Muori e sarai servito

Ornella Tajani

Si chiama Heart Attack Grill il fast food da infarto di Las Vegas: un hamburger restaurant a tema ospedaliero in cui le cameriere vestono camici bianchi, le ordinazioni diventano «prescrizioni» e i clienti sono accuditi come «pazienti». Il menù propone single, double, triple e quadruple bypass, ossia hamburger che vanno dai 230 ai 910 grammi di carne l’uno, raggiungendo le 8000 calorie per panino. È consigliato accompagnarli a «flatliner fries», le patatine da linea piatta, con riferimento all’elettrocardiogramma di un cadavere. Il dessert più popolare è un frullato di crema di burro, mentre la selezione di bibite vanta un generale e straordinario apporto calorico; le uniche sigarette in vendita sono le Lucky Strike rosse e senza filtro.

Il primo Heart Attack Grill aprì nel 2005 a Chandler, in Arizona, dove il proprietario Jon Basso dichiarò di voler offrire ai suoi clienti il cibo più nocivo del mondo, coniando la formula di «pornografia nutrizionale». Un secondo ristorante fu aperto a Dallas, Texas, nel 2011, e chiuso dopo pochi mesi. La roccaforte del business “muori e sarai servito” è però quella di Las Vegas, che ha visto dall’inizio del 2012 quattro infarti, di cui due letali. L’ultima morte data dell’inizio di questo febbraio. Jon Basso sostiene che non è possibile provare che questi attacchi siano stati provocati dal loro cibo - un cibo tuttavia “buono da morire”.

L’intera impresa ironizza sulla nocività del cibo che vende, e non è un caso che il ristorante accetti solo contanti, circostanza eccezionale in un paese in cui anche un pacchetto di gomme si acquista con carta di credito: è un dettaglio pensato per evocare un’aura di clandestinità, dato che è la merce illegale, fondamentalmente dannosa, a essere pagata only cash. L’Heart Attack Grill è un perfetto palcoscenico della freudiana pulsione di morte, successivamente sviluppata da Lacan nel concetto di jouissance mortelle, di godimento mortale. Perché nutrirmi di un cibo potenzialmente letale?

In Ritratti del desiderio Massimo Recalcati spiega bene il passaggio capitale nella storia della psicanalisi rappresentato dall’opera Al di là del principio di piacere, in cui Freud teorizzava la pulsione di morte: nel momento in cui si stabilisce che il piacere non soltanto confina col pericolo di morte, ma può arrivare ad essere da esso unicamente e ontologicamente giustificato, «ogni antropologia naturalistico-edonistica che elegge il bene o il piacere a principio ultimo dell’azione umana viene drasticamente abolita». Il piacere, dunque, va ben oltre il principio della conservazione della vita; il godimento, spiegherà meglio Lacan, vale più della vita.

È la stessa pulsione di morte, ossia quella spinta al godimento contraria alla conservazione della vita, che attira i clienti all’Heart Attack Grill con una forza tanto maggiore in quanto la pulsione diventa di massa, pubblica e dunque in parte legittimata: ecco perché qui la morte non viene nascosta, bensì lascivamente esibita. Tutto deve ricordare al cliente che quel pasto può essere la sua ultima cena, perché è precisamente in questo paradosso che sta il godimento, e non nel gusto del triplo hamburger.

Il dott. Jon sembra averlo capito molto bene. L’obeso che sceglie di mangiare in questo ristorante lo fa perché nel menù è servita una chance di morte. Non che egli coltivi desideri suicidi; ciò che alberga dentro di lui non può spiegarsi in altro modo se non con il concetto lacaniano di godimento, mortale in quanto si inserisce in un’antropologia «che contempla l’eccesso come dimensione ontologica della pulsione». Il piacere che il cliente ricaverà da quel cibo lo attrae nel momento in cui sa che l’esperienza può essergli letale. Ciò non ha nulla a che vedere con il rischio: il godimento provato all’Heart Attack Grill coinvolge la concreta possibilità di morire; è questa che mette in moto il meccanismo del desiderio, della ricerca del piacere.

Come non è casuale che esempi di questo tipo di piacere attengano spesso alle sfere del cibo e del sesso, primarie pulsioni di vita, così non stupisce che nel fast food di Las Vegas non manchi l’elemento sessuale: in questa funerea cattedrale del godimento, le infermiere provocanti rappresentano l’altro polo del piacere fisico, qui marginale e tuttavia consapevolmente ostentato. Il loro ruolo è duplice: se da un lato la pulsione erotica si fa complemento di quella alimentare nel camuffamento della pulsione alla distruzione, dall’altro, nel panorama del piacere e del godimento mortali, anche il défilé da malati sulla sedia a rotelle, scortato dalla sensualità “da infarto” della cameriera, diventa per il cliente una ulteriore sequenza del suo flirt con la morte.

