Alfadomenica #4 – aprile 2018

Un corposo e articolato focus sull'arte firmato da Michela Casavola, Manuela Gandini, Francesca Pasini e Antonello Tolve; un intervento di Matteo Moca su anarchia e anarchismo a partire dalla recente ripubblicazione degli scritti di Errico Malatesta; la rubrica Alfagiochi curata da Antonella Sbrilli: ecco gli ingredienti dell'alfadomenica di oggi, di cui trovate sotto il sommario completo.

Prima di chiudere, vogliamo però segnalare agli iscritti all'associazione Alfabeta che il primo titolo della nuova serie editoriale ALFABETA MATERIALI dedicato al '68 uscirà il prossimo maggio e che presto nel Cantiere anticiperemo un dibattito a partire da alcuni testi contenuti nel volume - invitando naturalmente chi non lo ha ancora fatto ad aderire all'associazione per sostenere la nostra rivista e per dare vita a un luogo di riflessione in una fase (che si preannuncia molto lunga) nella quale di riflessione ci sarà particolare bisogno.

E adesso, ancora una volta, buona lettura!

Michela Casavola, La rivoluzione è un'apocalisse? Intervista a Pamela Diamante

Manuela Gandini, Olivo Barbieri, dal Mondo Fuori Fuoco a ...

Francesca Pasini, Luigi Ottani, il filo spinato è sempre reciproco

Antonello Tolve, Prospettive spaziotemporali: Stampone e La Pietra al Ciac di Foligno

Matteo Moca, Malatesta, il "voler essere" come base dell'anarchia

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Alfarobot

La rivoluzione è un’apocalisse? – Intervista a Pamela Diamante

Michela Casavola

Alcuni mesi fa hai vinto una residenza in Iran, un Paese controverso, che in questo momento è sotto l’attenzione di tutto il mondo anche in riferimento alla lunga e tormentata guerra civile in Siria – alludo al recente attacco militare voluto dagli Usa insieme a Francia e Inghilterra in conseguenza dell’ipotetico utilizzo di armi chimiche da parte del presidente Assad con l’appoggio di Iran e Russia. Cosa ti ha lasciato l’esperienza iraniana e come ha influito sul tuo lavoro?

 La mia esperienza a Teheran è avvenuta lo scorso novembre, in occasione del programma di scambio artistico tra Italia e Iran promosso da VIAFARINI.

Inizialmente è stato molto difficile capire il senso delle contraddizioni che caratterizzano la vita nascosta degli iraniani: i piccoli atti di resistenza contro la teocrazia islamica; non parlo di tutto il popolo iraniano ovviamente ma solo di quelle persone che sperano ancora che il vento possa accarezzare i capelli delle donne e che, pur rispettando i propri martiri, non aspirano alla morte ma alla vita.

A tal proposito un’esperienza significativa è stata la visita al paradiso-cimitero Behesht-e Zahralo, luogo dove il fondatore della Repubblica Islamica, Khomeini, nel 1979 fece il suo primo discorso pubblico onorando i combattenti morti in nome della rivoluzione, martiri a cui si sono susseguiti i ragazzi caduti in guerra contro l’Iraq (1990-98) e gli attuali combattenti in Siria, i cui volti sono impressi in ogni angolo della città, usati a favore della propaganda del regime, che trasformano il tessuto urbano in un enorme cimitero a cielo aperto dal fortissimo impatto psicologico.

Le sensazioni vissute in questo contesto mi hanno spinta a formulare una nuova versione di “the apocalypse is a revolution”, un lavoro realizzato in passato, in cui la stessa frase diventa uno spot, fruibile su un supporto a Led tipicamente usato nelle insegne pubblicitarie. Se niente è più rivoluzionario dell’apocalisse, forse anche la rivoluzione stessa è di per sé un’apocalisse…così nel lavoro-insegna realizzato in Iran, apocalisse e rivoluzione diventano due facce della stessa medaglia.

Parlando di catastrofi, spesso causate dall’avidità dell’uomo, dalla guerra, e dalle politiche sociali spregiudicate, conseguenza d’interessi più economici che religiosi, mi vengono in mente diversi temi che da tempo affronti nella tua ricerca artistica come appunto la rivoluzione e l’apocalisse, per esempio gli sconvolgimenti naturali e gli orizzonti tecnologici. Quanto la tua ricerca intorno ai disastri ambientali è stata ulteriormente stimolata dall’esperienza vissuta in Iran?

