L’erba vorrei. Federico Campagna

Vorrei che mia madre potesse vedermi disse Theo senza dover cercare una telecamera in cui guardare. Il mobilio e i muri stessi di Reality Station erano fatti di materia trasmettente, come l’interno di un enorme occhio di mosca.

Molto tempo prima – se di tempo si poteva ancora parlare – gli antenati di Theo erano sbarcati su questo pianetino a distanza ultrasiderale dalla Terra in cerca di altre forme di vita. Così avevano fatto in quello stesso momento anche gli antenati dell’attuale coinquilino di Theo, provenienti da un’altra galassia. Entrambe le spedizioni sapevano di essere in una missione senza ritorno, ma l’insperato evento dell’Incontro per eccellenza in quella terra di mezzo aveva convito ambo i gruppi che il loro sacrificio non fosse stato vano. I convenevoli del caso erano avvenuti con voce rotta per l’emozione ed erano stati ritrasmessi alle rispettive stazioni riceventi con il gracchio consueto delle comunicazioni spaziali.

Troppo lontani per poter tornare a casa, gli ambasciatori delle due galassie erano rimasti a lungo a discutere delle rispettive patrie, con una precisione scientifica venata dalla nostalgia dei naufraghi. Si erano fatti ritratti e interviste a vicenda, che avevano spedito alle rispettive stazioni di controllo insieme a valanghe di dati biologici, fisici e astronomici. Ma tutto era rimasto ristretto al piano della rappresentazione. Il pianeta su cui presto sarebbe sorta Reality Station era il punto intermedio tra le due galassie, e il più distante a cui gli abitanti di ciascuna potesse spingersi. Una volta arrivati, ai residenti restavano scampoli di tempo prima che le condizioni di vita nello spazio rendessero compiutamente ultraterrena la loro esistenza. La trasmissione di immagini e suoni restava l’unica possibilità di ritorno.

Dopo le prime missioni gli scienziati di entrambi i mondi avevano iniziato a mostrarsi restii a sacrificare altri colleghi e avevano proposto la sostituzione degli esploratori in carne e ossa con autonomi telecomandati. Ma gli affari sono affari, a prescindere dalla stella attorno a cui essi girano. Imprenditori di un mondo e dell’altro, in cosmica joint venture, trovarono il modo di resuscitare la missione – e di aprirla al grande pubblico. Da un mondo e dall’altro erano giunti distaccamenti di stagisti – più economici dei robot – per conto delle principali reti di telecomunicazioni. La stazione spaziale era stata così dotata di tutti i comfort intermondani e rivestita integralmente di pellicole trasmettenti in alta definizione. Nel frattempo, lunghe file si erano andate formando di fronte alle agenzie di casting, sotto la luce casalinga dei rispettivi soli.

Anche nella sua versione intergalattica il capitalismo spettacolare ispira masse di crociati, e gli aspiranti partecipanti a Reality Station si erano sfidati a colpi di audizioni per il privilegio di morire in diretta cosmica. Theo era stato scelto per rappresentare il proprio pianeta nell’edizione di quest’anno e così era stato il suo coinquilino, nella propria lontana galassia. Vorrei che mia madre fosse qui al mio posto, rispose il coinquilino, ingoiando una pillola per rallentare lo sfaldamento organico. Per tutta la vita aveva cercato di farsi un nome, di diventare qualcuno. Sarebbe stata così bella sullo schermo.

L’erba vorrei. Valentina Valentini

Vorrei che il conformismo intellettuale, trovasse vigili avvistatori pronti a denunciarlo. Vorrei che la memoria corta non lasciasse a secco le radici dell’albero del fare civile. Vorrei che le persone che ricoprono ruoli istituzionali non parlassero di emozioni e della loro infanzia.

Vorrei che ciascuno avesse un obiettivo per cui impegnarsi. Vorrei che le generazioni più giovani non fossero obbligate a lasciare l’Italia perché respinti. Vorrei che non si ostentasse un ottimismo euforico ma neanche un’amarezza demolitrice. Vorrei che non fosse diffusa la sensazione di impotenza. Vorrei non deludere chi ha energia e sguardo prospettico. Vorrei non chiamare Progetto Quadriennale un cartellone di spettacoli.

