Dopo Holocaust

Lelio Demichelis

Ciò che non riuscirono a fare i documenti degli storici, i libri, i filmati dei liberatori dei campi di sterminio, ciò che non riuscì a dire la verità oggettiva dei fatti riuscì forse a farlo una miniserie televisiva americana, Holocaust - per altro di non eccelso valore - che nel gennaio del 1979 scese sulle acque stagnanti della (in)coscienza collettiva tedesca e provocò un fremito di vergogna e un ripensamento morale e politico collettivo.

Se sugli schermi televisivi tedeschi di quell’anno non fossero passate le immagini di quella fiction forse tutto sarebbe rimasto ancora sepolto sotto la melma dell’auto-menzogna e dell’auto-assoluzione, vincente il principio per cui se una colpa è collettiva allora è di nessuno in particolare, perché al comando si obbedisce e basta o perché - quando il rimorso è impossibile (per le dimensioni del crimine) - lo è anche il ricordare.

Dunque, prima considerazione: forse le fiction televisive non sono solamente fiction, ma possono produrre riflessione e narrazione collettiva. Certo, vi è il rischio (la certezza?) di fare della rappresentazione del vero, cioè dell’offerta di un vero finto ma realistico qualcosa appunto di più vero e di più significante del vero, come se ormai solo la finzione avesse il potere di dire e di dirci il vero. O qualcosa che gli si avvicina.

Ma se Holocaust ha avuto questa funzione, se appunto generò finalmente il mettersi davanti allo specchio di uno schermo televisivo dei tedeschi (quelli che fecero ciò che fecero e furono ciò che furono; ma anche i loro figli, che forse non conoscevano davvero ciò che avevano fatto e ciò che furono i loro genitori), diventa allora importante leggere le riflessioni di uno dei massimi filosofi tedeschi, nonché ebreo, della seconda metà del ‘900, Günther Anders (1902-1992). Di cui Bollati Boringhieri pubblica a giorni questo Dopo Holocaust, 1979 - con una Prefazione di David Bidussa e la traduzione e la (magistrale) Postfazione di Sergio Fabian. Annotazioni raccolte dopo la visione del film, queste di Anders (il cui vero nome era Stern ed è noto soprattutto per le sue analisi della tecnica non più mezzo ma fine unico di un mondo ridotto a macchina e apparato tecnico – a totalitarismo meccanico - come sviluppato nei due volumi de L’uomo è antiquato). Pagine, anticipate qui qualche giorno fa, eccezionali per acutezza e profondità e per la loro capacità – è una delle eccellenze di Anders - di illuminazione intellettuale.

Perché senza Holocaust, “verosimilmente non sarebbe riaffiorato nulla, l’ottenebramento delle emozioni non si sarebbe interrotto, non si sarebbe avuto il generale shock morale (non oso ancora parlare di definitiva ‘conversione’), che rappresenta senza dubbio l’evento psicologico più profondamente radicale della storia tedesca post-hitleriana. Per quanto ciò sia vergognoso: l’ora della verità per i tedeschi è risuonata fuori dai confini, l’orrore è arrivato da fuori, piovuto loro in grembo dal cielo come un colpo di fortuna. Non sono stati loro a girare il film, non sono stati loro a fare pulizia davanti a casa (come pretendono arrogantemente sempre dagli altri). Il prodotto è molto più di un veicolo di intrattenimento o di commozione: nonostante gli incassi che può aver realizzato (d’altra parte anche i medici si fanno pagare), è un’opera politico-morale e come tale è stata appunto percepita. Il pubblico, dopo pochi minuti non è più stato pubblico”. Per cui: “Qui si è inverato ciò che Schiller auspicò per il teatro, ossia che operasse come ‘ente morale’ e che Brecht, sotto questo aspetto non molto diversamente da Schiller, cercò di realizzare nelle sue opere didattiche”.

E allora la finzione (“che fornisce i fatti”) diventa indispensabile proprio “perché la mostruosità e la dismisura di ciò che accadde, oggi non è più percepibile e conoscibile. (…) Questa invisibilità deve essere revocata (…) e per questo abbiamo bisogno di lenti, e precisamente non di lenti di ingrandimento, ma di lenti di rimpicciolimento”. Perché se quella realtà è stata così smisurata, oltre l’immaginabile e quindi inintelligibile (se i tedeschi furono incapaci di vedere il male da loro esercitato ogni giorno di quei giorni “come full time job”, se furono incapaci di vedere la loro metamorfosi progressiva in esseri addestrati a produrre il male perché questo era ciò che doveva essere fatto e fatto a produttività crescente, lo sterminio degli ebrei diventato il fine di un intera nazione) allora essa non poteva che essere rimpicciolita e portata al campo visivo degli spettatori perché la potessero davvero vedere.

Rimpicciolita e personalizzata. Perché Holocaust – scrive Anders - ha trasformato finalmente le cifre in esseri umani, mostrando come quei milioni di ebrei (e non solo) non fossero solo freddi numeri statistici (nel nazismo le persone erano appunto spersonalizzate, “trasformate in nuda materia”) ma sei milioni di individui e “solo attraverso i casi singoli, l’accaduto e l’innumerabile possono essere resi perspicui e rammemorabili”.

