Facebook? Non mi piace!

Luca Sforza

È una promessa, non è ancora una certezza. Mark Zuckerberg aggiungerà a Facebook, il social network di cui è padrone (e questo dovrebbe bastarci per smetterla di definire Facebook come qualcosa di veramente social) nuovi pulsanti per esprimere non solo il classico e fortunatissimo mi piace, ma anche altre emozioni. Non dunque un dislike, Zuckerberg pare non lo ami (e un «non mi piace» cliccato sotto prodotti e inserzioni sarebbe davvero fastidioso per i profitti di Zuckerberg, che vive di pubblicità e vendita di dati e profili personali). Pulsanti per altre emozioni. Ma quali? Come umani abbiamo una infinità di emozioni, e di modi per esprimerle. Quali emozioni Zuckerberg ci permetterà di esprimere? Quelle davvero nostre, umane, diverse, molteplici, che sono diverse da quelle che ama lui, appunto il solo mi piace? Sono anni che il popolo del social glielo chiede; ora finalmente, per gentile concessione del sovrano, forse il popolo avrà una maggiore libertà di scegliere.

Libertà? Democrazia? In realtà, in rete e nei social questi sono concetti sconosciuti. Il sovrano di Facebook, come quelli dei motori di ricerca, è sovrano assoluto; al massimo, come sembra possa finalmente accadere per la pressione e le implorazioni del popolo, il sovrano Zuckerberg si mostrerà magnanimo, sensibile e accondiscendente. Mostrerà il suo volto umano ma non sarà certo un social dal volto umano; Mark sarà sempre Mark, il popolo gli darà del tu e crederà così di essere alla pari col sovrano, di condividere con lui; ma è un’illusione. Così come social è solo un’allusione alla società umana; in realtà social è una parola magica, come amicizia, quelle parole-chiave che si usano e abusano nel marketing e in pubblicità, e che nascondono abilmente i caratteri classici del capitalismo.

Certo, dire non mi piace è qualcosa di negativo, come dice Zuckerberg non crea empatia, ma è anche qualcosa di positivamente anticonformista. Significa andare controcorrente, uscire dall’effetto rete e dal conformismo digitale. Per questo Zuckerberg ha sempre resistito alle richieste del demos-che-non-è-demos di Facebook. Lui ama il consenso, ama le porte degli ossequi (che rivolgono a lui, ovviamente) e a cui molti devono bussare; non ama che qualcuno bussi alle porte delle richieste. E infatti, nei giorni scorsi e con abile retorica ha detto: «sono anni che le persone ci chiedono del pulsante dislike e oggi è un giorno speciale perché possiamo finalmente dire che ci stiamo lavorando e siamo vicinissimi a realizzare un concetto alternativo al like. Ma ci è voluto molto tempo per arrivare fin qui, non volevamo costruire semplicemente un tasto “non mi piace”: non vogliamo trasformare Facebook in un forum dove ci si scatena a criticare e “degradare” il post di un altro, dove i post vengono votati in una sorta di up e down. Non è il tipo di community che abbiamo in mente». Il suo sembra davvero un bellissimo discorso pedagogico in nome della democrazia, della discussione pacata e razionale, della convivenza nella community. Ma per mettere il pulsante mi piace c’è voluto poco tempo, molto poco, quasi zero; invece inserire altri pulsanti è complicato e richiede tanto tempo, molto tempo. Troppo, in verità.

Non è questa la community che abbiamo in mente , ha detto Zuckerberg. Facendo credere che abbia in mente una comunità virtuosa, di amici educati, ai quali servono certi pulsanti (che decide lui) e non altri (che decide sempre lui). Un social molto pedagogico, quindi; educativo, totalizzante e religioso, con una propria etica e una propria morale (che decide sempre Zuckerberg). Un tempo esistevano gli stati etici, oggi esistono i social etici, ma quegli stati erano totalitari e anche Facebook lo è. Dunque: ecco l’ulteriore dimostrazione che la community-Facebook non è qualcosa che nasce dal basso (uomini che insieme decidono di condividere e di collaborare tra loro), non è veramente democratica (per cui il demos del social è davvero sovrano e decide democraticamente quali emozioni esprimere e come), ma è una community eteroprodotta ed eteronormata a scopi di profitto, consenso e produzione di conformismo digitale. Dove il demos appunto non decide, al più richiede. Aspettando la parola, il gesto del sovrano.

Da un sistema siffatto – totalitario, antidemocratico, antisociale – bisognerebbe fuggire dopo avere gridato: Facebook non mi piace! Un po’ come il bambino della favola che grida che il re è nudo! Da un sistema siffatto bisognerebbe fuggire, oppure contestarlo, democratizzarlo davvero e così come un tempo si voleva portare la democrazia in fabbrica, oltre i cancelli, così bisognerebbe fare per la rete e per i social network: portare la democrazia dentro Facebook (e non solo), ridare la sovranità al popolo/demos, perché Facebook – più che una community – sia una vera società: aperta, con dentro dialogo e conflitto di idee, differenze e diversità, mi piace ma anche non mi piace (perché pure quando votiamo, in un sistema democratico, col nostro voto esprimiamo un mi piace ma anche un non mi piace).

