Nonne per l’Expo

Alberto Capatti

La prendo larga, questa volta. Consulto we.expo2015.org un sito di ricette femminili per l’evento. Obbiettivo dichiarato: 1 milione di ricette. Cominciamo ad analizzare la prima pagina, le prime dodici. Quattro nonne e due madri, ne ispirano la metà, più una creme caramel di una signora sposata da 46 anni. La longevità è cucina, scrittura e comunicazione, e a fornire gl’indirizzi per nutrire il pianeta saranno le vecchie donne. Questo luogo comune che rende autentica qualsiasi formula, comporta un intoppo: tradizione non è storia, e per documentare quest’ultima ci vuol ben altro che una ricettina. Esempio: La torta di cioccolata. “La mia famiglia è stata miracolosamente risparmiata dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti quando mia nonna, all’arrivo dei soldati tedeschi nella casa dove ci eravamo rifugiati, ha offerto loro questa torta. I soldati incredibilmente non se la sono sentita di perquisire la casa, hanno mangiato la torta e se ne sono andati...".

Sì, perché, uova, farina bianca, burro e zucchero, dopo il 1941, si sprecavano, soprattutto fra i rifugiati, e il cioccolato fondente era regalato non dagli americani ma dai repubblichini. Un consiglio a Women for Expo: anche quando le inventate di sana pianta, rileggete le ricette e la loro presentazione, verificate gli ingredienti e le dosi alla luce della storiella cantata. Il marchio con l’anno 2015 non dà nessuna garanzia.

Per render conto delle difficoltà di approvvigionamento, citiamo La cucina del tempo di guerra di Lunella De Seta (Salani, 1942), premettendo che è un ricettario incompatibile con il presente. Nei dolci la farina era quasi esclusivamente di castagne, la copresenza di zucchero e grassi era difficile da realizzare, e vi figuravano strani ingredienti. Come in queste:

Tazzette brune di castagne

Calcolare in parti uguali un terzo di grossi marroni, un terzo di ghiande tostate e macinate e un terzo di zucchero. Dapprima si lessano le castagne, si sbucciano perfettamente e si schiacciano, unendo alla polpa lo zucchero e la farina di ghiande, lavorando il tutto in omogeneo amalgama. Si distribuisce il morbido impasto, a cui si sarà unita qualche cucchiaiata di alchermes, nelle tazzine, si spiana bene la superficie, si versa ancora qualche gocciola di alchermes e si guarniscono al centro con una ciliegina candita.

alfadomenica luglio #1

RAPARELLI su LO PIPARO - PARISI sui CONCETTUALISTI MOSCOVITI - CARBONE Semaforo - MADZIROV Poesia - CAPATTI Ricetta *

IN PRINCIPIO ERA LA PRAXIS
Francesco Raparelli

Raramente capita di leggere un testo di filosofia con la passione instancabile con cui si legge un giallo: è il caso dell'ultimo saggio di Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere (Donzelli 2014). Lo stile investigativo aveva già fatto la sua comparsa ne I due carceri di Gramsci (2012) e L'enigma del quaderno (2013), ma solo in quest'ultimo lavoro all'originale e a volte discutibile ricostruzione biografica si accompagna una parte filosofica tanto densa quanto potente.
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CONCETTUALISMO MOSCOVITA
Valentina Parisi

Di quella tendenza esoterica, proteiforme e sostanzialmente inafferrabile che è stata e che è il concettualismo moscovita si torna a parlare con frequenza sempre maggiore, non fosse altro per il fatto che la propensione dei suoi esponenti a incorporare e a rielaborare fin dagli “stagnanti” anni Settanta ricerche e posizioni scaturite in Occidente ha assicurato loro, a partire dal decennio successivo un’invidiabile visibilità sulla scena artistica internazionale.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

ALFABETO André Stern - ELETTRICITÀ Rachel Feltman - IMPRIMATUR Dario Morelli - MONDIALI Sean Jacobs - NUMERI Luca Pareschi.
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POESIA
Nasce la perfezione di Nikola Madzirov
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RICETTA
La fetta di melone di Alberto Capatti

Saranno ricette? Una è lampo, l’altra domanda una eternità. Ne ho fatta la prova l’altroieri, per me solo, e due settimane fa, in una tavolata di quindici persone.
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In principio era la praxis

Francesco Raparelli

Raramente capita di leggere un testo di filosofia con la passione instancabile con cui si legge un giallo: è il caso dell'ultimo saggio di Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere (Donzelli 2014). Lo stile investigativo aveva già fatto la sua comparsa ne I due carceri di Gramsci (2012) e L'enigma del quaderno (2013), ma solo in quest'ultimo lavoro all'originale e a volte discutibile ricostruzione biografica si accompagna una parte filosofica tanto densa quanto potente.

