Semaforo: Citazioni / Felicità / Sparizioni

semaforoCitazioni

Jeremy Corbyn ha sorpreso i partecipanti alla festa di Natale dello staff del Labour Party citando Enver Hoxha, il dittatore albanese che è stato presidente del Fronte Democratico d'Albania e comandante in capo delle forze armate dal 1944 fino alla sua morte nel 1985. Dopo avere definito Hoxha un "governante duro" , Corbyn ha citato la frase di Hoxha “quest'anno sarà più duro di quello passato". Si crede che Hoxha abbia imprigionato, torturato o giustiziato almeno 100.000 albanesi durante il suo regno.

Stephen Bush, Jeremy Corbyn quotes Enver Hoxha at Labour party Christmas party, New Statesman, 8 dicembre 2015

Felicità

Numerosi studi negli ultimi anni suggeriscono che le persone più felici possono vivere più a lungo e che la felicità potrebbe anche aiutare a proteggere contro alcuni problemi di salute, come le malattie cardiache. Secondo un nuovo studio effettuato su larga scala e pubblicato su The Lancet, la felicità non ha tale potere.

Julie Beck, Happiness Doesn't Help You Live Longer, The Atlantic, 9 dicembre 2015

Sparizioni

A metà del '900, la banana più popolare nel mondo, una varietà dolce e morbida chiamata Gros Michel e coltivata in America Latina, scomparve completamente dal pianeta. (…) Ora , mezzo secolo dopo, un nuovo ceppo della malattia (il fungo di Panama ndr) sta minacciando l'esistenza della Cavendish, la banana che ha sostituito la Gros Michel la cui esportazione corrisponde al 99 per cento del mercato.

Roberto A. Ferdman, Bye, bye, bananas, Washington Post, 7 dicembre 2015

Il semaforo dell’alfadomenica

semaforoDistrazioni

Shaker Aamer è stato rilasciato e rimpatriato nel Regno Unito a fine ottobre, dopo tredici anni di detenzione da parte delle autorità statunitensi senza incriminazioni. Il rapporto dello psichiatra statunitense che ha valutato Aamer è disponibile online. E cita direttamente alcuni dei suoi resoconti circa quanto gli sarebbe accaduto. Non è una lettura amena. (…) La perizia psichiatrica descrive Aamer che si interrompe a metà intervista, proprio mentre sta rievocando gravi maltrattamenti, e che si distrae cantando a gran voce la canzone degli Eurythmics Sweet dreams (are made of this).

Lucy Maddox, How torture is like a microwave for your mind, Prospect, novembre 2015

Felicità

Le recenti ricerche sulla felicità, che analizzano la vita delle persone nel suo complesso (lavoro, famiglia, attività sociali e altri aspetti), hanno cominciato a rivelare alcuni modelli interessanti. I nuovi dati diffusi dall'Office for National Statistics (ONS) dimostra che gli anziani tendono a essere più felici rispetto ai giovani. Ma guardando i dati ONS in maniera più approfondita emerge un modello ancora più singolare. Tra i 20 anni e il decennio che separa i 40 e i 50, la gente ha un punteggio progressivamente inferiore nella misurazione della felicità. Ma dopo gli anni centrali della vita, tale tendenza si inverte e la felicità media cresce sempre di più, fino a stabilizzarsi quando le persone hanno circa 70 anni.

Peter Warr, Hard Evidence: are age and unhappiness related?, The Conversation, 5 novembre 2015

Ricchezza
Quando Bernie Sanders dal podio avanza dubbi sulla generosità del capitalismo americano, è abbastanza facile immaginare ricconi di Wall Street che fumano grossi sigari e giocano a poker con i vostri sudati (e , diciamocelo, magri) risparmi. Ma nella nostra economia da 18.000 miliardi di dollari non ci sono solo le grandi banche e le capitali del business, vale a dire New York e Los Angeles. Per capire davvero quanto sia assurdamente enorme il nostro movimento finanziario, considerate questo dato: l'economia della zona metropolitana di Atlanta è più grande dell'economia di Israele

Nick Fouriezos, Why some cities make more money than countries, Ozy 7 novembre 2015

 

Il semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

Il semaforo di Alfabeta2

semaforoEsortazioni

Con moderazione la pasta non fa male e la convinzione che sia nociva rivela la nostra ossessione per diete effimere. In Italia si consuma dal tredicesimo secolo e la dieta mediterranea - una delle migliori per perdere peso, ha rivelato uno studio questa settimana - è consigliata dai medici per chi è a rischio di infarto o di ictus (…) Quindi Italia, io ti esorto, non voltare le spalle alla tua vecchia amica.