Certo, ogni democrazia è tale se ha delle regole, ma queste regole (una Costituzione, una giustizia, un parlamento, delle leggi) sono decise democraticamente, salgono dal basso, non discendono dall’alto. Zuckerberg, sovrano assoluto e pedagogico, le fa discendere da sé-sovrano. Se Facebook non è democratico, e non è neppure una società, ma purtroppo sta diventando un modello. Che troppi stanno cercando di imitare nella realtà.

E la Cina diventò capitalista

di Lelio Demichelis

Benvenuta tra noi! La Cina comunista ha finalmente conosciuto i dolori del capitalismo, unendosi a tutti noi che viviamo da molto più tempo in questa religione dal culto incessante (Benjamin) che promette il paradiso in terra e che è chiamata abusivamente libero mercato. Anche la Cina si è dunque fatta pienamente capitalista, subendo una pesante crisi, come è regola del capitalismo. La sua passata ambivalenza, quel suo voler essere insieme formalmente comunista ma strutturalmente e antropologicamente capitalista era (per chi è ancora idealista e/o crede nel senso delle parole) davvero imbarazzante e disorientante oltre che contro natura, come se si volessero coniugare gli opposti, far convivere il diavolo e l’acqua santa, ma tutti sappiamo che questo non è possibile. Dunque, bisognava scegliere: comunisti o capitalisti. Come per l’Occidente: democrazia o mercato. Alla fine, nessun dubbio: capitalismo. Che, come ben sappiamo e come ci insegnano ogni giorno media e mercati ed esperti e tecnici, è molto meglio del comunismo. E anche della democrazia.

E così, finito il sogno (ricchezza facile per molti, grattacieli sempre più alti, voler essere prima potenza economica del mondo), anche i cinesi si sono risvegliati in un incubo – come è avvenuto per noi molte volte nel passato, noi che da molto più tempo dei cinesi conviviamo in allegria (l’orchestra continua a suonare per noi) con il capitalismo e le sue crisi e le disuguaglianze che lo fanno vivere e prosperare: perché il capitalismo è dissipativo e distruttivo per natura e ontologia, è evangelico per vocazione (tutto è mercato, nulla al di fuori del mercato, non avrai altro dio che il mercato ), è nichilista per propria teleologia, è omologante e unificante (totalitario) per propria teologia.

[In realtà non sappiamo come finirà il caso-Cina, non sappiamo se il Partito correggerà la sua politica economica, non sappiamo neppure se quanto accaduto è solo l’effetto ovvio e conseguente delle leggi di mercato o se questo nasconde anche – è il mezzo per - una lotta tra correnti all’interno del Partito comunista. E quindi, nel dubbio, proseguiamo in questo nostro modestissimo divertissement.]

Dunque, se sono vere – e non abbiamo motivo per dubitarne - le cronache giornalistiche dei giorni scorsi, dopo il crollo dell’11 agosto e nei giorni a seguire a Shanghai e non solo si sarebbe aperta la caccia al trader e ai funzionari di banca. Se lavorare in borsa era una attività ricercata e ambita fino a poco tempo fa, oggi sembra essere diventata la rappresentazione del disonore sociale, la personificazione della rapacità del capitalismo. “Ridateci i nostri soldi”, gridavano i comunisti-piccoli-capitalisti. “Dove li avete nascosti?”; aggiungendo poi: “La ricchezza non può sparire, trovatela e restituitela al popolo” (citazioni da Giampaolo Visetti, la Repubblica del 26 agosto). Slogan che ci fanno sorridere e ci fanno provare davvero tanta empatia per i cinesi e la loro ingenuità (ma quanti di noi non hanno pensato gli stessi pensieri, dopo il 2007?). Slogan dove la surrealtà e l’ingenuità (appunto: credere che la ricchezza non possa sparire) si confonde con richiami al vecchio e tramontato comunismo ( trovatela e restituitela al popolo!), facendo risorgere quella cosa che appunto è il popolo, scomparso (con o senza maiuscola) invece da tempo dal vocabolario della politica, della sinistra e pure del Partito comunista cinese, restando tuttavia – è la finzione che nasconde la realtà – nella testata del Quotidiano del Popolo. Giornale che ha annunciato la mobilitazione della polizia contro “banche ombra, funzionari sospetti e finanziamenti illeciti” (e 60 le banche clandestine chiuse, 100 gli arrestati e miliardi di dollari sequestrati, seguiti da altre centinaia di arresti, accuse a trader e giornalisti di avere diffuso rumors che avrebbero creato panico e confusione) con (ancora Visetti) sostanziali purghe da anni sessanta.