Essendo in piena rielaborazione del concetto di apocalisse – incominciai a maturare l’idea di un nuovo lavoro, L’estetica dell’apocalisse – una serie fotografica composta da dittici. La prima foto, è l’immagine di un’opera appartenente ad un altro artista che ha delle fortissime assonanze visive ed estetiche con la seconda foto che scaricata dal web, rappresenta una catastrofe realmente avvenuta. La prima associazione che ho visualizzato è stata per esempio la tavola a-a’: l’elicottero di Paola Pivi ribaltato in una piazza pubblica, rimanda all’immagine di un’imbarcazione in perfetto equilibrio sopra una palazzina in Giappone dopo lo Tsunami. Le assonanze tra i disastri ambientali e le opere d’arte sono sconvolgenti, tanto da sembrare un unico lavoro, e destabilizzano la comprensione dello spettatore rispetto all’opera-evento.

Questo “catastrofico” archivio visivo deriva dalla realizzazione dei lavori 2015 e 2016, video in cui vi è una cronologia dei disastri ambientali e tecnologici avvenuti nel mondo nell’arco di questi due anni.

 Quanto c’è di reale nell’informazione che ci arriva, veicolata dal web e dai mass media, rispetto alla verità percepita direttamente con i propri occhi?   

Questo è un discorso molto complesso, che spesso affronto nei miei lavori, difficile da esternare in una sola risposta. Posso dirti che l’Iran non è solo quello che ci raccontano o quello che ho potuto vedere io direttamente, ma tanto altro. È un paese ricco di un’infinità di storie e luoghi incredibili che bisognerebbe conoscere, estremamente affascinante, e per comprenderlo c’è bisogno di sospendere quei finti parametri nozionistici attraverso i quali ci rapportiamo alla realtà e con cui strutturiamo nozione dopo nozione i nostri pregiudizi. Dopotutto, ciò vale anche per quello che viviamo direttamente e indirettamente in questo mondo.

Non è la prima volta che ti trovi in una terra di conflitti e controversie politiche, sociali e religiose. Nella tua vita “pre-artistica” hai intrapreso una carriera militare durata cinque anni nell’esercito italiano, che ti ha portato anche in Bosnia ed Erzegovina per una missione di pace. Puoi raccontarci brevemente questa esperienza. Quali possono essere le affinità con la residenza in Iran, se ce ne sono state?

Grazie alla mia esperienza nell’esercito, a 18 anni sono stata a Sarajevo per una missione umanitaria, non conoscevo la sua reale storia, a parte quella raccontatami per l’indottrinamento militare, ma i campi minati, i cimiteri dislocati dappertutto in città e i fori dei proiettili sulle facciate delle palazzine si raccontavano da soli, eppure è stato l’unico luogo in cui ho percepito un’energia di rinascita, voglia di riappropriazione della propria vita e della propria terra.

Anche in Iran ho ritrovato questa energia propositiva dietro le privazioni e gli obblighi. Durante la residenza ho approfondito la storia del movimento Onda Verde, fautore dei moti di protesta contro la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad nel 2009: per la prima volta dopo la rivoluzione islamica la gente si riversava per le strade di Teheran: studenti, intellettuali, artisti, attivisti di qualsiasi estrazione sociale, protestavano  uniti superando la paura. Chi ha vissuto questo momento racconta che si sentiva nell’aria una grande energia. Ecco forse l’affinità di questi paesi sta proprio nel coraggio di ribellarsi, la risposta invece è stata una spietata repressione dei responsabili, giustiziati in piazza e sepolti in cimiteri comuni. E allora mi sono chiesta se non fossero proprio questi i veri martiri della Repubblica Islamica, invece che quelli morti in nome dello Stato!!?

Olivo Barbieri, dal Mondo Fuori Fuoco a …

Manuela Gandini

Il vedere fa comprendere la mancanza di importanza di tutto”

Don Juan

Quando Carlos Castaneda (1925-1998) parte per il Messico incontra Don Juan – il brujo, stregone o uomo di conoscenza - che lo inizia ai segreti della percezione ridicolizzando e smontando il suo personaggio occidentale. Gli anni di apprendimento accanto a lui lo avvicinano a comprendere il concetto di vedere diverso dal guardare. “Il mondo, quando lo vedi, non è come tu pensi che sia. È un mondo fugace che si muove e cambia. (…) Noi uomini sappiamo ben poco del mondo. Un coyote ne sa molto più di noi. Un coyote non è quasi mai ingannato dalle apparenze del mondo”, proclama lo stregone (1).

