Venezia 2017 / Evoluzionismo back to the future

Mariuccia Ciotta

Chi è Rotpeter, fronte bassa, corpo peloso, abiti da professore, essere in divenire che sembra il frutto di un'evoluzione a metà tra Darwin e Bergson? Kafka dà un cervello pensante alla creatura mostruosa ma questa volta non la nasconde, ributtante, sotto il letto, anzi la fa salire in cattedra nel racconto Una relazione per un'Accademia pubblicato nel 1917, e che ha ispirato il mediometraggio di Antonietta De Lillo, Il signor Rotpeter (fuori concorso). Ideato dall'autrice di Il resto di niente insieme allo scrittore-regista Marcello Garofalo, il film ha risollevato l'umore della Mostra, sceso negli ultimi giorni dopo l'avvio trionfante.

Il testo praghese si trasferisce a Napoli materializzato nel corpo prismatico di Marina Confalone che muta a ogni istante in una performance stupefacente, lo sguardo e i gesti in bilico tra natura selvaggia e coscienza di sé, tutto nell'avvincente monologo orchestrato tra intervista con voce off e lezione universitaria. Il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, senza troppa soddisfazione. Persiste in lui la nostalgia di una vita libera, lasciata solo per trovare “una via d'uscita” quando lo chiusero in gabbia e fu costretto a imitare smorfie e tic dei suoi carcerieri, villain ubriaconi. Nozioni elementari, degrado necessario. Qualche anno dopo, 1963, Pierre Boulle riprese l'idea della scimmia filosofa e della regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità.

De Lillo compone quadri carichi di fascino, il lungomare napoletano che scorre sullo sfondo mentre il signor Rotpeter passeggia tra bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, personaggio già sperimentato da Marina Confalone sul palcoscenico. Facile per lei che viene dal teatro delle maschere, eppure incantevole per chi guarda il passaggio dall'interno di una casa dall'arredo esotico all'aula dell'università Federico II dove l'attrice napoletana si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare, e che offre ai “nuovi nati” lo zoo, il “posto fisso” o il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro.

In contemporanea con lo scimpanzé sapiente, è passato tra i Classici La donna scimmia di Marco Ferreri.

Altro sapore di cinema nell'ultimo titolo del concorso, Jusqu'à la garde dell'esordiente francese Xavier Legrand, attore di teatro e autore di un cortometraggio premiato in diversi festival nel 2013.

“Film politico, di guerra, forse addirittura un horror” così il regista definisce la sua opera prima, che suona, però, come un gesto di deferenza per le forze dell'ordine contro la permissività incosciente della giustizia. Una magistrata permette l'affido alternato dei figli a un bestione dall'occhio turpe, munito di fucile da caccia, e che i due ragazzi chiamano “Quello” , mentre la madre illustra le violenze subite da tutta la famiglia. Immagini piatte da docu-fiction e lo stalker sempre più minaccioso in quell'andirivieni in cui il cinema francese eccelle. Legrand sa guidare gli attori che fanno del loro meglio per arrivare all'horror in una sequenza finale di assedio e follia. Ma se soddisfa le aspettative emotive di fronte alla cronaca di uomini che odiano le donne, il film, applaudito dal pubblico, prende l'aspetto di un teorema manipolatorio, un altro esperimento cinematograficamente povero sulla pelle di lei.

Venezia 2017 / Il cinema in sol minore di Silvio Soldini

Roberto Silvestri

Per vedere più chiaramente, dentro di sé ma soprattutto fuori di sé, al di là della superficie apparente delle cose, dei corpi e dei Tg, si ha bisogno di forte disciplina etica. O di un miracolo, di una apparizione, di voci misteriose, di shock salutari, di sofferenze, di un grande amore, di occhi che “vedono ciò che gli altri non vedono”. Che poi è la definizione dei grandi cineasti, di chi trasforma, come dice Godard, la notte in luce. Un cineasta è infatti una sorta di “non vedente” apparenze e corteccia, ma vedente sostanze, come ha dimostrato Yasuzo Masumura in La bestia cieca (1969), l'horror incentrato sulle capacità sinestetiche di uno scultore cieco impazzito e assassino sì, ma certo non oggetto di pietà né di compassione paternalistica.

Vera antitesi ai troppi film che abusano dei personaggi di ciechi, quando si ha bisogno di esercitare sadismi voyeuristici di ogni genere (anche Mia Farrow, in Terrore cieco di Richard Fleischer, e Sara Serraiocco di Salvo hanno costruito personaggi anticonformisti di non vedenti, pieni di energia e voglia di vivere). Fanno sport, o viaggiano, o sono professionisti e autonomi, oppure di furbizia tale da mettere in scacco perfino il loro aguzzino mafioso. Un altro ruolo eccentrico è quello di Emma (Valeria Golino), osteopata e giocatrice di softball, cosmopolita e di leggiadra personalità, non vedente dall'età di 17 anni, che sarà capace di rimodellare non solo il corpo ma anche il cervello di una diciottenne “no future” furiosa con tutti perché non ci vede ma sente che il mondo attorno è orribile, e poi – ma solo in seconda battuta perché in questo film i robottini puliscono casa e le donne non smaniano solo per gli uomini – di Teo (Adriano Giannini), acrobata del sesso, tre amanti per volta come programma minimo, che si caracolla con la sua sciarpa fantasia, un creativo di successo nel campo della pubblicità ma sbalestrato esistenzialmente da problemi di famiglia mai risolti.