All’ultimo e fedelissimo cliente deceduto, John Allemann, l’Heart Attack Grill ha dedicato una speciale linea di vestiti che porta il suo nome. Il lapidario commento del proprietario sulla vicenda è stato: «Non saltava mai un giorno, neanche quello di Natale». D’altra parte, in altra sede, a proposito della sua impresa Jon Basso aveva dichiarato senza mezzi termini: «Ma certo che qui capitano infarti! Altrimenti non saremmo all’altezza del nostro nome». Pacta sunt servanda.

Su Re

Carlo Antonio Borghi

A pustis de tanti dolore Issu torrata luchere, e cun Issu su mundu. Con queste parole si chiude Su Re, l’ultimo lungometraggio di Giovanni Columbu. Parole profetiche da Isaia, dette dal sardista Michele Columbu, padre di Giovanni, scomparso un anno fa. Tradotte dalla limba sarda barbaricina quelle parole suonano così: dopo tanto dolore, Lui è tornato Luce e con Lui il mondo.

L’intero film è in limba, così come lo era il precedente lungometraggio del regista, Arcipelaghi (2001) tratto dall’omonimo romanzo di Maria Giacobbe. Se fosse rimasta traccia riconoscibile di una lingua e di una scrittura nuragica databili al Secondo Millennio prima di Cristo, Giovanni Columbu l’avrebbe messa in bocca ai suoi attori non professionisti. In mancanza di quella, ci pensa Sa Limba a dare corpo e suono doloroso a tutto il film.
Su Re è il Re dei Re, il Messia, il Salvatore, il Figlio dell’Uomo protagonista del Nuovo Testamento e dei suoi quattro libri chiamati Vangeli, sinottici e panoptici. Le azioni di persecuzione, condanna e crocifissione sono ambientate nel paesaggio livido e spigoloso dell’interno della Sardegna.

Panorami brulli, carsici e lunari dove, a volte, pare non esserci possibilità di vita e di storia. La narrazione risulta altrettanto indurita e tagliata con l’accetta, per sfrondarla da ogni superfluo. Il film parte dall’epilogo: la Crocifissione. Gesù diventa Cristo. Vento e silenzi sono con Lui. Anche il regista, a modo suo, diventa un Cristo con la macchina da presa caricata sulle spalle, come fosse una croce. Della storia tutti da sempre conoscono la trama, la premessa veterotestamentaria e l’esito. Tutti conoscono il movente, i mandanti, l’arma del delitto e gli aguzzini, eppure è sempre una vicenda che appassiona e buca lo schermo trapassandolo come può fare un chiodo ribattuto nel legno di quella stessa croce.

Dopo il passaggio ai Festival di Torino e Rotterdam, Su Re è uscito in prima nazionale a Cagliari e dal 28 di Marzo è distribuito sugli schermi italiani dalla Sacher di Nanni Moretti. L’occhio di Giovanni Columbu ha scavato nella pietra di calcare del Monte Corrasi dove si consuma la Crocifissione. Altrettanto scava tra le pietre di basalto squadrato di un Nuraghe dove si svolge il capitolo processuale del Sinedrio. La sua Ultima Cena, ambientata in una casupola, è la più magra e la più povera che si sia mai vista in tutta la Storia dell’Arte.

Il Cristo e il Creato. Questo è un Cristo sardo che si muove in un Creato altrettanto sardo. Una Teologia della Visione e forse della Liberazione alla maniera di quei missionari che camminavano il Nuovo Mondo con il Vangelo in una tasca e il Capitale nell’altra tasca o in bisaccia. Su Re, il Re dei Re, sullo schermo è Fiorenzo Mattu. Ogni schermo a fine proiezione diventerà una Sacra Sindone, ma sarda.

Natura Morta Politica

Carlo Antonio Borghi

Hammer and Sickle, Martello e Falce, così Andy Warhol aveva intitolato il suo ritratto della classica Falce e Martello. Per lui veniva prima il Martello e poi la Falce, almeno nel titolo che in lingua inglese suonava meglio di Sickle and Hammer. In ogni caso, invertendo l’ordine dei fattori e dei lavoratori, il risultato non cambiava. Tutto il comunismo novecentesco racchiuso in una imago del mondo comunista. Andy, Drella per gli amici della Factory, aveva accolto l’icona comunista internazionalista nel suo repertorio pop mentre si trovava a Roma nel 1972. Quel primo esemplare diventò la matrice di una serie di Martelli e Falci, realizzate tra il 1972 e il 1976 e poi esposte alla Galleria Leo Castelli di New York nel 1977.

