Luciano Berio, tenue cemento e ali nere

Paolo Carradori

La lega delle «tre B» ideata dal direttore d’orchestra Hans von Bülow, che metteva insieme tre giganti – Bach, Beethoven e Brahms – dopo la serata al Teatro Verdi andrebbe forse aggiornata. La più che convincente lettura di Rendering, per orchestra (1989/90) di Franz Schubert /Luciano Berio, offerta dall’Orchestra della Toscana sotto la direzione del danese Thomas Dausgaard stimola tentazioni avventurose. Berio in realtà sarebbe il primo a non accettare di fare da quarto con vicini così ingombranti. Ma al di là di classifiche e leghe che non ci porterebbero da nessuna parte Rendering rappresenta, nella produzione del compositore ligure, un unicum irripetibile. Il lavoro prende il via da una vera e propria azione di restauro – …un’esperienza che, per alcune problematiche, si avvicina molto alla pittura... – su alcune bozze e schizzi di Schubert, redatti poche settimane prima della scomparsa – morirà a trentuno anni nel 1828 –, che rappresentavano un progetto di una Decima sinfonia, in Re maggiore, mai realizzata. Berio interviene negli interstizi, negli spazi vuoti, con un tenue cemento musicale che commenta la discontinuità e le lacune fra uno schizzo e l’altro. Un tessuto connettivo filigranato, misterioso e sognante nel ciclico uso della celesta. L’orchestrazione esalta, in Schubert, la condizione di crepuscolo tra uno degli ultimi momenti del classicismo viennese e, probabilmente, l’inizio stesso della musica romantica, caratterizzata da linee melodiche, lirismi, armonie intimistiche a tratti dolenti.

Dausgaard muove l’ORT con maestria, grande trasporto emotivo, gesto coinvolgente. Non va dimenticato, usando una metafora sportiva, che l’orchestra toscana gioca in casa: le frequentazioni di Rendering, anche con Berio sul podio, infatti sono state molte. Sorprende sempre l’unità di suono, l’agilità esecutiva, la sottolineatura dei dettagli, il controllo dei volumi. Su questo fronte Rendering è un affascinante banco di prova, col suo fare da ponte tra un classicismo in lenta evaporazione e l’irrompere delle problematiche contemporanee.

Scriveva nel 1879 Johannes Brahms, riguardo alla sua Seconda sinfonia: «Devo tra l’altro confessare che sono un uomo profondamente malinconico, che ali nere battono incessantemente sopra di noi». Parole che possono suonare strane per un’opera i cui caratteri pastorali, elegiaci sono sempre stati sottolineati. Scritta quasi di getto, la Seconda sinfonia risulta innovativa nell’andamento, nello spezzare il ritmo narrativo del tradizionale movimento sinfonico, ma anche «accademica», convenzionale nei suoi aspetti pacati, sereni, accattivanti (è opinione di Alex Ross, del resto, che proprio Brahms avrebbe inaugurato l’era della musica accademica, cioè di composizioni indirizzate non per il consumo popolare ma per platee erudite). Ma tornando alle ali nere, nella sua direzione Dausgaard, sembra voler sottolineare, della Seconda sinfonia, pur nella presenza ciclica di aspetti naturalistici e intimismi, proprio quelle venature inquiete, le tensioni liriche che la attraversano. Richiede all’orchestra un notevole sforzo collettivo, accelera alcuni tempi, in un’orchestrazione sontuosa nell’equilibrio instabile tra spazi di tenebra e luci improvvise. Nella parte centrale dell’opera risaltano con grande fascino gli impasti, ma anche i contrasti timbrici tra fiati e archi, dove i Maestri dell’ORT danno prova della riconosciuta malleabilità e forza espressiva. Brahms è un conservatore romantico: che prefigura, nascoste tra le pieghe delle proprie composizioni, quello che verrà. Le ali nere.

Franz Schubert/Luciano Berio

Rendering, per orchestra

Johannes Brahms

Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 73

Firenze, Teatro Verdi, 6 maggio 2016

O.R.T. Orchestra della Toscana, diretta da Thomas Dausgaard

Quando la memoria è la stessa cosa della fantasia

Paolo Morelli

Peggio di un bastardo , l’autobiografia di Charles Mingus scritta con l’amico del cuore Nel King e qui riprodotta a più di trentacinque anni dalla prima uscita in Italia (il Formichiere 1979; la traduzione è quella della ripresa, di dieci anni fa, presso Baldini Castaldi Dalai). Beneath the Underdog, nell’originale. Indimenticabile la gragnuola di fantasiose ipotesi, ben oltre il limite della decenza, quando all’indomani dell’uscita americana e alla presenza dell’autore più il fedele Dannie Richmond abbiamo tentato una traduzione nostrale del titolo, per un pomeriggio intero. Meglio sorvolare, soprattutto sul grado alcoolico.

