Il ritorno dell’uomo nero: Halloween

Valerio De Simone

Il 1978 segna l’inizio di un radicale cambiamento per il genere horror: esce nelle sale Halloween - La notte delle streghe di John Carpenter. Il film, risultato di una piccola produzione indipendente, ottiene incassi milionari tali da inaugurare un franchise di seguiti e reboot. Ma l’impatto di Halloween sulla storia del cinema non si riduce esclusivamente a un caso di successo commerciale. Come ha sostenuto Carol J. Clover nell’ormai classico Men, Women and Chainsaw (Princeton University Press, 1992) il film risulta essere tra i primi, dopo Texas Chainsaw Massacre (Tobe Hooper, Non aprite quella porta, 1974) e Black Christmas (Bob Clark, Black Christmas – Un natale rosso sangue, 1974) a inaugurare il processo di canonizzazione del sottogenere slasher. Così suo malgrado il film divenne il modello, come ha ricordato Victor Miller, sceneggiatore di Friday the 13th (Sean Cunningam, Venerdì 13, 1980), di tante opere, che stilisticamente e narrativamente sono nettamente inferiori “all’originale”.

Esattamente quarant’anni dopo, David Gordon Green, classe 1975, ha scritto e diretto un nuovo seguito radicalmente innovativo. L’opera si pone dichiaratamente come “il solo e unico sequel” della saga, aspetto rimarcato dall’assenza del titolo di un numero sequenziale, evidenziando il collegamento diretto con l’originale. Volontà è stata quella di interrompere la linea narrativa-cronologica inaugurata dai seguiti e di ricollegarsi direttamente ai fatti narrati nel capostipite. Ciò nonostante, il film gioca continuamente (merito anche del lavoro del direttore della fotografia Michael Simmonds) con rimandi iconografici intertestuali non solo al film di Carpenter, ma anche ai sequel, quasi a voler mantenere un legame esclusivamente visuale con essi.

In Recreational Terror (Suny, 1997), Isabel Cristina Pinedo ha definito l’horror contemporaneo come postmoderno, un genere che trasgredisce le regole classiche, ma che, nel farlo, mantiene anche alcuni aspetti tradizionali per poter godere della trasgressione. Halloween di Green rientra perfettamente nella descrizione di Pinedo, ma al contempo prende la distanza dal sottogenere, in particolar modo dal neoslasher inaugurato negli anni Novanta da Scream (Wes Craven, 1996) e dal ciclo slasher post millennio. Il nuovo Halloween, infatti, sceglie di andare oltre il citazionismo, presentando una maggiore similitudine con la serie Stranger Things (l’uscita della terza stagione è prevista per luglio 2019), o con San Junipero (Black Mirror St. 3 Ep. 4). Il desiderio di nostalgia e di intertestualità, rimarcato dalla colonna sonora frutto della collaborazione tra John Carpenter, creatore della originale del 1978, e suo figlio Cody, sprona a ricreare le atmosfere originali, ma trasferendole ai giorni nostri.

Il ritorno di Jamie Lee Curtis e di Nick Castle, che rispettivamente vestono i panni di Laurie Strode e di Michael Myers, è l’elemento metacinematografico preponderante. Jamie/Laurie era già tornata ad affrontare la sua nemesi in Halloween II (Rick Rosenthal, Il signore della morte, 1981), Halloween H20 (Steve Miner, Halloween – 20 anni dopo, 1998) e nel pessimo Halloween: Resurrection (Rick Rosenthal, Halloween – La resurrezione, 2002), in cui addirittura veniva uccisa nel prologo introduttivo, tentando invano di citare la sequenza dell’assassinio sotto la doccia di Janet Leigh (nella realtà madre di Curtis) di Psycho (Alfred Hitchcock, 1960).

Halloween 2018 non si ferma ad avverare il sogno dei fan di veder resuscitata la prima eroina analogamente a come Wes Craven aveva fatto con Heather Langenkamp in New Nightmare (Nightmare – Nuovo incubo, 1994), bensì decide di stravolgere le motivazioni della follia omicida dell’assassino.

Il signore della Morte spiegava come l’ossessione del maniaco per la giovane Strode fosse originata dal loro legame parentale (fratello e sorella). Ora, tale relazione viene eliminata e al tempo stesso è oggetto di ironia degli stessi personaggi; proprio Allison (Andi Matichak), la nipote di Laurie, afferma che il legame tra la sua famiglia e Michael è frutto di una leggenda metropolitana, alludendo proprio al cinema e al suo potere di poter trasformare le storie. Analogamente a quanto Giovanna Maina (Bianco e Nero, 2017) ha sostenuto a proposito delle streghe di Suspiria, Myers “non agisce a causa di un trauma o per vendetta: tortura e uccide semplicemente perché può farlo”. Myers infatti torna così ad assumere il suo originale status ossia di mostro “abietto”, per dirla con le parole di Julia Kristeva.

Laurie Strode, invece, divenuta il modello costitutivo della Final Girl, secondo la definizione di Carol J. Clover, introduceva un cambiamento radicale all’interno del genere horror: le figure femminili da personaggi che necessitavano del salvataggio maschile, divengono le salvatrici di loro stesse.

Ma il film di Green sceglie di apportare modifiche alla Final Girl. Non è più un’adolescente (questa trasformazione era già avvenuta in Halloween – Vent’anni dopo, uno dei rari esempi di Final Woman come ha sostenuto Kelly Connelly), è “una donna sopravvissuta al trauma – ha affermato la stessa Curtis - che cerca di convincere tutti del fatto che Michael Myers tornerà; per fare ciò ha dedicato tutta la sua esistenza a prepararsi al combattimento finale”. Infatti, se l’azione attiva dell’eroina degli slasher si contraddistingueva per essere difensiva e individuale (Vera Dika, Games of Terror), questo non è più così. La trasformazione di Laurie in guerriera, anche attraverso la scelta dei costumi, richiama quella attuata da Sarah Connor (Linda Hamilton) in Terminator 2 – il giorno del giudizio. Differentemente da molte super eroine, “discendenti” delle Final Girl, la trasformazione non conduce a un’eroticizzazione del corpo dell’eroina.