Lo Piparo riprende e sviluppa una tesi di Amartya Sen: Gramsci fu l'ispiratore inconsapevole delle Ricerche filosofiche, l'opera a cui Wittgenstein dedica tanta parte della sua vita e che definisce una vera e propria svolta nel suo pensiero – oltre a essere opera che segna in modo dirompente il secolo appena trascorso e ancora il nostro presente. Il «traghettatore»? Piero Sraffa, l'economista italiano che, nello stesso tempo, insegna a Cambridge – e lì discute assiduamente con Wittgenstein – e intrattiene con Gramsci un rapporto continuativo durante gli anni del carcere, poi durante la sua (di Gramsci) permanenza nella clinica Cusumano di Formia e Quisisana di Roma.

Attraverso una puntigliosa ricognizione tra le lettere, Lo Piparo svela il ruolo decisivo di Sraffa: conosce bene, e in tempo reale, le ricerche che Gramsci sta conducendo nella sua cella di Turi, anzi, ne sollecita lo svolgimento. Altrettanto, la frequentazione intellettuale tra Sraffa e Wittgenstein è tutt'altro che marginale; a ricordarlo, in modo inconfondibile, le parole che Wittgenstein dedica all'amico nella Prefazione delle Ricerche. La tesi di Lo Piparo dunque è più radicale di quella di Sen: non è il Gramsci di Torino e de «L'Ordine nuovo» quello che Sraffa consegna a Wittgenstein nei seminari e nelle ripetute conversazioni di Cambridge, ma quello intento nella scrittura dei Quaderni.

Di più: nel confronto serrato che Sraffa intraprende con Gramsci ormai fuori dal carcere, l'economista gli sottopone problemi teorici che assillano Wittgenstein e i seminari della svolta, quelli degli anni 1933-1934 e 1935-1936 (seminari stenografati e poi raccolti nel Blue Book e nel Brown Book). Un indizio tra i più convincenti? Nella primavera del 1935 Gramsci scrive d'un fiato il Quaderno 29, quello dedicato alla grammatica; nel 1936 Wittgenstein porta a compimento la prima stesura delle Ricerche filosofiche. Forse più di una semplice coincidenza.

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Quali sono i temi che testimoniano l'indiretta frequentazione intellettuale tra Gramsci e Wittgenstein e, nel farlo, sostengono l'originale tesi di Lo Piparo? Un «grappolo di concetti»: uso, regola, istituzione, praxis, gioco linguistico, forma di vita. Per entrambi, infatti, il senso di una proposizione o di una parola dipende dall'impiego che se ne fa. Così è per Gramsci critico di Croce («Questa tavola rotonda è quadrata»), così per Wittgenstein polemico con i logici e il suo Tractatus («Ma l'eguale senso delle proposizioni non consiste nel loro eguale impiego?»). E la nozione di 'uso' – o impiego o funzione – viene subito declinata al plurale: gli usi sono «molteplici», «eterogenei», «innumerevoli». Non c'è uso, però, senza regola, senza tecnica.

In questo senso parlare una lingua (fare uso di una lingua e, attraverso di essa, della propria facoltà di linguaggio) equivale a «seguire una regola» o a padroneggiare una tecnica. Altrettanto, vale la pena prestare attenzione alla preziosa precisazione di Lo Piparo: «è l'uso a stabilire la regola e non la regola a determinare l'uso». L'uso si presenta come «fenomeno originario», ma se uso allora regola e, passaggio fondamentale, se regola allora istituzioni («non si può seguire una regola 'privatim'»). A partire dal linguaggio si afferra l'umano come animale istituzionale, di conseguenza animale naturalmente artificiale, storico.

Giunti a questo punto, il lavoro di Lo Piparo si fa tanto potente quanto problematico. Come fece già con Aristotele, in un testo importante di qualche anno fa (Aristotele e il linguaggio. Cosa fa di una lingua una lingua, Laterza 2005), Lo Piparo torna all'originale, in questo caso il testo tedesco di Wittgenstein, per scovare elementi decisivi occultati dalle traduzioni più in voga. Non pare cosa marginale a Lo Piparo, e come dargli torto, che Wittgenstein utilizzi il termine praxis, quello stesso assai caro a Gramsci. Concetto imparentato con altre due decisive nozioni delle Ricerche: «gioco linguistico» e «forma di vita».