Fuori concorso Il colore nascosto delle cose, undicesimo film di Silvio Soldini, che, come Jim Carrey dentro Hollywood, sta mettendo in difficoltà da molti anni, senza però riuscire mai a farla esplodere completamente, la macchina romana del cinema commerciale, ostinatamente ossessionata dalla forma commedia inesportabile. E, 24 anni fa, con Un'anima divisa in due Soldini portò Fabrizio Bentivoglio al massimo premio della Mostra insistendo sulle tonalità drammatiche, serie, solo striate da umorismo adulto e sentimenti ben scavati. Soldini, svizzero italiano, è infatti una sorta di Borromini della cinepresa perché, pur conoscendo tutti i trucchi che rendono una immagine visiva e sonora seducente, o almeno di effetto sicuro, la decostruisce, elemento per elemento, non per spiazzare il consumatore narcotizzato dalla ritmica fiabesca consueta, ma per creare effetti speciali ancor più spettacolari e barocchi. Non ornamentali, anche se una serie di grandi attori adornano il film di sberluccicanti diademi (Cederna, Carnelutti, De Francesco...). Ma strutturali. Se l'immagine movimento è il fluido narrare hollywoodiano e l'immagine-affezione quel tocco francese specializzato in gastronomia sensuale, Soldini è il genio dell'immagine-pulsione.

Quella linea naturalistica sul solco di Bunuel, Visconti e Losey, che ritocca, con immensa leggerezza (scambiata per modestia espressiva), la violenza originaria. E la voce di Valeria Golina è violenza originaria, non “giocattolo acustico sexy”. Quando Teo lo scoprirà si butterà nel mondo nero colorato di Emma.

Venezia 2017 / Mektoub, My Love: Canto uno

Mariuccia Ciotta

Ogni regista mette in forma le sue ossessioni, le trasmuta in altri soggetti, e libera dalla compagnia di se stessi, come la morte, secondo il commuovente Jim Carrey in Jim & Andy (fuori concoso) di Chris Smith sulla simbiosi tra l'attore di Truman Show e Andy Kaufman. Così il franco-tunisino Abdellatif Kechiche ha venduto la Palma d'oro conquistata con La vita di Adele pur di finire il primo canto della sua giovinezza, Mektoub, My Love (concorso) insidiato da querelle produttive dovute all'incontenibile flusso di memorie del regista. Il film, voluto invano dal festival della Croisette, è approdato negli ultimi giorni alla Mostra che l'aveva già scelto in gara con la Venere nera(2010),

L'alias di Kechiche è Shain Boumedine/Amin, faccia da testimonial di profumi esotici, un Rodolfo Valentino della costa azzurra, diciottenne in vacanza, viene da Parigi. È il 1994 e Amin, aspirante sceneggiatore/fotografo/regista, cerca spunti creativi tra gli amici d'infanzia, nella comunità tunisina d'origine dove è tutta una festa tra tuffi, balli e couscous. Cielo e mare. Ma l'incontro fatale che gli riserva il “Mektoub”, il destino, è giù in basso, in fondo alla schiena delle ragazze, francesi e tunisine, che la macchina da presa, come nei cinegiornali degli anni Cinquanta, inquadra golosamente, beata dell'abbondanza di natiche. “Gli piacciono le donne con il sedere grosso”, dice qualcuno, e infatti l'obiettivo “sculetta”, si fa largo tra la folla esultante - la convivenza etnica sembra perfetta – e cerca ispirazione.

Amin osserva senza coinvolgersi troppo, ancora turbato dalla sequenza iniziale, una performance spiata dalla finestra di suo cugino Tony, il viveur, e dell'amica esuberante Ophélie, spettacolo di carne in agitazione, contraltare sanguigno dell'asettica unione lesbica di Adele. E quando lo sguardo di Amin si distoglie, la maschia attività continua, erotica come una tazza di cornflakes ed eccedente qualsiasi ragione filmica.

Il delirio di Kechiche si espande in una frenesia incontrollabile, due turiste marsigliesi desideranti, gelosie, “adulteri”, madri operose in cucina, ristorante maghrebino, capre (vere) e stalloni al pascolo... cronaca di “vacanza da sballo”, il serbatoio autobiografico si riempe, futura materia per i film a venire.