Inoltre, il film traccia un parallelo tra le violenze fisiche delle azioni di Myers e le imposizioni di una società eteropatriarcale. Quest’ultima condanna apertamente lo stile di vita di Laurie (l’aver divorziato due volte, il suo non essere una madre convenzionale) punendola con l’allontanamento della figlia Karen (Judy Greer). Così centrale oltre al ritorno del fantomatico Boogeyman è la relazione nonna-mamma-nipote, tanto da assumere nell’economia del film un ruolo preponderante. I litigi e i risentimenti che si sono creati tra le donne possono anche essere letti come un’allegoria delle relazioni tra le tre ondate del movimento femminista (seconda, terza e quarta).

Dunque, si può interpretare Halloween come una perfetta summa, una lezione di storia del cinema, di storia del genere horror e di storia del femminismo. Resta solo da chiedersi: il male sarà effettivamente stato sconfitto? Forse no, dato che già si parla di un nuovo sequel in lavorazione.

Alfagiochi / 26 lettere dal confine

Antonella Sbrilli

È iniziato giovedì 10 gennaio e proseguirà fino a maggio 2019 un gioco collaborativo dal titolo “26 lettere dal confine”, che si svolge on line ed è scandito da incontri fisici negli spazi del Macro Asilo di Roma (via Nizza 138).

Il gioco si ispira alle comunità “Lexicongame”, volte a creare enciclopedie fittizie su argomenti paralleli (fantasy, distopie, storie alternative), dove ciascun partecipante scrive delle “voci” che contengono a loro volta termini da definire o già sviluppati da altri autori. Gli altri giocatori sono tenuti a scrivere le definizioni dei termini mancanti andando via via a costruire una enciclopedia reticolare, le cui parti sono indipendenti e correlate al tempo stesso. Al termine del gioco, tutte le voci redatte possono costituire la base di una narrazione, di un atlante esplorabile, di una plancia di gioco,  di un dizionario, di un’opera figurativa.


Il meccanismo di gioco creativo collettivo è certamente più difficile da spiegare che da fare. Vediamo dunque in concreto: ecco per esempio una delle prime voci pubblicate sul sito del gioco www.26letteredalconfine.com:

Intervallo di buffer > è quel tempo libero, completamente sciolto da ogni dovere o onere sociale delimitato dalla durata che impiega uno strumento elettronico a caricare una pagina o unapplicazione. Può durare un secondo o svariati minuti, e testa particolarmente chi è affetto da “vertigini da intervallo”. Durante lintervallo di buffer la mente e locchio sono in time out; si può schiacciare un pisolino, fare uno spuntino, o ammazzare il tempo cercando di raccogliere il “pulviscolo residualetra i tasti.

In questa voce, il concetto di confine riguarda l’imprendibile passaggio di tempo fra due stati di attenzione, e la voce fantasma “vertigini da intervallo” viene scritta in grassetto per indicare che attende altri giocatori che la sviluppino; mentre il termine “pulviscolo residuale” rimanda a una voce già esistente a cui si arriva seguendo il link.


Una volta che tutte e 26 le lettere dell’alfabeto saranno corredate di una o più voci, l’artista Pietro Ruffo (chi lo segue, conosce i suoi i mappamondi, i cieli, gli atlanti con le rotte delle migrazioni) visualizzerà i capilettera di questo lessico cooperativo, creando un’opera che risenta anche del gioco collettivo di invenzione e redazione dell’insieme delle voci.

Si tratta, in fondo, di un “alfagioco” e poiché chi scrive è fra gli organizzatori dell’iniziativa (insieme con Maria Grazia Tolomeo, Valentino Eletti e Francesco Moleti), la proposta #alfagiochi di questa settimana si collega a “26 lettere dal confine” e invita chi vuole partecipare a inviare la sua voce. Ricordando che il tema del confine può riferirsi liberamente a realtà immaginarie, a non-luoghi, a prospettive fanta-storiche, a domini scientifici e tecnologici, a stati fisici e mentali.

Le proposte possono essere inviate scrivendo all’indirizzo redazione@alfabeta2.com

o usando Twitter o Instagram con l’hashtag #alfagiochi.

Il sito del gioco con regole e informazioni: www.26letteredalconfine.com

Alfadomenica #1 – gennaio 2019

Primo Alfadomenica del 2019, ricco come d'abitudine. L'apertura è dedicata ad Alfadisco, la rassegna di novità discografiche curata da Paolo Carradori, cui segue un intervento sul nuovo esame di maturità, emblema - nota Giorgio Mascitelli - del "manifestarsi nel mondo scolastico di quello che Alain Deneault ha chiamato mediocrazia... il dominio dei mediocri in una società dominata da un essenziale conformismo culturale". E poi, naturalmente, libri, mostre e per finire, l'Alfagola di Alberto Capatti.

Prima di chiudere, ancora una volta, invitiamo i nostri lettori a iscriversi o a rinnovare l'iscrizione all'associazione Alfabeta per sostenere la rivista e resistere (appunto) al conformismo culturale dominante. Una raccomandazione per chi si iscrive per la prima volta: il modulo di iscrizione va compilato in tutte le sue parti, incluso recapito telefonico, necessario per la spedizione del volume in omaggio tramite corriere.

E adesso, buona lettura!

Il sommario

Paolo Carradori, Alfadisco #8 - gennaio 2019

Giorgio Mascitelli, Il nuovo esame di maturità e la sua funzione sociale

Antonio Bisaccia, PIL: storia di un grande seduttore, o della macchina celibe

Lelio Demichelis, Come uscire dal labirinto della paura

Il diritto dell’esecutore. Intervista a Gabriele Frasca

Elisabetta Marangon, Marina Ballo Charmet, come fotografare con gli occhi

Alberto Capatti, Alfagola / Frittate a Corte

Alfadisco # 8 – gennaio 2019

Paolo Carradori

QUARTETTO MAURICE

4+1” (Stradivarius)

