti, creando nei fatti una graduatoria.

L’effetto prevedibile della pubblicazione delle classifiche, ossia il loro atto performativo, è quello di indurre la maggioranza delle famiglie a iscrivere i loro figli alle scuole in testa alla classifica, le quali a loro volta avranno presumibilmente una tale abbondanza di domande di iscrizione che permetterà loro di ammettere solo gli studenti usciti dalle medie inferiori con i voti migliori. Questo fenomeno si tradurrà in un aumento e in un’esaltazione del divario di qualità tra le scuole, oggi sostanzialmente contenuto, che renderà ragione a posteriori della rispettiva reputazione. Così queste classifiche, che oggi possono ancora essere accolte con un certo ragionevole scetticismo, esprimeranno nel giro di pochi anni una realtà che loro stesse avranno contribuito in maniera decisiva a costruire. Questo effetto sarà anche rafforzato dalla riforma dell’esame di stato conclusivo: diminuendo il peso della commissione e aumentando quello della scuola sulla determinazione del voto di ogni candidato, che a partire dall’anno prossimo passerà dal 25% al 40%, questi esami perderanno progressivamente autorevolezza, nonostante restino con tutti i loro limiti il sistema più equo per valutare la preparazione del singolo studente, e questo si tradurrà in un aumento di credibilità di queste classifiche.

Si potrebbe chiamare tutto ciò la via reputazionale alla selezione: infatti la selezione classica, quella a cui, per intenderci, si opponeva don Milani, basata sull’esclusione dalla scuola superiore tramite le bocciature nella scuola dell’obbligo, non è più una strategia sostenibile né entro certi limiti compatibile con la razionalità di sistema. La selezione attuale, che spesso si presenta anche ricorrendo a una certa retorica dell’innovazione pedagogica, mira a creare un sistema di scuole di serie A e di serie B e forse anche di serie C, che attacchi il principio dell’universalità dell’istruzione. In questa logica la selezione non sarà tra chi è incluso e chi è escluso dalle scuole e nemmeno un’opposizione tra scuole professionali e licei, diventati ormai scuole di massa. Vi saranno semplicemente delle scuole più performative e altre meno. Se infatti la selezione è sempre una strategia con la quale le classi al potere certificano la trasmissione del loro capitale culturale e suggellano i saperi utili a questa trasmissione, oggi nel contempo la scuola ha anche l’imperativo di insegnare la competitività come fondamento ideologico della coscienza sociale del lavoratore/ consumatore. Questa forma di selezione sembra ottemperare meglio a questa duplice esigenza.

Raccontare storie vere. Il graphic journalism come storytelling d’opinione

Carlo Branzaglia

  La storia di Zaher, Terre di mezzo, n°8, rivista, Cart’armata edizioni, 2009

Il volume Fedele alla linea di Gianluca Costantini, da poco uscito per i tipi di BeccoGiallo, rappresenta in qualche modo un punto di riferimento nell’ambito del graphic journalism, italiano e non solo, dato che molti dei contenuti dello stesso (il volume è a tutti gli effetti una raccolta antologica di lavori) sono stato pubblicati o tradotti in testate e portali su scala internazionale.

Da un lato, la stessa biografia di Costantini è in qualche modo emblematica, in questo settore, se non unica, relativamente al panorama italiano. Prima ancora di affermarsi nel settore, Costantini con Elettra Stamboulis (autrice di diversi testi del libro, peraltro) e la loro Associazione Mirada portano per primi in Italia Joe Sacco, universalmente riconosciuto come l’iniziatore del genere con il suo Palestine; in una mostra ospitata nelle natale Ravenna, ove i due inviteranno poi Alexander Zograf, autore di un’altra pietra miliare del settore, Bulletins from Serbia; all’interno di Komikazen, Festival internazionale di fumetto di realtà, organizzato dalla stessa Mirada, caso esemplare peraltro di canonica (per l’Italia) miopia di un ente pubblico, il Comune del capoluogo romagnolo nella fattispecie, che gli nega il supporto dopo undici edizioni più che fortunate.