Si aspettano le Springbreakers di Harmony Korine a sventagliare raffiche di mitra sui bagnanti ma non avremo che risate e primi piani delle bellezze al bagno con preferenza sempre per il lato B. Sceneggiatura e dialoghi alla stessa altezza. Se la cosmetica è l'arte del cosmo femminile, secondo Kraus, l'estetica di Kechiche è la loro estetista.

Venezia 2017 / Le Manetti sulla città, “Ammore e Malavita” conquista il Lido

Roberto Silvestri

In questa parodia satirica e musicale di Gomorra e La La Land si fa l'elogio di Ciro, un sicario spietato della Camorra, guardia del corpo del boss del pesce e delle cozze napoletane. Giubbotto alla Terminator, tecnica di combattimento Bruce Lee, in coppia con l'adorato amico del cuore, entrambi tifosi dei Cincinnati Bengals, il killer è responsabile della morte di decine di sgherri avversari.

Veramente immorale, no? Se poi vi potessimo raccontare anche il finale tropicale, strana interpretazione del Fujtevenne 'a Napule di Eduardo De Filippo....

Non ci fosse al fianco di Ciro un personaggio ricciuto dal miracoloso nome di Fatima, infermiera onesta buona e incensurata, ma furba come una fan di Daniel Craig, che trasforma quel gelido assassino sopranominato la “tigre” in un bello classico da romanzo rosa capace finalmente di anteporre i sentimenti individuali all'onore del clan, Ammore e malavita diretto dai Manetti Bros potrebbe sembrare uno dei pochi successi festivalieri non “parrocchiali” di una Mostra d'arte mai così sacra come nel 2017: gli esorcisti di Friedkin, i calvinisti puniti di First Reformed, i musulmani aggrediti di The Insult, i creazionisti confutati di The shape of Water, gli anglicani semiclandestini di Sweet Country. E perfino l'Escobar di Javier Bardem, in Loving Pablo, prima della punizione divina, sembra padre Bergoglio che assiste i poveri delle favela di Buenos Aires nel film di Luchetti. Due battute però non sono male nel biopic di Fernando Leon de Aranoa (fuori concorso) dove tutti, da Medellin a Calì, parlano inglese: “Il terrorismo è la bomba atomica dei poveri”. E, ce lo ricorda Penelope Cruz, nel ruolo della amante opportunista ma antiimperialista del boss della coca: “alla Dea non interessano i soldi e le attività della Mafia, basta che restano negli Stati Uniti, ma solo i dollari del cartello di Bogotà, che si fanno in Usa ma tornano qui in Colombia”.

Comunque produrre oggi pensiero e immagini parrocchiali, con il rovesciamento di fronte avvenuto al vertice del Vaticano, non è disdicevole. E in Three Billboards il clero cattolico conservatore è comunque stato distrutto come merita da una sola battuta dalla McDarmond. Human Flow di un orientale come Ai Wei Wei deve aver turbato tutti perché la sua invasione “barbarica” di profughi, più che essere contenuta e devitalizzata come nei tg nostrani da una pietà paternalistica e populistica, in 140' spiega al mondo cosa significa davvero il concetto dispiegato in modo radicale e consequenziale di “libertà” e perché è giusto riaffermarlo sempre e per tutti, anche se può mettere in grande difficoltà non solo Pechino (che lo ha messo all'indice assieme a quello di eguaglianza), ma anche chi se ne riempie la bocca in continuazione. L'Occidente, per esempio.

Ma torniamo a Ammore e malavita. Il gioco pop messo in piedi a ritmo hip hop dai fratelli Manetti, fin dai loro esordi, ha sempre un po' di retrogusto orientale e di passioni West Coast. E questa volta è ancora più sofisticato e divertente. Tutti i personaggi che affollano il film, infatti, hanno il loro doppio. La parte yin, nera, e la parte yang, bianca. Il canto, che è contagioso e fa ballare sempre tutta la città, come se fossimo dentro un musical di Mamoulian o Minnelli, dà spinta all'azione e svela ricchezza interiore e disperazione esteriore di questa metropoli unica. Si dirà. Musica e crimine fanno Napoli. Basta. La Napoli dello stereotipo. Eppure spunta d'incanto una versione di What a Feeling , da Flashdance; Ciro, il gangster che nessuno riesce mai a uccidere, fa la parodia del sosia di Jerry Lewis nel Ciarlatano, e scompare nelle acque bucherellato dal mitra; i diamanti vengono nascosti in un modellino d'auto diBack to the Future, Maria, la pupa del gangster (una Claudia Gerini particolarmente in parte) inventa strategie criminali basandosi sulla sua collezione di dvd degna di quella dell'ex ministro Gava… Insomma l'iconografia e la mitologia del cinema hollywoodiano viene abbondantemente divorata e riscodellata, così come molto panorama musicale, e non neomelodico, del momento. Non a caso ecco Raiz, degli Almanegretta. La musica e le canzoni (Pivio e Aldo de Scal, Nelson e Franco Ricciardi) sono degne delle sapienti panoramiche aeree, marine e terrestri, diurne e notture, della direttrice della fotografia Francesca Amitrano, che non dimenticano di indicarci la Napoli di Ferdinango Fuga oltre che delle motorette in fuga dei piccoli scippatori. A proposito. Grandi risate e applausi a scena aperta soprattutto per il tour thrilling alle Vele di Scampia dei turisti americani inebriati dall'effetto Matteo Garrone e serial tv Gomorra. Carlo Buccirosso, nella parte del boss e di un suo sosia buono, ha tempi comici e tragici perfetti. Insomma un riuscito esempio di cinema dell'irreale.