E Genaro, l’altro brujo amico di Don Juan, afferma: “Che altro potrebbe avere un uomo oltre alla sua vita e alla sua morte?”.

L’arte si focalizza sul vedere. Si nutre e si imbeve di cronaca, quotidianità, letteratura e tecnologia. Sviluppa universi paralleli, riflette – come uno specchietto retrovisore – fatti umani, eventi epocali, comportamenti e trasformazioni sociali, poco prima che avvengano. Con anticipo produce immagini che successivamente si rivelano premonitrici. L’antropologo americano Joseph Campbell (1904-1987) affermò che i moderni sciamani sono gli artisti, in quanto capaci di mostrare ciò che ancora non è in quel momento visibile.

Nonostante l’abuso dell’immagine nella nostra epoca, l’arte non è stata spodestata del proprio potere evocativo e trasformativo. Sviluppa invece il compito di portare la coscienza collettiva e individuale a riflessioni che la cronaca (data la velocità, il controllo, la dozzinalità) non consente. Il mondo è zeppo di persone che guardano e non vedono. Alzate gli occhi dal vostro cellulare e, nella vettura del treno o sull’autobus, vedrete quasi tutti i viaggiatori attorno a voi concentrati sul proprio smartphone o tablet.

Lo spettacolo come la società moderna è allo stesso tempo unito e diviso. Come essa edifica la propria unità sul laceramento”, scrive Guy Debord (2)

Come appare un’area di servizio agli occhi di Edward Hopper? Un uomo calvo un po’ avanti con gli anni armeggia solitario con la sua pompa di benzina mentre attorno l’erba prende fuoco. Intanto Tom Joad, protagonista disperato di Furore (2), appena uscito di galera, viaggia con il suo furgone scassato e tutta la famiglia verso la California per un lavoro da reietti. Le strade sono invase da straccioni in cerca di fortuna durante la crisi americana degli anni Trenta. (3)

Vicino a San Francisco c’è una squallida e solitaria stazione di servizio. Jack Nicholson, aiutante del proprietario del locale, nel Postino suona sempre due volte (4) è pazzo per Cora, la moglie annoiata del gestore, interpretata da Jessica Lange. Avvolti dal fuoco della passione, i due decidono di far fuori il marito di lei riuscendo ad accopparlo solo la seconda volta. Scampati alla giustizia, Cora perde la vita in un incidente.

Sul display della nostra memoria legata al viaggio, ci appare l’insegna grondante della “Esso” dipinta da Mario Schifano.

Negli anni Sessanta, Ed Ruscha percorre avanti e indietro, da Los Angeles a Oklahoma City, la Route 66, per visitare la madre rimasta vedova. Le solitarie pompe di benzina, le gasoline station, s’imprimono nell’immaginario dell’artista che le trasforma in opere nude, spopolate, asettiche, con monumentali idee di prospettiva, futuro e progresso. “Io considero [le parole] come materiale visivo e le ho considerate come delle sculture, esse hanno un volume e uno spessore” ha detto Ruscha. Nel paesaggio deserto, come nella vita, le parole sono entità presenti, concetti concreti che sostituiscono gli oggetti stessi.

Olivo Barbieri compie un processo per certi versi simile ma inverso. Cattura Fast Food, Deli, Delicatessen, Burger King, nella loro vivacità pop, ma poi compie interventi di cancellazione delle icone: ingrigisce la ciambella (donut) sul tetto di un locale o riduce il White Center di Mark Rothko a un hamburger. Barbieri – in mostra, a  cura di Achille Bonito Oliva, alla Galleria Mazzoli di Modena – ripercorre e impasta tra loro le forme dei monumenti orientali e occidentali. Piero Della Francesca contro un hamburger. Il Guercino contro le donuts. Se l’idea di occidente è ridotta alla Silicon Valley e gli Usa sono “culturalmente” una colonia dell’Italia, Barbieri cerca di tornare alla forma originale delle cose, togliendo tutto ciò che non serve. Perché il mondo è un enorme deposito di cose diventate ormai invisibili.