Quartetto d’archi + elettronica. 4+1. Composizioni che trasmettono un alto grado di elaborazione compositiva sul piano sonoro e della forma che, pensate per quel laboratorio di straordinaria duttilità che è il quartetto d’archi, esplodono. L’elettronica, con un peso specifico diverso nelle singole tracce, non si sovrappone, né fa da neutro sfondo ma entra con forza nella trama strumentale suscitando suggestioni di grande fascino. L’apertura non poteva essere migliore: la scoperta di un altro capolavoro di Fausto Romitelli Natura morta con fiamme (1991). Il glissare nervoso delle corde emerge sontuoso e inquietante da uno spazio dove pullulano misteri e fantasmi. Le corde provano a raccontare ma vengono come travolte, a loro volta coinvolte in una rincorsa a perdifiato verso il nulla. Mauro Lanza dedica il suo The 1987 Max Headroom Brodcast Incident (2017) alla memoria di Romitelli. Qui la trama si espande a strappi, voci enigmatiche, interferenze elettriche, solitudini urbane: le visioni del compositore goriziano vengono dilatate a dismisura, il quartetto quasi scompare. Riappare con tutta la propria energia in Legno sabbia vetro cenere (2009-10) di Andrea Agostini dove il dialogo a quattro si fa prima spasmodico per poi evaporare in un panorama nordico colmo di silenzi graffiati da sussulti e vibrazioni. Chiude Earwitness (familiar 2) (2017) di Silvia Borzelli che sviluppa una tensione magica e costante, costruzione intorno alla quale si aggrappano intrusioni quotidiane, voci deformate, pulviscolo sonoro, nell’irrequieto dialogo delle corde. Grande disco, lampo di luce sulla contemporanea che il Quartetto Maurice accende con una sfavillante e appassionata lettura.

Quartetto Maurice: Georgia Privitera violin – Laura Bertolino violin – Francesco Vernero viola – Aline Privitera cello

TERRY RILEY

THE PALMIAN CHORD RYDDLE -

AT THE ROYAL MAJESTIC” (Naxos)

Commissionata dalla Nashville Symphony The Palmian Chord Ryddle (2011) conferma le recenti fascinazioni di Riley verso la forma concerto, il coinvolgimento dell’orchestra sinfonica, come già espresso con “SolTierraLuna” del 2007 e “Zephir” (2009). Il violino a sei corde amplificato di Tracy Silverman percorre gli otto movimenti come voce narrante di struggente talento. Il lavoro è stratificato e fa riferimento alla composita cultura di Riley: l’oriente con le melodie dei raga e le scale della musica classica indiana, il blues, il charleston degli anni ’30 (nel brano dedicato ai genitori), suggestivi impasti pastello nell’immaginifico For Maresa, la cultura andalusa in Iberia. Ambienti, colori e ritmi accostati a volte con qualche meccanicità ma sempre in un ampio respiro creativo. Meno convincente At the Royal Majestic dove l’organo, tra accenni gospel, block chords politonali, ragtime e walzer, rimane scuro e su bordoni rigidi lontano dall’orchestra. Visionario il finale Circling Kailash dove un Riley mistico racconta il pellegrinaggio verso il monte Kailash in Tibet, dove si ritiene che viva la divinità hindu Shiva.

Tracy Silverman electric violin – Todd Wilson organ – Nashville Symphony / Giancarlo Guerrero

MARCO COLONNA

PLAYNG COLTRANE” (Manza Nera Label)

Tutto è atipico in questo cd di Colonna, la confezione cartonata 20x20 cm., l’edizione limitata e numerata, il blue intenso della foto di copertina di Alessandro Lisci, ma soprattutto il contenuto, l’esigenza di affrontare con i clarinetti capolavori del repertorio coltraniano (più qualche sconfinamento). Sono anni che il musicista romano espone talento e visioni in un turbinio di progetti ma la scelta Coltrane è tra le più rischiose. Dopo l’ascolto si potrebbe dire che Colonna esplora il genio del sassofonista americano come mezzo di autoanalisi, conoscenza di sé. Una immersione profonda, complessa la sua, che nei limiti della scelta strumentale rilegge temerariamente la ribellione sonora coltraniana sia sul piano tecnico che del linguaggio (lo smussamento di elementi blues a favore di colori mediterranei, per esempio). Ma ciò che interessa Colonna è più l’aspetto mistico, lo spiritualismo, quel senso di purezza e serenità che traspare in My Favorite Things - nata da una melodia a tempo di valzer – e, con un processo speculare, anche in Summertime – innocua ninna nanna di Gershwin - che trasfigurano in danze modali dal fascino inquieto e illimitato. Il tentativo di applicare la logica del Maestro nel risignificare la forma canzone affrontando Sennò me Moro di Gabriella Ferri risulta invece alquanto fragile. È con il breve Children di Ayler, sassofonista non proprio vicino alla sua sensibilità, che Colonna esprime probabilmente, in un lirismo estremo e commovente, il momento più alto di un lavoro che merita una grande attenzione.

Marco Colonna clarinetto, clarinetto basso

STEFANO SCODANIBBIO

ALISEI” (Ecm)

Se esistesse il luogo dei cd necessari, “Alisei” starebbe tra i primi posti. Sì, perché se tutti ricordiamo Scodanibbio - scomparso nel 2012 a soli 55anni - come sopraffino contrabbassista e agitatore culturale la figura del compositore è rimasta più velata. Queste registrazioni rendono pieno merito alla sua straordinaria capacità creativa e visionaria sempre indirizzata verso il proprio strumento in organici numericamente variabili, dal solo all’ottetto. Daniele Roccato, che con Scodanibbio ha condiviso idee e sogni degli ultimi anni e con lui fondato l’ensemble Ludus Gravis, seleziona quattro composizioni che vanno dal 1985 al 2011. Lavori che con approcci diversi trasfigurano il contrabbasso in un caleidoscopio di suoni, umori, colori, materia viva e pulsante. Ottetto (2011) si snoda in mezz’ora di stratificazioni, incastri sonori inquieti, fantasmi che vagano, accumulazione di tensioni, dialoghi e scontri. In Due pezzi brillanti (1985) e Alisei (1986) Roccato sottolinea con maestria, suono profondo e agile, la filigrana compositiva sempre tesa alla ricerca di un qualcosa che non sia ripetizione, luogo comune. Complessità che sviluppa in Da una certa nebbia (2002) per due contrabbassi (affiancato da Giacomo Piermatti), un panorama sottovoce, quasi fermo, angosciante.

