Ma noi facciamone un’altra. Un congedo

Alfabeta2, come la precedente alfabeta, è legata indissolubilmente al nome e all’opera di Nanni Balestrini, che – come sapete – non è più tra noi dallo scorso 19 maggio. Per questo con il numero di oggi, dopo aver pubblicato i testi raccolti o commissionati prima della sua scomparsa, ci congediamo dai nostri lettori. Anche se la rivista chiude le pubblicazioni, tutti i materiali che abbiamo pubblicato in questi anni resteranno accessibili in rete almeno sino alla fine del 2020 e, in seguito, all’interno dell’Archivio Balestrini.

Sappiamo che questa, per i lettori, è una perdita. Lo è anche per noi. Dal 2010 in avanti, prima su carta e poi in rete, alfabeta2 ha avuto un ruolo importante in un dibattito, quello culturale e politico italiano, più che mai impoverito. Del lavoro che abbiamo fatto insieme alla comunità dei nostri collaboratori, che negli anni è sempre cresciuta in quantità e qualità, per quanto è stato possibile in un contesto certo non facile, siamo fieri. E lo siamo pure del riscontro ottenuto, della discussione che in molti casi abbiamo contribuito a stimolare. Proprio per questo il congedo odierno vale anche come una dichiarazione di intenti; mutuando il motto brechtiano di Nanni, assicuriamo che, nel futuro più o meno prossimo, anche noi ne faremo un’altra. Alfa e Beta sono solo le prime due lettere.

Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa

Alfabeta2 è stato un luogo di critica e di non allineamento. Senza, però, quell’aria di famiglia da ceto intellettuale e/o di sinistra che lascia sempre nell’aria un che di appiccicoso.

Un luogo nel quale si sono messi in circolo anticorpi per provare a respingere pregiudizi e conformismi.

Un luogo dove ci si è presi cura del linguaggio a fronte della sua semplificazione, provocata e cavalcata dalla politica della paura.

Abbiamo affrontato un campo di devastazione che si accompagna alla violenza contro i corpi dei più fragili. E delle donne.

Con i suoi pregi e i suoi difetti Alfabeta2 si è mossa lungo questo solco con un’ operazione pensata e portata avanti da Nanni Balestrini e da quanti e quante, per primi Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, hanno sostenuto e realizzato il progetto.

Io credo che sia stata presa bene la mira e che molte delle idee di Nanni continueranno a circolare.

Letizia Paolozzi

Alfabeta2 dunque chiude.

Usando Melville, direi: avrei preferito di no. Prima è mancato il profumo della sua materialità (oltre al profumo intellettuale degli articoli pubblicati sulla edizione cartacea); ora mancherà anche l’immaterialità dell’edizione online.

Alfabeta2 dunque chiude. E mancherà anche a chi, come me è entrato nel mondo di Alfabeta solo con la seconda Alfabeta, ma vivendo comunque una bellissima avventura. Ma lo spirito di Alfabeta non muore: perché non deve morire; perché i tempi sono difficili e serve un luogo/tempo di riflessione critica e di dissenso. Dissenso non solo culturale, ma anche o soprattutto sociale e politico. Alfa e Beta sono le prime due lettere dell’alfabeto greco: perché allora non immaginare e costruire davveromorta una rivista se ne fa un’altra - una nuova rivista e chiamarla ad esempio Alfabetagamma - continuando cioè le nostre riflessioni oltre le prime due lettere (ovvero, oltre il già fatto)? Oppure, e più semplicemente: Alfabeta3?

Ultima cosa, in realtà la più importante: grazie Nanni!

Lelio Demichelis

Alfabeta2 sono gli incontri a casa di Letizia, le cene a Testaccio, gli incontri con Nanni a Maria ai Monti e sul terrazzo. Incontri per utilizzare parole, per dialogare, comprendere, discutere, litigare, con il massimo di libertà e di anarchia, riuscendo a rendere visibile il futuro a cui si sta pensando nei modi più diversi. Alfabeta2 unitaria e diversa, irritante ed entusiasmante, noiosa e geniale, come tutte le altre cose di cui ci dobbiamo occupare nelle nostre vite. Parole, idee, suggestioni che rimarranno scritte, da poterle riguardare perché tutto per la natura delle cose dobbiamo dimenticare ed essere dimenticati.