Dominano i piaceri puri del fumetto (Diabolik e anime Jap), le astrazioni etiche del cinema dei supereroi (da Badham ai Marvel), il musical south system alla Tano da morire di Roberta Torre, pioniera, e perfino la commedia slapstick quando Fatima (la radiante Serena Rossi) incatena con le manette il suo amore di gioventù perduto e ritrovato e trasforma Ciro (Giampaolo Morelli) da cupo in riconcupito. E i due fanno un po' Katharine Hepburn e Cary Grant in Susanna di Hawks.

Un camera d'or a Cannes, l'aborigeno australiano Warwick Thornton, racconta, con superbia fotografica e memore delle lezioni paesaggistiche fordiane, tragedie della storia aussie di inizio 900 e del suo popolo schiavizzato e martoriato in Sweet Country (concorso, e tra i migliori film finora) ispirato a fatti davvero accaduti attorno al 1920. Un servitore aborigeno uccide un allevatore bianco particolarmente crudele e razzista. Caccia all'uomo. Processo. Assoluzione. Il giudice venuto dalla città osa opporsi ai “selvaggi bianchi” linciatori che vorrebbero vedere impiccato il 'nigger' Sam Kelly, riconfermando il loro diritto suprematista. Il verdetto parla invece di “legittima difesa”. Il morto aveva violentato la moglie e sparato, per primo, contro l'accusato. Un piccolo testimone aborigeno non ha avuto il coraggio di parlare. Sta crescendo a metà, tra i valori del suo popolo, e quelli occidentali. Un po' come l'eroe di A Ciambra, dovrà prima o poi decidersi.... Qualche elemento più umano della comunità, la proprietaria di un hotel, lo sceriffo (Bryan Brown, il Clint Eastwood di Sydney) e un allevatore cristiano (Sam Neill, irriconoscibile sotto la barba) non possono nulla però contro la legge reale, e non scritta, dei territori nord dell'Australia, ancora non del tutto “civilizzati”. Arriva in piazza un film muto. La saga dei fratelli Kelly (anche Tony Richardson nel 1970 ne ha fatto una bella versione con Mick Jagger protagonista). Gli irlandesi “banditi” che sfidarono le ingiustizie della legge britannica d'occupazione. Pagarono con la vita la loro ribellione. Ma il mito dei fratelli Kelly e di Sam Kelly ha aiutato il paese ha diventare più civile e democratico. E capace di fare i conti con il proprio passato più rimosso.

Venezia 2017 / “mother!”, la caduta di casa Aronofsky

Mariuccia Ciotta

Il “brodo primordiale” di Darren Aronofsky è un infinito spazio di immagini e pensieri, deliri e cronaca da un pianeta infestato di follia così che mother! (concorso) non rinvia ad Amityville né a Poltergeist né a Shining né a La casa di Sam Raimi, ma è un compendio filosofico, un luogo dove si dispiega la genesi dell'universo. L'idea almeno era questa.

Il regista di Brooklyn, Leone d'oro 2008 per The Wrestler, abituato a levitare nell'ultramondo con L'albero della vita e Il cigno nero, si sente un Fellini capitato a casa degli Usher, il che promette visioni fantasmatiche, segnaletiche magiche, apparizioni horror. Alchimie di ogni tipo. Ma se il pavimento trasuda sangue e dietro le pareti batte un cuore gigante, l'obiettivo si distrae e punta sulla faccia tenera di Jennifer Lawrence che guarda fuori dall'inquadratura, fluttuante in un primo piano attonito.

Mentre nei western classici l'eroe fugge all'orizzonte verso l'avventura e la sua donna lo aspetta col grembiule perché rappresenta la stanzialità, qui lei è la grande “casa” a tre piani – Es, io e Super-io – metafora povera dell'abitare il cinema, immensa e labirintica, macchina psicanalitica potente, ma già sfruttata all'osso.

Ridotta in cenere da un incendio devastante – ardono le fiamme di Rebecca, la prima moglie – Jennifer da sola l'ha ricostruita per ridare al marito, scrittore di best-seller, Javier Bardem, l'ispirazione perduta. Anche Aronofsky è nelle stesse condizioni, e si affida all'attrice di Un gelido inverno, sedotto non solo artisticamente, per riaccendere le sue ossessioni.