In quel tempo, dentro le urne italiane aperte piovevano valanghe di schede con croce apposta su quel simbolone iperrealista. Una sottile linea rossa separava il P.C.I. dalla D.C. che, di lì a poco, si sarebbe ritrovata con Aldo Moro stretto nella morsa terrorista e riconsegnato morto alla partitocrazia italiana. Per Warhol il martello dei carpentieri e la falce contadina erano una Natura Morta Politica. Non trascurò di mettere in risalto il nome della fabbrica produttrice di tali ferramenta. Le raffigurò con una tecnica che avrebbe evitato lo sbiadimento e la scoloritura. Intanto e invece, nella realtà della politica attiva, quel marchio di fabbrica ruralista e operaista cominciava a sfocare e sfumare.

Warhol-Falce e Martello

Nel giro di pochi lustri querce e ulivi avrebbero preso il suo posto. A cancellarla definitivamente ci avrebbe pensato il capitalismo finanziario neoliberista. Drella morì due anni prima della caduta del muro di Berlino. La più bella e squillante delle Falci con Martello di Drella Warhol si trova al Moma: 1976 - vernice di polimeri sintetici e inchiostro serigrafico su tela 182,9X218,4 cm. La primigenia della serie si trova alla GNAM di Roma. Visitare per credere con matitona copiativa alla mano per tracciare una bella croce sopra l’opera, dopo aver umettato con la propria saliva la punta ben temperata. Ci fosse bisogno di una colonna sonora, si può buttare sul piatto Songs for Drella di Lou Reed e John Cale.

Alla stessa GNAM dal 19 febbraio è aperta la mostra Il fascino discreto dell’oggetto, composta da 150 nature morte non politiche scelte tra le 300 nature morte italiane di proprietà della Galleria e datate tra il 1910 e il 1950. Dipinti, disegni e stampe di artisti molto noti come De Chirico e De Pisis, Morandi e Manzù, Carrà e Pirandello ma anche opere di artisti e artiste fino ad ora ignorati e ignorate. Gli oggetti delle nature morte emanano un fascino discreto quanto quello emanato dalla borghesia ritratta da Luis Buñuel. L’esposizione chiuderà il 2 giugno prossimo, quando chissà quale governo ci toccherà sopportare o se dovremo tornare in cabina elettorale.

Pane e companatico

Carlo Antonio Borghi

Ora i libri si mangiano e le pietanze si leggono. La postmodernità è diventata uno stracotto e/o stufato di dispute tra filosofi realisti e filosofi interpretazionisti. Eppur si mangia! Si è aperta l’era aurea dell’enogastronomia tardo imperiale. Cibo e libro serviti a tavola o pronti per l’asporto. Intanto, il mitico agnello sardo aspetta il timbro DOC o IGP, per essere tutelato e porzionato in confezioni da supermercato. Qualcuno vorrebbe accendere per la prelibata e imbattibile bestia, una pratica per ottenere il riconoscimento Unesco di Patrimonio dell’Umanità. Umanità da mettere sulla brace o in casseruola con carciofi, pure questi rigorosamente sardi e spinosi. Sfogliare un carciofo o un libro può essere la medesima cosa.

Prelibato anche l’agnello ricco di uranio impoverito e di torio radioattivo allevato nei pascoli NATO del Salto di Quirra in Ogliastra, sulla piastra di Perdasdefogu. Magari sono nati deformi o mutilati ma non importa. Sulle braci le imperfezioni spariscono e tutto diventa succulento scottadito. Gli italiani: popolo di allenatori, bancarottieri e buongustai. Poeti, santi e navigatori sono finiti in dispensa. In via di esaurimento anche il suolo agricolo ma l’enogastronomia a metri zero tiene unita la nazione. Tutti a tavola. Tutti alla Fiera del Libro di Torino per farsi servire di cook-book in abbondanti porzioni divise in capitoli, da innaffiare con Amaroni e Vermentini, Brunelli e Aglianici, Lambruschi e Passiti tardivi.