Michele Emmer

La conclusione di ogni esperienza collettiva è sempre un evento vagamente luttuoso; se poi, come nel caso di Alfabeta2, a questo si sovrappone il lutto per la scomparsa di una figura e di una persona come Nanni Balestrini, ecco che questo sentimento diventa sempre più concreto e quasi si materializza davanti ai nostri occhi. A questa esperienza dolorosa si oppone da sempre la certezza che una parte di ciò che scompare continua a vivere e a mutarsi in altre forme: non intendo certo sottrarmi, né potrei del resto, a questa legge umana. Così ovunque si praticheranno l’idea della cultura come intelligenza collettiva che svolge una funzione critica del presente e il gusto per la connessione di campi disciplinari anche molto distanti Alfabeta2 in qualche misura rivivrà. Alfabeta2 è stata una scheggia di un mondo in cui sembrava possibile fare quasi tutto ciò che era sentito come giusto proiettata in un mondo in cui quasi tutto è predeterminato, in cui ogni via di fuga sembra essere abolita. A chiunque non si vuole rassegnare a vivere solo in questo mondo attuale spetta il compito etico di rilanciare, nei modi che gli competono, schegge di quell’altro mondo.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2 si congeda, ma come scrivono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, nel saluto di oggi – 15 settembre 2019 – è contenuta l’intenzione di “farne un’altra”, un’altra rivista, un’altra festa, un’altra trasformazione.
Un’altra mano del gioco, possiamo dire, nello spirito di Nanni Balestrini, che sempre si è mosso nella dimensione regolata e imprevedibile, dilatata e futura dei suoi giochi con il linguaggio, con le cose e con i tempi.

Nell’avventura di alfabeta2 on line, la rubrica “alfagiochi”, per quasi tre anni, ha intercettato l’attitudine alla partecipazione ludica di lettori e lettrici, che hanno scambiato e condiviso immagini al confine fra scrittura e pittura, sensi e nonsensi trovati in giro e rilanciati: grazie a chi ha contribuito, ha intuito e proposto nuove possibilità, a chi è stato al gioco. Stare al gioco. Intermezzi ludici e replicabili tra parole e immagini, il volume pubblicato da alfabeta edizioni e DeriveApprodi, mantiene traccia di questi scambi (e di molto altro), così come rimane attivo, ancora per qualche tempo, l'account twitter @alfabetadue.

Antonella Sbrilli

La piada

La farina che sia zero

Un decimo di strutto vero

La s’impasta a palla lesto

E si spiana poi rotonda

La si pone sopra il testo

Volta, rivolta, è pronta.

Alberto Capatti

Adesso ci fermiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non vale più la pena Nanni
Va bene Nanni continuiamo

E’ tutto inutile Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si vende abbastanza Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non abbiamo più soldi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

C’è lo sfacelo ovunque Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Gli sbirri menano più di prima Nanni
Va bene Nanni continuiamo

I vecchi fasci sembrano come nuovi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

La poesia non ci salva né da soli né in gruppo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Hanno scritto che non serve a niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Il governo non è meglio della strada, la strada non è meglio del governo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non leggono più niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non guardano nemmeno più in aria Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono di sì a tutto Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si capisce neppure da che parte stiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono che siamo morti Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Andrea Inglese *

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Su questo testo si basa la traccia audio di un video dal titolo omonimo, realizzato da Gianluca Codeghini e Andrea Inglese e presentato il 2 luglio 2019 a Milano presso la galleria Mudima, in occasione della serata in omaggio a Nanni Balestrini. 

Qui di seguito l'annuncio di due incontri dedicati a Nanni Balestrini che si terranno nei prossimi giorni a Milano e a Roma. 

Martedì 17 settembre, ore 16, Sala del Grechetto alla Biblioteca Sormani, Milano:

Giornata di studio su Nanni Balestrini

Intervengono Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Franca D’Agostini, Eugenio Gazzola, Milli Graffi, Giorgio Longo, Federico Milone, Ugo Perolino.

Presiede Luigi Ballerini.