L'attesa di una vertigine gotica si scioglie in una crescente commedia dell'assurdo alla Helzapoppin, un via vai di fenomeni e personaggi paranormali che starebbero bene in una comica di Stanlio e Ollio, se non fosse che il regista mira all'allegoria e alla metafora. Dalle pareti organiche imbiancate da Jennifer Lawrence non spuntano le braccia-candelabri della Bella e la Bestia di Cocteau e neppure le mani rapaci del Repulsion di Polanski.

Aronofsky intende sfogliare la Bibbia e si ritrova con un testo, il suo (scritto in cinque giorni), grondante un caos monotono disseminato di giocattoli da kit del piccolo mago, come il cristallo pulsante dell'arte, che guai a mandarlo in frantumi. Alla ricerca della ricetta perfetta per vendere milioni di copie di libri (o di film) a Javier Bardem gli scappa di scrivere, e si butta su penna e foglio, mentre lei, la vestale imbambolata gli ha appena annunciato che sarà mother!

La vita germoglia ma pretende di aprire le porte all'imprevisto, alle storie di esistenze molteplici, ed ecco precipitarsi nella casa fatata il fan Ed Harris con la moglie invadente Michelle Pfeiffer, seguiti dai figli bulli impasticcati, e da una valanga di ammiratori del grande genio, come piacerebbe ad Aranofsky, che strappano reliquie e santini, scorticano vivo il tempio dell'artista, beato tra i lettori, mentre Jennifer, la donatrice di sé, è costretta a pulire sangue, budini e liquami vari.

Fuori controllo, il grottesco implode in una baraonda di allucinazioni di scarto, guru invasato, squadroni della morte, zombie che chiedono autografi, scrocconi, cronisti, editori, fotografi... Lo scrittore di best-seller esulta, ma il declinare blasfemo del nome di dio in P-greco (Il teorema del delirio), non viene fuori. Ci vuole un sacrificio finale, la carne fresca del bambino sbranato dalla massa osannante, sacrificato sull'altare dell'arte come l'ostia divina. Il brodo creativo del regista, però, non produce shock mentale, dilatazione della coscienza, effetti psichedelici. È sostanza soporifera, tutta iscritta nei lineamenti addomesticati dell'eroina di Hunger Games. Mai un'attrice in campo per 120' di continui andirivieni risulta invisibile come Jennifer Lawrence, la musa di Bardem/Aronofsky.

Destinato a suscitare polemiche, come si dice, mother! testimonia la fine del post-moderno e mette in scacco l'immagine in “4d” della realtà virtuale, al quale la Mostra ha dedicato un'importante sezione, tutto a favore di un temibile dominio del “reale” , quello che evita di misurarsi con il trascendente, né Schrader né Aronofsky. Peccato.

Venezia 2017 / Depressa Blues

Roberto Silvestri

Un bell'esempio di cinema popolare a piccolo budget. Siamo in pieno rinascimento “bis”, come i francesi chiamano il cinema “più sesso più violenza più delirio”. Solo che, 50 anni dopo, è già patrimonio immaginario acquisito dallo spettatore colto. Oggi è meglio alludere a “sesso violenza e delirio”, come un tempo era più efficace alludere alla politicità di un testo poetico. Nell'epoca digitale tutto questo deve infuocare solo i bordi dell'immagine. Nello scarto che esiste tra reale e realtà stiamo attenti alle tracce inquietanti. Alla potenza visionaria degli eroi qualunque.

Il regista italiano di origini britanniche Edoardo Winspeare che vive in un paese chiamato Depressa ha presentato nella sezione Orizzonti, in competizione il misterioso La vita in comune, la sua prima, originalissima, commedia di leggerezza (e serietà antisistemica) lubitschiana.

E la festa dopo l'anteprima stampa del film, al circolo del tennis del Lido, ha lasciato tutti a bocca aperta perché era dominata dalle luminarie di Scorrano, e da una autentica cupola da banda paesana, una struttura multicromatica tipicamente salentina che inneggia agli svariati piaceri (soprattutto colpevoli) “dal basso”.

Il film, o meglio questa esperienza originale di conoscenza, anche se si svolge in un inesistente paesello del sud chiamato Disperata - perché si può uscire dalla depressione anche sprofondando nell'orrore – è solo indirettamente autobiografico. Oltretutto, vera sorpresa delle elezioni amministrative recenti, Lecce, capoluogo della provincia di Depressa, dopo tanti anni, ha ritrovato un sindaco normale, Salvemini (pd).