Daniele Roccato double bass – Giacomo Piermatti double bass – Ludus Gravis double bass ensemble – Tonino Battista conductor

BEPPE SCARDINO

BS10 LIVE IN PISA” (Auand)

Scardino sa bene che sommare dieci talenti non garantisce un gran disco, con questa convinzione lavora su una scrittura rigorosa, agile, piena di fascino negli impasti delle voci, equilibrando spazi liberi da offrire alle variegate e notevoli personalità della band. Il risultato è un gran disco. Una musica che possiede un retrogusto stilistico/culturale riconoscibile mai usato però come formula statica ma come elemento moltiplicatore, propulsore di continue invenzioni sonore. Gil Evans evocato su tutti, con i suoi scenari impressionisti e armonie sofisticate, ma anche arditezze del Davis elettrico, le geniali ironie dell’Instant Composer Pool come gli schizzi astratti dell’Italian Instabile Orchestra. Questa materia pulsante intensa, profonda e scomponibile che sta sullo sfondo permette a tutti gli elementi di ritagliarsi squarci solistici di straordinaria efficacia creativa. Scardino non solo si conferma eccellente strumentista ma anche compositore, organizzatore di suoni di gran classe. Anche arrangiatore visionario quando nell’ultima traccia Giant Steps, coraggiosamente smonta e ricompone la giovanile rivolta sonora coltraniana in un quadro di commovente, tormentosa contemporaneità. Un disco che scalda il cuore.

Beppe Scardino baritone sax, bass clarinet – Dan Kinzelman tenor sax, bass clarinet, Piero Bittolo Bon alto sax, bass clarinet – Mirko Cisilino trumpet – Mirco Rubegni trumpet – Glauco Benedetti tuba – Gabrio Baldacci guitar – Simone Graziano fender rhodes, synth – Gabriele Evangelista double bass – Daniele Paoletti drums, electronics

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO

SILENT RIDES” (Filibusta Records)

La Michisanti è una musicista irrefrenabile, dalle idee chiare e coraggiose, con questo lavoro si conferma strumentista e compositrice di valore, esponendo maturità e notevole personalità. In “Silent Rides” con un avventuroso, inusuale incastro strumentale paritario (tromba, sax e contrabbasso) dipana una suite avvincente, attraverso scenari ritmici, lirici, melodici, liberissimi e contemporanei. La affiancano e condividono pienamente questo percorso le ance di Bigoni, con la riconosciuta capacità e ricchezza interpretativa che spazia dai classici ai linguaggi più innovativi e introspettivi. E la tromba di Lento che dell’ultima generazione di trombettisti è tra i più sensibili ed espressivi, con chiare fascinazioni verso Cherry e Davis. Il contrabbasso della Michisanti rilegge le pulsioni ornettiane di Izenzon e Haden, l’eleganza e la densità di Holland, sempre dentro una personalissima cifra poetica. L’intrigante gioco polifonico della formazione esteso in molti brani sviluppa un alto tasso di piacevole estraneazione, free da camera. La rotazione dei soli che i tre disseminano con lirismo, astratto senso della forma su tutte le tracce rendono “Silent Rides” tra i lavori di più accattivanti, originali e aperti degli ultimi tempi.

Francesco Bigoni tenor sax & clarinet – Francesco Lento trumpet & flugelhorn – Federica Michisanti double bass

RICCARDO ONORI

SONORISTAN” (Black Candy Records)

Non si può non avere simpatia d’acchito per un cd che recita nelle note…Sonoristan è un Paese che non c’è, un paese dove ogni persona può entrare senza permesso di soggiorno. Benvenuti…Dichiarazione di intenti inequivocabilmente politici e attualissima del chitarrista storico di Jovanotti al primo album da solista che introduce un lavoro piacevole nel miscuglio, collage vitale di musiche del mondo. Colori e ritmi non come evocazione esotico turistica ma racconto di storie, di luoghi e uomini. Come in una autobiografia sonora Onori mette in gioco la propria storia musicale, dalle clinics giovanili con Metheny, Abercrombie, Frisell alle collaborazioni più svariate, Diaframma, Gezz Zero Group, Dirotta su Cuba, Irene Grandi, Stefano Bollani eccetera fino a Lorenzo Cherubini. Musicista apertissimo ai linguaggi in “Sonoristan” la sua chitarra preziosa mai invadente sviluppa idee e composizioni in un percorso mosso zeppo di fascinazioni per Africa, America del Sud, sapori mediterranei e ritmi afrobeat. Lo affiancano musicisti che sanno garantirli un pregevole livello di complicità creativa, provenienti da ambito jazzistico, etnico, pop…Sonoristan, il paese dove vorremmo vivere.

Riccardo Onori chitarra elettrica/acustica, programmazione – Filippo Guerrieri/Franco Santernecchi tastiere – Stefano Tamborrino batteria, percussioni – Dimitri Espinoza sax – Mirko Rubegni tromba – Francesco Cangi trombone – Dan Kinzelman clarinetto, clarinetto basso – Sabina Sciubba voce – Gianluca Petrella trombone, tastiere – Hindi Zahara voce – Ahmed Ag Keady voce, chitarra acustica – Roberto Migoni batteria, percussioni – Ziad Trambelsi voce, oud – Grintv voce – Ruben Chaviano violino, voce – Mohamed Azizi voce, chitarra elettrica – Mudimbi voce

Il nuovo esame di maturità e la sua funzione sociale

Giorgio Mascitelli

Nei mesi scorsi il ministro dell’istruzione Bussetti ha reso noto tutte le norme che regolano il nuovo esame di stato delle superiori, anche se la sua architettura complessiva era già stata stabilita dal governo precedente in continuità con la riforma della cosiddetta Buona scuola. Benché apparentemente si tratti di una questione tecnica, queste norme tendono a ridisegnare non solo l’esame conclusivo, ma anche la didattica precedente e assumono il carattere di un fondamentale passaggio per costruire una scuola di mercato e, soprattutto, un mercato della scuola nel nostro paese.