Lunedì 23 settembre, ore 17, Upter (via IV novembre 157), Roma:
Nanni Balestrini. Una retrospettiva
Con Maria Grazia Calandrone, Maria Teresa Carbone, Fiammetta Cirilli, Andrea Cortellessa, Elisa Davoglio, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Giulio Marzaioli, Guido Mazzoni, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello, Franca Rovigatti, Sara Ventroni, Michele Zaffarano

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Alfadomenica #4 – luglio 2019

Con un alfadomenica particolarmente ricco, quasi per intero dedicato all'ambito della visualità, ci congediamo dai nostri lettori prima della pausa estiva.

Buona lettura!

Il sommario

Luisa Passerini, Cartografie del ricordo. Migrazioni e memoria visiva

Stefania Zuliani, Mark Cousins, storie del Big Flash

Maria Teresa Carbone, Sguardi sullo sguardo umano. Nove domande a Mark Cousins

Andrea Cortellessa, Rivedere, ripensare, rifare

Francesca Guerisoli, Shu Lea Cheang e Paul B. Preciado, soggettività sessuale e tecnologie di controllo

Antonello Tolve, Ara Güler, l’occhio di Istanbul

Emanuele Dattilo, Ruggero Savinio, il tempo attorcigliato della pittura

Giacomo Festi, Straniamenti sul banale

Raul Schenardi, Horacio Castellanos Moya, dal Salvador pagine che risuonano di paura

Alberto Capatti, Alfagola / Insalata di patate

Alfadomenica #3 – luglio 2019

Per la penultima uscita prima della sosta di agosto l'Alfadomenica è lunare (impossibile sfuggire al fascino dell'anniversario) e teatrale.
Buona lettura!

Il sommario

Andrea Cortellessa, Volevamo la Luna

Luca Archibugi, Marina Cvetaeva, la vendetta della memoria

Maia Giacobbe Borelli, Why ? di Peter Brook e Marie-Helene Estienne, ovvero perché non possiamo fare a meno del teatro?

Dalila D’Amico, Sentirsi a Santarcangelo Festival. L'ultima edizione firmata da Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Dal meteo al museo: un altro tempo

Alfadomenica # 2 – luglio 2019

Sono dedicati direttamente e indirettamente a Nanni Balestrini i testi con cui apriamo e chiudiamo il secondo alfadomenica di luglio: un'intervista a ErosAntEros, il duo di attori che sta portando in scena uno spettacolo intitolato Vogliamo tutto!, e un Alfagola rosso nel titolo e nel colore. In mezzo, libri, musica, arte. Buona lettura!

Benedetta Saglietti, Va in scena la rivoluzione del ’68 con ErosAntEros

Matteo Moca, Leo Strauss, i classici greci per capire il rapporto tra filosofia e politica

Roberto Terrosi, Appunti di viaggio dal Giappone di un secolo fa

Andrea Comincini, Basterà un esercito di maestri elementari per sconfiggere la Cosa Nera?

Nazim Comunale, Ascoltare Liu Fang con la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre

Lara Demori, L'arte a Cuba, esplorazioni in forma di gioco

Serena Carbone, Julian Charrière, sguardi indifferenti sulla post-apocalisse

Alberto Capatti, Alfagola / Rosso

Alfadomenica # 1 – luglio 2019

Molti libri, qualche film e l'alfagioco finale: ecco il menu di questo primo alfadomenica di luglio. Qui sotto trovate il sommario completo, buona lettura!

Il sommario

 G.B. Zorzoli, La difficoltà di immaginare un'alternativa politica

Marina Forti, Guerriglieri maoisti in India. Tra gli adivasi del Jharkhand

Barbara Julieta Bellini, Uwe Timm, per una volontà etico-estetica

Massimiliano Manganelli, Walter Benjamin, il narratore

Andrea Gialloreto, Michele Mari, un puzzle di immagini e di parole

Filippo Polenchi, Michael Haneke, in cerca del Soggetto

Stefania Parigi, Blow-up, l’ingrandimento del nulla

Alessio Bergamo, L’asino di Anatolij Vasil'ev

Roberto Silvestri, La memoria-pugno. Lee Anne Schmitt e il cinema sperimentale americano di oggi