I libri di cucina riempiono le librerie cartecee e virtuali. Primeggiano in classifica.Vanno a ruba e si dislocano in casa, in bella mostra e pronti all’uso per imbandire pranzetti e cenette nel corso delle quali non si parla d’altro che di cibo e ricette etniche o rivisitate. Ricettari, vademecum e prontuari gonfiano l’alta marea di libroidi che sommergono le librerie. Acqua alta di brodi o zuppe. A loro si aggiungono i tanti libroidi firmati da attori, cantautori, calciatori e altri scrittori della domenica. Le librerie indipendenti, per resistere sul mercato editoriale globale, dovranno offrire menù di libri imbottiti con antipasti di terra e/o mare. Ogni uomo è cuoco. Ogni donna è cuoca.

Gli intellettuali non fanno eccezione e sono sensibili ai maiali di cinta senese e al bue rosso del Montiferru di Sardegna. Economia domestica ed enogastronomica. Intanto il popolo bue stringe la cinghia. Quando va bene c’è il cavolo sul tavolo. Se va un po’ meglio un’aggiunta di ceci. Un successone quando agli ingredienti precedenti si può mischiare la fregola sarda di grano duro Cappelli. Per saperne di più, basta accendere la TV. È come un forno (su forru, in sardo) sempre acceso anche a microonde molecolari. In limba la pentola si chiama pingiada ed il tagliere tadderi.

La prossima rivoluzione nascerà dai forni (come al tempo dei Promessi Sposi) dai fornelli e dalle pentole ad alta pressione sociale. Pression cooker. Non c’è più religione, non c’è più fede. C’è tanto food fast or slow, scritto o cucinato. Resta negli occhi una scena da Una vita difficile (Dino Risi-1961) nella quale Alberto Sordi e Lea Massari affamati dalla fame post bellica, si ritrovano davanti a un trionfo di pasta al forno monarchica, edificata su un letto di polpette savoiarde. Era il 1946, l’anno primo della prima Repubblica.

1943: Carnevale di guerra

Carlo Antonio Borghi

Cagliari, Febbraio 2013. I Musei Civici cagliaritani lanciano un pubblico e accorato bando per la raccolta di immagini e documenti d’epoca provenienti dai comò e dagli album di famiglie che hanno visto con i loro occhi la tragedia dei bombardamenti aerei sulla città. Destinazione: una mostra collettiva e partecipata, da allestire nei sottopiani liberty dell’attuale Palazzo di Città o Municipio (spazio SEARCH da febbraio a maggio). Paesaggi di famiglie in tempo di guerra: testimonianze, fotografie, diari e lettere. È Carnevale. Le pasticcerie friggono tutti i santi giorni.

Cagliari, Febbraio 1943. Era Carnevale (Carnasciali o Carrasegare, in sardo) anche allora. Uno stormo di fortezze volanti angloamericane scarica sulla città tonnellate di bombe ad alto potenziale. I bombardieri passano e ripassano e rigirano la frittata. Del Carnevale non resta traccia e, quasi quasi, non resta traccia neanche dell’intera città. Non è stato il prologo di un’invasione via mare con truppe e mezzi da sbarco ma solo un test mirato di bombardamento a tappeto. Cagliari come Coventry e più in là come Dresda. Le rovine (ruinas, in sardo) occupano la scena urbana. Intanto, il Comando Alleato progettava lo sbarco in Sicilia. Ancora, dalla terra e dal mare, riemergono esemplari inesplosi di quegli ordigni. Erano passati 150 anni dall’ultimo bombardamento sopportato dalla città, quello dell’armata navale francese nel 1793.

I nati sotto le bombe del 43 hanno compiuto 70 anni. I nati sotto le bombe illuministe del 1793 avrebbero compiuto 220 anni. A Cagliari nel 1943 non c’erano tanti musei quanti se ne trovano ora, radunati in sistema o rete museale. C'erano una Pinacoteca Nazionale e un Museo Archeologico altrettanto nazionale: Retabli spagnoleggianti e Bronzetti nuragici. Tutta la città di allora era fuori di sé, sfollata nelle campagne, in cerca di rifugio e di cibo contadino. Cagliari (già Karel punica, poi Karales romana, poi ancora Kaller spagnola) vantava nel suo grembo un grandioso e mirabile edificio d’uso pubblico: il Partenone. Non un tempio sulla sua castellana acropoli ma un Mercato Civico in puro stile Decò, dove granito, ferro e vetro si fondevano in un articolato e funzionale complesso modernista. Tra le due guerre mondiali era il fiore all’occhiello della città, a due passi dal porto. Le bombe volanti del 43 lo spazzarono via. L’attuale Municipio, di fattezze liberty e suo coetaneo, si salvò a stento dallo spezzonamento.