Come è noto, le più importanti modifiche sono relative all’abolizione della terza prova scritta, all’aumento del credito scolastico ossia della percentuale dei punti finali decisi dalla scuola sulla base della carriera scolastica prima dell’esame, che passa da 25 a 40, alla diminuzione del peso del colloquio orale che scende da 30 a 20 centesimi a favore delle due prove scritte che salgono da 15 a 20 centesimi ciascuna, inoltre il colloquio risulterà imperniato non più su una tesina scelta dal candidato e su argomenti scelti dalla commissione sulla base dei programmi volti a verificarne la capacità di orientarsi e di stabilire collegamenti, ma in prevalenza sull’alternanza scuola/lavoro e sull’educazione alla cittadinanza di recente introduzione. Anche la seconda prova scritta potrà verificare due materie d’indirizzo e non più una sola. Ma per non annoiare ulteriormente il lettore con simili dettagli tecnici, è possibile riassumere gli effetti di queste misure affermando che la preparazione disciplinare e le capacità logiche che questa presupponeva peseranno molto meno nella determinazione del voto finale e insomma che il livello culturale richiesto si abbasserà. A sua volta questa perdita determinerà un minore significato del voto di maturità nell’indicare il livello culturale dello studente e soprattutto nella sua attendibilità come rivelatore del livello di preparazione complessiva.

Insomma, sembra di trovarsi di fronte a un tentativo di ridimensionamento dell’esame di stato paragonabile a quello, pur condotto con mezzi diversi, operato da Letizia Moratti allorché nel secondo governo Berlusconi introdusse commissioni di esami costituite solo da membri interni. In questo modo progressivamente l’unico modo per certificare la preparazione di uno studente finirà con l’essere quello di pesare la scuola che ha frequentato, valutata attraverso le graduatorie delle prove INVALSI o anche tramite indicatori ancor più aleatori quali quelli delle classifiche compilate da Eduscopio della fondazione Agnelli. In altri termini di fronte alla maggiore frequenza di voti alti si cercherà di determinarne il loro significato effettivo tramite il prestigio delle scuole, creando un meccanismo di concorrenza tra i vari istituti. Ciò a sua volta determinerà una polarizzazione, che in parte già ovviamente esiste oggi ma in maniera attenuata, delle scelte delle famiglie alla fine della terza media: quelle culturalmente ed economicamente avvantaggiate sceglieranno le scuole più competitive nelle classifiche. Del resto è questa una tendenza già in atto che si realizza sempre più chiaramente man mano che il dispositivo di provvedimenti di cui fa parte questo nuovo esame viene introdotto. Basti pensare alle scuole competitive, talvolta anche pubbliche, che, magari non in forma esplicita, non ammettono nelle loro classi studenti diversamente abili (DSA) che inevitabilmente abbasserebbero il livello di performance. E le scuole più in alto nelle classifiche intercettando un’utenza migliore aumenteranno ulteriormente il loro distacco dalle scuole meno performative.

È chiaro che questa è un’operazione ferocemente classista che tende a eliminare i passi avanti e le conquiste verso una piena scolarità di massa che erano state fatte dopo il Sessantotto poiché colpisce l’universalismo della scuola pubblica, che è l’unica base su cui si può edificare un’uguaglianza o quanto meno ridurre le differenze entro limiti meno estremi. Vorrei tuttavia analizzare dal punto di vista della meritocrazia, che è il valore ideologico di copertura sul quale si sono condotte le riforme della scuola, di cui questo nuovo esame è un tassello importante, la nuova normativa.

Personalmente non sono mai stato un entusiasta di questo concetto sia perché mi era evidente la sua funzione di copertura ideologica di pratiche di altro genere sia perché la scuola preriforme dell’ultimo ventennio era già abbastanza competitiva e meritocratica, e anche poco solidale per i miei criteri. Almeno però in quel sistema, che poi è quello che si va smantellando negli ultimi anni, effettivamente chi studiava e aveva certe qualità, sia pure entro un sistema di parametri talvolta un po’ restrittivo, usciva generalmente con le votazioni migliori e con una licenza che riconosceva socialmente, oltre che giuridicamente, questo suo percorso positivo. In futuro, quando questo nuovo sistema sarà a pieno regime, qualunque studente mediocre di una scuola ‘valutata bene’ avrà un riconoscimento infinitamente superiore rispetto a uno meritevole, che però per circostanze varie ha studiato in scuole peggio considerate non avendo più almeno l’occasione con un esame finale impegnativo di conseguire un riconoscimento sociale del proprio lavoro. Peraltro, la prevalenza della valutazione della scuola sui meriti dei singoli studenti colpirà in una certa misura anche studenti meritevoli in scuole di élite per l’abbassamento del livello culturale degli studi provocato da un simile esame, che renderà possibile raggiungere voti alti anche a profili scolastici nella media. Del resto la competitività che è un valore cardine della recente riforma della scuola, per gli studenti non si realizzerà più tramite il valore intellettuale dimostrato nello studio, ma tramite l’adeguamento a una serie di comportamenti proposti dall’amministrazione, in primis l’alternanza scuola lavoro.

Questo passaggio non è casuale, non è un effetto non voluto di misure prese per altri motivi, ma è il manifestarsi nel mondo scolastico di quello che Alain Deneault ha chiamato mediocrazia. Con questo termine il filosofo canadese intende il dominio dei mediocri in una società dominata da un essenziale conformismo culturale; dove il termine mediocre non indica innanzi tutto un carattere umano, ma la volontà di adeguarsi alla media, di accettare il lavoro come pura esecutività di una funzione già decisa, nel quale le qualità intellettuali e critiche che rendono autonoma una persona non servono. Di questo disegno di scuola il nuovo esame di maturità sigla un passaggio importante.

PIL: storia di un grande seduttore, o della macchina celibe

Antonio Bisaccia

Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente,

voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto.

Martin Scorsese, The Departed- il bene e il male

Durante l’ondata di contestazione che ha avuto luogo in Francia tra novembre e dicembre 2018, conosciuta come «gilets jaunes», sono emerse le rivendicazioni più diverse. Un contestatore ha detto ai giornalisti: “È urgente preoccuparsi del benessere dei cittadini. Si deve parlare finalmente di potenziale interno di felicità e non del prodotto interno lordo. Ecco che cosa migliorerebbe la produttività. Oggi non si parla più di felicità, ma di remunerazione degli azionisti”.

Frase che, nella sua immediatezza, trafigge il cuore del Pil (se ne avesse uno) per gettare un’ombra immensa “sul numero più potente del mondo” e sul suo sex-appeal.

Il cosiddetto Pil, Prodotto interno lordo, è appartenuto per molto tempo al rango degli arcani che interessavano solo un piccolo gruppo di esperti, come una formula della fisica.

Da qualche tempo, invece, scalda anche gli animi di un pubblico più vasto.