Memorabile invece l’attacco: «In altre parole io sono tre. Il primo, sempre nel mezzo, osserva tutto con fare tranquillo, impassibile, e aspetta di raccontare ciò che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. Il terzo infine è una persona gentile, traboccante d’amore, che lascia entrare gli altri nel sancta sanctorum del proprio essere e si fa insultare e si fida di tutti e firma contratti senza leggerli e accetta di lavorare per pochi soldi e anche gratis, e quando si accorge di cosa gli hanno fatto gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno compreso sé stesso per punirsi di essere stato così stupido. Ma non può farlo, e allora torna a chiudersi in sé stesso».

Il primo dei tre, quello che osserva e aspetta, quando prende a raccontare lo fa ben consapevole che un’autobiografia è cosa da privilegiati, sempre, e ai suoi tempi tanto più per bianchi, per quelli che si ricordano per filo e per segno, perfino le premonizioni di quella che sarà la futura attività, ora giorno mese e anno, sfumature degli occhi delle persone che hanno incontrato e parole che hanno detto, una per una, si ricordano. Si ricordano come erano nati proprio per quello che poi hanno fatto così bene, e dove e quando gli è venuta l’idea che li ha resi importanti, anzi come li assalì e come fu. Se la memoria è la stessa cosa della fantasia quindi, ci si può dar dentro sul pedale dell’invenzione per giustificare la propria condanna, il guasto di un desiderio di vita fino al leggendario che sfocia nell’epica, e qui lui non si fa mancare niente, in terza persona naturalmente: il sesso giù giù fino alla coprofagia, l’attività di prosseneta, i dialoghi estenuanti, gli harem, le risse al limite del picaresco, i coltelli, gli inseguimenti sul palco di Duke Ellington altrettanto comici dell’entrata al manicomio di Bellevue, nonché la perenne e incresciosa commozione. Fino alla tenerezza del dialogo finale sui massimi sistemi con Fats Navarro. Sullo sfondo, sempre e comunque, la segregazione razziale. A volte fa un po’ il verso all’hard-boiled, su alcune cose ci va leggero (droghe).

Mingus era come Beckett diceva di sé, un «forzato del pensiero», il che non presume una cultura piuttosto una continua tensione spirituale: «Non voglio mai smettere di pensare, è l’unico modo di andare avanti!». Ma era pure un omone dal pianto facile, piede varo e gambe storte, un sentimentale. Niente affatto uno sfrontato, era fanfarone perché lo considerava assolutamente necessario, sia per autodifesa in un mondo dominato dai bianchi e dai ricchi, sia perché la sua arte restasse collegata a un qualsivoglia senso del mondo. E con lui la comunità del jazz dell’epoca, gente disposta a farsi ammazzare o ad ammazzarsi pur di ribadire che meno umani di così non si può se si vuole fare arte, altrimenti è solo denaro o rispettabilità sociale. Esseri vagolanti e scomposti, traboccanti d’amore appunto. Era un jazz che aveva bisogno di restare precario, di restare in basso perché «quelli che non hanno mai vissuto nella strada […] sono essenzialmente dei vigliacchi, gente che paga per tutto», e se non è lì non ne può uscire niente degno del mondo, niente che gli si regali. Chi legge non dovrebbe mai dimenticare che all’epoca si trattava di discriminati ed emarginati, e se possiamo oggi leggerli o ascoltarli come star è dovuto al fatto che sono morti e sepolti e non possono più dar fastidio. Oggi gente così è tipologia non contemplata.

Era orgoglioso del suo cognome africano forte, Mingus, si sentiva un guerriero e uno sciamano, era convinto di poter uscire dal corpo, potere che amministrava con la musica e chi l’ha sentito dal vivo non può metterlo in dubbio (considerava peggio di un insulto un pubblico inerte, in stato preagonico, a questo punto meno male che non può capitare al giorno d’oggi, tipo all’Auditorium romano dove nessuno si stanca neppure l’alluce destro).

Nell’autobiografia che ha pure la forma di una seduta psicoanalitica e si pone quindi in qualche punto tra analisi e visione, parla poco di musica in senso stretto. Per quello bisogna tornare ad esempio al volume di interviste Mingus secondo Mingus uscito qualche tempo fa per minimum fax (ne ha parlato alfabeta2 qui), tradotto anche in modo più spigoloso e nervoso, vale a dire con la cifra della sua voce e prosodia, le sfumature di stile e le perenni idiosincrasie, ad esempio per Ornette Coleman, tutta roba comunque che in traduzione perde quel tanto come i film doppiati.