Vorrei che i giovani non rinunciassero di aspirare alla bellezza e che si prestasse ascolto alle esortazioni di Peter Handke: “Non fatevi mettere in testa che noi saremmo gli esseri sterili e devitalizzati di un’epoca tarda e finale”. Vorrei che i senza illusioni non avessero la meglio.

L’erba vorrei. Christian Caliandro

Vorrei che l’Italia smettesse, finalmente, di sprofondare. Vorrei che le persone non fossero così deboli e tristi – che ritrovassero la dignità. Attorno a me continuo a vedere persone che, ognuna nel suo campo specifico e nel proprio contesto di riferimento, conducono una lotta molto dura in condizioni impervie.

La maggior parte sta al massimo a galla, resistendo per il momento agli urti: quelli che sono stati e sono in grado di costruirsi una parvenza di ‘carriera’, lo fanno in realtà accettando tutta intera la situazione data e i suoi presupposti. L’ingiustizia di tutto questo. Vorrei che si costruissero le condizioni per un minimo addestramento collettivo a resistere a questa ingiustizia, a orientare la propria esistenza verso il rifiuto di queste regole nuovissime eppure così antiche.

Vorrei vedere film italiani potenti e meravigliosi e terribili. Vorrei vedere opere d’arte italiane maleducate e spericolate e selvagge. Vorrei leggere altri libri italiani come quelli che sto leggendo. “Mi sento ponte ideale; attraverso me, due mondi in successione e in contrasto comunicano ancora” (Guido Morselli, Roma senza papa, Adelphi 1974).

Vorrei che l’obiettivo non fosse più solo quello di sopravvivere. Di cavarsela. Di tirare a campare. Perché in questo modo è semplicemente impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza. Il cambiamento, il futuro, va scavato nel presente.

Vorrei che l’Italia interrompesse e infrangesse questa finzione nociva di cambiamento. Per resistere all’onda di sdegno e disgusto che monta e che ogni volta viene negata e ricacciata indietro, infatti, è stata addirittura allestita una “rivolta generazionale” che annulla il senso stesso della rivolta, una rivolta che rifiuta ogni forma di conflitto e di opposizione e di critica dell’esistente perché né è la conferma precisa e l’ultima validazione – e che altro non è se non una sostituzione su base anagrafica di figure e figurine nello schema, nella commedia, nella scena. Una simulazione, una “mascherata” basata sulla rimozione sistematica di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati.

Vorrei assistere allo spezzarsi di questa rimozione. Di questo gelo. La finzione muta, cambia pelle, aspetto. Ma gli italiani rimangono patologicamente affezionati ad essa: tutta intera la struttura psichica del Paese si agita, respira, opera attraverso e dentro questa finzione. Vorrei che il discorso critico e autocritico diventasse un’opzione vera, reale.

Vorrei che affrontare, esperire, gustare e godere persino l’amarezza e la gloria del fallimento fosse una possibilità praticabile a livello diffuso. Vorrei vedere un’intera nazione installarsi nella condizione ulteriore. “Qualità: sapere cosa è buono, cosa non lo è, e perché” (Ian McDonald, Forbici vince carta vince pietra, Bantam Spectra 1994). Vorrei che tornassimo, finalmente, tutti a casa: è ora di tornare a casa.

 

L’erba vorrei. Toni Negri

Vorrei...  mi suona male. Non riesco quasi a dirlo. Vorrei... e resti lì fermo come davanti ad un semaforo rosso in una strada dove non ci sono auto. Incerto, vuoto di propositi. Vorrei...  mi suona assurdo. Perché? Vorrei un gelato, non è assurdo... basta che esca di casa, c'è una buona gelateria a venti metri. Ma il gelato ora non lo voglio.