Operatore culturale instancabile, Costantini nel frattempo ha dato vita a InguineMAH!gazine e inguine.net, testata e sito che a tutti gli effetti circoscrivono per primi l’area del graphic journalism in Italia. Mostrando casi internazionali di un modo di intendere la narrazione a fumetti che, utilizzando come contenuto di partenza fatti di cronaca e scenari di informazione, attraverso la pratica del disegno interpretano i medesimi dando chiavi di lettura molto più efficaci del testo scritto. Contemporaneamente, il nostro ha incominciato ad invadere il web viralmente, con una serie di immagini di immediata esecuzione a commento dei fatti quotidiani: evoluzione del tutto originale del tema della vignetta quotidiana, tanto caro quanto abbandonato (perché sclerotizzato) dai quotidiani cartacei. E ha fatto la sua capatina anche in un volume, Anatomia della politica italiana, curato da Cristiano Lucchi e Gianni Sinni (con il quale lavora con gli stessi toni anche all’interno della testata FFF Firenze Fast Forward) nel quale presta il suo segno alla pratica dell’infografica, ovvero a quella tecnica di visualizzazione che delle immagini sfrutta la maggiore velocità ed efficacia nel comunicare informazioni complesse. Ed infine, Costantini si spinge anche nel settore della graphic (o visual) facilitaton, oggi in pienissima ascesa, che sfrutta la capacità degli scriber (scriba, cioè traduttori della parola in testo) di annotare visualmente in diretta i contenuti di conferenze o workshop, con grandi pannelli costellati (a mano) da testi disegnati, elementi grafici di collegamento, cornici, simboli di comprensione universale, trattati o meno con colori diversificati, a facilitare (appunto) la comprensione di quanto detto o discusso.

Le monde diplomatique, n°17, Homecooking books, 2010, Francia

Tale serie di applicazioni quanto mai variegate di una pratica sostanziale del disegno permette di comprendere la varietà di trattamenti registici della narrazione, particolarmente evidente nel volume, intesi questi come soluzioni di impaginazione di immagini e testi; e la loro corrispondenza con le tecniche (anche quelle, variegate) impiegate. Perché effettivamente i toni delle storie (e sono storie, ovvero narrazioni) variano, e con essi i trattamenti grafici e gli schemi di montaggio, in relazione a contenuti a loro volta assai differenziati (in un giro del mondo che va dagli USA alla Finlandia, dall’Afghanistan alla Grecia) essi stessi accordati sulle caratteristiche di testate o portali sui quali sono stati pubblicati per la prima volta (da Internazionale a Terre di Mezzo, da Le Monde Diplomatique a D la Repubblica delle Donne, da World War III a Linus).

Ma ciò non basta a giustificare la capacità di Costantini di raccontare storie vere utilizzando temperature emotive dalle sfumature assai diverse; né a comprendere la fierezza di una posizione autoriale di fondo che rappresenta il vero trait d’union del volume, flessibile nel confrontarsi con i mondi più variegati ma inflessibile nel leggerli con lo stesso rigore e lo stesso disincanto.

Costantini ha allenato il suo segno elegantissimo a confrontarsi con le occasioni più distanti, utilizzando tecniche disparate, che vanno dal disegno in bianco e nero vergato a mano (e in fretta) all’utilizzo e ritocco di immagini pre-fatte, a colori. Partito, nella sua carriera, da un simbolismo iniziale dallo stupefatto tono decorativo, l’autore ravennate ha via via esercitato (anche nelle occasioni sopra citate) una pratica costante del disegno che ha trasformato il suo stile in una macchina interpretativa tanto precisa quanto malleabile, e al tempo stesso sempre raffinata, messa in gioco al fine di rendere efficiente la comunicazione. La library di Costantini è, per certi versi, spaventosa: la capacità di gestire registri diversi ha davvero pochi paragoni nel comicdom e nel graphic journalism contemporaneo. Ma, nonostante tutto, il suo approccio rimane estremamente riconoscibile: figlio di una etica del disegno che diventa espressione di una etica del racconto. E del giornalismo.

Il valore di fondo, lo segnala Daniele Barbieri nella postfazione, è proprio questo: una etica del mestiere che rimanda a quella dei migliori reporter della carta stampata e della televisione, riportando come quella luoghi e situazioni per averli visitati e vissuti dal vero; e che trova nel disegno (nel suo etimo designo) la possibilità di interpretare i dati e plasmarli, selezionando gli elementi e i tratti fondanti della notizia. E’ questa etica a guidare il lavoro di Costantini.

Cartolina da Balbeek, Internazionale, n°881, rivista settimanale, Internazionale srl, 2011

E il processo che ne consegue. Perché il suo è a tutti gli effetti un processo progettuale: c’è una dimensione culturale profonda che interpreta un problema posto e lo risolve con gli strumenti del racconto. Lo fa, con innegabile cultura; un repertorio di strumenti straordinario; una passione civile invidiabile

Barcellona nello sgretolarsi d’Europa

Franco Berardi Bifo

L’Unione europea è un blocco granitico se la guardiamo da un lato, mentre si sgretola come un castello di sabbia se la guardiamo dall’altro.

La governance finanziaria è di granito sia pure immateriale: implacabile essa persevera nel saccheggio delle risorse sociali, incurante delle conseguenze.