Un essere strano, di semplicità disarmante, un grosso bimbo è rimasto fino alla fine e si sente, pure quando si compiace di cotante confidenze viziose, ma pure un uomo fermamente convinto che l’artista non può che essere autodidatta integrale, nella vita come nell’arte e che sia necessario perdersi in ambedue per essere in grado di donare qualcosa, qualcosa si possa credere in grado di creare una seppur minima fessura nel muro dell’arraffare incessante, della paura. Nel libro ci appare come un essere continuamente sfiorato dal destino. Ma cosa sarebbe un destino per mister Charles Mingus? (e siamo noi a inventare adesso). Forse lo strambo appuntamento tra la vita che tu fai vivere e quello che la vita fa di te, e qualcosa di vago resta perfino sulle pagine scritte.

Charles Mingus
Peggio di un bastardo. L’autobiografia
a cura di Nel King, traduzione di Ombretta Giumelli
Sur, 2015, 345 pp., € 18

 


 

E’ ARRIVATO L’ALMANACCO ALFABETA2

336 pagine illustrate a colori

OFFERTA ESCLUSIVA: SCONTO DEL 30% ( 16,10 INVECE DI € 23)

PER GLI ABBONATI ALLA NEWSLETTER DI ALFABETA2

PER USUFRUIRE DELLO SCONTO VAI SU www.deriveapprodi.org
inserisci il titolo nel carrello, poi, quando ti verrà chiesto di compilare i dati per la spedizione, inserisci il codice Alfabeta2 nell'ultimo campo, denominato "discount code". Lo sconto del 30% verrà applicato automaticamente.

Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

Ai confini tra Sardegna e jazz

Mario Gamba

Chiedono spesso: e la musica? Dove va, in che stato è, che cosa ci arriva e che cosa possiamo aspettarci dalla musica? Quella d’oggi, s’intende. Spesso si risponde: è un pieno vuoto, non possiamo aspettarci niente. Ditelo a noi che abbiamo ascoltato il Large Ensemble diretto da Evan Parker al festival Ai confini tra Sardegna e jazz. Ditecelo e ci arrabbieremo un po’. Oltre alla musica in generale, con uno scatto in avanti, è qui implicata l’intera storia dell’improvvisazione libera, della composizione istantanea, delle avanguardie e neoavanguardie jazzistiche e non. Di più. È implicata la questione politica cruciale del nostro tempo, se pensiamo che esperienze trasformative siano ancora possibili. La questione è quella della massima sollecitazione ed espressione delle singolarità nel realizzarsi in divenire del comune.

Niente di più niente di meno? Non saranno esagerazioni o, peggio, intrusioni improprie di istanze politiche dove l’argomento è un altro e il rischio è di riprendere le prediche dei tempi dell’engagement? Buoni, state buoni. Nelle arti avvengono fatti di relazione con le idee e tra gli attori delle performances artistiche. Vengono compiute azioni nelle quali le esistenze e le loro proiezioni hanno un peso costitutivo. Le azioni non sono sempre le stesse, non utilizzano strumenti identici e non giocano relazioni allo stesso modo. Soprattutto, non mettono in campo materiali dello stesso grado di propulsività, novità, curiosità, radicalità, qualità, comunicatività. Se succede che materiali di stupefacente interesse, materiali sonori in questo caso, vengano usati con modalità di relazione nelle quali libertà e creatività personali e cooperazione di gruppo siano gli ingredienti, ecco che abbiamo l’evento politico. Rivoluzionario.

Il Large Ensemble internazionale convocato da Evan Parker, inglese, improvvisatore ai sax di importanza storica nota ma qui nella sola veste di direttore/coordinatore, comprende quattordici musicisti di tre generazioni. Che vale la pena di citare. Sono tutti solisti e a loro volta leader di varie formazioni nell’avant-jazz e nella «contemporanea». Giancarlo Schiaffini (trombone), Peter Evans (tromba e cornetta), Caroline Kraabel (sax), Hannah Marshall e Walter Prati (violoncello), John Edwards e Barry Guy (contrabbasso), Paul Lytton e Hamid Drake (percussioni), Alexander Hawkins (pianoforte), Pat Thomas (tastiera elettronica), Orphy Robinson (vibrafono), Sam Pluta (computer), William Parker (shakuhachi). Il grande contrabbassista e bandleader William Parker è l’ospite speciale con uno dei suoi strumenti secondari.

