L’erba vorrei. Lelio Demichelis

Vorrei. Vorrei essere ciò che immagino di poter essere. Di voler essere. Di poter essere perché vorrei esserlo. Perché ho il desiderio di esserlo. E vorrei che gli altri mi riconoscessero questo diritto di essere me stesso; il diritto in-disponibile, in-aggirabile di poter essere come vorrei essere – di conoscere me stesso per provare ad essere me stesso.

Anch’io ovviamente accettando e riconoscendo (è la parte necessariamente complementare al mio personalissimo vorrei) di rispettare il vorrei essere degli altri, liberi come me di voler/poter essere ciò che vorrebbero essere. O almeno di provarci, perché se conoscere davvero se stessi è forse impossibile, provarci è invece importante, così come importante non è (lo è anche, ma non solo) la meta del viaggio, quanto il viaggio in sé – soprattutto se interiore, che chiede di non essere solo turisti di se stessi quanto esploratori di se stessi. E quindi del mondo. Rispettandolo.

È dunque una sorta di vorrei personale che vorrebbe però diventare un vorrei collettivo. Di tutti e per tutti. Ma liberamente. Senza imporre alcun vorrei – e meno che meno un voglio! - lasciando liberi molti vorrei di poter essere davvero. Dunque, libero/i di esprimere un autentico vorrei. Perché il poter essere (cioè il concetto di possibilità, che deriva da quello di potere) ha in premessa un voler essere. Senza più qualcuno o qualcosa (il mercato, la pubblicità, un leader politico o peggio populista, la rete) che dica come dover essere.

Un dover essere imposto dal sistema (lavoratore, precario, spettatore, nodo della rete, amico su Facebook, cinguettare invece di parlare), ma mai un poter essere se stessi, troppo pericoloso per l’ordine costituito.

Per questo, il vorrei chiede un voglio, una deliberazione, una volontà personale che rivendichi la possibilità di essere. Ma presuppone anche la disponibilità degli strumenti (la conoscenza, anche quella considerata inutile; il tempo; lo spazio), per poter essere ciò che si vorrebbe essere. Sempre consapevoli che il voglio (non quello egoistico e violento, ma quello delle decisioni, della responsabilità e soprattutto dell’utopia) e che consegue al vorrei può restare un semplice vorrei (come le utopie), un realizzarsi parziale o imperfetto, ma con la felicità e la responsabilità di averci provato.

Di avere provato a desiderare qualcosa di personale e non ciò che altri fanno incessantemente desiderare perché tutto cambi solo apparentemente (l’offerta eteronoma di desideri, di merci o di app), affinché nulla cambi davvero (il mercato, la rete, l’oligarchia, l’indifferenza, eccetera). Vorrei. Vorrei il potere di volere; la capacità di volere - a sua volta premessa della possibilità di volere.

D’accordo, questo può sembrare un lungo e noioso e forse pedante/pedagogico gioco di parole: vorrei, dunque posso. Ma qui passa la differenza (sostanziale) tra possibilità e impossibilità, tra autonomia (vorrei) ed eteronomia (devi fare). Dunque: io vorrei.

* Con questo ultimo vorrei si conclude la rubrica estiva di alfabeta2.

L’erba vorrei. Antonio Wild

Vorrei assalire un galeone spagnolo, inglese o francese, abbordarlo di sorpresa al grido di omnia sunt communia! Vorrei andare e tornare dalla Tortuga con i miei fratelli della filibusta e con i fratelli della costa dividere equamente il bottino. Depredare senza chiedere il permesso.

Oppure fuggire ad Algeri, come i corsari rinnegati, e di lì partire con gli sciabecchi, attraversare il mediterraneo spiegando le vele del comune per intercettare il vento del cambiamento. Vorrei organizzare l'assalto al treno, galoppando a cavallo s'intende, tutti insieme, torme spericolate di compagni d'avventura.

