Reality 2.0 / 2

4 ritratti / intervista ad artisti che fanno della propria opera azioni di sovversione della realtà

di Manuela Gandini

Se la falsificazione del reale è lo sport più praticato al mondo (a livello sia istituzionale che individuale) i quattro artisti scelti si cimentano nell’interpretazione della società liquida con la volontà di trasformare lo stato di consapevolezza globale e attivare nuove capacità di immaginazione. 

Per anni Jean Toche attacca dal suo eremo la Casa Bianca e la mistificazione politica dell’impero. Ugo La Pietra crea scenari metropolitani che sovvertono l’obbedienza intrinseca dei ritmi dell’abitare. Berna Reale, artista e perito della polizia scientifica brasiliana, violenta visivamente il sonno del mondo borghese. Alessandro Bergonzoni attizza la parola per creare surreali energie atte a mettere in scena e rovesciare la nostra ipocrita indifferenza sulla realtà di un mondo insostenibile.

Se Politica, Economia e Giustizia si nutrissero d’ Arte. Intervista ad Alessandro Bergonzoni

Se Politica, Economia e Giustizia si nutrissero d’ Arte. Intervista ad Alessandro Bergonzoni

Manuela Gandini

Seduto al bar Magenta, coda di cavallo argento, occhi buoni, volto scavato da un’immane quantità di parole - (parole/paesaggio, parole/forma, parole/gesto) – c’è Alessandro Bergonzoni. Nel suo ultimo spettacolo, “Trascendi e Sali”, per i primi minuti si vedono le gambe dal ginocchio in giù, solo quelle. Ancora una volta Bergonzoni sposta il punto di vista, spiazzandosi e spiazzandoci, perché si presenta su un trabattello che ne nasconde in parte il corpo. Parla e parla, quando scenderà? Di lui giunge solo la voce. L’incontro tra realtà e parola, tra coscienza e arte, tra me e lui, tra lui e un padre, tra realtà e fiction, è il tema questa conversazione della quale riporto alcuni spezzoni.

Il palco esistenziale di Bergonzoni è ampio, appartiene alla vastità. Le sue performance – a teatro, al museo, in strada, al bar – sono sempre accompagnate da attori visibili ma immobili (scenografie) o invisibili e dinamici (spiriti e spiritelli), animati e menomati, in forma di disegno, scultura, installazione oppure incarnati nel suono inconfondibile della sua voce corporea. Le opere/installazioni, profondamente sovra-umanistiche, hanno spesso a che vedere con il contesto, con la realtà circostante e con la profondità del nostro essere e del nostro ignorare. Affondano in quella che viene sbrigativamente liquidata come cronaca o attualità ma che invece contiene innumerevoli vite, storie e destini incrociati.

Ed ecco che Bergonzoni è là, nel solco tracciato da Joseph Beuys, mentre tesse visioni che intrecciano politica giustizia sanità economia con l’arte e la poesia in relazione agli altri regni della terra.

Dall’arte alla realtà? Cos’è reale e cosa fake?

Al convegno su Joyce a Dublino abbiamo discusso a il concetto di verità, che ho ribattezzato “cadaverità”. La cadaverità è la verità morta, è la vera morte, è la morte della verità. Il tema si lega a me e al lavoro sul corpo della parola scolpita ancor prima dell’azione. Mi parte dall’abbinamento tra simbolo e concretezza, dall’idea che sta tra verità e invenzione. Se con cadaverità si crede che la parola abbia voluto giocare sul senso, che sia vero che c’è un morto in questo momento anche se io e te non lo vediamo, in questo attimo comunque c’è morte, e la verità sembra nascosta.

Tutela dei beni: Corpi nel (c)reato ad arte (il valore di un’opera in persona)” è una performance museale. E’ stata sin ora realizzata alla Pinacoteca di Bologna e di Brera, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, alla Galleria Estense di Modena e agli Uffizi a Firenze.

La tua presenza ancora una volta spiazzante - perché di spalle e perché attraverso l’oralità della parola antica e delle nuove relazioni di senso - è sullo sfondo di una grande macchia. Una macchia che cambia di intensità e rimane indelebilmente impressa nel nostro paese e nella nostra psiche. Una macchia a lento rilascio che rivela l’identità di un uomo, che come ogni essere umano è (dovrebbe essere) concepito come opera d’arte ma che è stato trattato dalle istituzioni come rifiuto da espellere. A Firenze hai dichiarato: “Dopo il Rinascimento fonderemo un nuovo movimento artistico: Il Risarcimento”. Cosa fa allora Bergonzoni?