Leah Green, Italy, don’t turn your back on pasta – it’s the best food on earth, The Guardian, 30 ottobre 2015

Ispirazioni

Un attacco di rabbia giustificata è uno dei dispositivi preferiti di Hollywood per delineare un personaggio ispiratore. Ne sono esempi Atticus Finch nel Buio oltre la siepe, il giornalista interpretato da Peter Finch in Network, Liam Neeson in quasi tutti i suoi film. Le donne arrabbiate non sono altrettanto ispiratrici. Non è mai stato chiaro se il problema è la rabbia delle donne o il modo in cui le donne la esprimono. Lacrime, voci alterate, dita protese: forse le donne si arrabbiano nel modo sbagliato? Ora un nuovo studio suggerisce che la rabbia femminile è semplicemente meno convincente per uomini e donne, indipendentemente dal modo in cui viene espressa.

Belinda Luscombe, Why Angry Men Are More Influential Than Angry Women, Time, 27 ottobre 2015

Riciclaggio

A dispetto della sua natura poco fine, la cacca ha contribuito e continua a contribuire a fecondare la Terra. In passato i grandi mammiferi che popolavano il pianeta defecavano di qua e di là, concimando il terreno lungo la strada. Sott'acqua le balene e altre gigantesche creature marine si lasciavano dietro una enorme quantità di escrementi che manteneva fertili gli oceani. (…) Un gruppo di ricerca ha ora analizzato come le estinzioni di massa influenzano il processo di riciclaggio nutrizionale del pianeta. “L'interruzione di questo ciclo globale potrebbe indebolire la salute degli ecosistemi, la pesca e l'agricoltura", ha detto il co-autore dello studio, Joe Roman, biologo dell'università del Vermont. Un ecosistema fecondato è anche di vitale importanza per gli esseri umani. Lo studio ha mostrato che il ripristino o l'aumento della popolazione di balene può portare alla capacità delle acque di assorbire l'anidride carbonica causata dai cambiamenti climatici.

Katherine Derla, Disappearance Of Large Animals And Their Poop Can Disrupt Ecosystem Of Whole Planet, Tech Times, 27 ottobre 2015

Il semaforo di Alfabeta2 è a cura di Maria Teresa Carbone

Alfabeta / Combattere

DOMENICA 1 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUARTA PUNTATA DI “ALFABETA”:

COMBATTERE

con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Federica Giardini, Luigi Zoja, Francesco Pecoraro

Prosegue la ricerca di “Alfabeta” attorno ai concetti fondamentali della vita contemporanea. Dopo aver parlato di amore, economia e gioco, ora la lente è puntata sull’universo del conflitto e del combattimento. Come sostiene il filosofo Alain Badiou, quello che abbiamo alle spalle è stato il «secolo della guerra». Le tragedie del “Secolo breve” continuano a proiettare su di noi la loro ombra minacciosa. Alla guerra si può guardare fondamentalmente in due modi: analizzando le specificità storiche di ogni guerra o puntando l'attenzione sulle matrici archetipiche della specie umana, per le quali il combattere è un impulso non mitigabile né razionalizzabile.

Dalle spiagge della Normandia alle vallate desertiche dei territori occupati dall'Isis, dai wargames virtuali dei droni alle guerre combattute con i mezzi della propaganda mediatica, Andrea Cortellessa e «Alfabeta2» ci conducono nelle contraddizioni della grammatica contemporanea del combattere.