E proprio di politica locale si tratta, obliquamente, nel film, costruito a puzzle. C'è il municipio, il primo cittadino (di nome Pisanelli, allusione alla famiglia dei sindaci antimonarchici del Salento, che pur all'interno della Dc, salvaguardarono per decenni la costa ionica e adriatica dalla speculazione edilizia), gli assessori, chi più a destra chi più a sinistra, i consiglieri d'opposizione. Ma si intrufola anche molta poesia (che vuol dire: attività socialmente utile: sapere, riflessione personale, informazione...non Arte); amicizia. La foca marina scamparsa dai mari locali. Piccoli banditi inetti. Un cane lupo ucciso brutalmente. Temibili mafiosi in gabbia. Piccoli zoo da edificare per rilanciare l'economia “depressa”. Un carcere, dove l'antica arte della riabilitazione viene messa in pratica (dunque ci sono anche forti elementi fiabeschi, commenterebbe Beccaria) attraverso corsi su Petrarca, Dante e Ungaretti. Il bar della piazza, per sfaccendati disoccupati ed ex emigranti che sognano di diventare bidelli. Sensi di colpa. Una donna memore delle antiche lotte bracciantili per la riforma agraria, contro i feudi e i loro sgherri (e altri simpatizzanti di Padre Pio) che oggi vorrebbero continuare a disporre della terra a loro piacimento, magari distruggendo gli ulivi e le vigne e il turismo “schiacciatutto”, o con la xilella o con la Tap o con il razzismo ben aizzato. Certo, la religione, dalle radici e dalle ritualità arcaiche, precristiane, o fiammeggianti e barocche, permea l'atmosfera in zona pizzica (Pizzicata è il primo film di Winspeare, molto prima che la grande festa per 200 mila turisti diventasse di gran moda). Però si attende pure una telefonata del papa gesuita moderno, Francesco.

Troppa carne al fuoco? No. Erede di quel filone italiano che si rifà a Rossellini (La macchina ammazzacattivi), va costruito, attraverso 5/6 personaggi mai bozzettistici, uno spazio, non per educare, ma almeno per istruire il pubblico a colpire qualcuno. E un punto di vista almeno destabilizzante, quanto quello di Anna Magnani nei film di Rossellini. L'elemento catalizzatore è infatti il corpo che incarna il passaggio d'epoca tra la rassegnazione e lo spirito di combattimento. È quello danzante di Celeste Casciaro, che dell'assemblea cittadina è l'anima combattente, ha una grinta inusuale, è una sorta di Jennifer Jason Leigh “nostrana-grecana”. Come si vede siamo in piena rapsodia in giallo-rosso (i colori della provincia del tacco). Il racconto però è un sistema coerente di frammenti, calcolati e organizzati, in vista di un senso da produrre, di una estetica sensuale. Il colore, il suono, il contrasto luce/ombra, i dialoghi, quasi l'odore della terra. Tutto è calcolato alla perfezione. Il labirinto ha un inizio e, forse, una uscita. E', finalmente, un film di risposte, non di domande. Ereticamente poi, per un film italiano che sembra anglosassone anche se il cosceneggiatore è Alessandro Valenti, siamo in piena “introduzione alla viragofilia”.

A proposito di film misteriosi un vero rebus è quello che Shirin Neshat, l'artista iraniana, ha costruito attorno al bio-pic Looking for Oum Kalthoun, con la complicità di Shoja Azari. Chissà perché quando gli artisti visivi, soprattutto i più concettuali e ostici, prendono possesso della macchina cinema devono per forza stupire, scandalizzare, sorprendere ogni attesa. Neshat così decide di ripercorrere la strada dello sceneggiato che più semplice da comprendere non si può. Una regista iraniana dilaniata dai sensi di colpa perché per la carriera e il successo ha trascurato il figlio sta girando al Cairo un film sulla star della canzone e del cinema egiziano che ha infiammato per decenni i cuori e le lotte di tutti i popoli arabi, dell'oriente e dell'occidente (e si utilizzano materiali di repertorio sulle lotte femministe col velo degli anni 20, sui concerti e film di Oum Kalthoun). Lei vuole rappresentarla a sua immagine e somiglianza. Per emergere in una società così maschilista una donna deve aver cancellato o irrigidito una buona parte della sua sensibilità, se no mai avrebbe potuto tenere testa né a re Farouk né a Nasser. Nel corso del film la cineasta si accorgerà che non è così, anche perché l'attrice dilettante e grande cantante che ha avuto il magico fiuto di scegliere pazientemente la psicanalizza. Strano no? Ancora musica di grande livello, alle Giornate degli Autori. Ryuichi Sakamoto Coda di Stephen Nomura Schible, è un documentario sul compositore di partiture ipnotizzanti di Oshima e Bertolucci, ex idolo delle ragazzine giapponesi degli anni 80, quando esordì con la Yellow Magic Orchestra introducendo complicati giochi contrappuntistici elettronici nella scena rock mondiale. Oggi Sakamoto che vive a New York, e viveva vicino alle Twin Towers quando crollarono, combatte contro un cancro. Ma dagli anni 90 in poi partecipa in prima persona alle lotte politiche e sociali, soprattutto contro la pericolosa sterzata militarista e anti ambientalista del governo Abe e dopo la catastrofe di Fukushima. Proprio suonando un piano Yamaha sopravvissuto (malamente) allo tsunami inizia il film. Metafora della sua poetica: fare in modo che la natura e i suoi suoni più macro e microscopici (di cui Sakamoto, un po' come Nico, fa attenta collezione al magnetofono) riprendano possesso o almeno affianchino ciò che il progresso tecnologico ha disciplinato e “snaturato” attraverso gli strumenti tradizionali, come il pianoforte, o futuristici. Non mancano aneddoti interessanti, per esempio sul suo attuale interesse per Bach, o sul “sadismo” dell'amico Bertolucci (e del produttore Jeremy Thomas), che lo obbligarono a riscrivere in mezz'ora l'ouverture di Il tè nel deserto (“Tanto se non lo fai lo chiedo a Morricone”) e sul culto dell'attore di Furyo per Tarkovskij e per la sua arte, ritmica, oltre che scultorea, del tempo. Il tempo come stato materico-musicale, più che come composto da passato, presente, futuro.