Crisi cinese che ha messo in allarme i mercati, che temono un rallentamento della crescita dell’economia cinese, il motore del capitalismo globale di quest’ultimo decennio – ed è un altro paradosso: il mondo capitalista dipende dalla salute economica di un paese (anche se solo formalmente) comunista e questo accresce la surrealtà del capitalismo che per crescere si affida al nemico di un tempo – diventato capitalista.

E dunque (e fine del divertissement): Stato o mercato, Stato e mercato oppure lo Stato è il mercato (o viceversa)? Queste le domande che il caso cinese ci dovrebbe porre. Qualcuno ha scritto che la crisi cinese è nata da troppo Stato e poco mercato, che quindi servono altre riforme neoliberiste anche in Cina; ma forse è vero il contrario, quanto accaduto non è stata infatti la vendetta del mercato contro lo Stato (che in Cina ha un ruolo fondamentale, per quanto sia corrotto – ma il mercato non è certo da meno), quanto l’effetto inesorabile della guerra del mercato contro lo Stato (salvo quando chiede allo Stato di salvarlo). In realtà, la Cina comunista e tutto l’Occidente capitalista hanno dimenticato non solo Marx (e molti altri) ma soprattutto la grande lezione di Keynes (che non era un comunista) e che negli anni ’30 del secolo scorso aveva diagnosticato i punti di debolezza del capitalismo, ovvero: instabilità e iniquità. Proponendo quindi, per evitare il peggio, una terapia fatta di redistribuzione dei redditi attraverso la via fiscale (welfare e non solo) e soprattutto – con termine efficace – l’eutanasia del rentier. Dunque: stabilizzare il capitalismo, democratizzandolo; e ridurne le iniquità, grazie al ruolo regolatore dello Stato come soggetto funzionale al perseguimento del bene collettivo e della piena occupazione, limitando le crisi del capitalismo e svolgendo una funzione anticiclica.

Da qui sono nati poi i gloriosi trent’anni post-1945. Invece, l’Occidente e la Cina, negli ultimi maledetti trent’anni di neoliberismo hanno rovesciato la logica keynesiana e hanno sì ridistribuito i redditi ma verso l’alto e non verso il basso; e soprattutto, hanno sostenuto e incentivato il rentier. E il peggio è tornato. Prodotto con ostinata determinazione da un Occidente capitalista e formalmente democratico; e da una Cina capitalista e formalmente comunista.

Ipercalisse Zombi

Paolo Fabbri

Da oggi a domenica 13 settembre Camogli ospita il Festival della Comunicazione ideato e diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer e dedicato, in questa seconda edizione, al tema del linguaggio e dei suoi cambiamenti. Gli interventi saranno suddivisi in quattro grandi aree (il linguaggio della cultura digitale; il linguaggio scientifico; il linguaggio delle arti e il linguaggio delle imprese) e si chiuderanno con una lectio magistralis di Umberto Eco intitolata Tu, Lei, la memoria e l'insulto. Qui di seguito anticipiamo il contributo di Paolo Fabbri su “Figure dell'orrore: attualità dello zombi”, in programma domani.

1.

Il mostro è un promemoria semiotico, un semioforo sociale. Una decorazione a grottesca del mediascape. Il suo significato immaginario (soprannaturale), muta in ragione delle nuove interdefinizioni in cui si trova coinvolto: rispetto al nuovo statuto dell’animale e delle creature dell’automatica, la disciplina dell’automazione.

Il paleo-mostro che s’aggirava e ci aggrediva nel nostro immaginario collettivo, era l’effetto d’ un sentimento ambivalente di attrazione/ribrezzo, pietà e fascinazione per il mondo animale. Per quello prossimo, soggetto alla domesticazione (gli animali di compagnia, il bestiame) e quello lontano (la selvaggina e la belva). Ma dopo che la zootecnologia ha segnato la fine della domesticazione - le stalle/hangar - le “bestie” devono smettere di essere delle macchine proteiche cartesiane. E diventeranno con noi gli attanti di un nuovo contratto di co-domesticazione, preconizzata da Esopo, Fedro o Lafontaine. Alle scimmie superiori è stata è chiesto (e finora rifiutato) di estendere la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo!

Il mostro diviene l’attrattore e repulsore di una nuova ibridazione tra l’uomo e la macchina; non il robot e la macchina mostruosa, ma il Cyborg, di cui si è lungamente ipotizzato, discettato e sognato con i termini di post-umano o Terminator. E il “sex appeal dell’inorganico”, per le commistioni con automatismi di ogni ordine e grado, meccanico ed informatico; una dissolvenza incrociata tra umano e inumano; un morphing comprensibile nel mondo digitale delle macchine cerebrali che pullula di “angeli”, cioè di messaggeri catodici e digitali, gelati e disincarnati.

2.