Ospiti

PAOLO FABBRI – semiologo

LUIGI ZOJA– psicoanalista

FEDERICA GIARDINI – docente di filosofia politica

FABIO MINI – generale dell’esercito italiano

GIULIANO BATTISTON – reporter

FRANCESCO PECORARO – scrittore

MARCO GIOVENALE - poeta

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

 

Combattere / Un percorso tra i libri

Il brano letto da Marco Giovenale è tratto da Teatro di Prima (inedito)

Il brano letto da Francesco Pecoraro è tratto da La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie 2013

Giulio Douhet, Il dominio dell’aria. Saggio sull’arte della guerra aerea [1927], in Id., Il dominio dell’aria e altri scritti, Aeronautica militare, Ufficio storico 2002

Alain Badiou, Il secolo [2005], Feltrinelli 2006

Alberto Boatto, Della guerra e dell’aria, Costa & Nolan 1991

Paolo Fabbri, Lo sguardo dell’altro. Strategie del camouflage [2008], in www.paolofabbri.it

Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli 1966

Sensibili guerriere. Sulla forza femminile, a cura di Federica Giardini, Jacobelli 2011

Fabio Mini, La guerra dopo la guerra. soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, Einaudi 2003;Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, Chiarelettere 2012

Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri 2000;Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri 2011

Jean Baudrillard, in Guerra virtuale e guerra reale. Riflessioni sul Conflitto del Golfo, a cura di Tiziana Villani e Pierre Dalla Vigna, Mimesis 1991

Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri [2003], Mondadori 2003

Piero Jahier, in La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, nottetempo 2014

Nicole Loraux, La città divisa. L’oblio nella memoria di Atene [1997], introduzione di Gabriele Pedullà, Neri Pozza 2006

James Hillman, Un terribile amore per la guerra [2004], Adelphi 2005

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, IX, 28-30 [1532], a cura di Remo Ceserani e Sergio Zatti, Utet 2006

Grégoire Chamayou, Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere [2013], DeriveApprodi 2014

Konrad Lorenz, L’aggressività [1963], introduzione di Giorgio Celli, il Saggiatore 1969; 2005

Primo Levi, La tregua, Torino, Einaudi, 1963; 2014

Valerio Magrelli, La guace, in Id., Disturbi del sistema binario, Einaudi 2006

Ingeborg Bachmann, Tutti i giorni [1953], in Ead., Poesie, a cura di Maria Teresa Mandalari, Guanda 1978; 2006

Paul Virilio, Bunker archéologie [1975], Les Éditions du Demi-Cercle 1991

Sun Tzu, L’arte della guerra, con un saggio di Fabio Mini, Einaudi 2014

Il Semaforo di Alfabeta2

semaforoAmazon

Con l'ultimo nuovo investimento di dieci milioni di dollari, il numero delle opere in traduzione pubblicate da AmazonCrossing dovrebbe continuare a salire. Il che significa che AmazonCrossing sarà quasi certamente il più grande editore di letteratura tradotta negli Stati Uniti almeno per i prossimi cinque anni.

Alex Shephard, How Amazon Quietly Became America's Biggest Publisher of Translated Literature, New Republic 19 ottobre 2015

Paradossi

C'è chi sostiene, come l'economista Robert J. Gordon, che il tasso di crescita della produttività fondata sulla tecnologia rallenterà o sta già rallentando. Lo storico della tecnologia Vaclav Smil sostiene analogamente che il diciannovesimo secolo ha visto innovazioni di gran lunga più importanti rispetto a qualsiasi periodo precedente o successivo. L'analisi sembra plausibile. Il frutto maturo della innovazione tecnologica è già stato colto. Ogni sviluppo tecnologico è più complesso di quello che l'ha preceduto. Era più facile inventare il motore a vapore rispetto al motore a combustione interna, che era un gioco da bambini rispetto al reattore nucleare. Se la crescita della produttività attraverso l'innovazione tecnologica si stabilizza mentre la popolazione cresce in modo esponenziale, il risultato potrebbe essere un paradosso: un mondo molto più tecnologicamente avanzato del nostro, in cui la maggior parte delle persone vive in condizioni di povertà disperata.