A ragione, direbbe Lorenzo Fioramonti. Il culto del Pil ha prodotto secondo lui un disastro. Il suo libro -che usa criticamente una poderosa mole di letteratura tecnica- è un lungo e stimolante j’accuse sugli effetti devastanti di quello che all’inizio -negli anni Trenta- doveva essere una semplice statistica per aiutare il governo degli Stati Uniti a uscire dalla “grande depressione”. Oggi invece le pubblicazioni trimestrali delle cifre del Pil hanno preso in ostaggio tutte le economie del mondo, e dunque tutte le società: compresa, quindi, anche la vita di ogni cittadino.

In un libro sorprendentemente (vista la materia!) leggibile e stilisticamente accattivante -perché scritto con passione- l’autore ripercorre la storia del Pil e le critiche che gli sono state rivolte -in primis da colui che l’aveva inventato: un paradosso che Fioramonti sottolinea più volte.

Il Pil serve a misurare la ricchezza prodotta in un paese durante un certo periodo di tempo. Ma come si definisce la ricchezza? La questione non è affatto tecnica, ma obbedisce agli interessi di certi attori economici, nonché a una certa visione del mondo. Lungo tutto il libro troviamo vari esempi della sua assurdità: un terremoto fa bene al Pil, perché ci sarà poi la ricostruzione; l’inquinamento dell’acqua fa bene al Pil perché aumenta la vendita di bottiglie di acqua minerale; gli incidenti stradali fanno bene al Pil perché fanno lavorare i carrozzieri, i medici, gli avvocati e gli assicuratori; i crimini stimolano il Pil perché generano la domanda di armi e porte blindate. Il sistema sanitario statunitense, costoso e poco efficace, contribuisce molto di più al Pil di quello cubano, economico ed efficace. La riduzione dei costi e l’aumento di servizi dovuti a applicazioni come Airbnb e Uber fa diminuire il Pil. Per le agenzie immobiliari, ogni divorzio è una benedizione, perché comporta la vendita di una casa e l’acquisto di due. Entrano nel Pil le spese militari e i “prodotti” finanziari, ma non entra niente di quello che si autoproduce, si riutilizza o si fa durare e niente delle attività di volontariato, etc…

E sono soprattutto la natura e le risorse che non entrano in questo calcolo: né il loro contributo alla ricchezza, né il danno che subiscono o il loro esaurimento. Entra nel Pil solo quello che costa denaro e che appare su un mercato. Occuparsi dei figli non crea “ricchezza”, affidarli a dei babysitter ne crea. Meno che mai il Pil può misurare il benessere reale delle popolazioni. Tra i primi a dirlo è stato Robert Kennedy, aspirante democratico alle presidenziali negli USA, poco prima di venire assassinato nel 1968.

Ormai sono in tanti a dubitare del ruolo positivo del Pil – perfino la rivista liberista “The Economist”. E’ troppo evidente che il Pil è cieco di fronte alla giustizia sociale, alla questione ambientale, all’esaurimento delle risorse. I numerosi politici e economisti che continuano a sacrificare ogni altra considerazione all’aumento del Pil di uno zero virgola non hanno scuse. L’originalità di questo libro sta allora nella storia ragionata (e sistematizzata) che racconta del “numero più potente del mondo”, rintracciandola fino a quell’epoca cruciale in cui nacque l’economia politica in Inghilterra. William Petty voleva misurare già alla fine del ‘600 il valore economico di ogni uomo, di modo che il re potesse decidere se costava di più organizzare degli ospedali oppure dare libero corso a un’epidemia.

Ma la vera storia del Pil comincia con un giovane russo emigrato negli USA che -dopo la Grande depressione del 1929- risponde alla richiesta del governo di avere a disposizione migliori statistiche per sapere dove piazzare i suoi interventi economici e che effetto avrebbero avuto. Simon Kuznets sviluppò allora il concetto oggi conosciuto come Prodotto interno lordo (fino al 1991 si chiamava Prodotto nazionale lordo). Si integrava perfettamente nel New Deal di Roosevelt e rispecchiava l’influsso crescente di Keynes. Dopo pochi anni, il Pil trovava una applicazione ancora maggiore: lo sforzo bellico statunitense richiedeva una pianificazione economica che assicurasse una moltiplicazione della produzione militare senza soffocare i consumi interni. C’è chi ha detto che il “Progetto Manhattan” (cioè lo sviluppo della bomba atomica) e il Pil sono stati i due strumenti della vittoria. Sembrava allora logico che le politiche economiche continuassero anche dopo la guerra a orientarsi verso tutto ciò che aumenta il Pil -dapprima negli USA e poi in tutto il mondo occidentale. Per alcuni economisti si trattava della “più grande invenzione del XX secolo”. Eppure era proprio Kuznets a mettere in guardia contro il vero e proprio culto che economisti e politici votavano alla sua creatura. Il Pil era utile in tempo di guerra, disse, ma non era capace di misurare ciò che veramente dovrebbe essere lo scopo dell’economia: il benessere umano. Egli criticava soprattutto l’inclusione delle spese militari nel Pil in tempi di pace. Il Pil divenne anche un’arma della guerra fredda, quando la CIA tentava di dimostrare che l’economia sovietica andava molto peggio di quanto risultasse dai metodi alternativi di misurazione economica avanzati dalle autorità sovietiche. Le Nazioni Unite raccomandavano l’uso del Pil al livello mondiale come sistema di contabilità nazionale, e uno degli ultimi atti dell’Urss prima della caduta del Muro di Berlino fu quello di aderirvi. Le regole budgetarie che l’Unione europea detta ai suoi membri, con conseguenze spesso catastrofiche come in Grecia, sono tutte legate all’idea che la crescita del Pil è l’unica salvezza di un paese. E più aumentava l’importanza attribuita al Pil, più aumentava anche il peso degli economisti stessi nello spazio pubblico: sacerdoti di una religione diventata universale. Ormai la politica è solo politica economica. Fioramonti cita il ben noto invito di George W. Bush ai suoi concittadini dopo gli attentati del 11 settembre 2001 di “non smettere di fare shopping” e di “visitare Disneyland”. In effetti, i consumi giocano ormai lo stesso ruolo per trainare il Pil come le spese militari durante la guerra -e possono avere gli stessi effetti devastanti.