Possiamo e dobbiamo restituire l’energia che avevamo, per noi e per l’altro. Occorre andare oltre l’umanesimo, che non serve più, non basta ancora. Si tratta di un sovraumanesimo vero e proprio nato per risarcire le vite tolte, la storia uccisa, l’esistenza violata, i corpi offesi. Ci costituiremo sia arte civile che arte lesa, che scolpisce le sue statue a colpi di pistola.

Guardo ciò che viene sempre letto come cronaca, addirittura attualità, come tema politico o di giustizia o tema di violazione dei diritti, quindi civico. Quando muore un ragazzo occorre legare il tema di quel reality, di quella realtà, legare il tema della tutela di un quadro, Cimabue e Giotto come ho fatto agli Uffizi, a quello umano. Bisogna tutelare la visione, l’idea di un viso, un corpo che dovrebbe essere valorizzato preservato, come con la temperatura di un museo, i gradi, la luce. Come i quadri che vengono protetti e difesi al massimo per non offendere l’arte, che è di tutti e di tutto.

Quale richiamo può essere più forte per i legami di uno Stato? Non il ministero dei beni culturali, ma il ministero di giustizia e degli interni, della salute e dell’istruzione, a tutela delle opere che ha al suo interno, in una galera, in un posto di polizia, dove queste opere d’arte (le persone arrestate) tendenzialmente come entrano dovrebbero uscire. Cosa è realtà? E’ stato provato il fatto che questa persona sia stata “fatta fuori” dal corpo dello stato. Ci sono le telecamere nei musei ma non nei luoghi di polizia. Oppure - nel caso di Franco Mastrogiovanni - le 84 ore del film di questa agonia, di questa persona che muore di stenti, muore di non-cibo e di non-acqua, la telecamera è stata messa quasi come un reality e fa vedere quanta mancanza di bellezza, di poesia e di arte (oltre che diritti inalienabili) hanno avuto colore che dovevano tutelare. Io parto da tutti questi fatti che sono apparentemente reali e cronachistici, dai quali muovo una mia azione che richiede a me il corpo, il silenzio e la “presa di posizione”. Quando un’idea prende corpo e quando un uomo prende posizione, acquista lui stesso una postura interna ed esterna che si mette in collegamento, in vibrazione, in onda, con quello che vuole rappresentare.

Nel tuo lavoro ricorrono il tema della morte, della funzione dell’arte e della comprensione.

Nel mio spettacolo propongo di fare un gruppo di adozione di genitori. Non adottare il figlio di qualcuno che è morto, ma adottare il genitore che ha perso un figlio. Vado da questo padre e cerco, con shock pre-traumatico, di cominciare a sentire la mancanza che lui sta vivendo. Questo confine “nonfine” segna il prendere posizione e prendere corpo. Ciò significa che hai molto più spazio per avvicinare l’altro. Non solo con la pietas, la tenerezza, la condivisione, ma la compenetrazione. Si potrebbe mettere un’inserzione sul giornale “genitore adottivo offresi” per andare nella camera del figlio che non c’è più e mettere via i suoi vestiti. Io sono padre.

Come si esplica questa intenzione empatica nella realtà?

Vorrei tradurre questa azione teorica. Ci sono vedove e orfani, ma qual è la definizione del padre che ha perduto un figlio? Nessuno ha dato un nome al padre che perde un figlio (più volte ormai l’ ho definito). Io sono il padre che perde il figlio e vengo da te, ogni padre che perde un figlio sono io. E’ un’incarnazione artistica, doverosa quasi, e mi verrebbe da dire connaturata. Se l’idea del reale deve diventare quello che per me rappresenta l ‘ “esistente”, vedo mio figlio e vedo la storia di un padre che perde un figlio, allora realmente comincio a fare una specie di connubio, compio un’unione sembiante – che potrebbe essere interpretata dal punto di vista psicanalitico – come relazione con la perdita, ma mi interessa meno.