Michael Lind, The Shape of Things To Come, The Smart Set, 19 ottobre 201

Sconti

I creatori dell'edizione rumena del Monopoli potrebbero prendere in considerazione l'idea di cambiare la carta “Uscite gratis di prigione" con una che porta l'indicazione “Ha scritto un libro in prigione". Una modifica legislativa del 2013 consente ai detenuti di rivendicare uno sconto di trenta giorni sulla loro detenzione per ogni opera che pubblicano in carcere. Questo ha indotto magnati rumeni e politici accusati di corruzione a lanciarsi in una frenetica attività di scrittura.

Time Off for Bad Prose, The Economist, 24 ottobre 2015

 

Il Semaforo di Alfabeta2 è a cura di Maria Teresa Carbone

Alfabeta / Giocare

giocareDopo una tappa economica dedicata al verbo “spendere” e al tema del debito nell’economia contemporanea, la trasmissione Alfabeta rivolge la sua attenzione a un altro vocabolo essenziale della vita contemporanea: “giocare” (questa sera alle 22.05 su Rai 5). 

Le teorie che hanno tentato di codificare il termine giocare sono state in grado di definirlo soltanto in negativo. Per ciò che non è. Libero, improduttivo, separato dalla vita vera, incerto, carico di una indeterminata quota di immaginario, il gioco è, nella folgorante formulazione di Stefano Bartezzaghi, ciò che mette tra virgolette tutto il resto. Eppure mai come oggi il gioco ha acquisito tanta importanza nella società, mescolando la sua sfera con quella dell'utile, invadendo i campi del lavoro e dell'economia. Con i contributi di Umberto Eco, Stefano Bartezzaghi, Gianni Clerici, Peppino Ortoleva, Fabio Viola, Marco Dotti, Giulia Niccolai, Alfabeta2 e Andrea Cortellessa si confrontano con le molteplici contraddizioni del gioco contemporaneo e delle sue possibili derive patologiche.

 

Giocare, un percorso tra i libri

I brani letti da Giulia Niccolai sono tratti da Poemi & Oggetti, Le Lettere 2012

Il brano letto da Marilena Renda è tratto da Arrenditi Dorothy!, L’orma 2015

 

Umberto Eco, Sator arepo eccetera, nottetempo 2006

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche [1964], Einaudi 1976, 2009

Raymond Queneau, Esercizi di stile [1947], traduzione di Umberto Eco, Einaudi 1983; a cura di Stefano Bartezzaghi, ivi 2001

Georges Perec, La sparizione [1969], traduzione di Piero Falchetta, Guida 1995, 2007

Peppino Ortoleva, Dal sesso al gioco. Un’ossessione per il 21. secolo?, Espressedizioni 2012

Stefano Bartezzaghi, L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba, Einaudi 2007; Scrittori giocatori, Einaudi 2010; M. Una metronovela, Einaudi 2015

Samuel T. Coleridge, Biographia literaria [1817], a cura di Paola Colaiacomo, Editori Riuniti 1991

John R. Searle, Lo statuto logico della finzione narrativa, in «Versus», 19-20, 1978; in Che cosa è arte. La filosofia analitica e l’estetica, a cura di Simona Chiodo, Utet 2007

Johannes Huizinga, Homo Ludens [1938], Einaudi 1946; con introduzione di Umberto Eco, ivi 1979, 2002

Gianni Clerici, 500 anni di tennis, Mondadori 1974, 2013; Quello del tennis, Mondadori 2015

Algirdas J. Greimas, A proposito del gioco [1980], in Id., Miti e figure, Esculapio 1995 (e in «E|C. Rivista dell’Associazione Italiana Studi Semiotici»:  link: http://www.ec-aiss.it/monografici/10_greimas/Miti_e_figure_a_proposito_del_gioco_27_2_12.pdf)

Fabio Viola, Gamification. I videogiochi nella vita quotidiana, Arduino Viola 2011

Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi tra arte e gioco in Italia, catalogo della mostra a cura di Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, Mazzotta 2011

Marco Dotti, Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana, O barra O 2013; Slot city. Brianza-Milano e ritorno, Round Robin 2013

Thomas S. Eliot, Tradizione e talento individuale [1919], in Id., Il bosco sacro [1921], Bompiani 1946, 2010