Non mancano i tentativi per uscire dal vicolo cieco che costituisce il Pil. Nel corso del tempo ci sono state diverse modifiche al modo ufficiale di calcolare il Pil -ma le spese militari ne fanno sempre parte, e il contributo della natura no. Questo calcolo si pretende “oggettivo”, ma in verità si basa su una serie di presupposti morali. Lo stesso Kuznets si era opposto a suo tempo all’inclusione delle attività illegali (e si sa che negli anni Ottanta l’Italia ha “superato” l’Inghilterra nella classifica dei Pil quando l’economia sommersa vi è stata inclusa). Kuznets e altre menti critiche sottolineavano ugualmente quanto è assurdo escludere dal Pil quello che fornisce la natura, e i danni che essa subisce, dal calcolo, mentre la creazione di crediti e altri servizi finanziari vi figurano in modo (so)stanziale. Comparando l’enorme aumento del Pil nella seconda metà del Novecento, soprattutto negli USA, con altri indicatori di benessere o malessere, come il tasso dei suicidi o delle gravidanze indesiderate, si evince che -a partire da una certa soglia- l’aumento del Pil, e del benessere materiale in genere, non comporta una maggiore soddisfazione delle persone. Numerosissimi elementi che possono invece abbellire la vita non hanno prezzo e non figurano perciò nelle statistiche economiche.

Molti approcci alternativi per misurare la performance economica di un paese sono stati proposti, come ricorda Fioramonti. L’”impronta ecologica” e l’”indice di svuluppo umano” sponsorizzato dall’ONU sono tra i più noti. Alcuni, come l’”indice di felicità” proposto dal primo ministro inglese Cameron nel 2010, servivano apparentemente a distrarre l’opinione pubblica dalla cattiva situazione economica. Consisteva nel chiedere semplicemente alla gente se “si sentiva felice”. Altri modi di contabilità alternativa propongono di detrarre il valore delle risorse non rinnovabili consumate nell’anno e della natura inquinata dal valore prodotto annualmente. Ma queste buone intenzioni possono produrre conseguenze paradossali: si può calcolare il “valore” di un terreno incolto e paragonarlo al valore di un centro commerciale da costruirvi per arrivare al risultato che il centro commerciale “vale” di più. Il risultato logico sono allora delle perversioni come il mercato dei “diritti a inquinare” conosciuti come “quota di emissioni di gas serra”.

Fioramonti suggerisce, acutamente, che non è sufficiente sostituire il Pil con altre maniere di misurazione (per quanto i loro risultati possano essere interessanti: includendovi le attività domestiche e informali, il Pil in Spagna e Portogallo crescerebbe del 50%, non ci sarebbe recessione e non si giustificherebbero le politiche di austerità imposte dalle istanze europee). Anche le statistiche alternative finiscono per monetarizzare tutto, cioè per attribuire a ogni aspetto della vita umana e della natura un prezzo in denaro. La cosidetta “sostenibilità” rischia allora di essere solo un’operazione cosmetica. Bisogna andare molto più lontano e mettere in discussione l’idea stessa di crescita economica continua, di progresso infinito e di lavoro a ogni costo. Non saranno certo gli economisti a farlo: è gente che vive in un mondo gregario a parte e che ha paura degli umani. La svolta verrà piuttosto dal basso. Partirà da chi non può più sopportare le ingiustizie sociali e gli squilibri ecologici causati da un’economia diventata folle sotto la guida del Pil che deve crescere a tutti i costi. Fioramonti cita a questo proposito l’auto-organizzazione della produzione e della distribuzione in Argentina dopo il crollo del 2001, le iniziative per le transition towns, presenti anche in Italia, che si propongono di essere meno dipendenti da risorse esauribili come il petrolio, e del “movimento per la decrescita” che si sta diffondendo dal 2002 -a condizione, dice Fioramonti, che si tratti di una decrescita scelta consapevolmente, e non del semplice risultato della crisi economica dopo la quale si vorrebbe ricominciare come prima. Gli uomini (e donne) politici non riescono a pensare oltre la prossima pubblicazione dei dati del Pil da cui dipende la loro rielezione. Pensare a lungo termine -e senza le seduzioni sterili di quella grande macchina celibe che è il Pil- sarà allora l’appanaggio di tutti coloro che s’impegneranno quotidianamente per creare una società vivibile. E, a pensarci bene, la “società vivibile” è l’unica forma di società che possa definirsi tale.

Se misurare è veramente comandare, bisognerà trovare strumenti di misurazione del benessere umano che sfuggano alla dittatura dogmatica della crescita.

Lo sapeva bene anche Kenneth Ewart Boulding: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista”.

Lorenzo Fioramonti

Presi per il Pil. Tutta la verità sul numero più potente del mondo

L’Asino d’oro edizioni, Roma 2017

pp. 193, euro 17

Come uscire dal labirinto della paura

Lelio Demichelis

Il labirinto di Cnosso (oggi, per analogia, il labirinto prodotto da neoliberalismo e tecnica e rete, da cui sembra altrettanto impossibile uscire, convinti come siamo che non ci sono alternative e che l’innovazione non si può fermare) era una costruzione leggendaria (oggi, invece, è realissima e concretissima) che, secondo la mitologia fu fatto costruire da Minosse a Creta (oggi, è il mondo intero) per rinchiudervi il Minotauro – mentre oggi, ma rinchiusi insieme al Minotauro-capitalismo-rete siamo tutti noi (con la gabbia d’acciaio weberiana o la società amministrata secondo i francofortesi come nuovo labirinto), sue vittime sacrificali come allora le giovani e i giovani ateniesi destinati a essere divorati dal mostro.

Se Arianna diede a Teseo un filo per permettergli di uscire dal labirinto dopo avere ucciso il Minotauro, oggi il tecno-capitalismo ha rimosso la figura di Arianna (cioè ha cancellato speranza e utopia, la rivoluzione e il riformismo, presentandosi esso stesso come speranza e utopia e democrazia e rivoluzione), per non farci uscire da sé. Le pareti che delimitano l’intrico di strade, piazze e gallerie sono così alte che ci impediscono persino di vedere il cielo (metafora di una consapevolezza superiore), la tecnica però consolandoci con una realtà virtuale che ci illude di uno spazio infinito e di una società della conoscenza o della consapevolezza. Ci comportiamo in realtà come robot impazziti o come criceti che corrono nella gabbia, messi incessantemente a un lavoro di produzione, di consumo, nell’industria culturale 2.0 e come produttori di dati. E anche la sinistra-Arianna+Teseo, che aveva cercato di uccidere o almeno di ammansire e democratizzare la bestia, si è rinchiusa nel labirinto e con il Minotauro convive entusiasticamente (in realtà è una Sindrome di Stoccolma).