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Tempo al minuto

Michael Haneke, in cerca del Soggetto

Filippo Polenchi

Il titolo italiano del libro-intervista di Michael Haneke, il grande regista austriaco che ha vinto per due volte la Palma d’Oro al festival del cinema di Cannes1, Non ho niente da nascondere, gioca sì, forse un po’ troppo facilmente, con il titolo di uno dei suoi più celebri film (Niente da nascondere, del 2005), ma può dirci qualcosa di più interessante rispetto all’originale Haneke par Haneke, certo più sobrio e più cinefilo, così classicamente modellato sul campione di Truffaut/Hitchcock.

Già nel 2005 con l’italiano Niente da nascondere, variando significativamente dall’originale Caché (ovvero, ‘semplicemente’, nascosto), si effettuava uno spostamento di peso dal Soggetto all’Oggetto. Nascosta era l’identità dell’autore dei misteriosi videotape che pervenivano all’indirizzo della coppia parigina Daniel Auteil-Juliette Binoche, nascosta era la prossemica di chi filmava e nascosta, soprattutto, l’ontologia del materiale che vedevamo: era il cinema o un filmato videoregistrato? Niente da nascondere, invece, svuotava l’ambiguità originaria per spifferarci in qualche modo il tema del fraseggio drammaturgico (la colpa, la rimozione, il postcolonialismo).

Del resto che Haneke sia affascinato dall’ambiguità (epistemologica) non è un mistero: i suoi film parlano da soli e questo libro, come una sorta di extra del DVD, non fa che ribadirlo, sia esplicitamente (gli intervistatori parlano di “come la difficoltà di percepire la realtà possa far perdere tutto ciò in cui crediamo: amore, arte, Dio” e il regista ribatte: “In effetti, è uno dei miei temi preferiti”), che implicitamente, come avvertono i curatori nell’Introduzione (“Michael Haneke si rifiuta di ridurre a parole ciò che ha espresso in immagini e suoni sullo schermo”).

Questo atteggiamento, come scrive lucidamente Pietro Bianchi nel suo articolo pubblicato su “Doppiozero”, a proposito di Happy End (2017), non deve essere confuso con un generico relativismo culturale: la postura hanekiana chiama in causa, anzitutto, la responsabilità del Soggetto. Appunto: di quell’entità, spesso, ‘nascosta’, ma certamente non assente. Per questo il regista può dire apertamente, a proposito della “trilogia della glaciazione” (formula felicissima da lui stesso inventata e poi ripudiata per indicare i primi tre film: Il settimo continente, Benny’s video e 71 frammenti per una cronologia del caso) e in particolare del terzo film che “mi sembrava velleitario chiedersi quale fosse il motivo del massacro [...] Il mio film, invece, aveva il merito di essere uno specchio di tutta la violenza profusa costantemente dai media che ci rende indifferenti”. 

Trovo che sia nel continuo attraversamento di questo checkpoint Charlie tra Soggetto e Oggetto l’aspetto più interessante del libro. Non mancano gli elementi biografici curiosi, anche insoliti, pensando al rigore e alla raffinatezza gelida del regista (“Inizialmente, si cerca una risposta alle proprie paure e ai propri desideri. Poi, incontriamo l’altro sesso e tutto viene incanalato in un’altra direzione. All’inizio era Dio, poi sono state le ragazze!”): dall’infanzia – per lui figlio di due attori, cresciuto con la madre e con la zia, prestissimo impiegato come Dramaturg nella televisione tedesca e con una lunga ‘gavetta’ teatrale – al cinema, al quale approda a 46 anni con l’ancora oggi sconvolgente Il settimo continente (1989); dalla sua passione per la musica (“Sono un uomo d’orecchio”), ai suoi gusti cinematografici (i film che più cita nelle interviste sono: Lo specchio di Tarkovskij, Au hasard Balthazar di Bresson, Salò di Pasolini; Hitchcock è un “maestro”, amatissimi anche John Cassavetes di Una moglie, Maurice Pialat e, a sorpresa, anche C’era una volta il West di Sergio Leone).