Ora assessori, direttori e curatori della cultura municipale aspettano di ricevere, in comodato d’uso, le tracce familiari e domestiche di quella tragedia che ingoiò case, chiese e botteghe. Fu pesante come un terremoto. Intanto si frigge a volontà: zeppole, fatti fritti, frittura araba, meraviglie, ravioli dolci (culurzones durches, in sardo) fritti e ripieni di pasta di mandorle. Il Carnevale, di norma, esorcizza il Generale Inverno e anticipa la rinascita di Primavera. In politica, il Carnevale impazza tra mascheroni, mascherine e nasi finti con infingimenti e travestimenti… e le Stelle (filanti) stanno a guardare, prima di votare.

La vera storia degli sbornia bond

dalla Rete

Questa è una storiella svizzera. Sembra che l'autore lavori per una grande banca della Confederazione. Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve parecchio. Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, Helga ha una trovata fenomenale, consente loro di bere subito e pagare in seguito.
Segna le consumazioni su un libro che diventa il libro dei crediti (ovvero dei debiti dei clienti). La formula bevi subito paga dopo è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città. Lei ogni tanto aumenta i prezzi ma nessuno si lamenta, dato che nessuno paga.

La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito dai crediti che il bar vanta verso i clienti. Intanto l’Ufficio Investimenti e Alchimie Finanziarie della banca ha un'altra idea geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per l'emissione di obbligazioni nuove fiammanti da collocare sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond. I bond ottengono subito un rating di AA come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da un esercito di bevitori disoccupati. Dato che rendono bene, tutti li comprano. Naturalmente il prezzo aumenta e arriva a suscitare anche l'interesse dei gestori dei Fondi pensione attratti dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. In poco tempo i portafogli di tutte le banche si riempiono di Sbornia Bond.

Un giorno però alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che sente odore di bruciato e, per non rischiare, riduce il fido di Helga e le chiede di rientrare fino al limite del vecchio fido. Il che praticamente è impossibile essendo i clienti dei disoccupati avvinazzati, che si sono bevuti anche tutti i loro risparmi. Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi. Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada.

Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. I fornitori di Helga, che in virtù del suo successo le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili. Purtroppo avevano investito anche loro negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%. Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce. Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca ottiene dal governo un prestito di salvataggio, senza garanzie e a tasso zero. Dove attinge il governo i fondi per il salvataggio? Naturalmente da tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché troppo impegnati a lavorare.

Così è successo nella Confederazione, ma una pulce nell'orecchio ci dice che questa storiella va a pennello anche per i nostro vicini d'Oltralpe. In conclusione pagano sempre gli stessi, colpevoli di aver lavorato tutta la vita e di essersi appiccicati addosso il numero della partita IVA, ovvero il numero del carcerato a vita.

Un mestiere, oggigiorno

Intervista a Cosimo Calarno a cura di Andrea Inglese

Buongiorno signor Cosimo. Lei da dove viene?
Sono di Giulio Pratese, una frazione di Leffe. Ma ormai sono sempre in giro per tutto il Nord Italia.

E che cosa fa nella vita?
Io tiro calci. Ho iniziato, così, per volontariato. Appena vedevo un raggruppamento di individui, anche calmi, che fraternizzavano tra di loro o già avevano fraternizzato in precedenza, io mi lanciavo. Mi buttavo in mezzo e tiravo calci all’impazzata. All’inizio le persone erano estremamente ostili a questa mia proposta. E spesso rispondevano ai calci con i pugni. Ma io, purista quale mi ritengo, non mi lascio influenzare, e tengo la barra ferma: cioè insisto con i piedi finché posso, finché – per altro – rimango in piedi. Molto spesso, infatti, sono sopraffatto, per via del malinteso violento che si crea.

Come si è evoluta questa attività?
All’inizio la mia famiglia e mia moglie insistevano con lo psichiatra di Leffe. Anzi, ne hanno fatto venire uno da Bergamo. Mi mettevano sul tavolo due confezioni di medicinali, e io dovevo ingozzarmi delle loro pillole. Dovevo… in realtà sarebbe più corretto dire: avrei dovuto. Ho sempre spiegato serenamente, che il mio intento è quello di sanare il popolo. E io mi sano con esso. Quando passo una settimana senza calciare a fondo, è come se avessi buttato via il mio tempo.