C’è tuttavia un (brutto) semioforo ad indicare che l’Occidente può ancora produrre favole e che i “miti possono continuare a fluire”(Wittgenstein). Un nuovo attante collettivo, l’apice attuale del la mostruosità, il quale non ibrida la natura e la cultura, l’animato e l’inanimato, ma si colloca tra la vita e la morte: lo Zombie. Il Non Morto, figuro eso-darwiniano evoluto dal ghol caraibico di A&I, fino ad occupare, scervellato com’è, i laboratori neurali e i manuali di filosofia analitica (col nome di Zimbo). “ This disconcerting fantasy helps to make the problem of phenomenal consciousness vivid (sic!) especially as a problem for physicalism”, recita la Stanford Encyclopedia of Philosophy nell’ampia voce a lui dedicata.

I Non Morti, testimoni di un macabro decadentismo suburbano, sono diventati icone della mondializzazione. Il luogo sinistro dei loro sepolcreti abbandonati, lo Zombistan, è infiltrato nell’immaginario collettivo fino a suscitare sfilate carnevalesche di maschere neogotiche e grottesche. Halloween bachtiniano in cui i giardini tornano alla loro origine, il cimitero , così come le città alle necropoli. Folle di giovani attivisti, tra contestazione e parodia, partecipano perinde ac cadaver a marce festose e civilmente impegnate di Non Morti semimarciti. I morti non ridono, ma i Non Morti azzannano. “Si ride invece di divorare” (Canetti); il morso infetto dello zombi è sostituito dal riso di simulatori travestiti. Sono Zombie walk, flash mob” semi-spontanee, performance alternative rispetto al modello processionale dei cortei politici.

Lo Zombi, salma imperfetta, è ricollocato in nuova cladistica del genere orrorifico, in una tassonomia teratologica che ha redistribuito. Il Non morto barcolla ormai definitivamente nella mediasfera contemporanea; è una sillaba di contenuto della parola Orrore. Il suo turpe genere occupa un posto di spicco nella biodiversità immaginaria della cultura de-massificata (4). La sua strategia di sopravvivenza lo obbliga ad evolvere adattandosi all’ambiente e a lottare per durare. Si è già confrontato con tutti i supereroi, dall’Uomo Ragno a Hulk, da Giant-man a Wolverine. Si è posto in relazione e tensione con tutti i figuri dello spavento: Luciferi e Robot, Cyborg e Alieni, Replicanti e Cloni, Fantasmi e Mummie, Licantropi e Ultracorpi, Estraterrestri e Vampiri, con cui condivide differenze che si somigliano. “ Lo Zombi, solidamente intra-terrestre è contrario, per la sua corrotta fisicità, agli ectoplasmatici Angeli e Fantasmi e alla perfezione meccanica del Robot(…). Tra i morti di ritorno dalla loro società di conservazione, lo Zombi si ridesta come la Mummia o lo Scheletro, da cui si differenza per lo stadio di decomposizione. Lo scheletro è secco e articolato come il Robot, mentre il Non Morto suscita il disgusto per l’avanzato marciume che li deforma e trascolora; la Mummia, meglio conservata, pour cause, si situa tra lo Scheletro e lo Zombi di cui condivide, con il Golem, l’incerta andatura. Ma è nel Vampiro, per i condivisi istinti cannibali, che il Non Morto trova il competitor dai maggiori addentellati nella semantica sepolcrale. Un “mitema” che le stesse proprietà “emergenti”, ma ne differisce nello stile di vita e di consumi: il Vampiro è (ancora, ma per poco) l’elegante abitatore di dimore e sepolcri, gli Zombi frequentano fosse comuni in periferia e supermercati middleclass , parchi di attrazioni, isole-prigione e persino set del Grande Fratello; il seducente per quanto declassato Vampiro sugge sangue da zone erogene, mentre gli Zombi, sfuggiti appena agli inceneritori, escono sgualciti dalle bare e divorano surplace lacerti di carni umane, crude e scondite”. Ne abbiamo già detto altrove (Fabbri, 2013 v. bibliografia), ma un tratto ci punge ancora l’attenzione. Zombi è il nome collettivo di ribelli alle tautologie cadaveriche dell’ontologia: “chi muore giace e il vivo si da pace”. I Non Morti però non vanno in Massa come quella invisibile dei morti - le “strapotenti masse dell’Aldilà” (Canetti) - coi quali pur condividono alcuni tratti salienti : apertura, accrescimento, lentezza ritmica, eguaglianza, concentrazione, ecc.. Gli Zombi sono un rizoma in movimento, una Muta di deleuziana memoria, un collettivo in tensione permanente verso un’unica meta: la caccia all’uomo. Una preda che, nella prospettiva astiosa del morto, sopravvive indebitamente. La muta - che è etimologicamente, movimento, sommossa e partita di caccia - è volta ossessivamente alla comunione di un tacito pasto collettivo. ” Tutti afferrano, mordono, masticano, inghiottono la stessa cosa” (Canetti), cioè gli esseri umani, ridotti ad una massa di Disintegrati. Senza tema di buonismo, C. Lévi-Strauss, ragionando di cannibalismo, vedeva la vita sociale come “limite inferiore della predazione” e riteneva che “Tutto sommato, il mezzo più semplice di identificare l’altro a se stessi è ancora quello di mangiarlo”. La convivenza collettiva sarebbe l’effetto della deliberata sospensione della differenza primaria e divorante tra prede e predatori, e gli Zombi una sospensione regressiva di questa stabilizzazione.