Il concerto dell’Ensemble ha un titolo: Homage to Butch Morris. Tutto il festival è dedicato alla memoria di questo compositore mediante conduction, sistema di segni con cui l’opera viene elaborata «in progress» dal conduttore in stretta interazione con gli orchestrali improvvisatori/compositori istantanei. Ma Evan Parker chiarisce: il mio metodo di coordinazione è diverso. Infatti si capisce subito. Non solo per l’assenza di una «segnaletica» particolare - Parker indica ai musicisti quando devono intervenire, punto e basta – ma per il tipo di musica che viene prodotta e per il tipo di svolgimento del lungo brano, non diviso in movimenti ma in un avvicendamento di episodi ben caratterizzati. La musica è la sintesi e l’ulteriore innovazione idiomatica della free improvisation soprattutto europea e di alcuni elementi delle scritture uscite dalle neoavanguardie seriali e «informali». Una mirabile, eccitante, vivissima, meditatissima, spontanea, preparata sintesi e ulteriore innovazione idiomatica.

Qui il concetto di costellazione sonora trova un’applicazione straordinaria. A momenti di caos e di tempesta, quasi mai in «tutti» ma a sezioni sempre cangianti dell’Ensemble, succedono distese quiete/inquiete di suoni dove puntillismo ed effetti elettronici «a fasce» si fondono a contrasto. Non il recupero ma la sovversione amorosa della tradizione jazzistica passa attraverso l’assolo di Schiaffini tanto avant-garde quanto ellingtoniano, reso appena disincantato dai rimandi e dalle rielaborazioni all’impronta del computer di Pluta. Il duetto Lytton-Drake è da perderci la testa e il cuore: uno stile/sonorità metallico, «industriale», e uno stile/sonorità tribale, postmomoderno, con echi di tamburi africani, producono una sequenza di suoni mai sentiti eppure con una lunga storia di sperimentazione alle spalle. Kraabel al sax contralto, poche note, assorte, limpide, sembra partire da una linea Desmond-Konitz per arrivare a Polifonica-Monodia-Ritmica di Nono e superarlo verso la consapevolezza di quanto si sta bene nella libertà di tutti.

Evan Parker ha nel programma del festival una sorta di monografia. Suona in solo in apertura della rassegna. Incanta ma mostra una certa propensione alla neoclassicità, che conferma, come solista, nel meraviglioso Quartetto (con Peter Evans, Barry Guy e Paul Lytton, vale a dire il più classico trio dei primi tempi della free music europea – Parker/Guy/Lytton - più il giovane straripante innovativo trombettista americano) e nell’altrettanto meraviglioso Quintetto (con Evans, ormai partner d’elezione, Alexander Hawkins, un pianista spregiudicato e lussureggiante, John Edwards, che fa pensare a un impossibile idillio Pollock-Kafka, e Hamid Drake, presenza, quest’ultima, «anomala» ma assai perturbante, in senso del tutto positivo, per ricchezza di nuances).

William Parker con Drake e il sassofonista John Dikeman, un emulo di David S. Ware ma nient’affatto scolaro, porta il messaggio del post-free al calor bianco degli Sati uniti. Attualissimo. La Nublu Orchestra, che Butch Morris nei suoi ultimi anni di vita dirigeva ogni lunedì a New York, dà due affascinanti concerti nei quali l’aspetto ritmico e anche concettuale dell’avanguardia rock/funky (prevalenza delle spezzature dei fraseggi e degli accenti sulla pulsazione regolare) è messo in primo piano e i procedimenti morrisiani ricordati senza inutili ricalchi. Il battito rock/disco più standard sostiene invece i sovracuti ultra-ayleriani dei solisti durante il concerto della Fire! Orchestra diretta dal baritonsassofonista svedese Mats Gustafsson. E qui divertimento e noia si danno la mano.

Festival Ai confini tra Sardegna e jazz

Sant’Anna Arresi (Cagliari)

1-6 settembre 2015

L’arte dell’accostamento

Paolo Carradori

L’ottava edizione di AntiCOntemporaneo – rassegna di musica antica e contemporanea a cura dell’Associazione l’HommeArmé – si segnala ancora come appuntamento di grande interesse non solo per le garanzie di una programmazione di qualità ma anche come momento di messa in discussione, riflessione su concetti come stile, linguaggio, modernità della musica. Problematiche teoriche che nell’ascolto ravvicinato di repertori, lontani temporalmente fino a 250 anni, paiono meno complesse.

Certo, i rischi ci sono ma vengono smussati da un approccio culturale profondo, un rigore rispettoso dei contesti storici ma contemporaneamente aperto ad una visione della musica liberata da steccati e confini. I due appuntamenti conclusivi – “Natura degli affetti. Italian baroque and new music” con il pianoforte di Emanuele Torquati e “Summa” con l’ensemble vocale L’Homme Armé e Contempoartensemble dedicato a Arvo Pärt rappresentano emblematicamente la filosofia programmatica di AntiCOntemporaneo.