Sei testimonial della Casa dei Risvegli di Bologna dove sono ricoverate le persone in coma, vai nelle carceri e negli ospedali a parlare con detenuti e pazienti. Anni fa, poco prima che morisse, hai portato all’Università la Bicocca di Milano, Giampiero Steccato, un uomo affetto dalla sindrome di Locked-in, che significa “sepolto nel proprio corpo”. Steccato, nonostante la costrizione all’immobilità totale, ha lottato sino all’ultimo. L’arte è per te il campo di battaglia della realtà?

Io parto da questi luoghi. Vado lì. Invitai Giampiero Steccato, che muoveva solo un mignolo e la palpebra, all’università di medicina e in più atenei. Quella vita mi porterà poi a realizzare un progetto che ho da tempo: un incontro con un carcerato uscito di galera dopo avere scontato la sua clausura e che voleva incontrare una persona uscita dal coma o da quella chiusura. Mi diceva: vorrei incontrare chi è stato chiuso dentro per motivi di danno e delinquenza come me e chi è stato chiuso dentro per motivi di salute, si è svegliato ed è uscito dal coma. Vorrei analizzare il tema della pena e del rispetto che la gente ha per chi s’è salvato la salute e chi invece è uscito dopo aver ucciso, rubato o spacciato, senza aver nulla di cui gioire. Quindi comunque sei fuori ma non c’è plauso, non c’è amore, mentre se una persona esce dal coma le commozioni sono forti. Allora tutto questo è reality. C’è un ponte che mi fa andare avanti e indietro tra realtà e irrealtà. C’è una lotta corpo a corpo che mi porta a dire facciamo l’impossibile. L’incredibile è il mio pennello, è la mia penna in questo momento, c’è una terra di nessuno, una “no men land” dove comunque non è impossibile creare anche arte. Cosa c’entra Aldovrandi e un genitore che piange un ragazzo ucciso dalle forze dell’ordine con un’opera d’arte? Il grande problema è appunto la mancanza d’arte, la mancanza di bellezza già avvenute in azioni che mancavano di questo collegamento costante, non senza entrare nelle decisioni politiche del doveroso “capolavorare” quotidiano. Parto da questi reality, da queste necessità, e poi viaggio continuando a fare la spola tra la realtà e le infinite possibilità delle realtà.

Qual è l’estensione sociale del tuo lavoro?

L’estensione sociale viene quasi additata come un cambio di passo. Mi viene detto che io, che non ero mai stato politico, lo sono diventato. La gente usa gli strumenti che ha nella propria officina, non riesce a pensare che il tema politico non può più esimere dal tema poetico, perché chi sconta una pena di vent’anni in una cella di 4 x 4 per 12 detenuti ha a che fare con tutto: l’architettura, il colore, il design, lo spazio lo spirito, l’anima e non solo più l’amministrazione e le sue gestioni economico politiche. Quando vado ad allestire una mostra site-specific devo capire che posto è. Semplicemente cerco di vestire il sociale o di svelare, di rendere nuda la politica per far vedere quanta arte ci sarebbe, quanta pelle ha la politica ma non la usa, ne tocca solo alcune parti quelle burocratiche o legislative. L’economia è un gesto anche artistico perché se tu scomponi delle regole di import export, denaro e armi, stai compiendo un gesto che chiamo non l’atto materiale ma “latto materno”. Stai mettendo al mondo qualcosa che avrà di certo delle deformazioni. Devi studiare come stai generando. Sembra quasi che qualcuno che mette al mondo un’idea economica metaforicamente beva e fumi durante la gestazione (ed è risaputo che se una donna in cinta beve o fuma tutto il giorno creerà problemi al feto). I piloti d’aereo vengono controllati continuamente perché portano 150 passeggeri a volta, ma ci sono persone che portano milioni di passeggeri, che sono le nazioni, e non sono sottoposti ad alcun controllo psicologico comportamentale per verificare attitudini o capacità magari compromesse.

Come Donald Trump?

E noi cosa facciamo? Disegnamo la sua icona, i suoi capelli, il suo colore, il suo rosso, questi occhi questa figura, queste mani. Quasi lo iconizziamo. Se l’artista deve fare anche questa disanima va bene il mondo della caricatura. Il tema artistico chiede un altro spostamento, un diverso passo in altro.