3.

Gli Zombi ci fanno orrore poiché non sono Loro, i radicalmente Altri; sono insieme Noi e Voi, con un’umanità che ci ributta per l’atroce sospetto di farne parte. Ma più ancora ci spaventano come protagonisti dell’Ipercalissi delle pandemie postmoderne, le estinzioni di massa che hanno il pianeta come teatro di operazioni. Nella finzione i Non morti si rappresentano come il rumore epidemico che infesta lo stato di salute dell’umanità, la manifestazione infettiva e virale della morte nel suo ritorno in vita. La loro conquista planetaria anticipa e forse preconizza un mondo ecatombale ed ossidionale. I Vivi superstiti, assediati in isole settarie di cacciatori, devono far ri-morire gli Zombi risorti e insorti, mentre questi contagiano i vivi e li risuscitano come Non Morti. La vita resiste alla morte e il Non morto assalta la vita. Come un kamikaze, avanza verso l’avversario vivente senza tema di rimorire. Il risultato complessivo è la fine di ogni forma d’inumazione e una Non umanità, incivile – direbbe Vico - perché insepolta. Votata quindi ai fantasmi divoranti della propria carne: necrofobia e necrofilia. Nella simulazione tecno-scientifica esiste già un modello diagnostico di questi parassiti paradossali, con prognosi calcolate. Per sradicare l’infezione sono previste riduzioni quantificabili del numero degli Zombi: con attacchi rapidi e violenti si potrebbe evitare il collasso dell’umanità, soverchiata dai nuovi barbari estinti. E’, appunto, l’Ipercalisse.

E’ difficile, se non acrobatico, correlare gli sciami acefali dell’immaginario mostruoso con le complessità dei collettivo socio-culturale, con la storia sociale della tecnologia e l’idea dell’umano, ma è nel cuore delle nostre mitologie che l’anti-comportamento dei vivi provoca il contatto coi morti. Come evitare allora soluzioni sociologiche chiavi in mano: lo Zombi come geroglifico sociale, “sintomo di insoddisfazione culturale e crisi economica” ed altri solecismi: la desacralizzazione e la modernizzazione, e via dicendo? Eppure, nonostante tutto, ci attendiamo etimologicamente dall’Ipercalisse, rivelazioni che rispondano alle domande più cogenti sulla necrosi individuale e la narcosi collettiva. Sullo statuto attuale della persona, le sue identità e appartenenze, reso fluido dalla medicina: i pazienti in coma profondo - PDV, stato vegetativo permanente - sono ancora vivi (quasi-soggetti) o non morti (quasi-)oggetti? Ancora. L’esigenza biblica che i morti seppellissero i morti era un provvedimento d’estradizione per impedire la permanenza dei trapassati come Antenati ingombranti. Da piangere ritualmente per liberare o almeno schiarire l’avvenire. Oggi dai Non Morti, Lazzari ridestati da trascendenze incognite, giunge al presente dei vivi un interrogativo “storico” ineludibile: “ Come convivere con le esperienze del passato? Senza una tensione progettuale per il futuro!?” Per il presentismo contemporaneo i vivi e Non morti non sono forse equipollenti? In assenza di risposte, le immagini decomposte e cannibali degli Zombi continueranno ad inquietare i nostri incubi.

Rimasticando gli anni Sessanta

Alberto Capatti

In La bella di Lodi di Alberto Arbasino l’offerta alimentare entra nella rete autostradale e acquista velocità. «Ristorante Motta, a cavallo dell’Autostrada» (Fiorenzuola d’Arda).

Entri e il cibo è in vista, «pacchetti lussuosamente confezionati di krek e biscotti e zamponi ornati di emblemi di segnaletica stradale». Il bazar autostradale era già lì, nel 1960, e così pure, con la coda dell’occhio, i «clienti con pizza». Si posteggia, si va alla toilette. Poi Roberta e Franco vanno a mangiare.