Il pianoforte di Torquati presenta un excursus di ampio respiro, viaggio intimo, senza soluzione di continuità, sui crinali di un rapporto con la melodia, mai comoda scorciatoia ma vissuta problematicamente come valore esistenziale. Raccontare le tappe di questo viaggio attraverso Scarlatti, Frescobaldi fino a Sciarrino e Filidei non è proprio semplice. Eppure Torquati, senza effetti speciali, allontanando tentazioni di ammodernamenti e aggiustamenti, cercando nei repertori la bellezza, su questa strada rende godibile, accostabile ciò che pensavamo inaccostabile.

Emanuele Torquati1 (500x332)

La Sonata K 208 di Domenico Scarlatti è subito un cammeo breve e succoso, una brezza di mare. Il pianista la lascia vagare nello spazio, curando i dettagli, i silenzi come respiri. Natura degli affetti (1980) di Eric Maestri, che dà il titolo al progetto, sviluppa un’onda sonora, una frase riconoscibile e ripetuta che lentamente evapora. La scomposizione genera sprazzi dinamici, percussivi. Poi torna più misteriosa, illuminata qua e là da improvvisi punti di interpunzione in una forte componente gestuale.

La limpidezza, la pulsante costruzione architettonica della Fuga in sol minore di Girolamo Frescobaldi (arrangiamento di Béla Bartók) dissolve l’ombra lunga lasciata da Canto Notturno (2014) di Giuliano Bracci. Brano fascinoso, scuro e distorto, evoca una musica intrappolata in un labirinto dove le uniche vie d’uscita paiono gli improvvisi accordi cangianti. Notturno crudele n.1 (2001) di Salvatore Sciarrino rovescia, con quell’aggettivo inequivocabile, il carattere del notturno, tradizionalmente brano melodico e sognante. Il suo è invece un lavoro che punta ad una meccanica ripetitiva, contrasti stridenti, ostinati intervallati da brevi svolazzi leggeri. Nel finale appare un accordo dolciastro che evoca un notturno meno crudele. Sorprende poi Preludio e Filastrocca (2011) di Francesco Filidei, il compositore meno criptico del solito gioca con le filastrocche da bambini sviluppate su due cellule melodiche, alternanza di note acute e gravi, con strane interferenze sparpagliate che lo rendono leggero e godibile.

Homme arme_Contempoartensemble (500x316)

Se l’ottantenne Arvo Pärt fosse stato presente alla serata a lui dedicata si sarebbe certamente commosso. Sentimento che si percepiva forte tra il pubblico alla fine di “Summa”, coproduzione tra l’ensemble vocale l’Homme Armè e il quartetto d’archi Contempoartensemble, che hanno regalato una strepitosa interpretazione di lavori del compositore estone incastrati con brani di Bach. Fin troppo facile leggere l’avvicinamento sul piano sacrale e meditativo -nel programma in realtà verranno eseguiti di Bach i Contrappunctus n.1 e n.19 da l’Arte della Fuga – ma l’accostamento ci dice qualcosa di più. Ci parla di due autori che, al di là di ogni connotazione storica, di linguaggio, riescono a svelare gli aspetti più profondi della loro contemporaneità, delle grandezze e delle miserie dell’uomo.

Summa (1997-1991) per quattro voci è il cuore della serata. Letta, interpretata, vissuta in modo sublime dall’ensemble vocale che non ne fa sfuggire nessuna sfumatura, nella versione per quartetto d’archi perde forse qualche tensione ma rimane un inno alla bellezza inarrivabile. Corde e voci si trovano infine insieme per Da pacem (2004-2006). In una polifonia luminosa e struggente, Pärt ci racconta un mondo nuovo nel quale vorremmo tutti vivere. Uscendo, nella calda notte fiorentina, scopriamo che quel mondo c’è, è a portata di mano. Basta saperlo vedere.

AntiCOntemporaneo 2015
VIII Edizione – 26 giugno>9 luglio
Auditorium di Sant’Apollonia – Firenze
Emanuele Torquati pianoforte

L’Homme Armé
Giulia Peri soprano-Mya Fracassini mezzosoprano-Giovanni Biswas tenore-Gabriele Lombardi baritono-Fabio Lombardo direzione

Contempoartensemble
Duccio Ceccanti, Clarice Binet violini-Edoardo Rosadini viola-Vittorio Ceccanti violoncello

Preparare la venuta degli dei

Francesco Fiorentino

Finalmente si può ascoltare anche in italiano il sound di Friedrich Kittler (1943-2011): forse il più originale teorico dei media dopo McLuhan. Come lui letterato d’origine ma cantore della fine della letteratura e persino della scrittura nell’era del computer.