Gli ebrei: uccisi come se ucciderli fosse un lavoro industriale, compiuto da milioni di uomini medi e insignificanti che Hitler e la sua élite di potere seppero però trasformare – splendida questa analisi di Anders - in nobiltà, in élite di massa di milioni di nobili e puri chiamati a realizzare la purificazione del paese dagli ebrei impuri. Con la messa in atto di un autentico darwinismo sociale: “Io supero il rivale, lo elimino, dunque ho diritto di esistere. La condizione dell’essere è l’assassinio”. Con l’odio che è qualcosa di molto potente e quando si può odiare, anzi si deve odiare, “ci si affeziona in fretta al proprio oggetto di odio e non si consente tanto facilmente che ci venga strappato dal cuore”. Ma (e ancora) perché i tedeschi non guardarono mai indietro a quegli anni osceni e preferirono considerarli “una scansione temporale non accaduta”? Furono testimoni e insieme conniventi. E non videro. Perché (questo è totalitarismo) “non percepirono ciò che non dovevano percepire. Era stata tolta loro ogni autonomia emozionale e intellettuale”.

Colpa condivisa? Se sì, essa “non consistette tanto in azioni collettive, quanto nella mancata ribellione collettiva contro uno Stato che si era macchiato di quella colpa e che in quella colpa aveva coinvolto tutti. Anche l’omissione è azione”. E nessuno poteva dire di non sapere. Dunque, il silenzio, l’omissione o – potremmo aggiungere - la ricerca silenziosa, post-1945 di una prescrizione della colpa per normalizzazione. Perché chi “aveva subito una sconfitta totale senza che venisse riconosciuta una vera disfatta, neppure da parte degli alleati (…- ), ne aveva abbastanza di passati e di futuri millenari, desiderava piuttosto un presente, casa, cibo, televisione, viaggi, sesso, insomma consumo. E mentre questi desideri astorici venivano soddisfatti rapidamente”, tutto il resto veniva dimenticato - e il consumismo (Anders) consuma non solo beni e prodotti, ma anche la società.

E quelli furono infatti – aggiungiamo - gli anni dell’ordoliberalismo tedesco, della sua volontà di trasformare ciascuno in uomo economico competitivo e ubbidiente nell’economia (sociale?) di mercato. La nuova Germania era diventata capitalista. Normale e con la coscienza sbiancata. Sottolinea Sergio Fabian: “L’analfabetismo delle emozioni prima, durante e dopo le catastrofi dell’umano è la tossina che agisce sottotraccia tra le pieghe di un mondo-azienda sempre più affidato alla binarietà di procedure e schemi che aborrono l’indugio del pensiero, del dubbio, del ripensamento. La scissione tra la facoltà del produrre e quella del rappresentare ciò che produciamo è il falso movimento dell’era della tecnocrazia, l’incolmabile scarto che esonera l’uomo dalla responsabilità del reale, del gesto, qualunque sia l’esito di un bottone premuto o di un ordine di servizio”.

E allora: non si dovrebbe e invece si deve ricordare quanti altri olocausti si compiono (e si dimenticano) ogni giorno nel mondo, quanta colpa individuale e collettiva abbiamo per i nostri silenzi conniventi (ma anch’essi subito e nuovamente sbiancati dal capitalismo e dalle logiche di organizzazione e di de-responsabilizzazione degli apparati tecnici), quanta abitudine al male mettiamo ogni giorno nella competizione economica e nel considerare gli altri come numeri o algoritmi o come nodi di una rete o nuovamente come rifiuti (Anders: “esiste un antisemitismo anche senza ebrei”) e quanta colpa e sensi di colpa i tedeschi abbiano invece attribuito ai greci di oggi solo perché indebitati. Perché le riflessioni di Anders non si fermano – per chi le sa leggere – al 1979.

Günther Anders
Dopo Holocaust, 1979
Prefazione di David Bidussa
Traduzione e Postfazione di Sergio Fabian
Bollati Boringhieri, pp. 111 (2014)
€ 13,00

Impunità

Salvatore Palidda

Il 31 ottobre 2014 passerà alla storia come un’ennesima data di conferma dell’impunità conferita ai membri delle istituzioni e pertanto dotati di potere discrezionale. La Corte d’appello di Roma ha assolto gli imputati della morte di Stefano Cucchi. L’avvocato Fabio Anselmo ha osservato che tutta l’indagine mostra la più che palese “omertà fra le 170 persone che hanno visto Stefano in quelle condizioni e non hanno fatto nulla.

No, non si tratta dell’omertà mafiosa, bensì della protervia di chi, da sempre, ha la quasi certezza dell’impunità. I casi dei cosiddetti abusi di potere, corruzione, violenze, torture e altri tipi di crimini commessi in particolare da parte di membri delle polizie si riproducono sempre di più con l’aumentare dell’asimmetria di potere (leggi l'intervento pubblicato qui sulla polizia postmoderna).