Geoges Perec, W o il ricordo d’infanzia [1975], Rizzoli 1991, Einaudi 2005; La vita istruzioni per l’uso [1978], Rizzoli 1984, 2005

Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, in «alfabeta», 1983; poi in Id., Il nome della rosa [1980], Bompiani 1983, 2014

Linda Hutcheon, The politics of postmodernism, Routledge 1989, 2001

John Barth, La letteratura dell’esaurimento [1967], in Id., L’algebra e il fuoco. Saggi sulla scrittura, minimum fax 2013

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi 2015

John McPhee, Tennis [1979], a cura di Matteo Codignola, Adelphi 2013

Roger Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine [1958], a cura di Giampaolo Dossena, prefazione di Pier Aldo Rovatti, Bompiani 1995, 2007

 

Sfollati a Lesbos

Antonella Anedda

Volevo scrivere di un’isola che non fosse nata dalla separazione ma emersa dall’acqua e scavata di lava. Di una terra spenta e fertile. Volevo vedere i luoghi di Alceo e soprattutto di Saffo, sulla cui poesia ha scritto la mia autrice contemporanea preferita, Ann Carson. Volevo andare a Lesbos perché Aristotele in esilio nel 344 d.C. ha scritto là la sua opera più protoevoluzionistica, l’Historia animalium, esaminando i pesci e fossili di una delle due lagune, quella sul Golfo di Gera. Volevo vedere la foresta pietrificata dal vulcano, e Mitilene ed Eressos, dove sono nati il pittore Teophilo e il filosofo Teofrasto e appunto Saffo. Volevo andare nell’isola che il poeta Odisseus Elitis, la cui famiglia era di Lesbos e al quale è dedicato l’aeroporto, ha paragonato a una foglia di platano.

Siamo arrivati al mattino con un volo che partiva da Roma alle 5 e la prima cosa che ho visto non è stata la laguna, ma una giacca femminile abbandonata sulla strada che a Mitilene, la capitale dell’isola e il suo porto principale, costeggia il mare. Era una giacca inusuale, di buona fattura orientale, nera e rossa, ma strappata. A poca distanza c’era un gommone grigio scuro quasi sgonfio e ancora un salvagente. I primi Siriani me li ha raccontati la mia amica Carla che era andata a chiedere una cartina in un ufficio turistico. Mi ha detto che le avevano chiesto di prenderne una anche per loro perché non volevano entrare. Mi ha detto che il governo greco aveva vietato ai taxi di prendere i migranti. I primi Siriani infatti li abbiamo visti camminare verso di noi che andavamo in senso contrario verso le spiagge di Anaxos. Erano relativamente pochi, quasi tutti uomini, giovani, forse qualche adolescente. Bene – mi sono detta – la situazione non è drammatica come dicono, possiamo affrontare questi sguardi, andare in vacanza. Mi sbagliavo. Non sapevo che la vacanza poteva coincidere solo con la distanza di Lesbos dalle coste turche, solo nei tratti in cui è impossibile o difficile sbarcare, all’interno o a occidente. Là non arriva nulla, il turismo scorre indisturbato. I belvedere restano fedeli al loro nome, belli da vedere, panorami che sigillano un’idea di armonia, l’illusione di una creazione in sintonia con la gioia.

LAGUNE

Ho visto la laguna, anzi le lagune, laghi che a un certo punto si sono arresi al mare che ha trovato un fiotto ed è potuto entrare. La più grande, Kolpos Kallonis, ha un fondo di sabbia scura e l’acqua è così ferma e salata da sostenere il corpo quasi senza movimento. Kolpos è il nome greco di golfo che resta immutato in ginecologia: colposcopia. Se si guarda la mappa come sto facendo ora effettivamente entrambe le lagune hanno la forma del bacino con il mare aperto che passa dai due stretti. Ma questa è una sovrapposizione perché in realtà i Greci chiamavano kolpos il rimbocco della stoffa sopra la cintura del peplo. Tessuto dunque e non carne.