Tratto spesso il tema della morte, è una costante. Da anni pensavo ad una istallazione chiamata “Monumento al cielo “e cioè una torre invisibile alta fino a chi, larga fino a quando e profonda fino a dove, per commemorare e ricordare, ma senza dover vedere un obelisco un muro o altro : tutto deve essere captato sentito vissuto non sempre solo guardato. Mi dico: ma la morte è reale o irreale? Noi vediamo questi bambini morire in spiaggia ma che cos’è reale? Cos’è virtuale? Se quei corpi non te li indossi non succede niente.

C’è una terza via sul tema di cosa possiamo fare per prendere corpo per fare prendere corpo a queste storie: cominciare noi con gesti quotidiani, dalla mattina alla sera, non avendo negli occhi ciò che abbiamo visto ma nel corpo ciò che è il loro movimento, e lo ripeto ormai ossessivamente. Quando noi ci laviamo sentire il loro odore, quando noi ci vestiamo sentire la loro nudità, quando afferriamo una sedia per spostarla afferrare la loro prensilità, quando s’aggrappano a qualcosa per dire “non mi lasciare”. In questo andare e venire dalla realtà e dalle realtà chiedo che ne venga fuori un’altra, di reality, che non è solo virtuale, che non sia solo delle proteste; io in piazza scenderò sempre finché la politica non risolve, ma c’è un’altra postazione metafisica poetica e artistica dalla quale lavorare: quella dell’attore di controllo. Devo cominciare a vedere tutto quello che posso rilevare captare. Ecco un lavoro grosso da fare. Da una mostra a un’altra, da un libro all’altro, da uno spettacolo all’altro.

Si tratta di responsabilizzare le persone?

La responsabilità non basta, dovrebbe essere natura. Se non c’è poetica non c’è etica. E se parlassimo anche d ‘amore e del suo intriso? È così impensabile?

Quanta poetica ci può essere nella testa del corpo sociale che non legge un libro e si affida interamente ai social, ai commercial e ai talk show?

Pompei c’era, i corpi c’erano. Io dico: “penso spesso, penso spesso”.Qualcuno può dire “ sottigliezze” invece no si tratta proprio di spessore. Noi abbiamo coperto le nostre capacità poetiche, sovrumane. Coperte totalmente, ma quando vengono fuori gli eroismi? cosa sono gli atti di eroismo? Quel francese algerino che ha salvato una ragazza da un incendio scalando tre piani di una casa. Dov’era sepolta questa poesia? E’ nato eroe? Che scuole ha fatto? Si tratta di disseppellire la poetica perché è speleologia, un ritrovato. Col ritrovato s’intende un’idea, una scoperta. Devi scoprire quello che tu hai coperto, scavando antecedentemente al crollo, appunto tra le”macerie prima”(titolo di una mia mostra del 2011) .Cosa diventa sociale? La politica ha lavorato di copertura, e lo continua a fare neanche tanto subdolamente. Distraiti, dice, ti costruisco tutta la materia che crea su di te uno spessore pneumatico per cui tu non ricordi e non vedi più niente di “vero”. Se avevi bontà (questo termine desueto e frusto a cui preferisco energia) sopra ti metto l’ambiguità mia , in tal maniera che anche la polvere (polveritá?) della mia mancanza copra la tua potenza. Cos’è l’atto eroico? L’uomo si butta e non pensa di morire, basta l’idea che noi e la natura possiamo congiungerci in bellezza per salvare.