Ha rifotografato, dalla medesima angolazione, la stazione di rifornimento californiana di un famoso dipinto di Ed Ruscha, Norms on fire, senza decontestualizzare niente ma proponendolo come un rendering architettonico. Siamo oltre gli anni 2000.

Questo breve viaggio sul vedere si conclude con una citazione di Alessandro Bergonzoni sull’intellettuale no profet: “Lungi da me ogni risentito nervosismo se qualcuno sostiene il poco impegno, voglio ribadire che sono molti gli autori o gli artisti che “pensano” il presente, non per ammalarlo di cronaca ma per espanderlo”. (5)

  1. Joseph Beuys nella performance I like America and America likes me (1974) incontrò un coyote, lo conobbe e imparò a vedere.
  2. Guy Debord, La società dello spettacolo, Stampa Alternativa, 1977.

  3. John Steinbeck, Furore, Bompiani.

  4. Il postino suona sempre due volte è tratto dall’omonimo romanzo di James M. Cain del 1934, Adelphi

  5. Alessandro Bergonzoni “L’intellettuale è ‘no profet’”, “L’Espresso”, n. 15. 8 aprile 2018.

 

Olivo Barbieri, American Monument and Monument, a cura di Achille Bonito Oliva, Galleria Emilio Mazzoli, Modena, sino al 26 maggio.

Luigi Ottani, il filo spinato è sempre reciproco

Francesca Pasini

Nella casa in campagna dei miei nonni, c’era l’ordine di chiudere, subito prima del buio, tutte le persiane, proprio tutte, anche al secondo piano. Da bambina, aveva attivato il cortocircuito tra la paura del buio e la guerra, credevo che stesse per arrivare non che era finita. Incideva anche la “paura dei comunisti” che nel Veneto degli anni cinquanta aveva un certo appeal. Avevo sistemato tutto nella notte.

Da allora, abbino l’immaginazione del pericolo alla notte.

Le tragedie di oggi avvengono alla luce del sole, in ogni senso. Le fotografie di Luigi Ottani mi hanno colpito anche per questo. Recentemente esposte alla Galleria San Fedele di Milano in una mostra curata da Manuela Gandini, si possono trovare anche in un volume uscito nel 2016 per Piemme e intitolato Dal libro dell’esodo, a cura di Roberta Biagiarelli, con interventi di Paolo Rumiz, Cécile Kyenge, Ismail Fayad, Michele Nardelli. Sono state scattate tra il 20 e il 27 agosto 2015, quando i profughi siriani erano in attesa di passare il confine tra Idomeni (Grecia) e Gevglelija (Macedonia), diretti prevalentemente in Germania. Sono fotografie alla luce del sole, in cui la drammaticità di questa fuga, non è così lontana dalla presenza quotidiana, sotto casa, di migranti di vario tipo.

La luce del giorno evidenzia un dramma non separabile dalla coscienza.

Non sono ritratti esterni, ma accanto, in mezzo a questa massa di persone. Un bianco e nero, meno contrastato attraverso tonalità leggermente seppiate, restituisce il riverbero del sole, il calore, la confusione in cui sono immersi volti, sacchi di plastica, stampelle, rotaie, tende super provvisorie, bottiglie d’acqua. Bambini, bambine, uomini, donne, giovani, vecchi, insomma una comunità. Siamo abituati a queste immagini? No. In genere in primo piano ci sono l’eccezionalità, la meccanica del trasporto dal barcone alla motovedetta. Anche allora, spesso, il mare brilla sotto il sole, ma il repertorio di cronaca dei telegiornali sfoca il rapporto simbolico tra giorno e quotidianità dell’evento. La tragedia è visibile, ma il passaggio da una notizia all’altra permette di non sentirci lì, in quel momento, come, invece, succede con le fotografie che, oltre alla documentazione, vogliono esporsi all’emozione di chi guarda.

Luigi Ottani sceglie di essere lì e di portarci con lui. È un racconto di fronte al quale non sappiamo come comportarci, proprio perché in primo piano non c’è il dramma della fuga da un pericolo imprevisto, ma la dimensione traumatica di un evento continuo, non allontanabile vuoi nella notte della ragione, vuoi nel pericolo imprevedibile. Un dramma che si ripete come il passaggio dalla notte al giorno.