«Lui si siede al tavolo, e si versa il vino.
“M’hai già comandato anche per me?»
“Sì, quella pizzaiola che ti piaceva ieri, no?”
Passa una cameriera da Canzonissima, tutta a volants.
“Dài” fa lui, “diglielo ancora, che non ci ho voglia di parlare io!”
“Senta signorina” fa lei “allora è già pronta quella pizzaiola per due?… Me l’acceleri, eh…”»

La bottiglia di vino è Soave Bertani o Corvo Bianco. Indispensabile che sia gelata. Un piatto, un colpo di telefono al centralino mentre si mangia, il caffè e via. La pizzaiola, fine anni Cinquanta- inizio Sessanta, è una novità, e Franco sembra averla gustata da poco; si differenzia dalla bistecca, ed è più gustosa, con un colore da vacanza. Le costate, ovvero lombatine o fettine di vitello alla pizzaiola, rientrano, secondo Veronelli e Carnacina, nel Mangiare e bere all’italiana (Garzanti, 1962), e verranno adottate della cucina rapida.

Considerate piatti napoletani, si ritrovano sul territorio nazionale e la loro origine non è locale; la denominazione «alla pizzaiola» evoca la più nota pizza, a causa dei filetti di pomodoro, ma è ingannevole in quanto il pizzaiolo non cuoce carne. Sono da poco nella ristorazione e soprattutto sono veloci, come tutto quello che Franco e Roberta fanno in autostrada. L’industria alimentare, con le autostrade, ridisegna, mappa il territorio, rifornisce punti vendita, e insegna a comprare-consumare.

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Andy Warhol, Campbell's Soup (1962)

Dal 1957, quando a Milano si è aperto il primo supermercato in viale Regina Giovanna, la rete distributiva si sta articolando, e si mangia diverso e uguale. La vetrina dell’industria è in tv, in quello stesso anno, e si chiama «Carosello». Con l’auto e il televisore si mastica nuovo, e si digeriscono idee importate.

È un’Italia che schizza veloce, ignorando l’altra, delle culture montane in abbandono, degli spacci paesani e delle cucine senza liquigas. Dove si andrà a finire? Se lo era domandato nel 1957 Mario Soldati nel suo viaggio (televisivo) lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini; se lo ridomanda Luigi Veronelli, con già una prima risposta, nella sua Ricerca dei cibi perduti (Feltrinelli, 1966). L’industria si rafforza, trasformando le lunghe cotture domestiche, le minestre in letteratura? Porsi il quesito è lecito, e si continuerà a lambiccarsi il cervello ripetendolo sino ai giorni nostri.

Dagli anni del boom, prodotti genuini, cucine tradizionali, cibi perduti diventano il vaccino da usare contro la standardizzazione industriale. Veronelli è un intellettuale, si dice anarchico, ha contribuito con Carnacina a costruire un modello di cucina italiana autonomo da quello francese, ha pubblicato un libro sui cocktail e sta per rivoluzionare il mercato borghese del vino.

Negli anni Sessanta non ci sono solo autostrade e cibi perduti. Finiscono infatti con l’attuazione degli ordinamenti regionali e con i primi libri che pianificano la cucina di territorio a ridosso del boom. Il più importante è Le ricette regionali italiane di Anna Gosetti della Salda, del 1967, tuttora ristampato identico da Solares. Cominciato agli inizi degli anni Trenta, il quadro geo-gastronomico si consolida a ridosso dell’industrializzazione del paese con un rapporto ambiguo, critico ed empatico con essa. Per decenni il profilo identitario delle cucine italiane continuerà a ispirarsi a un unico modello, parcellizzato e unitario, favorito e omologato dai finanziamenti pubblici dei consigli regionali.

E il ’68? La sua influenza sulla gastronomia comincerà a esercitarsi nel decennio successivo, con i «Quaderni di Controinformazione Alimentare» nati nel 1975 da un gruppo di tecnologi militanti. Ma un evento decisivo era intervenuto nel frattempo: il caro petrolio del 1973 che aveva portato l’austerity e una riflessione critica sui consumi. Il film La grande abbuffata di Marco Ferreri chiudeva in stile tragicomico un’epoca che Arbasino, meglio di ogni altro, aveva aperto, spiegato e documentato.

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Pecora in cappotto

Carlo Antonio Borghi

I Sardi, fin dal tempo dell’invenzione del fuoco e della pietra sbozzata, la pecora la cucinano in cappotto. Viene bollita dentro una grande marmitta, insieme ad abbondanti patate e cipolle.
A volte capita che al posto di un pentolone o di un marmittone usino un mezzo scaldabagno recuperato da una discarica. Oltre a patate e cipolle non può mancare il pomodoro secco, pirarba in sardo. Le patate consigliate sono patate di montagna.

A fine cottura uno spesso strato di grasso ricopre il contenuto del pentolone. Sarà spesso come un coperchio e andrà estratto ed eliminato. Aldilà di tutta la carne risulta sempre un ottimo modo di cucinare le patate bollite. Preferibili le patate di Gavoi, patria del pecorino denominato Fiore Sardo e sede del Festival Letterario Isola delle Storie. La pecora tosata e macellata ad arte cuoce per tre ore. Gli intenditori consigliano la pecora nera sarda e in particolare quella pascolata in località Funtanazza-Arbus dai Fratelli Lampis.