Molti looked-in hanno detto “io sto bene così, sento l’aria sulla pelle, sento la voce dei miei nipoti, cosa posso volere di più dalla vita?”. Quello che voglio raccontare è che c’è una potenza artistica in corpi, in luoghi, in odori e situazioni che noi consideriamo indegni e invivibili. Allora, l’arte deve (secondo me), o comunque può, raccontare questo. Cerco di farlo da tempo anche con una mano di surrealtà e di mistero ì. Facendo appunto la spola. Non riesco a stare assolutamente nella vita reale nella paura di perdere un figlio, ma non riesco assolutamente nemmeno a stare soltanto nel mio ambito di scrittore, di poeta e di artista, in quell’ “l’attimo in cui”. Da lì devo “occorrere”, tornare immediatamente alla realtà. In queste condizioni - di riduzione ed estensione, alto basso, paura coraggio, sporco e pulito - sei a contatto costantemente con la morte viva degli altri, oltre ad accompagnarli per motivi nati sociali ma adesso passati ad essere anche ben altro. Quando nello spettacolo dico: se muoio tenetemi la mano ma buttate il resto, lì c’è la risata; ..... ti tengo soltanto una mano? per capire quanto pesa una mano la dovremmo staccare dal resto appunto per sapere per esempio la portata di una carezza anche mancata . Ecco cosa mi muove :cambiare la dimensione la visione. Per chiudere il tema di prima: un padre non può sopportare di perdere un figlio? Mi sposto, e dico “arrivo, siamo due”. O davvero dovrebbe morire mio figlio perché io connubi con te? Questa unione karmica universale può avvenire. Davvero devo avere un tumore per accompagnarti nella fase terminale? Io devo avere la stessa tua genetica o posso crearne una? Una genetica artistica poetica che è quella da dove io parto che è il” reality” fisica-chimica e ci cambia anche la pelle e tutto il resto (la grande meta: la metamorfosi). Compenetrazione. Tutto questo sta convergendo, come fosse un richiamo spazio-temporale pluridimensionale, sta arrivando all’unione delle cose, non più alla separazione.

E qui credo esistano, e non solo, segreto e sacro. Perché continuare ad averne paura di tutto ciò, quando possiamo esserne universo?

Reality 1.0 / 1

4 ritratti / intervista ad artisti che fanno della propria opera azioni di sovversione della realtà

di Manuela Gandini

Se la falsificazione del reale è lo sport più praticato al mondo (a livello sia istituzionale che individuale) i quattro artisti scelti si cimentano nell’interpretazione della società liquida con la volontà di trasformare lo stato di consapevolezza globale e attivare nuove capacità di immaginazione. 

Per anni Jean Toche attacca dal suo eremo la Casa Bianca e la mistificazione politica dell’impero. Ugo La Pietra crea scenari metropolitani che sovvertono l’obbedienza intrinseca dei ritmi dell’abitare. Berna Reale, artista e perito della polizia scientifica brasiliana, violenta visivamente il sonno del mondo borghese. Alessandro Bergonzoni attizza la parola per creare surreali energie atte a mettere in scena e rovesciare la nostra ipocrita indifferenza sulla realtà di un mondo insostenibile.

Una profonda intimità con la violenza. Intervista a Berna Reale

Una profonda intimità con la violenza. Intervista a Berna Reale

Manuela Gandini

Camuflagem, 2018

Mentre il traffico milanese attorno ai giardini di Porta Venezia scorre nell’afa di una mattina di luglio, un soldato, con elmetto e una strana mimetica, cammina lentamente tra le auto trainando un carro pieno di sagome umane. I corpi, una decina, sono avvolti in lenzuola stinte, quelle che sono servite a coprire i cadaveri di persone assassinate in Brasile. I passanti e gli automobilisti si fermano, rallentano sgomenti. Cos’è? Chi è quel soldato che porta con sé persone morte? Sono forse le stesse che vediamo ogni giorno sulla strada dopo un delitto, una strage terroristica, un attacco bellico? O sono piuttosto gli spiaggiati di un mare affamato che si prende la vita di chi ne cerca una migliore? Il soldato, a dispetto del caldo e della fatica, compie il suo lungo, silenzioso, lento giro connettendosi alla città e alla normalità. Il sistema di relazioni tra i passanti casuali e l’atto performativo, metafora di morti di massa invisibili, si configura come un’opera estesa e involontariamente partecipata. Ciascuno, che lo voglia o meno, entra nel cortocircuito indistinto arte/quotidiano innescato dall’artista brasiliana Berna Reale. Il soldato è non è maschio, è una donna minuta e forte. A chi pensa sia una fiction, che sia “soltanto una cosa d’arte” è stato risposto da chi seguiva il percorso “no è la realtà. Non avete forse una certa familiarità con queste immagini?”