E poi, in quel «vorrei» del quale mi chiedono di parlare c'è un inganno – ne sono certo – infatti, nell'esempio che ho fatto, vorrei non risuona come quel «vorrei» che mi chiedono di sviluppare. «Vorrei» – la questione è che cosa vorresti davvero, scherzando o facendo sul serio. Quale voglia fugace oppure desiderio impossibile? Alla voglietta segue un «l'erba voglio nasce solo nel giardino del re», all'utopia segue un vigoroso, violento «non c'è alternativa». Trattieniti, allora... non sarà che dietro a questo «vorrei» ci sia – come preavviso di non riuscita – un invito appunto a trattenersi? Un piccolo volgare gusto dell'infame arte del Katéchon?

Cambia rima, Toni. Ci provo. Vorrei che domani fosse una bella giornata. «Vorrei», allora, eguale a «spero»? Che guaio – mi mette tristezza pensare che, malgrado il mio vorrei, domani il giorno potrebbe essere più uggioso ed umido d'oggi. E, allora, sperare che sia secco e fresco (come piace ai miei polmoni) è comunque propormi cosa dubbia, mettermi dentro un'inconstanza che, di cattivo umore come sono, me lo rinnova. Sperare è giocare il Totocalcio ed io non ho mai vinto una scommessa. Detesto i casinò, azzardi e scommesse. «Vorrei» lo può dire solo un giocatore, gli par d'esistere solo se vince. «... Col denaro vinto diventerei anche per voi un uomo», recita il giocatore dostoievskiano alla nobile fanciulla che lo tiene a distanza. «Vorrei», diventerei: questo condizionale è troppo condizionato da poter esser usato. Quanto è diverso da «voglio».

Voglio non è il presente di vorrei, è un altro tempo, un'altra potenza. Ma, Toni, fai la vittima, ripeti un malinconico refrain! Non è vero. Quella differenza di voglio da «vorrei» è sostanziale. Se declini «vorrei», «vorremmo» non ti togli dalla condizionatezza; se dici voglio, vogliamo, ti nasce invece dentro un sentimento di forza che ti permette di desiderare senza il timore – o piuttosto la certezza – che ti farai male. Un vecchio amico diceva: «Vogliamo tutto». Era matto? Lo sarebbe stato se avesse detto: «Vorremmo tutto». In quel caso, tutto, era il potere e la ricchezza: ma siete proprio invidiosi – avrebbero replicato i padroni. Con «vogliamo tutto», invece, ci siamo andati maledettamente vicini a quel goal che desideravamo. E se non abbiamo vinto gliene abbiamo comunque date tante, proprio a quelli che il potere fingono di non possederlo, ma lo tengono stretto – e ci incitano a desiderarlo esprimendo una serie di «vorrei» che mai si realizzano.

Voglio un gelato e vado dal gelataio qui a lato, venti metri... sto leccando il mio cono in una giornata che più sciroccosa non ce n'è. Mi viene in mente un «vorrei» finalmente non disgustoso: vorrei una sorpresa, vorrei avere l'impressione di «vivere per caso», di far parte anch'io – come dice il filosofo – di «quella natura che non fa salti ma talora fa un unico salto – che è un salto di gioia». Vorrei capitombolare in un mondo dove si può, costantemente, vivere, costruire ed immaginare cose gioiose. Dove tutti possano farlo, per caso.

 

L’erba vorrei. Angelo Guglielmi

Io vorrei... no, non mi fregate non mi costringerete a dire che vorrei un mondo migliore – il mondo non è mai stato migliore. Che vorrei un mondo più giusto – il mondo non è mai stato giusto. Un mondo più tollerante – non è un desiderio onesto. Un mondo meno funesto – sì, potrebbe essere un desiderio ma non è risolutivo.

E allora, una volta scartato l’intero armamentario retorico delle idealità, dichiaro che vorrei un mondo più attivamente critico. Ma che significa? Intanto per mondo intendo gli individui che vi abitano e in particolare per sfuggire alla genericità gli italiani. Tutti? No, ma almeno quelli che dicono di fare della critica mestiere.