Non è difficile immaginare che Stefano sia stato subito classificato e quindi trattato come uno dei tanti indegni, come una sorta di animale che “fa schifo”, che quindi non ha alcun diritto umano. Alcuni agenti dello Stato che hanno a che fare con questi reietti pensano di essere costretti a “sporcarsi le mani”, a neutralizzare e smaltire tali scarti per proteggere la società. Lo fanno per l’igiene pubblica e in nome di tutta la gente che pensa e chiede allo Stato legge, ordine, pulizia, decoro. E appare allora del tutto legittimo che questi eroi della difesa della società siano tutelati e che abbiano le “coperture sacrosante” che meritano quanti si sacrificano in quest’opera di pulizia/polizia. Così è del tutto normale che diversi colleghi e superiori (non tutti, per fortuna) voltino la testa dall’altra parte o approvino platealmente tale genere di trattamenti e, ovviamente, evitino accuratamente di svelarne dettagli e autori per impedire alla “canaglia garantista” di inscenare la solita “caciara” di violazione dei diritti contro le polizie e lo Stato.

Tutti i poteri sono suscettibili di passare dalla discrezionalità al libero arbitrio; ma, quando si tratta di forze di polizia, quasi tutte le autorità cercano di conservare il loro onore a tutti i costi, preservando così l'onore di una istituzione che ha il diritto di commettere reati. Non a caso non esistono statistiche ufficiali sui reati commessi da agenti delle forze di polizia e in generale dell’amministrazione pubblica. E non è dato conoscere e sapere che fine fanno i procedimenti interni a carico di agenti e funzionari che sono stati imputati di qualche reato. Del resto la gestione di questi fatti da parte della gerarchia delle polizie non è molto dissimile da quella delle alte autorità dello Stato.

Quando i fatti sono svelati pubblicamente non manca mai l’appello al rispetto delle norme dello stato di diritto, ma mai qualche autorità o i parlamentari della commissione interni hanno chiesto una commissione d’inchiesta sulla riproduzione dei reati da parte di agenti e funzionari (inchiesta che peraltro potrebbe permettere di capire come evitarne l’aumento mediante misure di prevenzione che non sono mai state pensate e tanto meno sperimentate, come pur dovrebbe essere prassi di uno stato di diritto che si considera democratico). Quanti sono i parlamentari effettivamente consapevoli di come funzionano le pratiche delle forze di polizia?

Come scriveva Egon Bittner (padre della sociologia della polizia): “Non appena si osserva ciò che fanno veramente i poliziotti (aggiungo: quasi tutto il personale della pubblica amministrazione) ci si rende conto che la frequenza con la quale la maggioranza di essi lavorano all’applicazione del codice penale si situa da qualche parte tra praticamente mai e molto raramente”. La metafora dell’anamorfosi (il gioco della deformazione o raddrizzamento di un’immagine con uno specchio deformante) appare la più appropriata per comprendere come chi ha potere possa passare dalla legalità all’illegalità e ritornare al legale attraverso un gioco a volte controllato, ma più spesso incontrollato e/o impensato o inconsapevole, praticato dagli attori coinvolti. A tale gioco la polizia partecipa per disciplinare la società, il gioco che fa parte della sperimentazione continua tra norme, regole informali, illegalismi tollerati nonché azioni criminali e illegalismi intollerabili. Si può quindi legalizzare ciò che appare legittimo se condiviso da una parte della società, sebbene del tutto opposto alle norme ufficiali.

L’impotenza di fronte alla ripetizione di tanti terribili fatti come l’assassinio di Stefano Cucchi non può che alimentare quello scetticismo estremo che già molti, tra i quali Pasolini e Foucault, esprimevano. Ma, come essi hanno dimostrato, ciò non esclude pratiche di resistenza a cominciare dalla parresia e dai tentativi forse destinati al fallimento ma che si rinnovano e si rinnoveranno sempre perché fanno parte dello stesso istinto di sopravvivenza e dell’insopprimibile aspirazione all’emancipazione. Oltre alle richieste – sempre inascoltate - da parte delle organizzazioni che si battono in favore della tutela dei diritti fondamentali, sarebbe ora di creare in ogni città un’associazione di avvocati (tipo il Legal Advice londinese) sempre disponibili a garantire la presenza nei luoghi di detenzione “provvisoria” (questure, commissariati, strutture dei CC e celle dei tribunali).

Il Semaforo

Maria Teresa Carbone

Anomalie
Salve, sono Rachel. Ho 41 anni, sono single e sono incinta. Presi insieme, questi tre elementi tendono ad agire come piccoli modificanti l'uno dell'altro. “Single” si riferisce di solito alle donne come se fossero un problema da risolvere. “41 anni” è abitualmente oltre l'età in cui il problema è risolvibile (…). “Incinta”, beh, ognuno sembra avere idee ben precise su quello che le donne dovrebbero fare con il loro utero. Alcuni di voi forse arriveranno a compatirmi, tutta sola senza nessun marito che mi massaggi i piedi (un tema ricorrente nei libri sulle gravidanze, sto scoprendo). So come tutto questo appare: a 41 anni, single e incinta, sono una triste e solitaria anomalia. Ma siamo nel 2014. E le cose non stanno cosi.
Rachel Sklar, I'm 41, Single and Pregnant. Welcome to the New Normality, “Medium”, 29 ottobre 2014.