Sulle sponde di Kolpos Kallonis un tardo pomeriggio avremmo osservato con il cannocchiale alzarsi in volo una moltitudine di fenicotteri, rossi e neri all’interno delle ali e bianco-rosa sui dorsi. La laguna più piccola, quella di Aristotele sul golfo di Gera, Kolpos Geras, è la più bella. Diversamente da Kolpos Kallonis ha l’acqua bassa e tersa ed è circondata da colline fitte di olivi. A occidente c’è il villaggio di Agiassos con ancora l’albero cavo con dentro una sedia dove si rifugiava il pittore Teofilo al quale Elitis ha dedicato uno dei suoi saggi più belli intitolato La materia leggera. Avremmo poi visto il suo museo, su una collina vicino Mitilene, a est un terreno curato con gli stessi alberi che ci sono ad Agiassos, platani, olivi, ciliegi, ma non la sorgente di acqua dolce e il torrente e la specie di piscina dove nuotano le papere

Agiassos è in collina, lontano dai tanti ma silenziosi stabilimenti che costellano la lunga spiaggia della laguna. Sulle rive ci sono casette-spogliatoio pitturate di azzurro che ricordano quelli che quando ero piccola si chiamavano «casotti», case provvisorie sulla spiaggia in cui si poteva cucinare e che si vivevano solo d’estate.

Dico questo perché nello spazio di questa tregua molti dettagli avevano lo stesso ritmo di un’Italia anzi di un Sud anzi di una Sardegna fine anni ’50 primi anni ’60. Il nostro albergo era moderno ma nelle cucine le donne avevano i vestiti dello stesso nero-marrone delle donne nel Nuorese.

Dal balcone si vedeva una campagna che conviveva con il mare. Il sole odora di fichi. Lesbos non ha nulla in comune con altre isole greche da cartolina come Santorini o con un parco divertimenti come Mykonos. È un’isola di casa, silenziosa, vulcanica ma mite tanto questa memoria di fuoco è remota.

Oggi 6 settembre, domenica, sento che a Mitilene la polizia ha sparato lacrimogeni per disperdere i migranti che cercavano di imbarcarsi. Ieri su Al-Jazeera hanno mostrato uno sbarco in diretta in una delle spiagge in cui avevamo fatto il bagno. I rifugiati – ammesso che questo termine possa essere usato, come ha scritto Hannah Arendt in We refugees, e che l’Europa sia davvero un rifugio – aumentano di ora in ora. I due bambini affogati con la mamma la cui foto gira per tutte le televisioni sono morti nell’unico giorno in cui a nord-est di Lesbos il mare era agitato. Quando siamo arrivati di notte in uno dei villaggi sulla costa orientale a nord di Mitilene l’acqua era nera come il cielo, le luci sulla sponda turca tremavano nell’afa del temporale che gonfiava le onde. Devono essere morti sbalzati dal buio nel buio senza salvagenti, appesantiti dai vestiti.

L’indomani il mare si è calmato, c’è il sole. Dal terrazzo si sentono due bambine giocare. Sono sulla spiaggia. Quando mi affaccio mi guardano ed entrano in mare seguite da quello che deve essere il loro cane.

PIETRE

«e così tacque anche la pietra»

Paul Celan

Una delle attrazioni di Lesbos è la foresta pietrificata. Le foto dei tronchi folgorati dalla lava sono esposte insieme ai versi di Elitis con la poesia The other Lesbos, sulle pareti dell’aereoporto. Abbiamo dunque organizzato la gita, siamo scesi con la macchina da Anaxos e da Petra e per fare questo abbiamo di nuovo incrociato il bivio per Mitilene.

Di colpo siamo dovuti andare a passo d’uomo, la strada infatti era fitta di persone, uomini, donne e questa volta anche molti bambini. Probabilmente erano sbarcati nella parte nord dell’isola che è ugualmente vicina alla Turchia. Nessuno parlava, i bambini non piangevano – se erano molto piccoli dormivano sulla spalla degli uomini, altrimenti camminavano presi per mano dagli adulti o dai fratelli di poco più grandi.

L’accesso alla foresta era chiuso. Se ci si arrampicava però come abbiamo fatto noi si vedeva qualche tronco come scorticato e arrossato circondato da transenne.