Le conseguenze sono lo sgretolarsi sociale, politico e psichico dell’Unione medesima.

La crisi catalana, come la Brexit, non hanno vie d’uscite ragionevoli, e sono solo i casi più evidenti di uno sgretolarsi d’Europa che coesiste con l’irrigidirsi della gabbia. Può la gabbia ingabbiare lo sgretolarsi?

Cos’è successo in Catalogna, e come andrà a finire?

La discussione si è finora concentrata sulla legalità o illegalità della secessione indipendentista, ma la legalità si giudica dal punto di vista della legittimità storica, e lo Stato Spagnolo non ha più alcuna legittimità agli occhi della maggioranza dei catalani. Né ha legittimità la monarchia borbonica, né il partito franchista di Rajoy.

Nè ha senso la questione se la Catalogna sia o no una nazione. Le nazioni non esistono, sono soltanto la proiezione dai nazionalisti, i quali creano le nazioni sulla base dell’illusione di un fondamento reale, ontologico, storico, se non addirittura spirituale della nazione, poi prendono lucciole per lanterne, e scambiano la loro proiezione per realtà. Quindi la nazione catalana esiste dal momento che i nazionalisti catalani la costruiscono nella loro immaginazione, e l’hanno formata attraverso politiche centrate soprattutto sulla lingua.

Ma queste sono questioni di lana caprina. Legalità non vuol dire niente quando una nuova soggettività emerge fuori e contro la legalità esistente. E fondare una nuova legalità sulla nazione non significa niente dal momento che la nazione non è che la proiezione di una legiferazione nazionalista.

Interessante invece è la genesi sociale e le prospettive che l’indipendentismo può produrre.

Gran Bretagna e Spagna, gli stati nazionali più antichi (insieme alla Francia) si destrutturano. Perché?

La spaccatura verticale del corpo elettorale britannico non è un evento che si risolverà nell’ambito dell’unità nazionale. Il 51% che ha votato exit e il 49% che ha votato remain non si conciliano in un futuro comune. Non si tratta più della vecchia opposizione di destra contro sinistra, fattore dinamico seppur conflittuale negli stati nazionali democratici. Si tratta di una divisione profonda tra ceti metropolitani bene o male integrati nel ciclo globale e ceti emarginati e impoveriti dalla globalizzazione.

La spaccatura che si è determinata in Spagna contrappone in modo irreversibile una parte (più della metà degli elettori catalani) allo stato nazionale. Il potere madrileno potrà anche sconfiggere gli indipendentisti, vincendo improbabilmente le elezioni del 21 dicembre, ma i catalani ora percepiscono la Spagna come una potenza occupante, così come metà dell’elettorato britannico considera l’Europa una potenza nemica.

Gli stati nazionali più antichi del continente si sfasciano, l’ordine europeo uscito dalla seconda guerra mondiale si sfascia. Perché?

Come si è potuti arrivare a questo punto?

Il disgregarsi degli stati nazionali è un effetto della compressione sociale determinata dal saccheggio finanziario della società europea.

La crisi catalana è l’ennesima prova del fatto che l’Unione europea ridotta all’essenziale è solo il fiscal compact: austerità infinita che succhia risorse dalle società nazionali per riversarle nel sistema finanziario. Nient’altro. L’Unione europea non ha tempo per null’altro: lo sterminio dei migranti alle frontiere meridionali non la riguarda. La disgregazione degli stati nazionali non la riguarda. L’arroganza coloniale delle truppe borboniche in Catalogna non la riguarda. Il nazismo che dilaga nelle provincie orientali non la riguarda. Il fascismo che riemerge nelle provincie meridionali non la riguarda.

Soltanto la riguarda il bottino che ogni giorno viene sottratto alla società per riversarsi nelle casseforti del ceto finanziario.

 

Lo stato nazionale che un tempo era garante della coesione sociale, dell’educazione, della sanità, dei trasporti, oggi è soltanto esattore per conto della potenza astratta della governance finanziaria perciò è oggetto dell’odio popolare. L’assetto post-elettorale della Germania comporterà d’altronde un irrigidimento delle regole finanziarie: l’emergente della politica tedesca, Christian Lindner, ha attaccato Schaueble per avere avuto un atteggiamento troppo morbido nei confronti della Grecia.

Non essendo riusciti a fermare l’implacabile potere del fiscal compact, gli europei se la prendono con gli esattori, gli stati nazionali.

Il ceto politico nazionale (italiano per esempio) è incapace di difendere le risorse sociali, perché su questo decide l’astrazione finanziaria. Gli elettori (che si riducono man mano che quote crescenti di popolazione si rendono conto della totale inanità del loro voto) se la prendono ora con questo ora con quello. Ma questo e quello non possono fare altro che imporre il debito infinito, oppure ribellarsi agli ordini europei (come fanno gli stati orientali) o scendere dal treno impazzito, come ha fatto la Gran Bretagna e ora rischia di fare la Catalogna.