Vorrei che non si intendesse la critica come espressione di lamentele, di denunce (magari giuste), di accuse anche fondate, di scontri e di insulti reciproci (e inconcludenti): importante è fissarsi in una postura rigidamente critica e lì fermarsi, essenziale quando il campo davanti non offre alternative tollerabili o sono risibili.

Io vorrei la critica come rivolta, ma so che per la rivolta non basta il sangue caldo e ci vogliono le idee (che non siamo capaci di produrre confondendole con le idealità). Ma so anche che ogni rivolta tollera (anzi sempre comporta) un certo grado di irrazionalità, di azzardo, di consapevolezza cieca che ottimisticamente conta sulla volontà (e quel tanto di buono che sempre dietro di essa si nasconde).

Dunque la critica come ostinazione, come urgenza cui non è possibile sottrarsi, come ricerca di un mutamento non assolutamente rinviabile, come riconquista della responsabilità. E i grandi rischi cui una scelta del genere ci esporrebbe? (non angariatemi con sospetti di terrorismo, fascismo o quant’altro di buio la ferma intenzionalità della contestazione comporta).

Certo non abbiamo idee nuove (dal liberismo non ci può salvare la decrescita – almeno io non credo), ma siamo sostenuti da una grande cultura che a parte alcuni smarrimenti novecenteschi (che peraltro vanno singolarmente considerati sfuggendo alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio) ha una forza costruita in secoli (anzi in millenni) di creatività di pensiero e di opere tanto da non negarci suggerimenti e sostegno, e comunque da rappresentare un argine sufficientemente robusto a contenere inauspicabili derive.

E poi non c’è rivolta, anche se quella qui evocata è tutt’altra cosa dalle grandi rivoluzioni innescate da violenti movimenti del pensiero – per intenderci la rivoluzione francese dell’89 (di due secoli fa) o più in piccolo l’insurrezione del ’68 del secolo scorso – che come queste non si compia attraverso errori, decisioni ingiuste, scelte non condivise e, in buona sostanza, danni (reali) che tuttavia hanno di fronte tutto il tempo per essere corretti, o comunque per dimostrare i buoni motivi (ed effetti) che li hanno determinati.

Dunque io vorrei uno scotimento rivoltoso dell’attuale situazione (sociale politica culturale) che ci tiene prigionieri (all’apparenza “fine vita” come per gli ergastolani) pur non avendo altre armi che la certezza della sua (innegabile) insostenibilità… e già sento arrivare furiose accuse di faciloneria, avventurismo e di irresponsabilità. Ma calma, calma: a me è stato chiesto di esprimere un desiderio che notoriamente sfugge a ogni logica e io posso anche desiderare di andare in paradiso (e non importa che non esista).

 

L’erba vorrei. Cristina Morini

«Vorrei andarmene, adesso. Vorrei uscire da questa torre, dal palazzo, si capisce. Qui, chiusi a soffocare, a sopravvivere a noi stessi, ripiegati sulla noia, a fare tutti i giorni una cosa che non ha senso e non può piacere.

Staccarsi, invece, riconoscendo i disagi e i moti che ne conseguono sia nel senso della fuga che in quello della resistenza. Superare d'uno balzo gli scogli organizzativi, mettendo in luce altri desideri. Rifiutare la logica produttiva per ritrovare se stessi, dando il massimo valore ai momenti improduttivi».

Una cosa dimenticata, rimossa, è la possibilità di lasciare un lavoro. Vorrei ripristinarla. Lavori tristi e deprimenti, inutili ma da tenere da conto, curati, vezzeggiati e tirati a lucido come fossero straordinarie occasioni. Si lavora per pochi soldi, tra pagamenti rimandati e miseri, spesso addirittura inesistenti. Eppure si ringrazia perché pare sempre che il discrimine stia tra l'avere un lavoro ed essere schiavi, oppure l'essere liberi e morire di fame. Va abbandonata questa idea, affinché possa emergere una soggettivazione.