Ma più dei gustosissimi approfondimenti tecnici sulla fabbricazione delle singole pellicole (l’illuminotecnica, l’attenzione per il sonoro, la millimetrica preparazione in fase di sceneggiatura, il découpage mentale, gli storyboard, la leggendaria tensione alla quale sottopone troupe e cast durante le riprese) è l’esplorazione delle zone di responsabilità del Soggetto-che-guarda (su Funny games, “che cos’è davvero la violenza e come possono diventare complici degli aguzzini, ricordando a più riprese che quello che stanno vedendo è solo un film”) apparentemente negata ma sempre presupposta (“Ci troviamo di fronte solo a ordini che vengono trasmessi dai media, senza la possibilità di metterli in discussione. Siamo quindi vittime degli eventi e la politica non serve più a nulla”), la parte più interessante dell’intero libro.

Ecco che a proposito del film d’esordio il regista può dire che i componenti della “famiglia devono distruggere tutti gli oggetti in loro possesso [...] Ma la tragedia è che lo fanno senza davvero riuscire a liberarsene”. E ancora, “l’uomo [...] anche se ha distrutto tutto, nulla è cambiato. Il suo mondo materiale si è impossessato del suo mondo interiore”, destinando così la propria opera a una fermentazione di significati politici (e a proposito di Benny’s video: “È esattamente così. Si può anche dare un’interpretazione politica di questo film, perché il comportamento dei genitori, che si preoccupano del proprio futuro fingendo di preoccuparsi solo di quello del figlio, è identico a quello dell’Austria nei confronti del proprio passato recente”).

L’eccellente Bianchi, nell’articolo già citato, nota con l’acume (lacaniano) che gli è proprio che in Happy end Haneke compie un’evoluzione estrema: i nuovi media, dalla televisione a internet si potrebbe dire, mostrano uno Sguardo senza soggetto: “l’unica possibile posizione soggettiva è proprio quella della contemplazione e della consapevolezza della catastrofe [...] Si tratterà allora di abbracciarla fino in fondo senza illudersi di essere dei soggetti, ma solo dei supporti di uno sguardo che non ha ormai alcuna agency”.

L’apparente terminalità di Happy end non è che una sorta di ricombinazione dei reagenti che, da sempre, il regista maneggia: su questo sguardo disincarnato il lavoro dell’austriaco – che da anni ormai lavora in Francia – dovrà esercitare la propria forza, “con l’idea di inventare ogni volta la forma che darà sostanza alla sua storia”.

Michael Haneke

Non ho niente da nascondere. Interviste sul cinema e sulla vita

a cura di Michel Cieutat e Philippe Rouyer, traduzione di Massimiliano Matteri)

il Saggiatore, 2019, 412 pp., € 32

1 Nel 2009 con il Nastro bianco, racconto di abbacinante crudeltà su “un eccesso di buona volontà [che] sfocia in tragedia”; per ammissione dello stesso regista ci sono somiglianze con il ben più pop Il villaggio dei dannati (di Wolf Rilla, 1960), anch’esso incardinato intorno a un inquietante gruppo di bambini lì standardizzati platinati (John Carpenter filmò nel 1995 un remake del Villaggio dei dannati, con poca fortuna commerciale, in linea con l’ermeneutica di Essi vivono); di nuovo nel 2012 con Amour, film aggraziato e paradossalmente dolcissimo.

L’asino di Anatolij Vasil’ev

Alessio Bergamo

Questo è un film i cui protagonisti sono gli asini. Il genere artistico della pellicola, a stare alle dichiarazioni dell’autore, è il “post-doc”. Concretamente in questo caso si tratta di riprese di fatti che hanno un loro importante spazio di alea (ad esempio: si chiede ad x di portare l’asino in una certo ambiente e poi però quello che l’asino ci fa, se accetta o no di andarci, ecc. viene ripreso senza interferenze ulteriori) e del loro montaggio in un alcune serie chiamate “episodi” (ce ne sono 8) che sono contingentate in base ad alcuni fattori oggettivi (protagonisti e ambiente di ripresa) e in base ad alcune scelte associativo-tematiche dell’autore.

