L’erba vorrei. Andrea Fumagalli

Vorrei svegliarmi una mattina e, ancora sotto le lenzuola, accorgermi che un silenzio irreale avvolge la città. Il rumore del traffico giunge attenuato, come se il numero delle automobili fosse improvvisamente diminuito. La città tace, quasi fosse avvolta dalla nebbia o coperta da un abbondante coltre di neve caduta durante la notte, in grado di attutire il respiro e il brusio della quotidianità.

Quando ero ragazzo e frequentavo la scuola media di via Santa Croce, a Milano, nel quartiere Ticinese, durante i primi anni ’70, ogni tanto succedeva, e non era un caso isolato. In realtà, questo cambio di atmosfera non aveva a che fare con il clima ma c'entrava piuttosto con gli affari umani: era infatti il segnale inequivocabile che era in corso uno sciopero generale, in grado, all’epoca, di fermare completamente la vita della città.

Le strade si facevano deserte, come fosse domenica, gli autobus non circolavano, molti negozi e attività produttive erano chiusi. Allora, lo sciopero era in grado di “far male”, era segnale tangibile della forza dei lavoratori che dalle grande fabbriche del nord di Milano scendevano verso il centro carichi di rabbia e di speranza.

Sono passati più di quaranta anni da allora. Le grandi fabbriche non esistono più e con esse gli operai. Non è un male, considerando lo sfruttamento e l’alienazione a cui erano sottoposti. Sono stati sostituiti da un magma indefinito di lavorator* precar*, ricattati, mal pagati, incerti, attanagliati dalla paura, individualizzati e invisibilizzati, eternamente giovani (che aspettino, dunque!).

Vorrei che la condizione precaria si trasformasse in rabbiosa moltitudine precaria, in grado di ricomporsi, di ottenere un reddito garantito incondizionato, di poter rifiutare le proposte di lavoro indecenti che oggi vengono spacciate per opportunità. In grado di non accettare contratti di lavoro schiavistico nel nome del lavoro volontario e dello stage. In grado di far scendere di nuovo un silenzio liberatorio e di pace, quella della potenza dello sciopero.

Vorrei che la nostra vita venisse remunerata non tanto perché oggi lo sfruttamento riguarda l’intera vita, ma per riconoscere la nostra capacità relazionale, culturale e umana, non più finalizzata al profitto o a un indice finanziario, ma alla gioia di vivere.

Sono passati quarant’anni da quando il moloch metropolitano poteva essere messo in ginocchio. La mia scuola media di via Santa Croce è stata abbandonata negli anni ’80. Sembrava poter rinascere, ora che si era trasformata in un centro sociale autogestito. Stamattina sono stato svegliato dal rumore dell’elicottero della polizia e delle sirene dei cellulari dei carabinieri. Hanno sgomberato il centro sociale.

 

L’erba vorrei. Rossana Campo

Vorrei vedere realizzata un'idea stupenda che qualcuno, sicuramente una donna, qualche tempo fa ha lanciato in rete: perché non affidare le trattative di pace fra arabi e israeliani esclusivamente alle donne?

Perché non provare a fare in modo che a decidere il peso di altri giorni di guerra, di bombe e di razzi, siano le madri che quei morti li hanno portati dentro i loro corpi, li hanno fatti nascere, li hanno abbracciati nei loro primi istanti di vita e ne hanno avuto cura per anni? Il valore di una vita forse lo conosce meglio una donna, qualunque donna, di cinici maschi per i quali alla fine conta solo uno sporco desiderio di morte e di potere.

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L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimono un loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

Su alfa+più potrete seguire anche il Festival del film di Locarno con le Lettere helvetiche di Ilaria Bussoni. Vi proponiamo infine le 31 ricette di Alberto Capatti per una estate alfasensoriale.

L’erba vorrei. Franco Berardi Bifo

Vorrei sbagliarmi. Guardo la mappa del continente euroasiatico e cerco di immaginare l'evoluzione degli eventi. In Giappone, dove il primo ministro discende da una famiglia di alti dignitari nazisti, c'è un movimento nazionalista che invita a mangiare cibi che vengono da Fukushima. Kamikaze dell'insalata.

In India hanno eletto premier un violento induista responsabile del massacro della moschea di Adjodia che si prepara a imporre un programma di riforma neoliberista. Milioni di profughi nei territori della guerra civile interislamica. Il califfato si insedia a poca distanza da Israele. E Israele massacra ogni giorno i reclusi di Gaza.

Al confine orientale d'Europa si aggirano i fantasmi delle guerre del '900. La società europea sacrificata sull'altare delle banche: la disoccupazione cresce il salario crolla, la generazione precaria costretta ad accettare lo schiavismo che ora si chiama lavoro volontario. In Europa i nemici dell'Unione sono quasi dovunque vincenti. E la società pare indifesa in balia degli sciacalli perché la competizione tra precari distrugge le condizioni stesse della solidarietà.

Vorrei sbagliarmi, ma l'orizzonte del secolo che avanza sembra orribile. Vorrei sbagliarmi e credo che mi sbaglio. Certo quello che vedo è un futuro da zombie, ma quello che non vedo, quello che si nasconde quello che mi sfugge, quello che solo adesso sta nascendo, è più importante. E poi lo sanno tutti: i profeti sono noiosi e deprimenti. Ma per fortuna sbagliano spesso.