C’è stata una svolta, non è vero?
Sì, lo psichiatra mi ha lasciato perdere. Vedeva che io sono, nonostante certe apparenze, un tipo minuzioso e responsabile. Non è perché ho la vocazione del tiracalci, che allora sono sgarbato, o alzo la voce, o addirittura tiro sberle per un sì o per un no. Con la polizia la comunicazione era un po’ meno serena, ma spesso mi ignoravano. O mi menavano o mi ignoravano. Una volta, però, che stavo mollando calci molto ispirato all’interno di un bar affollato, si lasciarono trascinare pure loro, e fu un momento meraviglioso: tutti ridevano e urlavano a seconda della posizione che venivano ad assumere nella mischia: quella passiva, di ricevere una scarpata, o quella attiva, di tirarla.

Quando è stato assunto a tempo indeterminato?
Si tratta di una multinazionale, che ha diverse sedi importanti in Italia. Per discrezione preferisco non fare il nome. In ogni caso, mi contattarono con tutte le formalità: alcune telefonate a casa, tre colloqui, un pomeriggio di test logico-matematici e di giochi di ruolo, addirittura un fine settimana in auto per la Val Gandino e la Val Seriana, con grandi giri di grappe ad ogni sosta. Insomma, stavo persino diventando sospettoso. Mi tennero in ballo più di un mese, tra un incontro e l’altro, ma sempre esprimevano interesse e grande cortesia. Ora la paga è buona, e ho anche un ipad aziendale, di cui in realtà mi servo poco. C’è un responsabile dell’Ufficio del Personale che mi contatta a casa. Io faccio il mio giretto con l’auto e, quando mi sento carico, mi precipito in sede.

E qui cosa succede?
Bè, la solita cosa. Io ho tutte le indicazioni precise. Salgo al piano convenuto, m’infilo discreto e silenzioso nel corridoio, finché sbuco nella sala riunioni, e qui mi metto a tirare calci senza andare per il sottile. È un lavoro rude. Prima di tutto per me, ma ovviamente anche per gli altri. Inizialmente alcuni bamba finiscono persino a terra. Ci sono quelli che piangono. Spesso, però, parte molto convinto ed entusiasta un gruppo di pugili amatoriali. Sembra che da anni non vedessero l’ora di colpirmi in pancia, sulla schiena o in faccia. Sono disordinati certo, ma abbastanza efficaci e dolorosi. È improvvisazione pura. A volte mi spaccano una lampada da ufficio in testa. Di tanto in tanto qualcuno lo mando io all’ospedale, se mi gira di colpo di mirare ai coglioni. Io poi non guardo in faccia nessuno: spesso inizio con il caposala o con il relatore della filiale milanese.

Ritiene di avere un compenso decente e appropriato per il suo valore?
Io mi ritengo realizzato. Credo che questa cosa la farei comunque lo stesso. Per me non è un fatto esclusivamente economico. Certo, la mia azienda mi paga molto bene oggi. D’altra parte i colletti bianchi ne vanno pazzi. A volte non pensano ad altro per settimane. Se si sparge la voce in una filiale, o in un certo ufficio, che io sbarcherò quel giorno, è finita: cioè sono tutti terribilmente eccitati. Producono come sotto ipnosi. Credo che sia anche per questo che mi vogliono, e mi fanno intervenire in così tanti programmi. Loro ci mettono titoli altisonanti e molto gergali, con qualche termine inglese. Io ci metto i miei piedi. E tiro come sempre all’impazzata. Non disdegno fare danni sulle scrivanie o sulle piante da ufficio. Ma come dicevo: questa stessa cosa, allo stesso identico modo, io continuerei a farla anche non pagato, anche per strada, come prima. Oggi la gente non sa più che pesci pigliare. Sono tutti come in una specie di morte leggera. Io li vedo andare e venire contando i soldi, come fossero controfigure in film di vampiri o zombi. Passano mesi in un angolo del bar, in un silenzio luttuoso, a pensare se ce la faranno a comprare l’auto nuova. Nessuno è più sicuro di nulla. Anche l’abbonamento all’operatore telefonico suscita angosce e tormenti. Quando arrivo io, tutti si rilassano. Sì, sembra strano, ma è proprio gettandosi nella lotta, a capo fitto, che finalmente si abbandonano. Si prendono i loro bei calci, mi danno qualche pugno efficace in testa. Poi rimaniamo un quarto d’ora a salutarci, a stringerci la mano.

Lei ha mai visto Fight Club?
No, ma me ne hanno parlato spesso.