Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti

da Pechino Matteo Miavaldi, Simone Pieranni (China-Files)

Sono passati due mesi, ed è ora di tornare a Pechino. Dopo la fiammata di metà ottobre che aveva portato il premio Confucio per la pace alla ribalta internazionale tra accorati appelli, vibranti proteste ed un eloquentissimo chissenefrega delle alte sfere di Washington, la parabola del premio è destinata forse a raggiungere l’apice proprio venerdì 10 dicembre, con una sedia vuota. Senza perdersi nell’ovvio, nella sacrosanta causa della libertà d’espressione, del rispetto dei diritti umani, prima della premiazione in contumacia è necessario raccontare cosa sia successo. Prima e dopo l’ormai famoso 8 ottobre.

Attaccato dai media, descritto come una sorta di diavolo contemporaneo, deriso dileggiato, attaccato finanziaramente, isolato, censurato, infine arrestato. Julian Assange è stato nominato primo premio Confucio per la pace, istituito da Pechino per contrastare il Nobel, ritenuta un'arma del soft power americano. Leggi tutto "Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti"

Precarietà a Wuhan

Simone Pieranni

Una canzone vecchia, con un vestito nuovo: un anno fa alcuni cinesi mi hanno invitato a tenere una lezione all'Università di giornalismo di Wuhan, su Indymedia, informazione e precarietà (roba da non dormirci la notte).

Dopo otto ore circa di treno, da Pechino si arriva a Wuhan, dove scorre lo Yangtze, immaginaria linea di confine tra Nord e Sud del paese. Appuntamento al McDonald così ci si trova, che al solito: le stazioni cinesi sono un inferno, uno dei modi per dire: quanti sono! Trovo M., il ragazzo cinese che mi ha invitato, prendiamo un autobus e ci stiamo per un'ora. Attraversiamo Wuhan o una parte di essa: Pechino al confronto sembra un salotto di un orologiaio svizzero. Wuhan è grande, ma ha la vita di un paese, almeno nelle aree non troppo pettinate: delirio, casino, gente per strada, negozietti, bancarelle, cibo ovunque. E' la città cinese del punk e dell'Lsd, una garanzia. Arriviamo in uno spiazzo in mezzo al niente, dopo avere percorso la strada accanto al fiume: silenzioso e nero. Ci sono alcuni rumori, qualche cane e piccole luci. Leggi tutto "Precarietà a Wuhan"

I cinesi aumentano l’entropia (se la vostra umidità vi sembra troppa)

Simone Pieranni

Grazie a Sara per l'involontario assist

Mi invitano non so come e non so perché, per tutto un giro assurdo di bigliettini da visita, numeri di telefono scambiati in questi giorni, a un evento organizzato da un brand di sportswear, abiti sportivi. Canicola, asfalto pronto per friggere gli spaghetti dello Xinjiang, ma: gente giovane, che piace ai giovani, a noi giovani. Appuntamento a Nanjing Xi Road, che vuol dire tutto e niente: una Buenos Aires milanese (parlandone da viva...) di circa 10 chilometri.

The event è proprio nell'area che ogni giorno ne ospita uno: tra Piazza del Popolo e il Bund. In sei ore, mi dicono, passeranno circa due milioni di persone. Come non ci fossi mai stato: nel piccolo gruppo di amici la via è chiamata Inferno. «Si, però, dico io, ve lo dico, sto un'oretta al massimo che poi ho un impegno». Sei molto impegnato eh! Eh si. Invento riunioni con una facilità che mi stupisco di me stesso. Leggi tutto "I cinesi aumentano l’entropia (se la vostra umidità vi sembra troppa)"

Disorganici: Google o gli attivisti cinesi?

Simone Pieranni

Pechino,

Google paladino della libertà, seguito da un manipolo di attivisti cinesi: è l'immagine che spesso viene offerta dai media occidentali delle ultime vicende in Cina. Come se gli attivisti cinesi fossero simili, anzi identici, a quelli occidentali. In realtà non è così e sulla vicenda pesano pregiudizi tutti nostrani nel cercare di valutare le realtà altre partendo sempre dal proprio punto di vista.

Cominciamo da Google: in Occidente, grazie all'ampiezza di fuoco mediatico degli Stati Uniti, il colosso di Mountain View è passato agli annali come il grande contestatore della censura cinese. Dimenticando, o forse omettendo, che Google per entrare nel mercato cinese aveva accettato ogni tipo di compromesso (fece di peggio solo Yahoo! che consegnò ai solerti poliziotti cinesi le mail di alcuni attivisti), piegandosi senza troppe storie alle richieste di contenuti filtrati proveniente da Pechino. Nel momento in cui Google ha compreso alcune difficoltà oggettive del mercato cinese (gli utenti locali utilizzano per lo più servizi in lingua cinese, di cui ne hanno una marea), a seguito di un attacco informatico, pare, proveniente dalla Cina, Google ha deciso che la censura cinese era diventata inaccettabile. Ha così optato per spostare le ricerche sul proprio indirizzo di Hong Kong, previa imbeccata proprio di Pechino. Alcuni, specie gli osservatori cinesi, avevano registrato fin da subito il collegamento tra battaglia di libertà e perdite economiche, ma ovviamente a livello planetario ha influito non poco la propaganda made in Usa (meno ottusa, almeno nei modi, di quella cinese ma pur sempre apparato di comunicazione globale). Leggi tutto "Disorganici: Google o gli attivisti cinesi?"