Altra riflessione sulla sindrome Obama nell'immaginario del profondo sud. Grande successo e ben tre applausi a scena aperta per un secondo film inglese in concorso ambientato negli Usa, anzi nello stato più sudista di tutti, il Missouri, “stato carogna” secondo il Naacp, che sconsiglia agli african-american di recarvisi, come se fosse l'Iraq, se non “a proprio rischio e pericolo”. Three Billboard Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh è un'altra sfilata di attori supersonici, tutti in odor di premi, da Frances McDormand a Sam Rockwell a Harry Harrelson. Paesello sperduto, una banda di poliziotti che si vantano di torturare “la gente di colore”, non non nigger “perché negri è espressione razzista”, una madre bianca, Mildred Hayes, che chiede giustizia per la figlia quindicenne, “stuprata mentre veniva assassinata”. Passano i mesi, non la ottiene. E, come avrebbe fatto Judy Holliday, acquista tre spazi pubblicitari giganteschi fuori città e incolpa lo sceriffo capo di negligenza. Che fai? Ti vuoi muovere? Acchiappo o no i colpevoli? L'atto genere rabbia crescente, soprattutto tra chi ama lo sceriffo, “persona onesta, o meglio pragmatica”, e tra i suoi loschi sgherri, finché si mette in moto un pericoloso furore vendicativo da “giustiziera della notte”, causato anche dai sensi di colpa della madre (per un litigio quella notte non le volle prestare la macchina), una dei personaggi cattivi più affascinanti del recente cinema. Buca un dito con il trapano al dentista nemico, picchia due liceali, incendia con 5 molotov la centrale di polizia, imitando un black block, brucia quasi vivo il più reazionario degli agenti, Dixon, minaccia l'ex marito ed resta gelida di fronte al fatto che lo sceriffo, gravemente malato di cancro, fa saltare le sue cervella.

Venezia 2017 / Due sulla strada. Di Trump

Roberto Silvestri

Nel 2009 lo scrittore di Detroit (Michigan) Michael Zadoorian ha pubblicato per William Morrow il suo secondo romanzo, The Leisure Seeker. Un viaggio di piacere e sfida on the road, da Washington Dc giù verso Key West (Florida) di una anziana e stravagante coppia borghese. John, fervente democratico, amato professore universitario di lettere in pensione, una vita spesa per risarcire dal dimenticatoio (?) Ernst Hemingway, è malato di alzheimer e alterna lucidità, humor e tenerezza ad amnesie preoccupanti e pericolose “incontinenze” di memoria.

Lei, Ella, che viene dal sud, da Savannah, e dunque è una ex fan di Reagan. Gravemente malata di cancro, parrucca in testa, deve rintuzzare ancora, dopo 45 anni di matrimonio, qualche gratificante scoppio di gelosia del marito che non manda giù la sua prima love story con un certo Dan.

Un bel giorno, mandando al diavolo i due figli adulti e i dottori che sorvegliano (e puniscono) troppo le loro vite, la coppia parte per una vacanza su un vecchio camper che John guida, nonostante tutto, con straordinaria perizia. “È magnifico chiacchierare con la gente, per questo mi piace viaggiare”, afferma Ella. Ma, con loro, ecco un fucile, simile a quello con il quale Hemingway a Cuba si tolse, “chissà perché”, la vita....