I cittadini rompono il vincolo culturale con lo stato nazionale rivendicando favolose comunità di lingua di sangue o di chissà cosa. E’ il nazionalismo delle piccole nazioni che credono di essere migliori delle grandi. Si tratta naturalmente di un’illusione ottica, ma questa illusione di comunità anti-globale sta distruggendo gli stati nazionali su cui l’Unione Europea si fonda.

 

Quasi un milione di persone hanno marciato il 12 novembre a Barcellona, per chiedere la liberazione dei loro rappresentanti arrestati dallo stato centrale. La monarchia, la magistratura, il Partido Popular hanno mostrato di essere l’eredità del franchismo che la democrazia spagnola non ha mai avuto il coraggio di smontare. Quell’eredità pareva innocua, fin quando qualcuno non ha messo in discussione l’unità eterna della nazione.

Poiché la repubblica catalana non può sopravvivere fuori dal circuito della dittatura finanziaria europea Puidgemont ha dovuto rimangiarsi l’indipendenza come Tsipras si rimangiò il verdetto del suo referendum nel luglio 2015. La democrazia è vanificata dalle forme stesse dell’ordine tecno-finanziario; proporne la restaurazione è un esercizio puramente retorico.

 

L’illusione catalana rischia di sciogliersi come neve al sole. Si dovrebbe abbandonare il campo miserello dell’indipendentismo per aprire la vera questione: indipendenza dalla governance finanziaria europea di cui Madrid è solo l’ ottusa guardia armata. Il nemico non è a Madrid. A Madrid ci stanno dei fascisti arroganti che eseguono ordini decisi altrove: non a Bruxelles, ma a Francoforte.

Non serve un nuovo staterello catalano, anche se repubblicano. Una comunità colta e cosmopolita come quella catalana non deve essere ridotta, per disperazione, a credere nelle virtù della nazione. Occorre invece far tutto il possibile perché la rivolta, libera dalle illusioni nazionaliste possa dispiegarsi come fattore di destabilizzazione della dittatura finanziaria.

 

Barcellona è la città più europea d’Europa, nodo di interazioni ad alto contenuto cognitivo, punto di interconnessione di flussi di lavoro precario deterritorializzato. Eppure é minacciata di espulsione dall’Unione europea.

In cambio del servizio di esazione che lo stato nazionale svolge, il regime finanziario minaccia con le sue armi astratte di distruzione di massa chiunque metta in discussione lo stato nazionale.

Barcellona può giocare un ruolo importante nella crisi europea solo se abbandona l’illusione nazionale per avviare un esperimento di rifondazione dell’Unione sulla base di un’alleanza tra città ribelli e sperimentatrici.

Da Barcellona può iniziare un processo che non ha niente a che vedere con l’identità nazionale. Al potere centrale europeo Barcellona può dire: ridateci quello che avete sottratto alla società, non a quella catalana soltanto, ma a quella spagnola, italiana, greca, francese, e anche tedesca. Ridateci i soldi del fiscal compact sotto forma di un salario di esistenza. Restituite risorse alla scuola pubblica e alla sanità.

 

Nel processo di sgretolamento dell’Unione europa, Barcellona può avere un ruolo di avanguardia perché da qui possono emergere sperimentazioni di autonomia sociale che possano diffondersi durante il disgregarsi dell’unione.

L’energia che si è espressa nell’onda indipendentista può fare di Barcellona il punto di irradiazione di un processo di ri-costituzione d’Europa come rete di unità mobili intelligenti autonome.

Il pittoresco al tempo dei nonluoghi

Giorgio Mascitelli

In un'intervista concessa all’edizione milanese di Repubblica il 2 ottobre scorso, nella quale descrive i meriti e le qualità della città di Milano che la renderebbero degna dell’assegnazione dell’agenzia del farmaco europea, il direttore della Pinacoteca di Brera, il canadese naturalizzato britannico James Bradburne, dichiara che l’unico difetto della città è quello che non sempre e non in tutti i luoghi si parla inglese a differenza di Amsterdam, dove lui ha lavorato per dieci anni senza avere mai il bisogno di imparare una sola parola di olandese. Si tratta di una dichiarazione interessante perché riflette la nascita di una mentalità nuova; diciamo che fino a trent’anni fa affermare in pubblico di aver vissuto per dieci anni in una città straniera senza averne imparato almeno approssimativamente la lingua non sarebbe stato motivo di vanto per nessuno e tanto meno per un operatore culturale, mi ricordo anzi che Craxi in visita a Mogadiscio negli anni ottanta disse proprio ai membri della locale comunità italiana, che, visto che abitavano lì, un po’ di somalo bisognava proprio impararlo. Quella di Bradburne è una dichiarazione interessante anche per il luogo in cui è stata fatta: queste interviste a personaggi autorevoli sui meriti delle città nelle rispettive pagine locali dei giornali occupano un po’ la funzione sociale e simbolica che nel medioevo apparteneva al genere del poemetto municipalistico ( di solito composto in latino), di cui proprio il De magnalibus urbis Mediolani di Bonvesin de la Riva è un esempio illustre, e dunque riflettono con fedeltà le idee dominanti a proposito degli standard di qualità delle città e non certo solo le opinioni personali del direttore della prestigiosa istituzione braidense.