I libri erano per lui macchine mediali che informano sullo stato della tecnologia dell’informazione della loro epoca. Nel 1980 cura un volume con un titolo che è tutto un programma: La cacciata dello spirito dalle scienze delle spirito. Niente più Geist, niente più ermeneutica, solo macchine che producono informazioni.

Tanto più dopo l’avvento dei mass media, perché questi, a differenza delle arti che istituiscono con i sensi un rapporto puramente simbolico, sui sensi agiscono direttamente attraverso la loro materialità tecnologica. È il trionfo del reale sul simbolico. Al quale – secondo Kittler – si assite per la prima volta sulla scena wagneriana: il suo Musikdrama è il primo mass medium in senso moderno, perché in esso la tecnica mediale comunica direttamente con la fisiologia, i nervi e i corpi del pubblico. Non contano più riflessione, immaginazione, cultura, alfabetizzazione.

Wagner «fa saltare in aria seicento anni di dominio della lettera», mette il «sound (nel preciso senso di Jimi Hendrix) al posto del significato delle parole», mette i sensi eccitati al posto del significato. È l’atto di nascita della musica rock, coi suoi amplificatori che sostituiscono i valori musicali con il sound, gli effetti simbolici con la pura dinamica acustica. Il messaggio diventa il medium stesso. La metafisica del significato si trasforma nella fisica dei corpi e dei sensi che risuonano. Ed «è la stessa musica, da Wagner a Hendrix, da Hendrix ai Pink Floyd».

Ormai la tecnologia musicale permette il trionfo del sound, vale a dire di «ciò che in musica non si può mettere per iscritto ed è dunque la manifestazione immediata della sua tecnologia». Una nuova lirica degli strumenti si sostituisce alla lirica come espressione di un soggetto: «Solo istituzioni ataviche come il diritto d’autore [...] costringono ancora a nominare i parolieri e i compositori (come se esistesse qualcosa di simile nello spazio del sound). Bisognerebbe piuttosto indicare gli schemi elettrici degli impianti stereo e (come sulla copertina di Dark Side) i numeri di modello dei sintetizzatori utilizzati».

È il determinismo tecnologico di Kittler. Ma non è la sua ultima parola. Per decenni Kittler ha descritto il feedback tra tecnica bellica e tecnica dei media, aveva inteso persino la musica come «abuso» di strumenti tecnici pensati originariamente per scopi bellici. Ma poi, come un movimento intimo di ribellione, supera la propria ossessione per la guerra con un’erotica del canto e dell’ascolto.

Amava citare quella frase di Borges secondo il quale nel momento del coito siamo tutti la stessa persona, per aggiungere che è di quella persona che dobbiamo cercare di ricordarci. Questo facevano, secondo lui, il pop e il rock, i suoi amati Jimi Hendrix e i Pink Floyd. Con loro tornava la follia acustica del dio Pan, l’alienazione dei sensi che fa danzare le identità. Ma essa registrava la verità mediale dell’epoca: il trionfo del reale sul simbolico e sull’immaginario stesso.

Il mitografo Kittler vede in questo l’annuncio di un nuovo paganesimo: quella musica prepara la venuta degli dei, donati agli antichi greci dai loro poeti. Fantasie escatologiche che rivelano in Kittler un pensatore tedesco. Dietro di lui sentiamo parlare non più tanto Lacan e Foucault, come ai suoi inizi, quanto Heidegger e Hölderlin. Ma con una voce nuova che non ha più paura della tecnica.

Friedrich Kittler
Preparare la venuta degli dei
Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd
traduzione di Elisabetta Mengaldo
prefazione di Hans Ulrich Gumbrecht
L’orma (2013), pp. 107
€ 11,00

 

Trentaquattro volte Gamo

Paolo Carradori

GAMO è come un’etichetta che trasmette fiducia, non vai nemmeno a leggere gli ingredient… basta la parola. Il Gruppo Aperto Musica Oggi difende da anni un territorio che si fa sempre più angusto, per problemi economici ma prim’ancora culturali. Quelle difficoltà nel programmare, senza affanni e tagli, una verifica costante dello stato delle cose in musica, rispetto a ricerca, nuovi linguaggi e tecnologie, autori e interpreti.

Nonostante tutto, sotto la guida artistica di Giancarlo Cardini e Francesco Gesualdi, l’istituzione musicale fiorentina timbra la stagione numero 34 – in collaborazione con il Conservatorio Cherubini - e lo fa con proposte di qualità.