La svolta di Wittgenstein è ormai piena: «chiamerò 'gioco linguistico' anche tutto l'insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è intessuto»; «la parola 'gioco linguistico' è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un'attività, o di una forma di vita». Svolta – e qui il mio accordo con l'autore è massimo – che Lo Piparo non si limita a definire «antropologica», ma che qualifica anche come «storicistica». D'altronde il testo di Wittgenstein è fin troppo chiaro: «questa molteplicità [tipi di impiego di segni, parole, proposizioni] non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati»; in Della certezza, «il gioco linguistico cambia col tempo». Storicità degli usi e delle regole, storicità dei giochi linguistici, storicità delle forme di vita.

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Con la nozione di praxis, dunque, il linguaggio perde la sua autonomia e si disloca, secondo la metafora tessile dell'intreccio, nell'attività. Scrive Lo Piparo: «pratiche verbali e non verbali formano un tessuto co-articolato e unitario, ossia una forma di vita». Questa la svolta di Wittgenstein, fin qui i meriti del libro di Lo Piparo. Più problematico il riferimento a Gramsci. Non solo perché non convince l'affondo biografico: Gramsci professore mancato, totus politicus per un numero assai ridotto di anni, marginale nel partito anche prima del carcere. Di più: “libero” (dalla politica) in carcere perché finalmente dedito alla ricerca «disinteressata» e «für ewig». Una ricostruzione con qualche forzatura di troppo che dimentica il Gramsci radicalmente operaista, quello che prende appunti ai cancelli delle fabbriche, quello del «biennio rosso» e de «L'Ordine nuovo», il Gramsci convintamente leninista e soviettista.

Il problema più significativo, però, è a mio avviso un altro: Lo Piparo omette il rapporto, decisivo nei Quaderni, tra Gramsci e Marx. Un «ritorno a Marx» che intende liberare il rivoluzionario di Treviri e lo stesso Gramsci dall'idealismo italico, come dal materialismo volgare di Bucharin, dall'involuzione sovietica e staliniana, dal Pci di Togliatti. Non è casuale che, per qualificare la nozione di 'filosofia della praxis' (locuzione che risale a Labriola, 1897), Gramsci si dedichi a tradurre le Tesi su Feuerbach ‒ tradotte prima di lui da Gentile nel 1899 ‒ e alcuni brani della Prefazione a Per la critica dell'economia politica.

Filosofia della praxis è un nuovo modo di qualificare il materialismo storico, tentando di riempire quel vuoto teorico da Marx mai del tutto colmato: la connessione costitutiva, senza alcuna gerarchia possibile, tra produzione e linguaggio, rapporti di produzione e istituzioni politiche, lavoro e apparati ideologici. Questo Gramsci che con Marx pensa oltre Marx e che usa Marx per farla finita con lo stalinismo, dunque non il Gramsci professore e liberale, è stato vittima, anche dopo la sua morte, di un «secondo carcere»: il togliattismo e il socialismo all'italiana (il nazional-popolare, l'interesse generale e molto altro).

Proprio oggi che massima è la coincidenza tra produzione e linguaggio (e semiotiche a-significanti), tra moneta e speech act, e oggi che con Renzi e la svolta thatcheriana del Pd anche solo il ricordo di quel secondo carcere è stato completamente sommerso, è possibile tornare al materialismo storico gramsciano e, con Lo Piparo, conquistare il materialismo storico di Wittgenstein. Una grande occasione.

Franco Lo Piparo
Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere
Donzelli (2014), pp. VI-186
18,00

Concettualismo moscovita

Valentina Parisi

Di quella tendenza esoterica, proteiforme e sostanzialmente inafferrabile che è stata e che è il concettualismo moscovita si torna a parlare con frequenza sempre maggiore, non fosse altro per il fatto che la propensione dei suoi esponenti a incorporare e a rielaborare fin dagli “stagnanti” anni Settanta ricerche e posizioni scaturite in Occidente ha assicurato loro, a partire dal decennio successivo un’invidiabile visibilità sulla scena artistica internazionale.