Vasil'ev racconta che la scelta di “cosa” riprendere è venuta quasi casualmente senza partire da un piano prefissato e il piano dell’opera è stato elaborato a partire dal girato: “tutto si è svolto in maniera piuttosto spontanea, come fosse casualità oppure destino... è così che si è fatto il film... si formava da delle circostanze un episodio, poi ne nasceva un altro… così che da una serie di avvenimenti spontanei, di casi della vita, si è accumulato del materiale del quale sono riuscito a venire abbastanza velocemente a capo, a capire di che si trattasse, che opera avesse dentro...”.

La struttura finale dell’opera, quindi, sembra essere cominciata a maturare a riprese già avanzate e si è definita solo in sede di montaggio.

I protagonisti, gli asini, sono ripresi spesso molto da vicino e con piani-sequenza mediamente lunghi, a volte anche molto lunghi. Deuteragonisti, 5 volte su 8, sono gli uomini. Al tempo stesso, nel loro rapporto con gli uomini e grazie alla serie “narrativa” nella quale gli asini vengono immessi, si ha una sensazione di proiezione reciproca tra asini (sullo schermo) e uomini, anzi e Uomo (fuori dallo schermo). Le serie narrative, infatti, sono determinate da alcune didascalie che occupano tutto lo schermo, come nei film muti. Queste didascalie sono atti linguistici, propri dell’uomo, che mettono in ordine e in senso una serie di comportamenti asinini.

Un esempio, il secondo episodio.

Un uomo (con una faccia straordinaria, brutale, dura) conduce attraverso una campagna un’asina e, superando la sua ostinata riottosità, la fa entrare in un’enorme cava di gesso, dove la lascia libera. Sull’asina, conclusa la discesa nella cava, compare al collo un serto di fiori. Le ultime immagini dell’asina, in questo episodio, ce la mostrano mentre con il suo serto di fiori esplora questo deserto bianco. A seguire c’è una delle pochissime sequenze del film senza asini: vengono chiusi i cancelli della cava e con un’enorme ruspa vengono spostati grandi massi a ostruire la via d’accesso (e d’uscita) alla cava. Queste il girato utilizzato nell’episodio.

In sede di montaggio, però, si aggiungono a queste riprese: il titolo dell’episodio, e cioè MEDEA; alcune didascalie contenenti frasi tratte da Medea-material, di Heiner Muller; il fatto che dall’entrata dell’asino nella cava e dall’inizio delle sue resistenze a procedere, il film prosegua in bianco e nero. L’effetto è forte. Proprio grazie alla naturalità dell’asina, al fatto che il suo comportamento non sia preordinato ma venga ripreso per quello che è, rispettandone, si direbbe in teatro, l’organicità, tutte le altre operazioni assumono una valenza particolare. La fisionomia dura dell’uomo che la conduce (associato al ruolo di Giasone) combattendone le resistenze con la violenza della sua tenacia (ma senza violenza fisica), il territorio desolato della cava di pietra (associato a Corinto), la sequenza finale con le porte che si richiudono e le strade che si sbarrano, la contraddizione tra l’architettonicità innaturale della cava, l’immagine di natura manipolata, trasformata e desolata che ne esce e i movimenti dell’asina col serto di fiori (associata al ruolo di Medea) al suo interno, danno a questo episodio grande volume e profondità, gli conferiscono un senso filosofico, incastonano la storia della “straniera” nella dimensione vasta del mito.

Gli asini in questo film, quindi, funzionano da alter-ego dell’Uomo, da suo specchio, come in un gioco di trasformazioni (l’animale è un uomo, o lo era prima, o lo sarà dopo? E quanto dell’uomo è nell’asino e viceversa? Ecc.) suggerendoci scorci di grande profondità e toccando molti registri (comico, drammatico, tragico, metafisico).

L’autore del film gioca sistematicamente con questo meccanismo, attingendo all’ampia mitologia di rapporti tra asini e uomini (l’asino e bacco, l’asino che porta a Gerusalemme Gesù, l’asino d’oro di Apuleio, ecc.), e riesce in questa maniera a interconnettere, attraverso l’asino, lo spettatore e temi di portata esistenziale, filosofica e religiosa.

Gli asini sono protagonisti e vettori: portatori di volontà autonoma, esseri misteriosi e altri da noi e, al tempo stesso, sono porte che si aprono per noi, verso il dentro e il fuori di noi.