Il primo appuntamento coinvolge il pianista Emanuele Arciuli tra gli interpreti più personali della scena concertistica degli ultimi anni. Programma sbilanciato sul fronte americano (Crumb, Resenzweig, Rzewski) a riprova della sua ampia visione e cultura pianistica. Quattro illustrazioni sulle metamorfosi di Vishnu (1953) di Giacinto Scelsi apre la serata.

Si piomba subito nella spiritualità scelsiana. Astrattismi che, in una e vera e propria scultura del suono, si accumulano creando un flusso di energia appena increspato da pulsioni ritmiche. Musica misteriosa, trasparente, che sei costretto a consumare subito, perché pare sfuggire, non solo ad una possibile catalogazione, ma ad una sua concreta sedimentazione. Arciuli evidenzia toni scuri e legnosi come per ancorarla, sottolinea una drammaticità che rimane sempre sullo sfondo.

Se il contrasto con il secondo brano è voluto, il risultato è centrato. Im Freien (1926) di Bela Bartok spazza via le nebbie scelsiane. L’attacco è fulminante, accordi pieni e caldi, ritmo incalzante, il rapporto con lo strumento estremamente fisico. Il percorso si fa poi più riflessivo, mantenendo una forza interna che si stempera in ambientazioni sospese. Il pianista prosciuga tentazioni virtuosistiche per lasciarsi andare in un finale emblematico. Cavalcata ostinata dove si respirano accenti popolari.

Eine Kleine Mitternachtmusik (2001), scritto da George Crumb proprio per Arciuli, è una suite composta da nove frammenti montati tra le note del famoso Round Midnight di Monk. Variazioni che mantengono sullo sfondo la composizione monkiana come un sogno. Opera multiforme, disseminata di citazioni (Debussy, Strauss, Wagner), quasi didattica nell’esporre le possibilità espressive di tutte le parti dello strumento che molto deve alle esperienze di Henry Cowell, il primo negli anni Venti a metterci le mani dentro prima del piano preparato del ciclone Cage.

Tre brani tratti da Point and Tales (2004) di Morris Rosenzweig sottolineano il clima poetico e intimo caratteristico del compositore americano. La ricerca del dettaglio, di ciò che pare insignificante e prende forma mettendo in gioco anche aspetti grotteschi, eccentricità, come in Go. Chiude Winnsboro Cotton Mill Blues (1977) di Frederic Rzewski. Ballata di protesta che espone in modo fin troppo schematico-descrittivo il battito ritmico e ciclico di macchine di cotonifici. Trappola estraniante dalla quale nascono elementi blues come segno di appartenenza, identità culturale del popolo afroamericano. Ma tutto rimane troppo in superficie.

Il premio alla carriera assegnato al compositore spagnolo Luis De Pablo ci permette di conoscere più da vicino l’artista considerato l’artefice del superamento del nazionalismo in musica del suo paese. In programma opere dedicate ai flauti di Roberto Fabbriciani e al fagotto di Paolo Carlini, e in prima assoluta Cuarteto Concertante (2012) per 2 violini, viola e fagotto obbligato.

I brani per i fiati in solitudine, parcellizzati in tanti brevi frammenti, evidenziano una rigidità compositiva, una perpetuazione di cliché che non solo limita, intrappola talento e virtuosismo dei due esecutori ma finisce per arenarsi in un mondo sonoro privo di passioni che guarda se stesso e raramente accende luci, lampi di poesia. Cuarteto Concertante è più coinvolgente. L’originalità è giocata sui ruoli strumentali.

Il fagotto non solo sostituisce il violoncello, scombinando le classiche sonorità della forma quartetto d’archi, ne diviene interprete, guida la musica. Carlini irrompe nella trama delle corde, ne esce, gioca sulla timbrica dello strumento, sposta gli equilibri. L’ensemble colora con eleganza lo sfondo, con ricche tensioni, qualche tentazione romantica, sfalsamenti che lo rendono mosso, a tratti fascinoso.

GAMO (Gruppo Aperto Musica Oggi)
34^ Stagione concertistica
Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze - Sala del Buonumore
12/15 dicembre 2013
Roberto Fabbriciani flauti
Paolo Carlini fagotto
Duccio Ceccanti violino – Clarice Binet violino – Carmelo Giallombardo viola

 

Mozart scompigliato

Paolo Carradori

Se siete tra coloro che pensano che l’utopia sia qualcosa di irrealizzato e non di irrealizzabile, allora fate un salto alla Tenuta dello Scompiglio a due passi da Lucca. Perché?