Case
Siamo vicini a un punto di svolta, l'architettura come infomazione e la fabbricazione come mezzo per acquisire più potere. I confini disciplinari si allargheranno moltissimo grazie alla condivisione dei mercati, diventando un “thingiverse” su scala edilizia, remix di edifici iconici, Fab Lab da casa, piante e modelli 3D open source o Arduino per l'architettura. E quando questo accadrà, la casa ve la farete da soli.
Carlo Ratti, Architettura Open Source, Einaudi 2014, p. 105

Lingue
Quando da piccolo mi portarono la prima volta a vedere il Duomo di Firenze, uscendo dalla porta laterale destra, rimasi a guardare una donnina, seduta davanti alla bussola, con una cassetta di santini sulle ginocchia e un'aria spersa. Era la prima volta che vedevo una persona cieca e rimasi impalato a guardarla: aveva sul petto tre targhette di metallo attaccate a catena, che portavano scritte tre parole: Cieca, blind, aveugle.
Carlo Lapucci, Eroi senza lapide. Le vite dei filosofi popolari, Edizioni Clichy 2014, p. 93

Salari
Misurando in Big Mac, i dipendenti di McDonald’s in Danimarca guadagnano l'equivalente di 3,4 Big Mac l'ora, mentre i loro omologhi americani ne guadagnano 1,8, secondo uno studio di Orley C. Ashenfelter, docente di economia a Princeton, e Stepan Jurajda, della Univerzita Karlova di Praga.
Liz Alderman, Steven Greenhouse, Living Wages, Rarity for Fast Food US Workers, Served in Denmark, “New York Times”, 28 ottobre 2014, via "Vox"

Treni
Nel 1974 si poteva partire da Hanoi ogni domenica per raggiungere l'Europa. La partenza del treno numero 6 era fissata alle 5.25 e ci voleva l'intera mattinata per arrivare attorno a mezzogiorno alla stazione di frontiera di Dong Dang. Il servizio oggi deve essere migliorato perché invece delle sei ore e passa, secondo l'orario ne bastano poco più di quattro.
Massimo Loche, Per via di terra. In treno da Hanoi a Mosca, Voland 2014, p. 27.

Macedonia di frutta

Alberto Capatti

Questa macedonia serve a mettere in difficoltà quanti sproloquiano sulle origini della dieta mediterranea senza sapere da chi e come è nata. Mi basta una ricetta, per confutarli, presa dalla traduzione italiana del 1962 di Eat well and stay well, pubblicato nel 1959 a New York da Margareth e Ancel Keys. Adalberta Fidanza, la traduttrice, con il marito, diventò in Italia una delle prime ricercatrici nel campo. Ancel Keys è tuttora considerato il creatore del mito. Ecco la macedonia (per 4 persone):

1 pompelmo
2 arance
½ ananas fresco
1 grappolo d’uva piccolo
Succo di 2 arance
2 cucchiai di vino dolce da dessert se si desidera.
Sbucciare e dividere 1 pompelmo, sbucciare e tagliare a fette 2 arance, sbucciare e tagliare in pezzi da 1 cm e ½ mezzo ananas fresco. Togliere i semi ad un grappolo d’uva. Mischiare tutta la frutta in una zuppiera da 1-2 litri, versarvi il succo di due arance (e 2 cucchiai di vino dolce, se si desidera), e far freddare in frigorifero per 1 ora e più.
Per la ricetta: 730 calorie, 9 g di proteine, 3 g di grassi

Dov’è il Mediterraneo? Come nel Coniglio alla Minnesota (olio, sale, cipolle e ¼ di litro di latte), ci troviamo di fronte a profumi d’America. Arance e ananas in Sicilia farebbero a pugni, e il grape-fruit è giunto in Italia dal nord. Senza l’etichetta geografica l’insieme potrebbe andare, malgrado il numero di chilometri cumulato da ogni frutto per arrivare a noi. Meglio un caco, direbbe un lombardo, con o senza la pelle, ma allora il gioco delle ricette sarebbe proprio finito.

Le pillole amare del Jobs Act

Andrea Fumagalli

1. Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.

2. Berlusconi all’epoca aveva affermato che era sufficiente che un imprenditore su cinque assumesse una persona e immediatamente si sarebbero creati un milione di posti di lavoro. Una banale constatazione che aveva il suo appeal comunicativo (ed elettorale) se il futuro nuovo governo operava a favore dell’economia di mercato e della stessa attività imprenditoriale, in un contesto di espansione economica. E infatti l’argomentazione ebbe il risultato sperato, mettendo in un angolo le scarse contro-argomentazioni dell’allora avversario Achille Occhetto. Peccato che nessuno (e men che meno Occhetto) aveva fatto rilevare che in Italia gli imprenditori non erano 5 milioni, ma solo 400.000 e quindi se uno su cinque (il 20%) assumeva una persona il massimo dell’occupazione possibile era di 80.000 unità. Per imprenditore si intende infatti colui che ha tre gradi di libertà (seppur vincolata): libertà di decidere come, quanto e a che prezzo produrre. Dei 5 milioni di lavoratori “indipendenti”, infatti, il 40% circa (2 milioni) è composto da lavoratoti autonomi e partite Iva che lavorano su commessa altrui (quindi eterodiretti), 20% sono liberi professionisti iscritti agli albo di settore, 15% sono soci di cooperative, 15% sono ditte familiari (dati Istat). I veri imprenditori sono quindi meno del 10%. E infatti, il milione di posti di lavoro divenne una chimera.