In realtà siamo noi a esserci sentiti pietrificati quando sulla strada di ritorno abbiamo di nuovo dovuto rallentare per quante persone camminavano stavolta nel buio più assoluto. Nessuna richiesta. Solo qualcuno con la torcia – se aveva la torcia – segnalava il gruppo alle auto di passaggio. Ci ha impietrito l’impotenza di fronte a una realtà vista senza lo schermo del televisore, oltre il vetro, la concretezza dei bisogni, del cibo, della paura, ma anche della speranza e della spinta verso un’altra forma di esistenza, più forte della disperazione. Tutte quelle persone sembravano completamente sole, esauste, ma sostenute da qualcosa che non so definire se non come il coraggio dell’attesa. Non si vedeva nessuno, solo un poliziotto greco altissimo con un manganello lunghissimo è sceso lentamente, come in sogno, da una jeep ed è sparito tra le strade. It is closed gridava un guardiano all’entrata dello stadio di lato al porto. L’afa – dopo giorni in cui il meltemi aveva portato da nord-est aria secca e cielo nitido – era insopportabile. Gli unici volontari che abbiamo visto sono stati un uomo e una donna dell’UNHCR. Nessuna auto-ambulanza. Le persone più che ostili sembrano immerse in una specie di stupore, siedono nei caffè che costellano il lungo-mare e parlano apparentemente senza reazioni. Però ho visto un uomo provocare un giovane siriano gridandogli what do you want per la strada sbattendogli il petto sul petto. Lui non ha reagito, avrebbe potuto fracassare facilmente la testa al suo aggressore. Ha visto che io avevo visto e mi ha sorriso mitemente.

Ci sono trentadue gradi ma tutti sono coperti, soprattutto le donne e i ragazzi. Hanno cappotti e sciarpe. Non credo sia per obbedienza religiosa quanto perché scappando devono portare più cose che possono. Non è forse quello che fanno Anna Frank e la sua famiglia quando devono nascondersi?

Quando saliamo verso la città altra di Molivos, che sta in alto su una rocca con la grande baia a picco su un’ acqua quasi bianca e tranquilla, vediamo che prima del bivio per le spiagge dove suonano i tamburi della disco-music c’è un giardino pubblico trasformato in accampamento. Una giovane Siriana stende su una staccionata un vestitino, mutandine, dei pantaloncini su una panchina e di colpo mi ricordo e non vorrei farlo di quello che scrive Primo Levi in Se questo è un uomo della notte passata al campo di Fossoli quando racconta delle madri che stendevano i panni sul filo spinato ad asciugare prima della deportazione.

Davvero non voglio e l’unica cosa che posso fare con tutta la forza è invece augurare che abbiano un destino diverso, che non incontrino altro male, che abbiano una normale vita quieta, anche se sarà duro, arrivare in un paese nuovo in luoghi tanto diversi, distanti con diverse desolazioni.

Torno in paradiso, nella baia di Skala Mistegnon, con le tamerici sul mare e il mare quasi fin dentro il caffè dove scrivo queste pagine. Non c’è quasi nessuno tranne una coppia di anziani turchi che, si è capito, qui giocano il ruolo degli americani un tempo perché rispetto ai greci sono ricchi. Prendo appunti, cerco di ricordare non solo quello che ho visto ma quello che ho pensato, la luce o l’ombra di quei pensieri. Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo. Ieri la luna è salita dalla laguna di Kalloni lentamente mentre facevamo il bagno posando i piedi su un prato di alghe non secche ma vive, piegate impercettibilmente dalle correnti. Da una casa si sente un muggito e il rumore isolato di una moto. Le macchine sono rare e i loro fari l’unica illuminazione nelle strade dell’interno.

L’ultimo giorno a Mitilene. Per andare al museo archeologico sbagliamo strada e dunque attraversiamo a piedi tutto il lungomare. È pieno di famiglie, triplicate rispetto ai giorni precedenti. I bambini dormono sui prati, sui gradini delle case, ammucchiati in una specie di garage davanti a una villa fine secolo. Quelli che dormono sulla pietra degli scalini sono della stessa misura dello scalino. Mi ripeto mentalmente la poesia di Alcmane che dal primo momento in cui l’ho letta per me coincide con una specie di preghiera o almeno di pace: «dormono le cime dei monti e le gole, i picchi, i dirupi, dormono».