Vorrei svaligiare la banca nazionale di Mesa verde, e col malloppo, tutto quanto, non comprare pane, ma comprare dinamite! Come nel film di Peckinpah vorrei tornare con gli amici a salvare chi è caduto tra le grinfie di Mapache, ma stavolta tutti salvi, ce ne andremo tutti insieme, che nessuno inciampi, nessuno rimanga indietro. Vorrei come zorro infilzare tutti i comandanti della Guardie Nazionali e i soldati delle truppe d'occupazione, che Bernardo il muto ritrovasse la parola. Che ritrovassero la parola tutti e subito i balbuzienti e gli umili, che allora smetteranno di alzarsi in piedi quando entri.

Come nella Repubblica Romana del 1849 vorrei resistere all'Europa legittimista e controrivoluzionaria, ovvero quella dell'austerity e del neoliberismo, e come nella Comune di Parigi sparare sugli orologi che battono il tempo senza amore del ricatto, scandito dalla disciplina del lavoro precario e sottopagato.

Vorrei che dappertutto, piantate poche monete, crescessero alberi colmi di zecchini d'oro, che lo stato fosse sempre e solo un participio passato, e come i nomadi dell'Orda d'Oro vorrei cavalcare sulle linee di fuga del desiderio. Vorrei che colassero a picco tutti quelli che tentano di insidiare la nostra felicità e che nessuno dormisse più tra le sbarre, costretto a girare in tondo, senza sentir canzoni, senza vedere il mondo.

Vorrei saper combattere come Bruce Lee e Mohammed Alì, leggero come una farfalla e pungente come un'ape, giocare a calcio su un campetto di terra battuta, e dopo aver scartato anche l'ultimo avversario continuare a correre, perché quello, proprio quello, è l'élan vital che ci spinge tutti avanti. Voglio che ci riprendiamo tutto, tutto quello che è nostro e salpare. Ora, non domani o dopodomani. Salpare ora, perché il tempo dell'attesa è finito.

L’erba vorrei. Andrea Fiore

Vorrei che esistesse una franchezza senza retorica. Una di quelle che rende sinceramente apprezzabile anche il peggior dei nemici e che spazza via i sepolcri imbiancati della politica. Mi piacerebbe pensare, almeno per una volta, che il futuro non debba affidarsi ad un curioso revival della Provvidenza manzoniana e che nella vita ci sia spazio anche per qualche certezza, nonostante l’interminabile deserto di precarietà.

Mi piacerebbe riuscire ad abbandonare la quotidiana trasformazione in Demodoco di me stesso, senza preoccuparmi troppo del futuro. Questo implicherebbe l’esistenza di un Paese civile, in cui lo Stato si prende cura della dignità di ogni cittadino, custodendola come un bene prezioso. Il mio desiderio è di vivere una giornata incredibilmente ordinaria, priva di slanci eccessivi e di troppe pretese, nella quale però è possibile avvertire il profumo di alcuni valori per i quali oggi abbiamo perso il naso. Provo ad immaginarla.

È domani. Mi sveglio di prima mattina senza troppe preoccupazioni. Entro nel solito bar a pochi metri da casa. Qui si avvera il mio primo desiderio: quello di non incappare in uno quei giornali molesti che mi rifilano la prima amarezza quotidiana con il solito articolo a sostegno di ridicole elucubrazioni del politico di turno.

Vorrei non sorprendermi nello scorgere bagliori di onestà tra le righe delle dichiarazioni di quei piazzisti che oggi chiamano politici e sarei felice se la cultura non fosse percepita come una fastidiosa bega (neppure un pericolo!) da debellare come le zanzare d’estate. Quando si pensa a cose simili, generalmente, si finisce cornuti e mazziati da un sistema che non prova indignazione nell’ascolto di un “intervento parlamentare” di Razzi e che non si disgusta ad affidarsi a criminali che esaminano le problematiche nazionali con la stessa perizia con la quale si valuterebbe una nomination del Grande Fratello.

Una fantasia che nella sua semplicità mi pare quasi offenda le reali priorità delle questioni sociali. Forse un po’ di questo me ne vergogno, ma, in fondo, è il mio desiderio, quindi, almeno oggi, non voglio curarmi delle perplessità altrui. Vorrei che non si parlasse più di rispetto per i lavoratori, perché sarebbe insulso anche solo pensarci; invece ci ritroviamo a fare i conti con uno Stato che ha istituzionalizzato la precarietà elevandola ad una dimensione esistenziale.