3. In un contesto economico del tutto diverso, l’attuale governo promette 800.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. In realtà non si tratta di vera “creazione” di posti di lavoro, con conseguente calo del tasso di disoccupazione, ma piuttosto di sostituzione di contratti precari (cococo, tempo determinato, ecc.) con rapporti stabili di lavoro, sulla base delle stime (di fonte ignota) relative al futuro utilizzo del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti. Peccato che ciò oggi non venga ricordato come ai tempi di Berlusconi non ci si ricordava del vero numero di imprenditori degni di tale nome.

4. Oggi non ci si ricorda neppure che con la legge 78 approvata in via definitiva lo scorso 16 maggio, nota come legge Poletti (o Jobs Act, atto I), si sancisce la totale liberalizzazione del contratto a termine (CTD) rendendolo a-causale (http://quaderni.sanprecario.info/2014/07/job-act-dal-diritto-del-lavoro-al-lavoro-senza-diritti-di-giovanni-giovannelli/). Viene fittiziamente posto un limite massimo ai rinnovi possibili (cinque), ma poiché i rinnovi non sono applicabili alla persona ma alla mansione, basta modificare quest’ultima per condannare una persona al lavoro intermittente a vita. La precarietà è stata così completamente istituzionalizzata.

5. Come uno specchietto per allodole, a mo' di compensazione, con il testo approvato con voto di fiducia, si istituisce il contratto da lavoro dipendente a tutele crescenti, in relazione all'anzianità di servizio. Si tratta di un particolare “contratto a tempo indeterminato” che dà la possibilità al datore di lavoro di interrompere il rapporto in qualunque momento e senza motivazione nei primi tre anni. In pratica, in questo lasso di tempo, l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si applica. Inoltre, poiché nel testo non si dice se tale tipo di contratto andrà a eliminare i contratti in essere, esso si aggiunge alla normativa già esistente. Ci si dovrebbe allora domandare: se già si può assumere (nel caso si voglia assumere) un lavoratore o una lavoratrice con un contratto a termine senza alcuna giustificazione, perché mai un datore di lavoratore sarebbe incentivato a utilizzare questo nuovo contratto “a tutele crescenti”? Ebbene, potrebbe essere disposto a farlo nel caso in cui avesse estrema necessità delle competenze e della professionalità del lavoratore/trice. Ma grazie alla “tutela crescente”, invece, potrà sottoporre a un periodo di prova, lungo la bellezza di tre anni, anche coloro che hanno questi requisiti. Si tratterebbe quindi di un contratto di lavorio di serie B, come evidenziano anche Boeri e Garibaldo (http://www.lavoce.info/quali-tutele-quanto-crescenti/). Il capolavoro è compiuto, il futuro incerto.

5. Ci viene detto che liberalizzare il mercato del lavoro è condizione necessaria e sufficiente per mettere un piede nel mercato del lavoro, soprattutto a vantaggio delle giovani generazioni. Non è vero. In primo luogo, tali politiche del lavoro sono sempre accompagnate da politiche di riduzione dei costi di produzione delle imprese con effetti di ridurre la domanda via austerity. La legge di stabilità 2015 presentata dal governo è un ottimo esempio. Diminuzione delle tasse delle imprese (Irap), dei contributi sociali per i neo assunti a tempo indeterminato, taglio di parecchi miliardi per la spesa degli enti locali e centrali (giustificati demagogicamente dalla volontà di ridurre gli sprechi, che, pure, ci sono, ma non di tale entità): provvedimenti che vanno a sostegno dell’offerta, sostenuti dall’idea che aumentare i profitti riducendo i costi faciliterà l’aumento degli investimenti e quindi della produzione e dell’occupazione. Non vi è nessun provvedimento serio a sostegno della domanda, se non gli insufficienti - e non per tutti - 80 euro di elettorale memoria. Non viene introdotto né un salario minimo, né un reddito minimo. Una seria riforma del welfare a sostegno dei redditi più poveri non viene neppure presa in considerazione. Non è necessario essere degli esperti economisti per comprendere che se non vi sono stimoli seri e duraturi (strutturali) alla domanda, anche in presenza di costi minimi, nessun imprenditore sano di mente rischia di investire per aumentare la produzione se si aspetta che poi le merci o i sevizi prodotti non verranno acquistati. Ne consegue che il Pil langue e il rapporto deficit/pil non può ridursi se il denominatore del rapporto non cresce, ma addirittura diminuisce.

6. In secondo luogo, oggi dopo vari anni di precarizzazione del mercato del lavoro e di politiche di austerity siamo in grado di misurare la loro efficacia. Qualche dato: nel corso dell’ultimo anno, sono stati persi più di 200.000 posti di lavoro: è il saldo tra le dismissioni e le assunzioni (dati Istat). Si tratta dell’effetto, mai ricordato, che sono stati cancellati più di 550.000 posti stabili di lavoro (grazie anche alle facilitazioni della riforma Fornero del giugno 2013 che ha introdotto il licenziamento individuale per motivi economici) e sostituiti da 350.000 circa posti di lavoro precario (in maggioranza a tempo determinato). Non solo l’occupazione è peggiorata in quantità ma anche in qualità! Ma non solo. Se guardiamo all’occupazione giovanile (dati Ocse), negli ultimi 5 anni la quota di giovani precari sul totale dei giovani occupati è passata dal 43% al 55%. Eppure, nonostante l’aumento della flessibilizzazione, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di oltre 10 punti percentuali, sino a sfiorare il 45%. Infine, l’indice di protezione dell’impiego (un indice che calcola la rigidità del lavoro) negli ultimi 10 anni è diminuito di quasi un terzo in Italia (sempre dati Ocse), mentre la disoccupazione è aumentata. A riprova che la causa prima della disoccupazione non risiede solo nelle condizioni interne a mercato del lavoro e men che mai nella sua presunta rigidità ma piuttosto nella debolezza della domanda finale.