Più sopra in questo scritto il concetto di “narratività” è stato presentato tra virgolette. Perché il meccanismo costruttivo dell’opera difficilmente potrebbe essere definito “narrativo”. La figura del polittico probabilmente descrive meglio il dispositivo architettato da Vasil’ev.

Gli otto episodi sono: Il monologo dell’asino, Medea, Bacco, Il palio, Marco il grande, Marco il grande II, La morte dell’asino, Esodo. Una traccia di narrazione consecutiva potrebbe essere ipotizzata dal quarto episodio. La ripresa di un palio asinino in toscana, prosegue con due episodi della vita di un asino, denominato Marco il Grande, molto famoso a Gualdo Tadino perché ha vinto molte competizioni, per poi proseguire con la sequenza dell’abbattimento di un asino a un macello e finire con una lunghissima sequenza in campo molto lungo che, associata alla parola esodo, suggerisce una dimensione metafisica dell’esistenza dell’asino (un’asina e un asinello su un grande campo dissodato ai piedi di un albero spoglio; un uomo trascina via l’asina, vincendo la sua resistenza; l’asinello, dopo parecchio tempo da quando quella è già scomparsa dall’inquadratura, segue autonomamente lo stesso percorso fatto dalla madre e dal suo padrone uscendo di campo). Come se dal palio in poi si suggerisse che l’oggetto della narrazione sia la vita esemplare di UN asino (battaglie, gloria, reclusione, morte, salvezza/uscita). Ma se è così, al tempo stesso non lo è. Lo nega innanzitutto il fatto che l’eventuale “vicenda” del film cominci solo dal quarto episodio e poi è lo stesso linguaggio filmico, meditativo, lento, contemplativo, a negare ogni possibilità di osservare il film in termini di vicenda. In realtà è una struttura in cui gli episodi si interconnettono in termini soprattutto tematici, si rispecchiano uno nell’altro e nel complesso disegnano un quadro unitario in cui episodi, parole e immagini assumono un valore mano a mano che se ne scoprono le rime interne, i rimandi, i rispecchiamenti, i simboli; operazione che avviene anche a schermo spento, dopo la visione del film.

Per finire.

Il film non è un film ordinario. Sarebbe stato assurdo, d’altronde, aspettarsi una cosa del genere da un maestro con la storia artistica di Vasil’ev. Eppure, nonostante sia il suo primo lungometraggio non connesso al suo lavoro teatrale è un’opera estremamente efficace, dotata di un potere di fascinazione raro. Certo esige un tipo di visione differente da un normale film di trama. Ma questo non va a suo detrimento, ma a suo dato caratteristico che va rispettato e che è capace di provocare un godimento artistico intenso. L’opera sin’ora è stata mostrata al festival di Rotterdam (2017), a quello del cinema non recitato di Mosca (2018), al festival del cinema russo a Londra (2019), al festival internazionale del cinema di Mosca (2019). In Italia nessuno dei festival a cui era stato proposto lo ha accettato nelle sue rassegne e l’unica proiezione è stata effettuata a Roma nel maggio del 2019 alla Casa del Cinema, organizzata dalla compagnia POSTOP. Bisogna dire che è un dato sorprendente. In definitiva come non essere quantomeno curiosi rispetto ad un film girato da un grande maestro del teatro russo interamente in Italia? E dopo averlo visto mi domando anche, come si fa a non aver colto il fatto che ci si trovava davanti ad un film assolutamente meritevole di essere mostrato? Non so dare risposte, non avendo avuto occasione di parlare con i vari selezionatori e non conoscendo i criteri che hanno presieduto alle varie selezioni. D’altronde è un film così a-temporale, così fondato sul mito, che vederlo nel 2016 o nel 2020 cambia poco. Vale la pena in tutti e due gli anni e anche in anni a seguire.

Asino scritto e diretto da Anatolij Vasil'ev, produttori Yur Krestinsky e A. Vasiliev, musica composta da Giovanni Sollima, operatori Ruslan Fedotov e Alexandra Kulak, sound design Michele Braga, Trikita Entreteinment, Svizzera, 2017.