Un giovane padre ha lo sguardo perso in un dolore indecifrabile, mentre la bambina che tiene in braccio, di forse due anni, guarda sorridente dentro la macchina. “Ce la farò a salvarle il sorriso?” Questa è la domanda nei suoi occhi appannati. Un ragazzetto con occhi sorridenti tiene in braccio un gattino impaurito, ma che accetta questa posizione. Un uomo tiene sulle spalle un bambino di fronte alla madre, che gli tocca le dita per rassicurarlo. Nessuno incrocia lo sguardo con la macchina fotografica. È un dialogo intimo tra loro. Una bambina di spalle, in calzoncini corti, cammina da sola, con passo deciso lungo le rotaie. Tutto il suo bagaglio è una bottiglia d’acqua sotto braccio. Da una lunga fila lungo il binario, sotto un cielo di nuvole in movimento, si volta improvvisamente un bambino con occhi terrorizzati, sull’orlo del pianto. Davanti alla stazione di Gevglelija, una massa di persone sedute in attesa: gambe, braccia incrociate, schiene, facce, occhi si mescolano in un corpo laocoontico. Altri sono seduti lungo i muretti dei binari. Si sente il calore del sole, l’impossibilità di protezione. Alcuni corpi a figura intera, e altri di cui si vedono solo le gambe e il busto, fanno da quinta scenica a una bellissima bambina con una giacca a vento da adulti che le arriva fino ai piedi, si porta una mano alla bocca e ride contenta. Gli adulti non ridono mai, camminano, trascinano bambini stanchi, zaini e poco altro. Rotaie, rotaie, rotaie. Sono il segno della distanza dalle case lasciate e da quelle da trovare. È un viaggio non calcolabile.

Mentre sto scrivendo, sento le notizie alla televisione su alcuni migranti che stanno tentando di passare il confine al Monginevro partendo da Bardonecchia. Non ci sono foto, solo le voci delle associazioni che raccontano il rischio, il freddo, la neve. Il passaggio è fattibile solo di notte. Le persone non si vedono, ci dicono però che sono bagnate, infreddolite e che spesso non ce la fanno, tornano indietro e vengono raccolte nello scantinato della chiesa. Le foto di Ottani diventano il pendant reale di questi rifugiati senza volto.

Di nuovo il clima è il punto di rischio, da un lato il caldo e le rotaie interminabili; dall’altro la neve e il bosco invisibile.

Le foto di Ottani nella loro dolcezza e verità propongono una relazione con chi ha bisogno di aiuto. Come fare? Se sono descritti nei talk show lo choc del faccia a faccia si allenta. È una notizia tragica, ma possiamo accorparla a un problema generale.

Leggendo romanzi e storie sulle retate degli ebrei nel nazismo, mi sono spesso chiesta se me ne sarei accorta. Ottani mi aiuta ad accorgermene anche senza essere presente. E dice anche che non bastano i buoni sentimenti per accogliere il diverso, qualunque sia. A volte non sappiamo sostenere interruzioni di solidarietà dentro le nostre famiglie. Come possiamo capire chi ha cultura e convinzioni che non conosciamo direttamente? Basta la commozione davanti al dolore degli altri? Non credo.

Le invasioni barbariche alla fine dell’Impero Romano hanno contribuito allo sviluppo dell’arte paleocristiana e alto medievale. Oggi lo sappiamo, ma quando sei in mezzo al guado, non è detto che tu riconosca i rami galleggianti con i quali costruire il ponte che ti porta sull’altra sponda.

Io, oggi, mi sento come una delle bottiglie d’acqua fotografate da Ottani: dietro di loro un carro armato e dei soldati; davanti, un filo spinato dietro al quale c’è una fila ininterrotta di migranti. Appare la contraddizione tra protezione e rifiuto.

Purtroppo oltre al dolore degli altri c’è sempre anche la paura del diverso, e ogni filo spinato rappresenta la reciprocità di questi due sentimenti. Grazie Ottani.

Dal libro dell’esodo, a cura di Roberta Biagiarelli, foto Luigi Ottani, con interventi Paolo Rumiz, Cécile Kyenge, Ismail Fayad, Michele Nardelli (Piemme Edizioni).