7. Quando il ministro Padoan ha dichiarato che verranno creati 800.000 posti di lavoro, forse voleva riferirsi anche al fatto che con il piano Garanzia Giovani, introdotto nel Jobs Act Atto I e finanziato dalla Comunità Europea, si introducono avviamenti al mercato del lavoro per i giovani basati su stage sotto-remunerati, lavoro volontario e servizio civile. Il paradigma del lavoro gratuito si sta sempre più diffondendo nel nostro paese come modalità illusoria di poter mettere appunto un piede nel mercato del lavoro e distogliere i nostri giovani dalle sirene dell’ozio e della fannullaggine. L’evento Expo2015 testerà questa operazione. Ci saranno risultati? Difficile crederlo. Non si sazia un affamato, invitandolo alla tavola più o meno imbandita di un ristorante ma senza ordinargli nulla da mangiare!

8. Si dice che Renzi abbia inventato una nuova branca dell’economia politica: l’economia dell’annuncio. Probabilmente è vero, anche perché oggi l’annuncio caratterizza la svolta linguista della politica economica, come ci ricorda Christian Marazzi. Ma purtroppo ad alcuni annunci seguono fatti concreti, assai preoccupanti. Se guardiamo l’insieme dei provvedimenti che compongono il Jobs Act (atto I e atto II), crediamo che l’obiettivo sia di ridurre il mercato del lavoro italiano in tre segmenti principali, in grado di procedere ad una razionalizzazione della rapporto di lavoro precario, che ne consenta la strutturalità e la generalizzazione, in una condizione di ricatto (e sfruttamento) continuo:

a. si punta a fare del CTD il contratto standard per tutti/e, dai 30 anni all’età della pensione. Tale contratto, basato su un rapporto individuale, ricattabile e subordinato deve diventare il contratto di riferimento, in grado di sostituire per obsolescenza il contratto a tempo indeterminato. A tale contratto si aggiungerebbe il contratto a tutele crescenti (presentato a mo’ di pannicello caldo), che verrebbe applicato soprattutto a coloro che presentano livelli di professionalità medio-alti.

b. per i giovani con minor qualifica, l’ingresso nel mercato del lavoro diventa il contratto di apprendistato, ora trasformato, in seguito alle “innovazioni” introdotte dal Jobs Act (atto I), in semplice contratto di inserimento a bassi salari (- 30%) e minor oneri per l’impresa. Il target di riferimento sono essenzialmente i giovani al di sotto dei 29 anni che non hanno titoli universitari (trimestrale e magistrale).

c. per i giovani under 29 anni che invece hanno qualifica medio-alta (laurea o master di I e II livello) entra in azione invece il piano “garanzia giovani”, che, utilizzando i fondi europei del progetto 2020 (1,5 miliardi di euro stanziati per l’Italia, in vigore dal 1 maggio di quest’anno, su base regionale), intende definire una piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro, con intermediazione di società pubblico-private garantite a livello regionale, in cui si delineano tre percorsi di inserimento al lavoro in attesa di poter essere poi assunti con CTD o, ora, con il contratto a tutele crescenti: servizio civile (gratuito), stage (semi gratuito), lavoro volontario (gratuito). Il modello è quello delineato dal contratto del 23 luglio 2013 per l’Expo di Milano, che ora viene esteso a livello nazionale. L’obiettivo è aumentare – come si dice nel linguaggio europeo – l’occupabilità (employability), ovvero definire occupati a costo zero circa 600.000 giovani (se tutto funziona!), così da toglierli dalle statistiche sulla disoccupazione giovanile e consentire al governo Renzi di mostrare che nel 2015 il tasso di disoccupazione è miracolosamente diminuito di 10-15 punti! Altro che aumento dell’occupazione!

Ne consegue che questa ristrutturazione del mercato del lavoro sancisce la completa irreversibilità della condizione precaria, confermandone la natura esistenziale, strutturale e generalizzata. Una condizione che è tra le prime cause della stagnazione economica dell’Italia: chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

9. Negli spot pubblicitari della Cgil che annunciano la manifestazione di sabato 25 ottobre, per la prima volta si dichiara che si vuole combattere la precarietà e non solo la disoccupazione, in nome del diritto al lavoro e della dignità. Siamo nel 2014 a 30 anni esatti dall’introduzione in Italia del primo contratto precario, il contratto di formazione-lavoro del 1984. Meglio tardi che mai e benvenuti tra noi! Ma non sarà un po’ tardi? Non si cerca di chiudere la stalla, quando i buoi sono già scappati? E a quando la richiesta da parte sindacale di un salario minimo e di un reddito minimo di base?