Un curioso effetto riflettente, calibrato sull’asse est-ovest, che dura tuttora; basti pensare all'Etrange Cité, la “città strana” di recente allestita da Il’ja Kabakov sotto le volte art-nouveau del Grand Palais per la sesta edizione di Monumenta. O al trittico concettuale al padiglione russo della Biennale di Venezia declinato finora da Andrej Monastyrskij (Empty Zones) e da Vadim Zakharov (Danae) e che verrà completato l’anno prossimo da Irina Nakhova. Eppure sono altri progetti – meno appariscenti, concepiti per una dimensione quasi “da camera” – a riflettere meglio la singolarità di questa tendenza, la sua onnivora capacità di assimilare temi classici della Conceptual art anglosassone (quali la dematerializzazione dell’oggetto artistico e lo slittamento dall’opera-feticcio alla riflessione quasi immateriale sulle premesse e sulle modalità d’esistenza dell’arte), contaminandoli con realia squisitamente locali, sì da renderli pressoché irriconoscibili.

Nel quadro del verbal turn sviluppato da Art&Language e da Joseph Kosuth si aggiunge infatti sul suolo sovietico la fragile matericità cartacea e dattiloscritta del samizdat ovvero il self-publishing clandestino, strumento par excellence di auto-documentazione per gli artisti non ufficiali. E all’eclisse dell’oggetto artistico in quanto medium di appagamento estetico, fa da contraltare la riflessione sulle condizioni che dettano la ricezione delle opere all’interno delle cerchie underground, tra mostre autogestite confinate agli appartamenti privati, l’apparizione di un establishment sia pur non ufficiale e la voce delle sirene, che più o meno frammentariamente giungeva da ovest.

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A sinistra: V. Zakharov, dal ciclo "Povjazka" [Fascia], 1983.
A destra: J. Albert, "Ja ne Vadim Zakharov" [Io non sono Vadim Zakharov], 1983.
Courtesy of V. Zakharov.
Elementi che riaffiorano in due esposizioni assai dense, Paper Museums: Moscow Conceptualism in Transit, a cura di Elizaveta Butakova e di Sarah Wilson (visibile fino al 19 luglio alla John Hansard Gallery di Southampton, vicino a Londra) e la mostra personale di Jurij Albert Gli interrogativi dell’arte. Referendum moscovita, realizzata da Sabine Hänsgen al Museo Weserburg di Brema (fino al 28 settembre). Due mostre diversissime e che tuttavia evidenziano con pari efficacia come la dimensione a un tempo creativa e conviviale delle cerchie underground sorte a Mosca negli anni Settanta rappresenti un elemento cruciale per dar conto tanto dell’eclettismo formale del movimento, quanto della sua innegabile aura esoterica.

L’enfasi sul contesto è chiaramente centrale nel progetto di Southampton, dove i Musei di carta del titolo alludono alle riviste “A-Ja” e “Pastor” e ai folders MANI (acronimo per Archivio Moscovita della Nuova Arte) che, in momenti differenti, vennero fondati dai concettualisti moscoviti per sopperire alla impossibilità di esporre alle mostre ufficiali, ma anche per presentare le proprie opere a un pubblico internazionale (nel caso di “A-Ja”, edita a Parigi tra il 1979 e il 1985 dallo scultore Igor Shelkovski), oppure per ricomporre le disiecta membra del gruppo dopo le due ondate di emigrazione susseguitesi alla fine degli anni Settanta e Ottanta. Ancora una volta, in Russia, la bumazhnost’ (dimensione cartacea) finì per compensare le limitazioni imposte dalla censura, istituendo nel contempo un regime di visibilità indubbiamente più mediato di quello vigente nello stesso periodo in Occidente.

Ma l’ulteriore merito dell’esposizione britannica consiste nel travalicare la matericità cartacea di questi artefatti per instaurare un confronto diretto tra le riproduzioni apparse sulle pagine delle edizioni periodiche e le opere stesse, prelevate alla collezione di Vadim Zakharov. Raccolta già esposta in più occasioni in che, a sua volta, nasce all’inizio degli anni Ottanta quando l’artista, all’epoca ventidueenne, si autoinvestì del ruolo di depositario e archivista di lavori che, altrimenti, avrebbero rischiato di andare perduti. È il caso di uno dei progetti più significativi in mostra, il ciclo grafico Nostalgia, realizzato da Nikita Alekseev prima di emigrare a Parigi e da lui “abbandonati” a Mosca. Qui il certosino inventario “topografico” del propro appartamento (tra l’altro, galleria informale del movimento Apt-art) alla vigilia della partenza assume i contorni di un rito apotropaico, la cui solennità è immediatamente disinnescata dal tratto sgargiante e ironico del pennarello.