Infine il più segreto e recondito dei miei sogni: riscoprirmi angelo sterminatore; si, proprio quello dell’Esodo. Il sangue di agnello sugli stipiti delle porte non garantirebbe la serenità ai politici ed ai dispensatori di false speranze. Perdonate la mia franchezza, ma, come scriveva Renato Guttuso in una lettera a Giorgio Morandi, fa parte del rispetto.

 

L’erba vorrei. Lidia Riviello

Vorrei andare a Saint Tropez, ma al Corviale si parla di Poetitaly come dell’unico festival di poesia su cui stiano investendo mercati immobiliari e una scoperta sorgente d’acqua minerale con proprietà profilattiche e terapeutiche. Molte agenzie di monolocali generici hanno chiesto di figurare come sponsor. Vedremo, se si farà in tempo. Sceneggiature per film, invece no, meno che mai adattamenti. Abbiamo chiesto ai registi interessati di guardare ai poeti come si guarda al frullatore di fragole, alla memorabilia cinematografica, all’abbandono del limes, non come si guarda ad attori.

Pittori e operai in tute massaua, lavorano con tutti i colori messi a disposizione dal territorio, dal Corviale, direttamente dove poi accadono i fatti, fatti che qui chiamano letture di poesie. Uscendo dalle colorerie appena aperte e già molto operose, alcuni hanno scoperto il reale valore del color magenta dopo anni di censure. In piena crisi di utilizzo e di luce, il turchese sembra qui l’unico colore adatto e gentile per la scena dei poeti.

Non dovrebbero passare elicotteri della polizia, perché l’azione dei poeti vista dall’alto è vaga, e non possiamo badare anche alla scintilla del poeta nascosto. Dunque, se scenderanno a terra, i poliziotti, saranno accolti a patto di non fare domande sugli spostamenti dei poeti prima e dopo le letture.

Flash back
Nel giugno 1979 sulla spiaggia di Castelporziano accade qualcosa di imprevisto e di mai sperimentato negli ambienti e nei luoghi tradizionali della poesia. Un festival internazionale, tra l’happening e la kermesse, dilata l’esperienza della fruizione nello spazio e nel tempo e sulla spiaggia del litorale laziale, pubblico e poesia si incontrano fisicamente in quella che sarebbe rimasta nella memoria collettiva, come la Woodstock dei poeti.

A Poetitaly oggi c’è la registrazione del dominio per tutti i poeti. Il tempo massimo per ogni lettura sarà di cinque minuti e nella cavea dominerà un colore tra il giallo e lo zafferano, quest’ultimo quasi scomparso dai cataloghi per cibi in busta. Forse sarà uno speaker system a trasformare la voce dei poeti in howl. Ecco sfilare le ritenzioni liriche, le banalità del mare, i paradigmi a lunga conservazione, le commercializzazioni di eternità, contrattate con cura. Tentativi di sfuggire alla partecipazione al festival di alcuni poeti sono stati sventati, mentre dal pubblico non ci aspettiamo nessuna fellonia.

Vorrei vedere nel pubblico, una pantera a pois, gioiosamente avvinta nell’ingranaggio di una lingua, che spinga senza pause estive, verso il lato politico, comico, e rimosso dei mondi.

POETITALY
Corviale 5-6-7 Settembre

In tre serate, a partire dalle ore 19.00, nella cavea esterna/anfiteatro di Corviale, si incontreranno molti poeti di varie generazioni, tendenze e controtendenze rappresentative della nostra attuale identità poetica, dai lirici ai postneoavanguardisti, dai testuali ai performer, dai classici viventi ai rapper, dai popolari ai procedurali, fino a un esperimento di poesia virtuale live. A trentacinque anni dall’evento cataclismatico di Castelporziano e a venti dal Festival dei poeti di Ostia antica, un inedito incontro tra la Poesia e il Luogo, resi entrambi protagonisti. Qui tutte le info e il programma completo.