alfadomenica ottobre #4

FUMAGALLI sul JOBS ACT - NEGRI su ARTE E MULTITUDO - VANNINI su MOSIREEN - SEMAFORO di CARBONE - RICETTA di CAPATTI

LE PILLOLE AMARE DEL JOBS ACT
Andrea Fumagalli

Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.
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LETTERA A GIORGIO AGAMBEN SUL SUBLIME
Toni Negri

Pubblichiamo un estratto dal libro di Toni Negri, Arte e multitudo (a cura di Nicolas Martino, DeriveApprodi 2014) in libreria nei prossimi giorni. Che cos’è l’arte nella postmodernità? Cosa ne è del bello nel passaggio dal moderno al postmoderno? Cos’è il sublime quando la sussunzione reale del lavoro al capitale e l’astrazione completa del mondo si sono compiute? Sono le domande a cui risponde Toni Negri con dieci lettere ad altrettanti amici (tra i quali Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Nanni Balestrini). Quello che presentiamo qui è un estratto dalla Lettera a Giorgio Agamben.
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DISOBEDIENCE ARCHIVE (THE SQUARE)
Elvira Vannini

Al MAXXI di Roma sotto la nuova direzione di Hou Hanru, nel contesto della mostra Open Museum Open City, mercoledì 29 ottobre va in scena Disobedience Archive (The Square) che porta, per la prima volta in Italia, Omar Robert Hamilton, tra i fondatori di Mosireen, per riaffermare quanto l’invenzione di nuovi spazi di rivendicazione e organizzazione politica (in cui la politica non è mai separata dall’estetica) proiettano la pratica artistica in un contesto di trasformazione sociale e fanno dei nuovi media, ma anche di cinema e video, strumenti del dissenso politico.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

DESIDERIO - FEDE - ORGANIZZAZIONE - TALENTO
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Nel 1931 esce a Milano, per l’editoriale Domus, un ricettario dallo strano nome Il Quattrova illustrato. Illustrato da chi? Nientemeno che da Giò Ponti e Tomaso Buzzi.
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Disobedience Archive (The Square)

Elvira Vannini

“La rivoluzione continua e resta l’urgenza di raccogliere, condividere e diffondere. È un’esperienza multipla della stessa realtà, riflessa nel filmato ‘grezzo’ che è quasi immediatamente archiviato, su telefono, computer o memoria esterna. Il momento in cui inizia la storia è quando premi il tasto ‘salva’, ma non finisce lì. Ha una seconda vita attraverso un montaggio di contro propaganda. Lo stesso filmato dalla parte del nemico diventa un’arma pericolosa che deve essergli rivolta contro. Questo materiale filmato non è per una collezione privata. È una storia orale che diventa un agente attivo di resistenza”.

Così le parole che chiudono uno degli ultimi manifesti, Revolution Triptych (di cui pubblichiamo un breve estratto in fondo), del collettivo Mosireen - un media-centre non profit con base al Cairo - potrebbero essere estese alla moltitudine di proteste documentate nel video-archivio Disobedience, ideato e curato da Marco Scotini fin dal 2004, sulle forme della disobbedienza sociale - che dall’analisi del ciclo di lotte operaiste degli anni Settanta arriva fino ai movimenti insurrezionali che hanno scosso il Medio Oriente. Al MAXXI di Roma sotto la nuova direzione di Hou Hanru, nel contesto della mostra Open Museum Open City, mercoledì 29 ottobre va in scena Disobedience Archive (The Square) che porta, per la prima volta in Italia, Omar Robert Hamilton, tra i fondatori di Mosireen, per riaffermare quanto l’invenzione di nuovi spazi di rivendicazione e organizzazione politica (in cui la politica non è mai separata dall’estetica) proiettano la pratica artistica in un contesto di trasformazione sociale e fanno dei nuovi media, ma anche di cinema e video, strumenti del dissenso politico.

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Disobedience, costruito con la collaborazione diretta di attivisti, artisti e filmmaker, dopo oltre dieci anni di ricerca, esposto nelle principali istituzioni museali internazionali, è cresciuto nel tempo raccogliendo istanze autonome di mobilitazione e conflitto, archiviando, all’indomani delle insorgenze arabe, un’ampia sezione intitolata The Arab Dissent che ha cercato di porre degli interrogativi sulle forze di antagonismo, rappresentanza e cambiamento presenti oggi in Medio Oriente e che include artisti come Khaled Jarrar, Wael Nourredine, Roy Samaha, Rene Gabry e Ayreen Anastas, Sara Ishaq, Mohanad Yaqubi, tra gli altri.

Mosireen Collective, che opera a metà strada tra il media-attivismo e l’appropriazione di immagini dal basso, ha introdotto un modello radicale per dar voce alle pratiche di piazza, creando una piattaforma di raccolta, condivisione e diffusione dell’informazione, veicolata dalle immagini registrate instancabilmente, dalla caduta di Mubarak, all’affermazione dei Fratelli Musulmani e al successivo regime repressivo dell’esercito, contro le narrative imposte dai media mainstream al resto del mondo, controllate dal potere attraverso abusi e violenza, detonatori di forme di opposizione ben più potenti che hanno alzato il livello dello scontro durante le sollevazioni popolari.