La pecora in cappotto si può cucinare in casa con parti selezionate di pecora sistemate a bollire in pentola a pressione, con le sue patate, le sue cipolle, il pomodoro secco, il mirto e l’alloro. Con il brodo di risulta si possono cuocere capellini o spaghettini da scolare e ricoprire di pecorino grattuggiato (su succu). Queste carni ben si adattano al solito Cannonau ma, volendo cambiare, si può passsare ad un Bovale, un Cagnulari o un Nieddera, corposi rossi autoctoni.

L’estate è la stagione perfetta per questo bollito di Sardegna, dove in agosto si susseguono sagre specializzate con bicchierate postprandiali di bicicletta nuragica: tre parti di acquavite fileferru e una di mirto bianco. Chiedere ai Giganti Prama, per credere. Il cappotto della pecora in cappotto, non è quello di Gogol ma è la mastrucca tipica del pastore barbaricino. Cucinata in casa, la pecora in cappotto emanerà un intenso profumo (afrore) che resterà attaccato alle pareti, per giorni e giorni.

Dalla Sardegna con Bobore

Carlo Antonio Borghi

In Sardegna, nessuno parla più dei giganti nuragici di Monti Prama, Sos Zigantes di pietra alti oltre due metri. Tutti parlano e scrivono di Graziano Mesina ex re del Supramonte intercettato e pescato con le mani nel sacco e nella bisaccia, piene di sostanze stupefacenti. I giganti sono lì, internati nel centro conservatorista e benculturalista di Li Punti, borgata di Sassari. Sono lì, internati e ricoverati, in attesa di qualche turista che varchi la soglia del Museo, dopo aver varcato il mare sulle costose navi della Tirrenia. Loro sono arcieri, pugilatori, scudieri e spadaccini ma non hanno mai fatto del male a nessuno, né si sono mai riuniti in associazioni per delinquere o per sequestrare possidenti come ai tempi della Anonima Sequestri.

Tutti hanno detto di Roberto Saviano che ha pontificato, in affollati reading a Cagliari e Nuoro, di Graziano Mesina e di certi traffici negli ovili sardi. Fatti di cronaca nera misti a destrutturazioni etno-demo-antroposociologiche. I Giganti ci capiscono poco. Hanno altro a cui pensare e vorrebbero darsi da fare per riportare a galla la povera Sardegna finita nella disperazione profonda della crisi. Lorsignori giganti sono fatti di solida, cocciuta e sarda pietra arenaria ma sono così sensibili, a fior di pelle scolpita, che avvertono tutte le scosse telluriche che attraversano l’Italia e la sua schiena appenninica.

Sentono anche le scosse sismiche più piccole nonostante si trovino piazzati in Sardegna, terra asismica e granitica per eccellenza. Eppure di loro non si parla. Per fortuna c’è Bobore, gigante parlante per grazia ricevuta da una magica e sinuosa restauratrice. Intanto Grazianeddu prende i suoi pasti in cella. Molti uomini politici e d’affari ci tenevano a mettersi a tavola e in mostra con lui, in qualche locale stellato in costa più o meno Smeralda. Il gigante Bobore è il portavoce del popolo dei giganti (8/9° secolo a.c. – Cabras – Oristano - ora con fissa dimora a Sassari) ed è l’unico, tra 25 esemplari, capace di aprire bocca e di muoversi come un’automa. Bobore in sardo è Salvatore e nella sua precedente vita trimillenaria si chiamava Urgurù.

Scrive Bobore in un comunicato stampa intestato Centro di Conservazione e Restauro Li Punti: Noi Giganti Prama che abbiamo avvistato i primi Fenici che sbarcarono in Sardegna, non potevamo credere ai nostri occhi quando abbiamo visto Mesina Graziano e graziato che usciva dal carcere. Era l’inizio del 1°decennio del 3°millennio d.c., 2800 anni dopo la nostra epoca di bronzo e di ferro.

Quell’uomo sovrappeso portava un borsello appeso alla spalla. Un bandito che era stato un mito non poteva ripresentarsi libero con un borsello in mano. Ci caddero le braccia, così che dovettero riattaccarcele al busto con ripetuti restauri. Non c’è mai da fidarsi di un uomo in borsello, bandito o piazzista che sia e infatti eccoci qua con la primula rossa di Orgosolo di nuovo in gattabuia. Speriamo ora che si torni a parlare di noi statue giganti che per essere statue veniamo prima dei Kouroi e delle Korai elleniche. Ora metto su Agente 007 – dalla Russia con amore.