Perché lì su questa strada sono molto avanti. In una natura unica: spettacoli, concerti, mostre, installazioni, residenze di artisti, laboratori, corsi e workshop. Contemporaneità non feticcio, etichetta vuota ma vissuta come verifica costante del pensiero nell’arte.

Sul fronte musicale, con la direzione artistica di Antonio Caggiano, prende il via un nuovo progetto “Mozart, così fan tutti”. Ambizioso percorso che, parafrasando una delle tre opere italiane del compositore salisburghese, punta a rileggere in modo atipico la figura del genio. Non solo opere mozartiane o di compositori che a lui si ispirano ma riscoperta degli aspetti esistenziali troppo spesso ignorati, occultati in nome di una lettura schematica.

Mozart era un anticonformista di grande cultura che credeva negli ideali di libertà ed eguaglianza. Anche libertario e anticlericale ma con una profonda connotazione di sacralità rispetto alla vita. Intellettuale spregiudicatamente moderno.

L’apertura sul palco dello Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta spetta all’ensemble Sentieri Selvaggi con la direzione di Carlo Boccadoro. Attiva da anni e composta da notevoli personalità strumentali la formazione si caratterizza per un forte senso del collettivo sia dal punto di vista degli equilibri che del suono. Sorprende soprattutto la passione e l’esposizione del piacere di suonare insieme, di questi tempi merce rara.

Un filo diretto con Mozart lo tira emblematicamente Arvo Pärt con Adagio-Mozart. In una ambientazione religiosa, commovente e raccolta il compositore estone riscrive per trio una pagina mozartiana trascinandola nella contemporaneità con suoni, timbri e colori magici, senza toccare le note. Il risultato è sorprendente: una visione sonora profonda e spirituale dove si incontrano due mondi lontani che trovano nella bellezza un possibile momento di dialogo.

Anche Carlo Galante con L’Incantevole ritratto (in prima assoluta), attraverso materiali provenienti dal Flauto Magico, costruisce un percorso di figure musicali che, alludendo all’opera mozartiana, la deformano, la ricompongono spostando e modificando il senso. Non la trasfigura, come fa Pärt, la cita e gioca su sfalsamenti minimi dove tutto scorre in una ambientazione suggestiva e pacata. Solo nel finale, in un crescendo ritmico più marcato, l’opera ha come una accelerazione per poi chiudersi.

In Soul Brother N°1 di Boccadoro - dedicato ad Andrea Dulbecco - il vibrafono è in rilievo per tutto il brano, dirompente e intrigante nella sua leggerezza svolazzante. La formazione intorno a lui crea e contrappone continui vortici ritmici ma, nonostante una maggiore potenza sonora a disposizione, pare soccombere alla poetica delle lamine. Di grande impatto emotivo il passaggio dove violino e violoncello stendono una ragnatela nervosa dietro l’energia e l’inarrivabile virtuosismo del solista.

Con Musica Profana Filippo Del Corno mette insieme tre sue composizioni. La prima ispirata da una antica canzone popolare francese L’homme armé è caratterizzata da una sottolineatura ritmica che la percorre tutta mentre l’ensemble elabora un motivo accattivante distribuito in ciclici unisoni. La polifonia rinascimentale di Fault d’argent si tramuta in una ipnotica ripetizione di frammenti sempre uguali a se stessi. L’apertura del violoncello, poi affiancato dal flauto, è il momento più poetico, poi il martellare ossessivo del pianoforte infrange tutto. Chiudono toni scuri e inquieti che prendono le mosse da un'antica melodia Réveillez vous. Un riferimento ad estranianti ritmi techno fin troppo schematico.

Gavin Bryars conferma con il brano Non la conobbe il mondo mentre l’ebbe – noto verso petrarchiano – il carattere meditativo della sua visione musicale, una magica semplicità melodica mai banale sempre coerente ad un equilibrio armonico che si macchia di mistero, sospensioni e colori tetri. Il momento più seducente della serata.

L’ensemble si esalta nel finale con The Telephone Book per quintetto di Michael Torke. Trittico scanzonato ispirato agli elenchi telefonici statunitensi. Composizione che esplora e amplia le esperienze minimaliste. Energia, ironia, spruzzate di jazz, pop rassicurante, momenti ballabili. Tutto credibile e coinvolgente. Irriverenza e leggerezza che piace.
Anche a Mozart?

Mozart, così fan tutti
Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta dello Scompiglio
Vorno (Lucca) 30 novembre 2013
Sentieri Selvaggi Ensemble:
Paola Fre flauto – Mirco Ghirardini clarinetti – Andrea Rebaudengo pianoforte – Andrea Dulbecco vibrafono e percussioni – Piercarlo Sacco violino – Aya Shimura violoncello – Carlo Boccadoro direzione