Paolo Virzì, alla sua prima avventura artistica in Usa, lavora su questo romanzo, che è stato un best seller in Italia, aggiornandolo al giorno d'oggi, perché nell'America di Trump di nuovamente “great” c'è solo più angoscia esistenziale e disperazione sociale. Il road movie come genere agrodolce nacque, riflettendo sui drammi della depressione e su I dimenticati di Preston Sturges, proprio in Italia (Il sorpasso) ma è diventato mitologico (e sempre tragico nell'esito) solo negli Usa (Easy Rider). Gli europei in America fanno solo road movie. Wenders. Sorrentino. E qui anche l'inglese Andrew Haigh di Lean on Pete. Nel road movie è il paesaggio che cerca di rubare la parte agli attori. E qui le varie film commission interessate (dalla Georgia alla Florida, dai parchi a tema sulla rivoluzione alla casa-museo di Hemingway) non si possono proprio lamentare. Anche se sono gli attori a vincere, alla fine.

Il film si avvale del fior fiore della creatività nazionale (Bigazzi-Quadri-Archibugi-Piccolo), più un contributo alla sceneggiatura di Stephen Amidon, e di un pre-acquisto internazionale della Sony, mentre poco comprensibile è chi ha imposto, in tanto ingegno, quell'orribile battuta (“musulmani fuori dal paese!”) urlata da John in crisi di identità quando è coinvolto in un meeting dei suprematisti bianchi del sud, e ne ripete gli slogan, neanche fosse l'agente Cooper. Neanche l'alzheimer di un produttore prepotente e amico intimo di Nethanyau potrebbe giustificarla. L'espressione in faccia a Sutherland, in vana ricerca di una controbattuta brillante e micidiale che non avrà mai, la dice lunga.

Anche perché i due attori meravigliosi di lingua inglese che interpretano John e Ella, appunto il canadese Donald Sutherland e la britannica Helen Mirren (che in Italia è ormai di casa), dovrebbero essere anime belle perfino quando sbandano, sragionano, litigano e rischiano la separazione e l'ospizio.

In realtà palleggiano le situazioni e le battute e perfino le aggressioni a mano armata e i poliziotti (dello stereotipo) con la padronanza di Busquets e Isco ieri, e sembrano impegnati in un duetto mozartiano da Così fan tutte, tanto sono intonati e accordati (insieme fecero 27 anni fa un interessante biopic su un mito maoista, il dottor Bethune), ma non possono riempire sempre di talento recitativo e gestuale un copione che esagera con le ripetizioni e con l'uso strumentale delle piccole parti di contorno che non trovano mai vita reale, ma sono solo “effetto di realtà” (le cameriere, le studentesse modello, i fuorilegge, lo stesso Dan, i vicini di camping, i ballerini del matrimonio, appartengono a un patrimonio di genere mal rivitalizzato: abbozzati, bozzettistici come si diceva). “Hamburger!” “hamburger!” implora John, quando è in crisi di astinenza, e si trasforma da raffinato letterario chissà perché nella macchietta stereotipata dell'americano tipo visto dall'europeo tipo che giudica tutto ciò che è ben organizzato per essere solo consumato non “Assisi Style” o “Vatican Style” ma “Disneyland” (chissà perché dotato di inferiori meriti spirituali). La cadenza binaria (forte, lento; azione, meditazione; giorno, notte; presente, memoria-le diapositive; corpi afflosciati, ballo...) è spiegabile perché per tutto il tempo Mirren teme che Sutherland sparisca o perda la testa per sempre. E noi, doppia suspense, che Mirren crolli da un momento all'altro. Mentre i figli fingono dolore e in realtà sono contenti. Hanno visto Vivere alla grande, anche remake, se non La vieille dame indigne, e adorano i vecchi arzili in libertà vigilata. E una elaborata ritmica di montaggio aiuta a rendere l'armonia sfasata, se non proprio allucinata, anche se la realtà (ovvero il reale disciplinato dall'immaginario) di questo rapporto buffo, commuovente, tragico, misterioso, gioioso, boccaccesco, falso, si riduce in buona sostanza alla glorificazione del matrimonio, adornato e impreziosito dalle solite questioni di corna, con finish consolatorio, solidificato nella nostra tradizione cinematografica più in Una romantica avventura di Mario Camerini che in Thelma e Louise. Un automatismo da cui i nostri cineasti fanno fatica a guarire. E non basta l'inno alla libertà finale. In fondo la libertà è sempre e solo libertà di opprimere gli altri. Come vediamo nei tg tutti i giorni. Volerli vedere tutti sottomessi. Affamati. In fuga. In vita e in morte. È sempre, per usare una immagine hemingwayana, la libertà del torero, mai del toro nell'arena.

La scena più bella del film è quella della “resa dei conti” tra John e Dan, con Dick Gregory che neanche se la ricorda Ella e li caccia via in malo modo, senza preoccuparsi di un fucile (scarico) che John, quasi imitando Jeanne Moreau di La sposa in nero, gli punta addosso. Dan è nero. Li tratta da black panther. Sembra Melvin Van Peebles. Una incongruenza geniale. Purtroppo l'attore african american famoso per aver interpretato Joe Louis: An American hero, è morto proprio pochi giorni fa.