Abbiamo riletto fin qui il mito del labirinto con qualche libertà, ma lo abbiamo fatto per arrivare a parlare del labirinto delle paure di cui scrivono Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino nel loro saggio uscito da poco per Bollati Boringhieri. L’incipit di Bonomi è fulminante: “Nel labirinto ti prende la paura. Kafka la chiamava ‘la parte migliore di me’. Vero, per chi è in grado di farne una letteratura da trasformare in visione critica del mondo. Ma il nostro labirinto, da sociologia delle macerie, non induce coscienza di sé. Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva – non è forse questa, la politica? – tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé”. Macerie sociali, dunque, esito di trent’anni di neoliberalismo e di rete – perché se la società non deve esistere, ma solo gli individui, alla fine, della società restano inevitabilmente solo macerie. O una modernità in polvere (ancora Bonomi) – è la modernità che distrugge un’altra volta se stessa – esito di una guerra civile molecolare che tanto somiglia allo stato di natura pre-contratto sociale.

Tutto questo – la paura, l’odio, il rancore, la rabbia, l’autoreferenzialità, la violenza - non nasce oggi, ma è l’esito di un accumularsi di paure e di disagio, di egoismo e di competizione dopo il crollo dell’impianto politico socialdemocratico dei gloriosi trent’anni, dopo il dilagare della globalizzazione neoliberale e tecnica, con i flussi immateriali dell’economia e della tecnica che hanno impattato e ancora impattano pesantemente e materialmente sui luoghi per cui, oltre la società del rischio di Ulrich Beck “il percorso della paura si è fatto infine rancore e razzismo”. Bonomi ha una lunga esperienza di racconto sociale di questi ultimi trent’anni, dall’analisi del capitalismo molecolare a quello personale, dalla città infinita alla comunità del rancore, dallo sfarinamento delle società di mezzo (inteso come “crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e come sfarinamento dei ceti medi, cui si aggiunge oggi quello della forma partito”), dalle classi alle moltitudini (e dalla lotta di classe all’invidia sociale), tra vita nuda e nuda vita. E tra vecchio e nuovo leghismo e vecchi e nuovi territori.

Che fare? – vecchia domanda. Cercare un nuovo Teseo/eroe per sconfiggere il Minotauro sarebbe una “scorciatoia da politica-spettacolo e da memoria di una forma partito in crisi, che più che alla mancanza di leadership dovrebbe guardare alla perdita del radicamento sociale”. Occorre invece confrontarsi anche o soprattutto con quella questione delle migrazioni che non si risolve alla Minniti né con il ‘decreto sicurezza’ salviniano, ma “che è una cartina di tornasole della banalità del male contro l’altro da sé” in cui stiamo scivolando come su un piano inclinato. Bonomi chiude la sua analisi richiamando Mario Tronti e il guardare i volti, non rincorrendo i voti: “non più correre, ma camminare: trattenendo, rallentando, ritrovando il passo dell’uomo, sottomettendo il ritmo della macchina (i flussi) non per la decrescita ma per la con-crescita, tra il fuori e il dentro, tra situazioni ed esistenza, tra destino e libertà”.

La paura è affrontata da Majorino da un punto di osservazione più milanese (è assessore alle politiche sociali del Comune), ma guarda in alto e oltre, pur raccontandoci di una Milano povera e insicura e invisibile ai più e soprattutto invisibile dai giardini verticali e dall’alto del suo skyline – e dove la Casa della Carità di don Colmegna diventa invece un modello virtuoso di accoglienza, socialità e cittadinanza vera. Majorino ricorda un dato, impressionante: tra il 2012 e il 2013 “le strutture comunali avevano registrato un aumento del 300% delle domande ricevute da cittadini in difficoltà”; mentre in Italia la povertà, tra 2007 e 2014 è cresciuta del 119%. Il cambio di paradigma è stato drammatico, in termini economici e di senso della vita delle persone. Le destre rispondono e spiegano “con parole molto semplici che da questa fase di cambiamento ci si deve salvare. E offre una zattera”, dove però solo pochi (i salvati) possono salire, gli altri (migranti, profughi, diversi), ovvero i dannati, devono essere ributtati in mare. Una “zattera agghindata di richiami al passato e forse priva, a bordo, di una bussola”. Ma dove la guerra tra poveri – e che sia questa la bussola delle destre, dei populismi, dei sovranismi e di quel tecno-capitalismo di cui sono, aggiungiamo, l’ultima forma politica? – “è il progetto politico di chi vuole alimentare la fuga dall’identificazione delle responsabilità reali e dall’effettiva realizzabilità delle proprie promesse elettorali. Dividere gli ultimi (i migranti) dai penultimi (i ‘connazionali’ poveri) fa sì che questi non cerchino verso l’alto la causa del proprio malessere, ma la rovescino verso il basso”. La destra “andrà avanti nella sua capitalizzazione della paura e lo farà senza pudore, perché è la perdita di pudore che contraddistingue buona parte del pensiero, e quindi delle parole, di questa stagione”. E l’odio e la paura purtroppo seducono e oggi sono soprattutto virali. E la paura produce rancore, rafforzando la logica dell’amico-nemico. Dove il migrante diventa facilmente il capro espiatorio. Ancora, è la banalità del male di arendtiana memoria.

Che fare? – è la domanda anche di Majorino. Ripartire dalla politica, ma da una politica diversa, soprattutto a sinistra: rifacendo società, ripartendo dai valori, mettendo al centro l’ambiente sociale e naturale, frequentando “qualche salotto in meno e qualche sfruttato in più”, immaginando di nuovo un futuro possibile. Contro la paura serve tornare alla politica, cioè alla polis. O alla casa comune - secondo Majorino.

Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino

Nel labirinto delle paure. Politica, precarietà e immigrazione

Bollati Boringhieri

pp. 159 € 15.00