L’affermarsi di questa nuova dottrina linguistica, in base alla quale è la città e non l’ospite straniero a doversi adattare al cambio di lingua (purché naturalmente l’ospite sia unto dagli opportuni crismi del successo globalizzante, per gli altri valgono forme di accoglienza più tradizionali), è connesso con quella dimensione dei nonluoghi a suo tempo descritta da Marc Augè. Difatti l’inglese evocato qui è quello degli aeroporti e dei centri commerciali, la lingua franca delle transazioni commerciali, i cui tratti invasivi o imperialistici, secondo una terminologia irrimediabilmente attempata anche se più realistica, non sono percettibili dalla sensibilità contemporanea. Così i nonluoghi generano la loro nonlingua nell’ambito di quel processo che si potrebbe chiamare l’abolizione dell’altrove, nel quale per dirla con lo stesso Augé “il colore globale cancella il colore locale”. Ma naturalmente questo processo che tende, seguendo sempre la spiegazione di Augè, a costruire un omogeneo mondo-città, nel quale peraltro la città vera e propria sparisce, genera le proprie rimanenze. Infatti esistono sempre località, edifici, situazioni e persone a vario titolo irriformabili, irriducibili e inutilizzabili.

Questi elementi refrattari sono classificanti dalla mentalità dominante dentro uno schema sfera globale/ rimanenze, che non è immediatamente assimilabile al vecchio schema centro/ periferia in ragione della sua dimensione diacronica. La differenza tra ciò che è centrale e ciò che è periferico è invece sempre sincronica, data la natura spaziale della metafora. In breve è una rimanenza ciò che non è degno del presente, per esempio una città in cui ci sono luoghi e persone che non parlano la lingua degli aeroporti, e pertanto appartiene al passato, anche quando in realtà tutto sembra indicare che anche queste rimanenze siano un prodotto del presente. Così il presente o meglio l’attualità diventa segno esclusivo dell’appartenenza alla sfera del successo e delle èlite in maniera molto più radicale che nella moda, dove l’ultimo grido non cancella mai il valore segnico del casual o del vintage o dell’abbigliamento classico ( questo perché il sistema simbolico della moda si è costituito prima del capitalismo globalizzato).

La cultura contemporanea, una cultura in cui, giova ricordarlo, la percezione della propria storicità è stata bandita, di fronte a queste rimanenze sceglie in primo luogo la via dell’interdetto, del non rappresentarle perché la loro alterità è ritenuta irrilevante, non significativa e fuori tempo. La strategia dell’interdetto non è però sempre praticabile, visto che i nonluoghi e i loro frequentatori non possono esistere dappertutto, al pari del denaro, che circola a livello globale ma solo lungo certe vie e certi snodi; così fatalmente capita d’imbattersi in persone e luoghi di altro genere, spesso desolati e inutilizzabili, e di doverne parlare. A questo punto l’unico modo praticabile per rappresentare queste rimanenze è il pittoresco.

Il pittoresco è per così dire la rappresentazione bidimensionale dell’alterità ossia la sua evocazione e immediato ingabbiamento entro categorie rassicuranti per il pubblico. Il carnevale di Roma, per citare un classico del pittoresco, ne Il conte di Montecristo rassicura il lettore grazie all’impressione di esistere in quanto perfetta scenografia esotica di vicende il cui senso e la cui conclusione dipende esclusivamente da Parigi. Analogamente ne Le correzioni di Franzen la Lituania postsovietica è solo il teatro oleograficamente grottesco di una tappa del cammino prettamente statunitense del protagonista, anche se è probabile che Dumas, in ragione dell’epoca in cui viveva, abbia avuto maggiore consapevolezza di muoversi in questo modo entro la dimensione del pittoresco.