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N. Alekseev, dal ciclo "Nostal'gija" [Nostalgia], 1987.
Courtesy of V. Zakharov.
Se Musei di carta incarna in modo esemplare la tendenza coltivata dall’arte concettuale a far sì che la mostra sia innanzitutto traccia di qualcosa che accade (o è accaduto) altrove, la personale di Albert a Brema appare incentrata sul tentativo dell’artista di autodefinire la propria prassi all’interno del sistema dell’arte, ponendosi in relazione sia la generazione underground precedente, sia con nomi altisonanti del contesto internazionale. È significativo come tale indagine sui modi in cui l’arte esiste e viene recepita si esplichi innanzitutto attraverso una negazione paradossale della sua visibilità.

Se nelle opere giovanili degli anni Ottanta (Albert è coetaneo di Zakharov, essendo nato anch’egli nel 1959) l’espediente della contraddizione conserva ancora una valenza provocatoria (come nelle tele dall’evidente carattere epigonico “smentite” dalla scritta Io non sono… completata dal nome dell’artista di cui si è inglobata la maniera), nei lavori più maturi l’opposizione visibile/invisibile si accompagna a una riflessione sulla traducibilità dell’immagine in testo e viceversa.

Così è certamente nel libro d’artista Autoritratto con gli occhi chiusi (1995), che contiene – in un’operazione di triplice occultamento – le descrizioni dei quadri di Vincent Van Gogh al fratello Theo tradotte in braille e stampate bianco su bianco. Un procedimento inverso è invece alla base di I miei libri preferiti, dove l’artista, dopo aver bruciato i volumi a lui più cari, ne utilizza le ceneri accuratamente segregate in singole boccette per dipingere tele monocrome delle medesime dimensioni dell’autore. Autentici cortocircuiti semantici che rivelano i doppi e tripli fondi celati in ciò che crediamo di vedere.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Alfabeto
Verso i tre anni, guardando intensamente una pagina scritta esclamai: "Oh, ci sono delle uova e dei portauova". Papà e mamma incuriositi si avvicinarono. Mostravo loro con il dito la combinazione dei caratteri C e O.
André Stern, Non sono mai andato a scuola. Storia di un'infanzia felice, traduzione di Marina Karam, Nutrimenti 2014, p. 128

Elettricità
Le persone, e soprattutto gli uomini, odiano a tal punto rimanere sole con i loro pensieri che per non farlo preferiscono provare dolore. In uno studio pubblicato su “Science” sulla capacità della gente di lasciare “vagare” la mente – cioè di stare seduti a non far altro che pensare – i ricercatori hanno constatato che un quarto delle donne e due terzi hanno preferito affrontare delle scariche elettriche piuttosto che stare in compagnia di se stessi.
Rachel Feltman, Most men would rather shock themselves than be alone with their thoughts, Washington Post, 3 luglio 2014

Imprimatur
Ancora oggi non esiste una legge organica sull'esercizio dei diritti religiosi sui media di ogni tipo, compreso Internet, né alcuna normativa di garanzia sul pluralismo religioso applicata alle esigenze della modernità. E anche il microcosmo del diritto canonico che dispone il corpus delle norme che il cosiddetto "popolo di Dio" è tenuto a rispettare sembra piuttosto impreparato alle nuove tecnologie. Ad esempio non è chiaro se un fedele qualsiasi, per mettere online un blog cattolico o scrivere di cattolicesimo su un social network, abbia bisogno oppure no dell'imprimatur.
Dario Morelli, E Dio creò i media, Baldini & Castoldi 2014, p. 97

Mondiali
Un blogger brasiliano ha descritto il pubblico presente ai Mondiali come “più bianco della Norvegia”. Un nuovo sondaggio, pubblicato domenica da Folha de S. Paulo, il maggior rotocalco del paese, ha dimostrato che il blogger ha ragione: alla partita Brasile-Cile che si è tenuta sabato a Belo Horizonte, “il 67 percento del pubblico era bianco e il 90 per cento veniva dalle classi più abbienti del paese”. Questo cozza contro l'immagine che il Brasile ha di sé. “Più di metà della popolazione del Brasile si è identificata come nera o meticcia nel censimento del 2010” secondo l'AP. (…) I Mondiali hanno però messo in luce alcune carenze alla base della società brasiliana. Si tratta di uno dei posti al mondo caratterizzati da una maggiore disuguaglianza (anche il mio paese di nascita, il Sudafrica, gareggia per il primo posto). Ci sono pochissimi neri fra i ricchi del Brasile.
Sean Jacobs, The Unbearable Whiteness of FIFA. The World Cup fans outside the stadiums look a lot more diverse than those inside, Matter, 1 luglio 2014