Istituito all’indomani dell’insurrezione del 25 gennaio 2011, il collettivo era inizialmente orientato verso la diffusione della documentazione di quanto stava avvenendo nel paese, rispetto alle distorsioni e le menzogne perpetrate dai media di Stato e dalla polizia, si è poi strutturato come un centro indipendente, su base collaborativa, di supporto alla circolazione del giornalismo citizen-based e l’attivismo culturale, attraverso proiezioni pubbliche, discussioni, eventi, corsi di formazione e supporto tecnico per l’attività divulgativa e di contro-informazione messa in campo.

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Mosireen ha creato un archivio sulla rivoluzione e dall’ottobre 2011 ha pubblicato più di 250 brevi documentari. Il loro canale Youtube ha avuto milioni di visualizzazioni. Tahrir Cinema è stata un’estensione di questo processo nel facilitare la distribuzione collettiva e la registrazione della storia. La piazza è diventata il simbolo e lo strumento reale senza il quale la rivolta egiziana non sarebbe potuta accadere. Nel maggio 2011 la loro postazione di cinema improvvisato allestito a Tahrir Square è stata smantellata dalle forze armate. Da allora Mosireen opera in un appartamento al centro del Cairo come laboratorio di produzione video, dove organizzano screening program e attività di workshop e dove è possibile consultare il loro incredibile archivio.

Una documentazione ossessiva ha infatti segnato quella che è stata banalmente definita la “twitter revolution”, che ignora la struttura orizzontale della rivolta e neutralizza l’aspetto eversivo dei momenti di lotta e la sua composizione sociale: attraverso i filmati che Mosireen ha raccolto, archiviato e condiviso (resi dirompenti dall’uso della rete), abbiamo conosciuto le immagini della rivoluzione egiziana e gli effetti di quella rappresentazione nella formazione di soggettività politica, anche nella prospettiva di una mobilitazione transnazionale.

Tahrir Cinema, July 2011. Photograph by Sherief Gaber, Mosireen. (600x397) (500x331)

Il mondo dell’arte, attivando i suoi dispositivi di spettacolarizzazione, ha presto esibito le loro clips attiviste e in generale le immagini delle primavere arabe o di altre esperienze di insorgenza sociale, - dalla 7th Berlin Biennal all’ultima documenta13 - inglobandole nel proprio sistema di valori, depotenziandone così quell’efficacia simbolica e semiotica, dentro il dominio del visivo, che non produce più conflitto, e trova invece in Disobedience (come gli stessi protagonisti hanno sempre riconosciuto) un’istanza di emancipazione al di fuori di questa contraddizione e dei suoi rapporti di forza. Anche quello di Mosireen è un cinema disobbediente e ha dimostrato quanto la circolazione di immagini possa agire come agente di soggettivazione e di antagonismo diretto, dove il concetto di autonomia si applica a chi pratica una rottura.

Mosireen ha promosso e incoraggiato forme di autorappresentazione dal basso attraverso modelli organizzativi di auto-determinazione non gerarchica (basati sulla partecipazione dei cittadini) che corrisponde alle categorie formali di un certo tipo di cinema, che ha assunto i codici linguistici dell’immagine precaria, instabile, colta in presa diretta. Se storicamente tutto il lavoro di Mosireen può essere iscritto nella tradizione del cinema militante, sia di taglio documentaristico che di reportage, la camera è lo strumento capace di una “contro-violenza rivoluzionaria”. Rovesciare la situazione è possibile. La ribellione è il solo mezzo necessario per il cambiamento sociale.

Revolution Triptych
Mosireen

Le immagini distorcono la realtà
Questa volta
Le camere erano state puntate su Piazza Tahrir, non sulle piazze del resto del paese.
Le camere erano state puntate sull’ammassarsi delle camionette della polizia, non sulle torture che si eseguivano dentro.
Le camere erano state puntate sui noti veicoli militari, non sui corpi fatti a pezzi al di sotto di questi.
Le camere erano state puntate sui volti della classe media coperti dalle bandiere nazionali, non sul disoccupato violentato in una prigione militare.
Da dietro le nostre camere, anche noi cerchiamo di distorcere la realtà - questa realtà.
L’aspetto più potente di una rivoluzione ancora in corso è il modo in cui si diffonde e cresce, come un virus.
Questo movimento é lontano dalla perfezione, ma dovunque vada fa tremare il sistema.
I parenti di quelli che sono stati torturati dalla polizia, bloccano le autostrade e i binari dei treni.
Quelli che sono stati privati di ogni diritto hanno distrutto il quartier generale della nuova élite al potere, erede di un sistema che abbiamo destituito da poco tempo, governato da una logica ereditata a sua volta dal vicino passato coloniale.
Una costante battaglia tra i venditori di strada – cacciati dal sistema – e la polizia che serve l’élite al comando.
Gli studenti combattono per tenere il loro campus contro il ladro vincitore del premio Nobel fondatore dell’università.
Ogni giorno la gente corre per i propri quartieri.
I lavoratori prendono il posto nelle fabbriche che i loro padroni abbandonano.
Allora anche noi dobbiamo prendere il sopravvento sulla parola decrepita della creazione di immagini.
Le immagini non sono nostre, le immagini sono la rivoluzione.

*Estratto dal testo Revolution Triptych di Mosireen, contenuto in Uncommon Grounds. New Media and Critical Practice in the Middle East and North Africa, a cura di Anthony Downey (2014).