Il pittoresco non è solo una categoria estetica, ma innanzi tutto ideologica. Diventa il modo di rappresentare ciò che non è rappresentabile o che non ha diritto a parlare dentro lo schema sfera globale/ rimanenze. Così tramite il pittoresco possono essere rappresentate tutte le istanze che non rientrano nella logica del capitale globale e che non si esprimono nella lingua aeroportuale. Non è un caso che il pittoresco sia il modo in cui nell’Ottocento l’Europa guarda alle culture delle proprie colonie. Oggi però il pittoresco si globalizza, diventa cioè un elemento universale dell’ordine del discorso e non riguarda più solo le alterità geografiche ed etniche, ma ogni forma di diversità storica, politica e sociale. Insomma sempre di più la rappresentazione del mondo assomiglia ai depliant di certe località turistiche che mescolano nelle loro immagini resort ultramoderni ad angolini incantevoli e ciò non è privo di una sua involontaria e tragica ironia ora che le fiamme che lambiscono il mondo si fanno visibili a occhio nudo.

Il revival psichedelico. Promesse e potenzialità

Bernardo Parrella

A inizio 2018 partirà la terza e ultima fase di due test clinici sull’uso terapeutico dell’Mdma, monitorati dalle autorità Usa e basati sul protocollo speciale messo a punto dalla Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (Maps). Ne saranno interessati centri medici di Stati Uniti, Canada e Israele, per un totale di circa 300 soggetti volontari. Se tutto andrà come previsto, la sostanza psicotropa potrà essere legalmente prescritta dai medici statunitensi entro il 2021 per casi di disturbo post-traumatico da stress, depressione, ansia, alcolismo e altre turbe mentali. Molti pazienti potranno così trarre giovamento da quello che gli esperti definiscono “l’antibiotico della psichiatria”.

Nella primavera 2016 un team di neuroscienziati britannici ha diffuso le inedite immagini high-tech di soggetti volontari a cui erano iniettati 75 microgrammi di acido lisergico, rivelandone per la prima volta gli effetti sulle regioni cerebrali e aprendo un campo d’indagine di grande portata. «L’importanza di questo esperimento per la neuroscienza è paragonabile a quella del bosone di Higgs per la fisica», spiega  David Nutt, coordinatore della ricerca in partnership tra la Beckley Foundation e l’Imperial College londinesi.

Prosegue il boom dell’ayahuasca, il decotto di erbe psicoattive originarie delle foreste amazzoniche, a cui si rivolgono molti (con cerimonie tenute anche in Europa e in Italia, sul filo della legalità) per le sue qualità visionarie e introspettive, oltre che come potenziale rimedio per tossicodipendenza, ansia e disturbi psicologici, specialmente in casi resistenti ai comuni farmaci. E secondo un sondaggio condotto in Usa nel luglio scorso dalla società di ricerca YouGov, il 53% degli interpellati vede con favore la ricerca sui potenziali benefici terapeutici degli psichedelici, e il 63% è disposto, dietro consiglio e controllo medico, a considerare personalmente eventuali trattamenti con psilocibina, chetamina o Mdma.

Queste notizie d’attualità sono soltanto la punta dell’iceberg del forte ritorno d’interesse per gli allucinogeni a livello mainstream e nel contesto internazionale. Un percorso avviato oltre 20 anni fa, grazie alla rinnovata spinta della ricerca scientifica d’oltre oceano e in particolare ai test clinici (con il Dmt) avviati nel 1990 all’Università del New Mexico e poi nel 1999 alla Johns Hopkins University di Baltimora (con la psilocibina). Questa serie di sperimentazioni su soggetti volontari, legali e autorizzate, dagli Usa si è man mano estesa al resto del mondo, aprendo le prime brecce nel regime proibizionista tuttora in vigore. Fu Richard Nixon a volerlo nel 1971, quando gli psichedelici vennero inseriti nella classificazione più restrittiva (nessun valore terapeutico, forte rischio d’abuso, pene draconiane per l’uso ricreativo), e quindi messi fuorilegge anche per la ricerca scientifica. Norme poi riversate in un apposito trattato delle Nazioni Unite e replicate nelle normative dei singoli Paesi. In Italia le “sostanze stupefacenti” rientrano nella tabella I della legge n. 685 del 22 dicembre 1975, insieme a oppio e derivati, foglie di coca e anfetamine. Ciò nonostante il fatto che nei due decenni precedenti erano stati pubblicati un migliaio di articoli scientifici sui vari aspetti di queste sostanze, ribadendone le potenzialità psicoterapeutiche insieme a rischi e limiti, mentre oltre 40.000 soggetti volontari avevano preso parte a test di laboratorio e si erano tenuti almeno sei convegni internazionali sul tema.