L’erba vorrei. Ilaria Bussoni

Vorrei che il neoliberismo non avesse colonizzato gli affetti, istillato la paura, consolidato il cinismo. Vorrei che il neoliberismo non avesse moltiplicato piccole e orride identità proprietarie. Ringhiose e bavose a difendere recinti di autoreclusione da esse stesse costruiti.

Vorrei che il neoliberismo non avesse scatenato la guerra tra i cervelli (forse per questo quegli altri barbuti li tagliano). Vorrei che il neoliberismo non avesse accecato gli sguardi, ottuso i sensi, domesticato i gusti. Vorrei che il neoliberismo non avesse insediato relazioni sociali sguaiate e cagnesche in agguato di qualunque occasione comunicativa per esplodere nel livore, con buona pace per Habermas. Vorrei che il neoliberismo non avesse diffuso paranoia e pornografia.

Che non avesse distribuito a ciascuno regoli portatili per misurare la lunghezza del proprio fallimento. O altrettante aura made in China da portare con fierezza sul mercato della creatività individuata. Vorrei che il neoliberismo non avesse prolungato per altri trent’anni gli anni Ottanta. Che non avesse fatto fermentare la bevanda mondiale del risentimento.

Vorrei che il neoliberismo non avesse creato mille e più mille servitù dentro le quali ci infiliamo ogni giorno valutandole sullo scacchiere delle buone occasioni. Vorrei che non fosse riuscito nell’intento di farci servi pur di fare ciò che si ama. Vorrei che non avesse moltiplicato le discipline mentre introiettavamo il controllo.

Vorrei che il neoliberismo non avesse invaso la vita, che non dilagasse dentro il letto tra gli amanti. Vorrei che non fosse riuscito a dare un valore a qualunque gesto. Vorrei che il neoliberismo non avesse trasformato i corpi in capitale umano. Che non fosse riuscito a tappare con merce avariata qualunque beanza.

Vorrei che non avesse allestito ariotiche architetture dello spettacolo dissimulandone le fondamenta nella merda e nel sangue di Santiago del Cile. Vorrei che non ci avesse familiarizzato con il disgusto, con il vino che sa di discount anche quando ha un bella etichetta. Che non avesse avvelenato e contaminato, convincendo che non c’è più di che nutrirsi o nutrire la vita a venire. Vorrei che non fosse riuscito a far credere che la cultura è da esso un’altra cosa.

Quindi vorrei che il neoliberismo abolisse la libertà, quella nostra libertà che ogni giorno prende la forma di un tribunale interiore delle scelte giuste e sbagliate, degli errori commessi o scampati, che diventeranno debito e colpa da pagare per sempre, oppure sollievo per avercela fatta. Vorrei che il neoliberismo abolisse il desiderio, per cessare di credere che la sua frustrazione dipende da noi.

Vorrei che il neoliberismo abolisse l’amore per il lavoro. Che ci obbligasse a lavorare solo se il lavoro fa davvero schifo, così smetteremmo di lavorare da schifo in cambio dell’amore che avremmo per farlo. Vorrei che abolisse le nostre virtù, le nostre facoltà aperte e inesauribili, così da non dover rassegnarci allo sperpero o passare la vita a investirle.

Vorrei abolisse il possibile, perché non si insedi il rancore verso ciò che non è stato. Oppure, vorrei che cominciasse lo sciopero umano. Merci Claire Fontaine.

Credits biblio/filmografici:

Laurent Cantet, Retour à Ithaque (2014)
Saverio Costanzo, Hungry Hearts (2014)
Claire Fontaine, Human Strike Has Already Begun & Other Writings (2013)
Pablo Larraín, Tony Manero (2008)
Maurizio Lazzarato, Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro (2014)
Franco Maresco, Belluscone. Una storia siciliana (2014)
Lars von Trier, Numphomanyac (long version), vol. 1 (2014)

 

L’erba vorrei. Maurizio Gibo Gibertini

L'erba che vorrei? L'erba che voglio, è quella che mi accompagna nelle passeggiate a Villa Pamphili, nelle gite fuori porta, in quelle scarpinate pazzesche che in Val Susa chiamano manifestazioni e quella che con una certa frequenza mi procuro, furtivamente, dallo spacciatore sotto casa.