Va abbandonata la paura di lasciarsi tutto alle spalle, ripudiando gli anni consumati nella paura, nella consuetudine e nell'eterno apprendistato, inventando un altro modo di essere. Solo a queste condizioni si potrà trasformare un linguaggio da maschera alienata, imposto da una precarietà disumanizzante che ci allontana gli uni dagli altri, in offerta di dialogo indirizzata all'autenticità e alla riscoperta dell'essenza, che spinge verso i simili, che cerca costantemente la coalizione e favorisce la rivolta.

Riprendo le parole di Maurizio Lazzarato, allora: “La rottura soggettiva espressa dal rifiuto del lavoro resta imprescindibile per l’azione politica” e “la pretesa di fondare una nuova politica non può prescindere da uno scontro con il capitalismo e le sue leggi”. Perciò, vorrei che imparassimo a rifiutare di “essere assegnati a una funzione, a uno ruolo a un’identità prefissati dentro e tramite la divisione sociale del lavoro. Un operaio, un artista o un lavoratore cognitivo sono esattamente la stessa cosa: delle assegnazioni”. E rifletto, e invito a riflettere, su quanto scrive Jason Read e cioè su come assurdamente “lottiamo per la nostra servitù come fosse la nostra salvezza”.

Drammaticamente, in fondo a noi stessi, continuiamo, contro ogni evidenza, a ritenere che l’attuale sistema economico finirà per cambiare opinione, ci ricompenserà per i nostri sforzi. Va fatta maturare la tensione contraria, facendo spazio a una nuova radicalità che rifiuta le regole del capitale umano e rigetta un obbligo a lavorare per esistere che ci regala solo asservimento, povertà e ineguaglianza. Così, alla fine, sono uscita. Oggi c'è il sole, provo un po' di timore indistinto del domani. Ma mi avventuro verso questa nuova dimensione, fuori dal lavoro, come fossi un'adolescente, con vera passione.

L’erba vorrei. Franco La Cecla

Vorrei... che l'Italia si accorgesse finalmente di possedere una grandissima risorsa, oggi nascosta tra i centri orribili di accoglienza, negli hotel di seconda mano, in interi paesi e per le strade e sotto i ponti. Una risorsa costituita da centinaia di migliaia di giovani immigrati uomini e donne che per arrivare in Italia hanno non solo rischiato la pelle, ma vissuto una delle esperienze più dure di diaspora ed esodo che l'umanità possa ricordare.

A questi che sono tra noi l'Italia dedica tutte le sue forze di clandestinità. Dopo averli salvati dal mare o lasciati annegare, dopo averli accolti o respinti non sa che farsene. Letteralmente, non sa. Sono una zavorra imbarazzante per cui arrabbiarsi con la signora Merkel o con il signor Cameron. E prima spariscono e meglio è. A loro l'Italia non riesce a dare nessuna collocazione, non ha ruoli da offrire e può solo costringerli ad una illegalità dovuta al doppio vincolo del rifugiato che in quanto tale non può lavorare o del clandestino che in quanto tale non ha diritti.

Ovviamente tutta questa forza viene regalata, come ha recentemente dimostrato un bel libro di Andrea Staid, I dannati della metropoli (Milieu 2014), ad ingrossare le fila della illegalità, viene regalata a mafia, camorra e 'ndrangheta. Palermo, la città in cui vivo, è presidiata marciapiede per marciapiede da una armata di immigrati che vengono sfruttati direttamente come posteggiatori dalle famiglie mafiose. Che ovviamente sanno cosa farsene degli immigrati.

In un paese come l'Italia ricco di istituzioni, associazioni con storie secolari come l'Arci o le Cooperative possibile che nessuno riesca a inventarsi un sistema per "utilizzare" legalmente questa nuova forza? E si badi bene che l'ingresso nella legalità degli immigrati creerebbe lavoro e commerci, formerebbe un settore nuovo di rapporti con i paesi da cui questi immigrati provengono, offrirebbe risorse ed occasioni inaudite anche ai disoccupati italiani. Ai quali potrebbe essere dato il compito di inventare un nuovo business legato all'immigrazione. Ma invece in un paese avvilito da un secolo di assistenzialismo ecclesiastico e di sinistra forse tutto questo è impensabile, e non rimane che ripetere vorrei...