Parallelamente all’ampio spettro della ricerca, l’odierna riscoperta degli enteogeni (termine più preciso e spesso e preferito non solo dalla comunità scientifica) va abbracciando molti altri aspetti del nostro quotidiano, a livello letterario, musicale, artistico, culturale e spirituale. E pur se il termine “rinascimento psichedelico” gira da parecchio, oggi appare l’esatta fotografia di questo fermento che va abbracciando diverse generazioni e i settori più disparati della società in ogni parte nel mondo. Di fatto il clima socio-politico è mutato, come è cresciuto il dovuto riconoscimento per un importante periodo storico della cultura occidentale, il periodo a cavallo tra la fin degli anni ’60 e i primi ’70, appunto. Al contempo è cresciuto l’interesse per pratiche come la meditazione e lo yoga, la ricerca interiore e i ritiri spirituali, i cui effetti in fondo non sono troppo lontani da quelli degli “stati alterati di coscienza”. Fino agli studi scientifici sulla consapevolezza e sull’evoluzione della coscienza, insieme a quelli sui cambiamenti della struttura molecolare nel cervello che sono alla base dell’esperienza psichedelica ma anche mistico-religiosa (ambiti che coinvolgono anche il Dalai Lama nel progetto “La scienza incontra il Dharma”).

D’altronde i tempi sembrano più che maturi per questo diffuso revival, vista la crescente percezione positiva nei confronti degli allucinogeni da parte dell’opinione pubblica americana e internazionale. Un percorso in parte analogo a quello che ha portato negli ultimi anni alla decriminalizzazione e all’impiego terapeutico della marijuana in molti Paesi. Uno scenario in cui rientra a pieno titolo, per fare un altro esempio, il diffuso ricorso alle microdosi psicoattive, dove l’obiettivo non è certo quello di sperimentare i tipici effetti psichedelici, bensì di usare dosi minime di Lsd o di psilocibina come stimolanti generali, per risvegliare la concentrazione e la creatività, in maniera analoga a certe sostanze nootrope. Il trend è in aumento tra i business professional e negli ambienti cultural-artistici, come pure per l’auto-cura di alcuni disturbi mentali (inclusi possibili effetti positivi per la demenza senile e il morbo di Alzheimer). Come rivelano articoli e resoconti facilmente reperibili su internet, vi fanno spesso ricorso i tanti che animano la Silicon Valley per incrementare la produttività o trovare soluzioni creative a impasse tecnologici. Né mancano dettagliati spazi informativi per il “fai da te”, dove ci si premura di segnalare anche limiti e pericoli di queste pratiche, oltre a manuali per l’auto-coltivazione dei “funghetti magici” (pur se tuttora illegale).

In aggiunta all’impegno di tanti ricercatori e attivisti, questa maggiore accettazione è dovuta anche a una diversificata produzione letteraria mirata a dipanare per il grande pubblico la storia socio-culturale dell’Lsd. Chiarendo, per esempio, che in buona sostanza furono il clima politico interno (in primis le accese proteste contro la guerra in Vietnam) e le dinamiche della Guerra Fredda a spianare la strada verso l’improbabile legame tra l’uso di psichedelici e i comportamenti “sovversivi” di fine anni ’60. È quanto emerge dalle pagine di Heads (2016), ovvero la “biografia dell’America psichedelica” proposta dal disk-jockey e attivista Jesse Jarnow, che riprende quel filone storico per introdurre personaggi poco noti al grande pubblico eppure centrali per la “cultura dell’acido”. Importante anche l’ampia indagine del 2017 proposta dal giornalista californiano Don Lattin (Changing Our Minds), che intervista la nuova generazione di “esploratori della coscienza” che considerano le piante sacre medicinali e le sostanze enteogene come strumenti cruciali per il benessere psico-fisico e per la crescita spirituale. Fino al recente testo del ricercatore inglese Ben Sessa intitolato proprio Psychedelic Renaissance, che mette a fuoco le tante anime che danno vita alla “psychedelic community” globale e sottolinea l’inevitabilità di assorbire queste innovative sperimentazioni nell’odierno quadro socio-culturale, con la necessità di riformare le normative proibizioniste e integrare le conoscenze tradizionali indigene con l’ambito scientifico e terapeutico occidentale. In italiano, utili le recenti traduzioni su questi temi pubblicate da Spazio Interiore, mentre la storica collana Millelire di Stampa Alternativa offre vari titoli di e su Albert Hofmann, il chimico svizzero che per primo ha sintetizzato e auto-sperimentato l’Lsd nel 1943.