Numeri
L'industria editoriale italiana è fra le più importanti a livello mondiale. Con 63800 titoli pubblicati nel 2010 per un fatturato totale di 3417 milioni di euro si colloca ottava nella graduatoria per numero titoli e sesta in quella per fatturato. La classifica per titoli vede al primo posto la Cina, seguita da Stati Uniti e Russia. Quarta è la prima europea, il Regno Unito, alle cui spalle si collocano Francia, Germania, Spagna e, appunto, Italia.
Luca Pareschi, Misure di carta. Il campo letterario italiano in cifre, in La cultura che conta. Misurare oggetti e pratiche culturali, a cura di Marco Santoro, Il Mulino 2014, p. 199

Nasce la perfezione

Nikola Madzirov

Voglio che qualcuno mi parli dei messaggi
dell’acqua nei nostri corpi,
dell’aria di ieri,
delle cabine telefoniche,
dei voli cancellati per visibilità
ridotta nonostante tutti
gli angeli invisibili dei calendari.
Del ventilatore che rimpiange i venti tropicali,
dell’incenso che svanendo profuma
meglio – voglio che qualcuno mi parli / di queste cose.
Credo che quando nasce la perfezione
tutte le forme e le verità
si corrugano come un guscio d’uovo.
Solo il sospiro dei dolci addii
può stracciare la ragnatela
e la perfezione dei paesi immaginati
può rinviare il segreto
migrare delle anime.
E io che faccio con il mio corpo imperfetto:
vado e torno, vado e torno,
come un sandalo di plastica nelle onde
in riva al mare.

Traduzione Pietro Salabè

Nikola Madzirov (1973) nasce a Strumica da una famiglia di rifugiati balcanici. Poeta, prosatore e traduttore, è unanimemente riconosciuto come uno dei maggiori lirici macedoni ed una delle più autorevoli voci della poesia europea contemporanea. La rivista Der Spiegel lo ha paragonato al Premio Nobel per la Letteratura Tomas Tranströmer. È autore di cinque raccolte di poesia tra le quali ricordiamo Zaklučeni vo gradot (Chiuso in città, 1999 - premio Studentski Zbor per il miglior debutto); Nekade nikade (In qualche luogo, in nessun luogo, 1999, premio Aco Karamanov) e Premesten kamen (Pietra spostata, 2007, Hubert Burda European Poetry Award e premio Miladinov Brothers).

Il compositore jazz Oliver Lake (collaboratore di Bjork e Lou Reed) ha composto delle suite basate sulla sua poesia poi eseguite al Jazz-Poetry Concert di Pittsburgh nel 2008. Ha partecipato a innumerevoli festival nel mondo ed è vincitore di premi internazionali e Residenze Letterarie in Europa e negli Stati Uniti. Le sue poesie sono tradotte in trenta lingue e per i più prestigiosi editori. Oltre all’attività editoriale pilota il progetto di letteratura multilingue Babylonia e coordina il portale Lyrikline. Nel 2014 ha partecipato al festival Voci lontane, Voci sorelle (Firenze, 12° edizione)

La fetta di melone

Alberto Capatti

Saranno ricette? Una è lampo, l’altra domanda una eternità. Ne ho fatta la prova l’altroieri, per me solo, e due settimane fa, in una tavolata di quindici persone.

Servitevi la fetta di melone, fresco e maturo, con una buona macinata di pepe nero. Autore di questa prescrizione un medico lionese, Jacques Pons, nel suo Sommaire traitté des melons del 1583.

Altrimenti, aggraziate la stessa fetta con la salama da sugo ferrarese. A meno che disponiate di una precotta – è la via spiccia – dovete mettere a bagno in acqua la salama di otto-dieci mesi per ventiquattro ore. Seguiranno almeno otto ore di bollitura a fuoco bassissimo. Potete servirla (il terzo giorno) nella misura di una porzioncina, una cucchiaiata abbondante, a persona. Di più non è consigliabile. Il trattato da consultare? La salama da sugo ferrarese di Graziano Pozzetto (Panozzo editore, 2002).