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Prospettive spaziotemporali, Stampone e La Pietra al CIAC di Foligno

Antonello Tolve

Come uno spettacolo che invita il pubblico a osservare i grandi problemi del mondo, la doppia personale di Giuseppe Stampone e Ugo La Pietra organizzata al CIAC – Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno è un generatore di occasioni visive che raccontano, fino al prossimo 30 settembre, i miracoli e i traumi della civiltà. Al centro del discorso offerto dai due artisti, in uno stesso piano di leggibilità e di visibilità, ci sono le due colonne della relatività ristretta, lo spazio e il tempo riletti da una angolazione critica, sotto una luce uniforme e in una atmosfera trasparente che offre effetti di lontananze cristalline.

Partendo da un punto di domanda, Perché il cielo è unico e la terra no?, Giuseppe Stampone (Cluses, 1974) riapre il dossier Rodari – «Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti, perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti» – per evitare i pericoli della dromologia (logica della velocità, a detta di Paul Virilio) e riappropriarsi così del tempo, della durata umana, del dialogo interpersonale, del dibattito felice.

«Il mio è un approccio concettuale, per me l’arte è linguaggio, mi interessa lo spazio-tempo all’interno dell’opera che oggi si manifesta con la dilatazione del tempo», suggerisce l’artista in un’intervista rilasciata a Giacinto Di Pietrantonio, curatore del doppio progetto espositivo accanto a Italo Tomassoni e Giancarlo Partenzi. «Nell’era della globalizzazione mi interessa recuperare il concetto del fare. […]. Il fare (il dare forma ai propri pensieri) implica un tempo di realizzazione che ci fa recuperare il nostro tempo intimo in antitesi alla velocità imposta dal mercato […]. Warhol si definiva una macchina, io una fotocopiatrice intelligente che però fa una sola copia. Lavoro alla scelta dell’immagine globale da internet ma con il desiderio di possederla come unicità, come momento unico. Questo è possibile nell’attimo dell’esercizio dell’appropriazione che non è più l’appropriazione dell’immagine, ma l’appropriazione del tempo dell’immagine, nel farla».

Tra le opere in mostra l’installazione P-W Peace and War (2014) lunga 13 metri con 114 bandiere corrispondenti ai diversi Paesi vincitori del Premio Nobel e la tavola Origine du monde (2016), rielaborazione del Ratto d’Europa di Rembrandt che rimarcare la disfatta della primavera araba, rappresentano, accanto alla Global Dictature / 1 (2012), alla Linea retta finita (2015) e alla recente tavola Perché il cielo è unico e la terra è tutta spezzettata (2018), alcuni punti cardinali di un percorso e di un programma didattico definito da Stampone Global Education.

Compasso d’Oro alla carriera nel 2016, Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino, 1938) offre, dal canto suo, uno spettacolo radicale che ripensa lo spazio urbano e con lucidità riadatta la semiotica della città a racconti che cavalcano l’ironico, l’irriverente, l’eccellenza dell’eccedenza. Istruzioni per abitare la città 1966-2018 è infatti un percorso che non solo vuole raccontare la versatilità di un uomo curioso legato al design, all’architettura, alla letteratura, al cinema, al fumetto e alle varie declinazioni della creatività umana, ma tende anche a accompagnare lo spettatore tra 12 aree di ricerca cadenzate mediante 56 istruzioni (Riconversione progettuale, Soggiorni urbani e La città senza morale ne sono alcune) legate all’ambiente, al territorio, al mondo della vita e dei mille significati che la riguardano: «ci sono degli artisti che privilegiano il corpo, altri che privilegiano la natura, io ho sempre utilizzato l’ambiente, l’architettura, il territorio, l’urbanistica, mettendole, però, sempre in rapporto con l’individuo».