Le ragazze sorridono, spesso camminano a braccetto e quando diamo loro delle bottiglie d’acqua dicono merci.

Dice merci anche la madre giovanissima alla quale do il mio cappello per la bambina, per il sole e il ragazzo che si schermava dal caldo con un cartone al quale Carla dà a sua volta il suo cappello.

Entriamo nel museo archeologico. Ci sono i resti di una villa chiamata detta di Menandro il drammaturgo, i frammenti di marmo di tombe con una iconografia che si chiama Cena dei morti, un banchetto di dei che mangiano col morto o con la morta. Una donna cavalca verso l’Ade tra foglie di acanto, un uomo diede davanti a un dio. Le sale sono in penombra, c’è un grande silenzio. Il pavimento del mosaico racconta un altro frammento, una vita di agio, giochi, cultura. Rosa, grigio, ritratti di qualcuno che è stato vivo e la memoria di Menandro, solo il nome perché la sua opera, fatta di commedie raffinate che sembra siano servite da modello per molti autori dopo di lui, è perduta. Menandro ruota nell’aria mossa dai climatizzatori. Chiniamo gli occhi sulle pietre sminuzzate che compongono bestie: conigli, daini, leoni. Un corridoio è lastricato di pesci stilizzati. Le finestre che danno su un cortile mostrano archeologi e operai che puliscono e catalogano cocci di oinokoe, assorti dentro il ritmo dei gesti. Sembrano separati dal mondo, immersi in un’estasi che coincide con il loro silenzio. Fuori a poca distanza, vicino all’ingresso del Museo, c’è una presa dove a turno i Siriani più giovani fanno la fila per ricaricare i cellulari. I custodi sembrano convivere con ciò che succede con la stessa naturalezza con cui staccano i biglietti. Su tutti il sole che adesso è più clemente, il cielo che vira verso il viola e un po’ di meltemi che ha ripreso a soffiare e muove gli oleandri e i pini .

Questa bellezza, questa pace non bastano e resta sempre ferma la stessa domanda: cosa rende gli esseri umani crudeli? Il fatto di stare in un’aiuola? è l’aiuola che ci fa tanto feroci? E se era percepita così ristretta da Dante chissà come la chiamerebbe ora.

Non avevo mai visto un profugo. Finora avevo visto persone che chiedevano, alle quali magari fare un’elemosina frettolosa e vergognosa per poi tornare all’interno di una protezione fatta di sapone, acqua, luce, termosifone se fa freddo, ventilatore se fa caldo.

Negli sguardi, nei movimenti, nel comportamento di queste persone c’era iscritta solo una cosa, la necessità della fuga. Erano sfollati e di colpo mi sono ricordata – era questa la parola usata da mia nonna e da mia madre che allora era ragazzina: sfollati, via dalla folla e dalla follia.

Eravamo sfollati, bombardavano, non avevamo da mangiare, avevamo perso tutto.

Il pianoforte di casa per lo spostamento d’aria era finito nella piazza. I treni erano affollati e bui, bisognava lottare per salire. Quando però siamo arrivati nei paesi dell’interno tutti, dai più poveri ai più ricchi hanno fatto a gara per sfamarci.

Forse l’unica cosa che gli esseri umani possono fare è imparare e imparando cambiare, guardando davvero le persone negli occhi, una a una. È davvero impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti – almeno una volta – quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra? È davvero una follia pensare una politica che sia anche poesia piuttosto che una poesia spesso desiderosa di emulare la politica? Possiamo almeno impedire che l’inferno, come dice ancora Hannah Arendt in We refugees diventi «una cosa concreta come una casa, una pietra o un albero».

C’è un’educazione, un rispetto verso la fragilità dei vecchi, dei più deboli che forse va ricostruita come si ricostruisce una casa distrutta, lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro, come se fossimo, e non possiamo esserlo, invidiosi.