Era il 1963 e Grazianeddu, più o meno ventenne, già sparava pistolettate e fucilate e si specializzava in clamorose evasioni. Un giorno o l’altro, appena tutti noi giganti riprenderemo l’uso delle gambe, proveremo a fuggire da questa Casa di Sorveglianza e di Restauro. Il vero dramma è che la peste suina africana infesta il Supramonte e il Gennargentu. Carcasse di maiali e di cinghiali dappertutto, a putrefare. La Trichinellosi è in agguato e può colpire anche gli esseri umani, come già capitato in quella Orgosolo che ha dato i natali al bandito che diventò un mito. Siamo tutti da restaurare… non vi pare?!

 

Forse non ci sarà l’Expo

Alberto Capatti

Da un punto di vista culturale, pensando a dibattiti, libri, spettacoli, mostre in grado di cambiare l’Italia, l’Expo n’aura pas lieu, non ci sarà l’Expo a meno che non si capovolga l’idea d’alimentazione che ci siamo fatti. Tutto è scritto nel ventennio appena trascorso. Due aspetti lo caratterizzano: il tempo è passato a produrre e inventariare prodotti di qualità che sono stati la grande novità dal 1992, quando sono state istituite le DOP, seguite da ogni genere di marchi buoni e fasulli. Salvare, rilanciare un patrimonio ha focalizzato i valori gastronomici nel passato. Si è cominciato e non si finisce più di misurare il tempo con la tradizione che rappresenta la continuità del passato buono, ed una copertura valida per salvare i prodotti tipici. Da questo punto di vista, andare avanti ha significato girare le spalle ed avanzare verso il futuro, per così dire arretrando. Alla qualità di questa faccia del sistema alimentare, l’Expo non porterà nulla, anche se fornirà un mercato, o farà degustare cose buone, perchè tutto il nostro avvenire dipenderebbe da un ritorno.

L’altra faccia del ventennio è stata la demonizzazione della ricerca scientifica e dell’industria. Il simbolo dello scontro sono stati gli OGM sui quali tutte le avanguardie culturali, dagli ambientalisti a Slow Food, si sono accaniti. Oggi, la situazione è quella di dieci, quindici anni fa, nessuna concessione a questo tipo di sperimentazione, nessun credito ad una ricerca i cui epiteti, chimica, genetica, biotecnologica, hanno acquisito per una parte degli italiani, valore negativo. Tutto il sistema agroalimentare si è incrinato, agli occhi del consumatore “intelligente” : parlare di supermercato è parlare di un economia senza futuro, rispetto alla quale si ricercano rapporti diretti col produttore, una visione etica della campagna espressa dall’aggettivo “equosolidale”. Mettere in gioco i trasporti, significa compromettere gli equilibri del pianeta, distruggerlo, quindi si adotta il “chilometro zero”. Alla pera che vola dall’Argentina, si contrappone il frutto del proprio orto che maturerà fra due mesi. E in attesa ? meglio niente, anzi fingere di niente.

Per reggere questa visione bipolare del sistema, non occcorrono compromessi e nemmeno grandi risorse culturali. Basta tutelare i prodotti della terra, le razze animali, e inventare una tradizione che li legittimi ; dall’altra parte, siccome è l’industria che nutre, in Italia, gran parte della popolazione, basta lasciar correre discorsi e opinioni, consci che, con qualche pugno di cicerchie e un gallo allevato in libertà (e destinato comunque a morire) poco cambia nel vitto italiano. Spaghetti e petti di pollo continuano tranquillamente a riempire carrelli e frigoriferi. Anche ammettendo una crescita delle tutele e una produzione qualitativamente migliore, o viceversa delle microtecnologie, come nel vino, devolute alla qualità, non c’è da sperare una qualsiasi inversione di tendenza. Si continua a ripetere che il ritardo italiano, misurato con parametri di altri paesi in termini di sviluppo economico, “potrebbe oggi essere rivalutato come una risorsa culturale”, sul piano della cultura alimentare, quindi dell’etichetta di Expo 2015, “nutrire il pianeta”, esso segna un punto morto. Da un lato gli orti, in Lombardia o in Africa, dall’altro Monsanto e tutto è detto.

L’invenzione di prodotti tradizionali e i marchi stessi delle poche multinazionali italiane, con le patetiche immagini di mulini infarinati, deve lasciare il posto ad un’altra cultura liberata da un passato di maniera, anzi liberata da quel passato, la quale voglia affrontare il tempo presente che, nella fattispecie, è costruire con reti di trasporti, con macchine per produrre e con spazi destinati ad accogliere semi o turisti e poi ad essere abbandonati alle periferie cittadine, l’immediato futuro con un nuovo cibo e con un altro immaginario. Se non verranno messe in discussione le ormai vecchie strutture della cultura alimentare, non ci sarà Expo, o meglio è come se la si fosse progettata in vecchie aree dismesse dall’industria e abbandonate dall’agricoltura. Da un punto di vista culturale, occorre distruggere i luoghi comuni con idee attuali e considereremo un risultato se saremo oggi consci che dei capannoni, abbandonati nel 2016, ricorderanno che il senso di ogni progetto alimentare, è la sua stessa caducità.