Malatesta, il “voler essere” come base dell’anarchia

Matteo Moca

Appare purtroppo evidente come l'eredità di Errico Malatesta, sicuramente il più importante tra gli anarchici italiani, certamente uno dei combattenti più strenui per la libertà di ogni uomo, sia oggi alquanto tralasciata ed offuscata. Poche sono le eccezioni, qualche breve e sporadica pubblicazione, tra cui si segnala però il piccolo volume edito da Clichy L'anarchia o Al caffè. Conversando d'anarchia e libertà edito invece da Ortica, e una importante monografia, quasi narrativa, di Vittorio Giacopini, Non ho bisogno di stare tranquillo. Errico Malatesta, vita straordinaria del rivoluzionario più temuto da tutti i governi e le questure del regno. A questo avrà senza dubbio contribuito anche il fatto che Malatesta, proprio per la sua attività militante che costituiva un imprescindibile aspetto non solo del suo pensiero ma anche della sua vita, non ha lasciato un'opera che possa rendere organicamente conto del suo pensiero, disperso piuttosto in una miriade di articoli pubblicati sulla stampa anarchica. Questa occorrenza va però immersa, affinché possa essere compresa, nel tempo storico di Malatesta e anche nel suo pensiero, che in questo si distacca da quello di altri importanti rappresentanti del pensiero anarchico come Bakunin o Kropotkin: laddove questi ultimi si impegnavano duramente per costruire una logica del loro pensiero, Malatesta scelse sempre di mettere questo pensiero in pratica, verificandone così la coerenza e la validità. Questo appare evidente se si scorre la sua biografia, piena di numerosi viaggi e movimenti: nato a Santa Maria Capua Vetere nel 1853, nel 1872 è tra i fondatori dell'Associazione internazionale dei lavoratori e nello stesso anno interviene, con Bakunin e Guillaume all'atto di nascita del movimento anarchico, intervenendo al congresso a Saint-Imier. Tra il 1877 e l'anno successivo si muove tra Egitto, Francia, Svizzera e Belgio e poi ancora Romania, Inghilterra e Argentina, spesso per sfuggire a condanne ridicole (come quella di «malfattore», accusa inventata dalla magistratura italiana per incastrare mettere fuori gioco gli anarchici). Rientrerà e uscirà dall'Italia continuamente ma sarà uno degli uomini più importanti della Settimana rossa nel giugno 1914 e fonderà prima il quotidiano anarchico Umanità nuova e poi il periodico Pensiero e volontà. Da questa breve e veloce carrellata sulla vita di Malatesta, si intuisce e si comprende meglio la natura dell'anarchismo di Malatesta, incentrata sulla pratica, l'esercizio e il confronto diretto.

Esce adesso per Eleuthera Buon senso e utopia, preziosa raccolta di scritti malatestiani che raccoglie gli interventi risalenti agli ultimi dieci anni della sua vita, curati e introdotti da Giampiero N. Berti. Un libro prezioso nel suo tentativo di riordinare e riunire molti materiali altrimenti introvabili che nel loro scorrere danno vita ad un ritratto importante del pensatore napoletano e rendono giustizia all'operazione più importante compiuta da Malatesta, quella di separare l'anarchismo da qualsiasi altra ideologia o corrente, sia essa comunista o rivoluzionaria, e a dare ad esso una costituzione specifica e distinta.

Partendo da una distinzione netta tra l'anarchia, ovvero il fine, e l'anarchismo, ovvero il mezzo, Malatesta può lecitamente aspirare a slegare i fini anarchici dalle tendenze e i significati storici del presente, in continuo mutamento e quindi di impossibile messa a fuoco definitiva, a favore di un'universalità del fondamento: «l’anarchia – scrive Berti nella sua appassionata e approfondita Introduzione – non è fondata su un essere, né su un dover essere, ma su un voler essere: in questo modo essa ha un respiro universale». Il voler essere è costituito dalla libertà e così «la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà – vale a dire i valori costitutivi dell’anarchismo – non sono proposizioni subordinate una volta per tutte a spiegazioni scientifiche, ma giustificazioni etiche dell’agire umano volto verso il futuro». Questi ideali cardine sono allora per Malatesta espressione insopprimibile di una valenza universale e sono rintracciabili nelle abitudini e nei comportamenti umani guidati da amore e preoccupazione per l'altro: per comprendere ancora meglio i movimenti del pensiero di Malatesta si possono prendere in prestito le parole di Colin Ward in Anarchia come organizzazione (edito sempre da Eleuthera), quando il pensatore inglese scrive che una società anarchica, cioè una società che si organizza senza l'autorità «esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suo sprechi, del privilegio, del nazionalismo e delle religioni».