Parimenti corposa la recente cinematografica, a partire dal documentario The Sunshine Makers, che racconta le vicende di due giovani intraprendenti e chimici improvvisati all’inizio degli anni ’60, Nick Sand e Tim Scully, responsabili della produzione di un tipo di acido particolarmente popolare, l’Orange Sunshine. Non mancano poi le pellicole sui vari aspetti legati alle cerimonie, incluso il fresco The Last Shaman e AYA: Awakenings (2014) che completano il quadro fornito dall’ormai classico Vine of the Soul (2010). Ricordando che sul fenomeno dell’ayahuasca abbondano i video su YouTube, in aggiunta all’ampia mole di informazioni reperibili su siti web e social media. Tra i film di gran successo, da ricordare poi Avatar (2009), che propone sequenze di intricate visioni e percorsi fantasmagorici chiaramente ispirati all’esperienza psichedelica, e dove la prevista scena di un simbolico rituale con l’ayahuasca solo all’ultimo momento è stata tagliata dalla versione finale. Gli psichedelici sono comparsi ripetutamente anche nella sitcom tv di maggior durata della storia american, i Simpson, mentre spesso i personaggi di South Park prendono in giro la criminalizzazione imposta agli allucinogeni. E anche il Dr. House, medico stravagante ma dotato di grandi capacità ed esperienza, protagonista dell’omonima serie tv di gran successo sulla Fox dal 2004 al 2012 (e ripresa anche in Italia), usa e somministra vari enteogeni per risolvere alcuni dei suoi casi clinici più complicati.

A livello musicale, oltre alle incarnazioni odierne dei Deadheads, perennemente al seguito degli amatissimi Grateful Dead fin dagli albori della controcultura californiana degli anni ’60, oggi va forte il filone della psychedelic trance, con remix e auto-produzioni sparse facilmente fruibili online, dalle molte tracce di Psytrance Mix su YouTube ai Visionary Shamanics Radio Show su Mixcloud.com. Insieme a eventi internazionali, come lo Psy-Fi festival dello scorso agosto in Olanda, che attirano migliaia di giovani e dove non mancavano stand d’informazione sull’uso delle sostanze e perfino servizi autogestiti di ‘riduzione del danno e dei rischi psichedelici’. Ambito in cui cresce l’impegno dello Zendo Project (emanazione di Maps, la non-profit Usa che fin dal 1986 è uno dei motori portanti di questo rinascimento sui generis) che nell’ultima edizione del festival iper-creativo Burning Man ha offerto assistenza a 456 persone sotto l’effetto di qualche allucinogeno e alle prese con momenti difficili o con un “brutto viaggio”.

Un quadro dinamico e coinvolgente a cui vanno aggiunti i molteplici convegni ed eventi che si svolgono periodicamente in varie parti del mondo. Tra questi la Psychedelic Science 2017, organizzata da Maps lo scorso aprile a Oakland, in California, che ha attirato 3.000 persone provenienti da almeno 39 Paesi; la bi-annuale Breaking Convention, la cui edizione londinese dell’estate scorsa (vedesi foto sopra) ha visto la presentazione di oltre 150 relazioni dei maggiori esperti mondiali; e la Seconda conferenza mondiale sull’ayahuasca, svoltasi nell’ottobre scorso a Rio Branco, nell’amazzonia brasiliana. In quest’ambito qualcosa si muove anche in Italia, con il convegno internazionale Diritto alla Scienza e Libertà di Ricerca sulle sostanze stupefacenti e psicotrope organizzato a fine settembre presso l’Università di Torino dall’Associazione Luca Coscioni, oltre alle attività della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (Sissc), tra cui dibattiti, seminari e la pubblicazione della rivista annuale Altrove. E l’etnologo Giorgio Samorini preannuncia sulla sua pagina Facebook iniziative collaborative sulle “terapie psichedeliche” inclusi corsi formazione presso le Usl locali.

Per concludere questa sintetica panoramica, vanno citati i tanti rilanci mediatici che un po’ ovunque alimentano e riflettono questa rinascita psichedelica, insieme a una copiosità di spazi online per informazioni e approfondimenti d’ogni tipo. Pur senza nascondere i possibili rischi o problemi legati all’uso di queste sostanze e ribadendone l’assunzione sotto controllo medico, il tratto comune dell’approccio giornalistico insiste sull’immediata rimozione del divieto di ricerca sugli psichedelici e sulla necessità di aprire al massimo il dibattito pubblico. È quanto hanno fatto, per esempio, prestigiose pubblicazioni scientifiche come Scientific American e note testate quali New York Times, Forbes, Rolling Stone ed Economist fino ai servizi mandati in onda da Bbc, Cnn e Pbs, con qualche tardivo rilancio anche nella scena nostrana. Ulteriori elementi a conferma del fatto che questa riscoperta a tutto campo degli allucinogeni promette ancora parecchio e merita più che mai l’attenzione generale.