Insomma un'erba che non insegna niente a nessuno, ma di cui si può condividere il piacere. Ecco sì, il piacere, il nemico di sempre, il peccato, la colpa da espiare più duramente. Voglio svegliarmi con il piacere e andarci a letto, voglio far l'amore con il piacere e piacevolmente incazzarmi con quello che non va. Voglio abolire la vergogna del godimento, anzi voglio abolire la vergogna.

Voglio non aver paura perché la paura è dominio degli altri su di me, voglio che sia il nemico ad avere paura. Paura dei miei sentimenti, paura del desiderio di vivere e di farlo bene, paura della mia libertà. Assoluta? Si – perché no? - assoluta.

Voglio che la paura – e la depressione che è sua sorella - non si porti più via i miei amici e anche quelli che miei amici non lo sono stati solo perché è mancata l'occasione di un incontro. Voglio che la rabbia, la mia rabbia, sia un valore condiviso. Condiviso? Certo che sì, perché la rabbia è come l'erba, e come il piacere si possono, anzi si devono, condividere. Voglio voglio voglio, intensamente voglio.

L’erba vorrei. Paolo B. Vernaglione

Vorrei che dal vocabolario corrente fossero definitivamente cancellate le parole: "ottimizzare", "riforme", "capitale umano", "impresa", "crescita", "tweet", "selfie". E in primo luogo il pronome "io", che degli atti di parola è il principale referente.

Alcuni tra i più importanti linguisti moderni, come Benveniste e Jakobson, hanno classificato i pronomi come shifters, cioè come indicatori dell'esclusiva funzione linguistica, che rimanda al puro atto di enunciazione e identifica il locutore nell'unicità del singolo proferimento.

Oggi tale funzione di imputazione alla prima persona si staglia in primo piano in un tronfio e miserabile autoriferimento, privo di essenza. Perché, a differenza che nel passato, il pronome che indica la prima persona e l'insieme di enunciati che inevitabilmente da esso conseguono, non significa più quella che presso i greci e nella lingua della filosofia è stata indicata come "ousìa", l'essere, in cui si trova il mondo e in cui si dispongono gli enunciati.

Il vuoto d'essere che l'attualità dispone, laddove vengono spacciate quelle parole, segnala il solo fatto dell'autoriferimento, la cui realtà è inscritta nei corpi di locutori per i quali concetti come realtà, conflitti, condizioni di possibilità dell'esistenza, sono dissolti, nella vacua ignoranza del senso che la modernità politica vi ha attribuito.

Si comprende allora quale rapporto ci sia tra quegli atti di parola e la sostanza del mondo, e quindi quale rivoluzione sarebbe all'ordine del giorno: non per ripristinare un senso che nella lingua nazionale è inesistente, piuttosto per rivolgere il linguaggio contro coloro che, violentandone la prassi, lo usano per fare promesse e comunicare improbabili contenuti di novità. Alcuni, rari, filosofi, per i quali l'archeologia del linguaggio è importante, hanno tentato di pensare un' "ultimità" della natura umana nel divenire animale, attribuendo a tale stato l'essere terminale della civiltà, la fine della storia, lo stadio dell'"ultimo uomo". In quello stato il linguaggio risalirebbe l'origine senza separarsene e coinciderebbe con l'"ousìa", con l'essenza prelinguistica del mondo, disponibile a partire dall'enunciazione.

In quello stato, come Walter Benjamin ha scritto, l'atto umano del dare nomi agli animali testimonierebbe l'origine divina del linguaggio. Pretendendo troppo da umani non ancora ultimi, ma soprattutto pretendendo troppo dal linguaggio, vorrei divenire animale ed accedere così all'anonimato. Vorrei partecipare del discorso, risiedere nella zona cava dell'enunciazione e, dal basso di questa posizione, sacrificando "me" stesso, veder annegare tutti gli "io" che, pronunciati per l'ultima volta, dissolverebbero ogni "ottimizzazione", "novità", "crescita", "riforme" e "tweet"...