In alcuni dei testi più importanti di Malatesta, che non a caso aprono la prima sezione di Buon senso e utopia sotto il titolo di Anarchismo e anarchia, viene messa in luce la più alta espressione etica dell'anarchia, ottimo antidoto per chi al suono di questa parola non riesce a fare altro che a storcere il naso: anarchia è un ideale, una meta forse mai pienamente raggiungibile ma che per sua natura tende agli ideali di libertà ed eguaglianza: «Noi ci vantiamo di essere soprattutto ed innanzi tutto propugnatori di libertà: libertà non per noi soli, ma per tutti; libertà non solo per quello che a noi sembra la verità, ma anche per quello che può essere o parere l'errore». E ancora, poco dopo, evidenzia un punto fondamentale del suo pensiero, ovvero quel legame cardine tra la libertà individuale e gli altri: «Noi reclamiamo semplicemente quella che si potrebbe chiamare la libertà sociale, cioè l'uguale libertà per tutti, un'uguaglianza di condizioni tale che permetta a tutti di fare il proprio volere col solo limite imposto dalle ineluttabili necessità naturali e dalla uguale libertà degli altri».

Un libro ricchissimo questo curato da Berti, dove chiunque può addentrarsi nel pensiero di Malatesta, troppo spesso dimenticato, e, più in generale, nel pensiero dell'anarchismo e dell'anarchia. I testi di Malatesta non sono solo uno strumento utile per una rilettura del secolo passato, ma aprono altresì inquietanti scenari sulla nostra contemporaneità, come accade per esempio leggendo il capitolo finale dedicato al fascismo e ai presupposti dei governo totalitari.

Errico Malatesta

Buon senso e utopia

Eleuthera

a cura di Giampiero N. Berti

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Alfagiochi / Alfarobot

Antonella Sbrilli

L’idea della rubrica di questa settimana viene dalla mostra La Trottola e il Robot. Tra Balla, Casorati e Capogrossi, allestita al Palazzo Pretorio di Pontedera e in chiusura proprio oggi, 22 aprile 2018.

Oltre a un consistente percorso fra quadri e oggetti collegati ai giochi, ai giocattoli, all’infanzia e al tempo libero nella cultura italiana del Novecento, la mostra - curata da Daniela Fonti e Filippo Bacci di Capaci - offriva una sezione dedicata agli automi. Creature al confine fra il giocattolo e il congegno meccanico, gli automi si affacciano nei manichini dipinti da de Chirico e in certe composizioni di Sironi, ma soprattutto, in area futurista, nelle figure disegnate da Ivo Pannaggi e nei “complessi plastici” di Fortunato Depero e poi - avvicinandosi nel tempo - negli assemblaggi di pezzi del Meccano di Enrico Baj: l’artista è autore proprio a Pontedera del progetto per le decorazioni del muro di viale Risorgimento, di cui in mostra erano visibili i bozzetti.

Più vicini ancora, in mostra, c’erano dei veri e propri robot: Aibo, il primo cane robot prodotto dalla Sony e l’antropomorfo Nao. Entrambi prestati dall’Istituto di BioRobotica Polo Sant’Anna Valdera - che ha collaborato alla mostra - i due congegni chiudevano il percorso espositivo e lo aprivano a quello di interazione con il pubblico, invitato a partecipare a laboratori di robotica in cui il gioco e l’apprendimento vanno insieme.

        

Nei laboratori curati da Great Robotics, dei piccoli robot erano affidati ai partecipanti senza alcuna istruzione, neanche quella per accenderli. Dalla ricerca del “tasto” di avvio, ai tentativi di capire il comportamento dei congegni, l’acquisizione delle informazioni si accompagnava con elementi di competizione, di soddisfazione, di divertimento e di creatività.

E mentre la Piaggio, sempre per restare a Pontedera, sta per rilasciare il robot Gita, una sorta di sherpa urbano, che porta i bagagli della persona a cui è collegato, il gioco di questa settimana è quello di guardarsi intorno per le strade, in casa, sul web, in cerca di robot veri o approssimativi, dipinti, assemblati, allusi, raccontati.

Le proposte con foto possono essere inviate via mail all’indirizzo redazione@alfabeta2.it e su Twitter e Instagram con l’hashtag #alfagiochi.

Le foto dei robottini sono di Serena Cozzi (laboratorio di robotica condotto da Pericle Salvini, Palazzo Pretorio, Pontedera, 8 aprile 2018).

Il gioco della scorsa rubrica

La video-chiamata per i Pensieri in ascensore, lanciata nella scorsa rubrica, prosegue: vedi qui le istruzioni per partecipare.