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L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimeranno un loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

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L’erba vorrei. Gino Di Maggio

Vorrei… in principio era il sonetto delle Rime di Dante Alighieri, “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”, col suo sogno di vita cortese, dichiarazione di un desiderare leggero, tutto al condizionale, di fuga dal mondo e di amicizia. Certo un desiderio lo si può attaccare ad ogni coda di stella cadente, gettare nelle profondità di un pozzo o nelle piscine delle solite fontane romane, desideri che presto scolorano per essere sostituiti da un’altra stella o da un’ennesima monetina.

Eppure la considerazione che siamo inviati a fare, dati i tempi che corrono, costringe a una riflessione più approfondita che permette di tralasciare comete e centesimi per rivolgersi a questioni meno individuali, verso un orizzonte più condiviso. D’altronde quanto meschino sarebbe un destino in cui non si potesse neanche più desiderare in grande, scialacquare nelle speranze e sperperare nei sogni. E alzare il tiro verso un vorrei che abbia come oggetto le questioni del mondo significa comunque avere a che fare coi destini particolari e con le speranze segrete di ognuno, solo visti da un’altra prospettiva.

Io vorrei non dovermi più vergognare, come capita sempre più spesso, di pensarmi un essere umano, di vedere i miei fratelli morti ammazzati nelle carrette del mare del Mediterraneo o nelle ennesime “operazioni chirurgiche” dei bombardamenti terroristi perpetrati su Gaza, dove gli altri miei fratelli israeliani si sprecano in carneficine poiché provocati in quanto detentori del diritto dei giusti.

Ecco, io vorrei davvero poter comprendere questo diritto stragista, che continua a mietere ogni giorno centinaia di palestinesi, uomini e donne, vecchi e bambini, civili e combattenti, vigliacchi questi ultimi, a dire dei miei fratelli israeliani, perché si nascondono tra la popolazione civile, malvagi e colpevoli come solo i terroristi possono essere, quei terroristi che lanciano centinaia di missili che però non vanno quasi mai a segno, se non forse per sbaglio. Vorrei poter andare a dormire serenamente, col cuore in pace perché libero da questi affanni, libero dal pensiero delle carneficine. Vorrei, prima che sia troppo tardi, fare serenamente all’amore, ma qui mi accorgo di tornare a quel sonetto di Dante. Forse si, anche io vorrei più “incantamento”, per il mondo e per me.

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L’erba vorrei. Lea Melandri

Vorrei. Dell' "erba voglio" si dice proverbialmente che non cresce neppure nel giardino de re. Eppure c'è stato un tempo, una stagione "breve, intensa ed esclusiva", in cui è comparsa nei luoghi più impensati: dalla scuola alle fabbriche, agli interni di famiglia. Tra gli anni '60 e '70, nella fase di massima espansione della società dei consumi, che prometteva cibo in cambio di una dipendenza incondizionata, due "soggetti" tenuti per secoli ai margini della storia - i giovani e le donne - hanno dato prova di una straordinaria "creatività generativa", destinata a cambiare il volto della politica e dell'idea stessa di rivoluzione.

Con loro hanno fatto ingresso nella polis le categorie del "desiderio" e della "felicità", guardate con sospetto dalla sinistra parlamentare ed extraparlamentare perché ritenute meno materialistiche di quella del bisogno, e hanno aperto prospettive inedite al "tragico" dualismo che ha diviso e contrapposto privato e pubblico, individuo e società, natura e cultura, destino del maschio e della femmina. Elvio Fachinelli, originale interprete del '68, in un articolo uscito sui Quaderni piacentini nel febbraio dello stesso anno, così definiva il "desiderio dissidente": una "diversa logica di comportamento rispetto al reale e al possibile, contrapposta alla logica del soddisfacimento dei bisogni fino allora dominante".

Il desiderio e la dissidenza oggi sembrano essersi inabissati nella bocca vorace di una civiltà che, pur dando segni di visibile decadenza, macina ogni segnale di cambiamento, ogni forma nuova di socializzazione, ogni sapere che non sia funzionale alla sua conservazione. Il venir meno dei confini tra vita e politica, anziché portare all'evidenza i nessi, che ci sono sempre stati, tra due poli astrattamente divisi dell'esperienza umana, sembra aver prodotto un amalgama difficile da districare, ma proprio per questo destinato a muovere resistenze, prese di distanza individuali e collettive.

A lasciare aperta la speranza è ancora una volta la lettura che Fachinelli fece dell' "utopia" di Walter Benjamin: "esigenze radicali", di cui si può dire che rappresentino in un particolare momento storico il "possibile attualmente impossibile", e che per questa stessa ragione si ripropongono nel tempo a venire, chiedendo risposte e soluzioni. Che la crisi economica sia anche la crisi di un modello di sviluppo e di una civiltà che ha avuto come protagonista unico il sesso maschile, che la sessualità sia parte essenziale non riconosciuta della vita pubblica, dei suoi poteri, della sue istituzioni, dei suoi linguaggi, sono acquisizioni oggi presenti nelle coscienze di uomini e donne, più di quanto la generazione del '68 potesse immaginare. Il "primum vivere", che viene dalle teorie e pratiche originali del femminismo, trova paradossalmente nell'orizzonte chiuso di chi dice di non avere futuro, la sua spinta più forte e più convincente.

Chi ha seguito un'altra logica, un altro ritmo, non può fallire e scomparire per sempre. Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a "passaggi meccanici". Il rimando reciproco non è quello di causa-effetto e del discorso lineare, ma dei movimenti improvvisi, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della "ripresa" aperta a nuove, impensate soluzioni. Non resta che sperare che la logica del desiderio, come la "passione" di Marx, la spinta ad autorealizzarsi da parte dell'uomo, lavori sotterraneamente, da vecchia talpa, e torni a sorprenderci, quando meno ce lo aspettiamo.

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