Berna Reale ha realizzato la performance, Camuflagem, il 4 luglio 2018, nell’ambito della mostra “Brasile. Il coltello nella carne” curata da Jacopo Crivelli Visconti e Diego Sileo al PAC di Milano. L’esposizione, che prende il titolo da una pièce teatrale di Plinio Marcos attivo durante la dittatura, è uno spaccato sul continente brasiliano. Dai quadri metallici con i fori dei proiettili delle diverse polizie del mondo di Clara Ianni, al video in Super 8 di Leticia Parente, che nel 1975 cuce sulla pianta del proprio piede la frase made in Brasil, il coltello affonda nella carne sociale di una terra sensuale e violenta dove la vita non vale niente.

Incontro Berna dopo la performance.

Come nascono le tue azioni?

Io sono artista ma anche un perito criminale per la polizia brasiliana. Lavoro con la scena del crimine. Sono la prima ad arrivare dove è stato compiuto un omicidio, in una casa o in una strada, e devo capire cosa è successo, devo fare la perizia”.

Attraverso la scena del crimine?

Sì lavoro con la scena del crimine. Ricostruisco i dettagli. Elaboro la storia del delitto cercando di capire se l’assassino è alto, basso, grasso o magro. E, quando l’omicidio è avvenuto sulla strada, le persone che aspettano la perizia criminale coprono il corpo del congiunto con un lenzuolo perché vogliono evitare che i passanti fotografino la vittima con il sangue e tutto il resto. Visto che la polizia impiega anche due ore ad arrivare, le famiglie o gli amici depongono un lenzuolo. Per quanto riguarda il mio lavoro ho mandato un progetto alle istituzioni di polizia chiedendo che mi venissero date le lenzuola per un’opera, precisando che questo elemento non appartiene alla scena del crimine perché viene adoperato dopo il delitto. Sei mesi più tardi mi è stato accordato il permesso di averle.

Il progetto è del 2010 ma l’ho realizzato ora. E’ un lavoro fatto con sagome umane che parla del quotidiano e della violenza non solo brasiliana ma globale. Parla dell’umanità.

O Tema da Festa, 2015

Un’umanità predatrice e malata.

Per me la cosa più difficile è constatare come la violenza sia una cosa intima. Questo è il pericolo. Perché quando tu vedi tutto il giorno, come in Brasile, in Messico, in Siria, queste immagini di violenza, la violenza non ti sciocca più e ti lascia indifferente. Abbiamo sviluppato un’intimità con la violenza. Davanti a un morto ammazzato la gente fa fotografie e immediatamente le posta su Instagram. Oggi con un crimine, domani con un altro, poi li dimentica. Questo è un atteggiamento comune. Ripeto è l’intimità il pericolo.

Un dramma collettivo?

Sì è un dramma collettivo. Il dramma di chi commette l’omicidio, di chi è testimone e di chi è compartecipe voyeuristico che gusta il sapore della violenza. Abbiamo un problema con la nostra civilizzazione che è il problema del sapore della violenza.

Quindi la violenza estrema è un evento tollerato addirittura gustato?

Ho fatto un’installazione ambientale in una discoteca a San Paolo del Brasile nel 2015 intitolata O Tema da Festa. Al posto delle luci stroboscopiche ho sistemato, sul soffitto, le luci blu e rosse a intermittenza delle auto della polizia. Poi ho sovrapposto alla musica da discoteca il suono delle sirene e le voci delle persone sconvolte che telefonavano in diretta al centralino del commissariato chiedendo l’intervento delle pattuglie e piangendo. Le persone che entravano nel locale, scambiavano tutto ciò per un normale brano musicale e si mettevano a ballare. Bambini e adulti ballavano la musica della violenza, non capendo che si trattava di qualcosa di atroce che stava succedendo realmente.

Quindi pensavano fosse parte dello spettacolo?

Si, ci impiegavano almeno una decina di minuti a capire che si trattava di qualcosa di strano, di inusitato. Oggi in Brasile ci sono 28 omicidi di ragazzi al giorno che vengono fotografati e lanciati sui social così tutti cliccano cliccano cliccano moltiplicando l’immagine all’infinito. La violenza è virale. E’ triste, ma occorre pensare al sapore che senti vedendo la crudeltà.

Durante la performance sembravi un essere sovrumano. Sembrava passasse la morte. Il tuo incedere ricordava il tragitto dei morti per peste, guerra, stragi. E’ stato interessante vederti transitare vicino alle camionette dell’esercito, con i soldati che ti guardavano straniti.

Ho fatto un camouflage, mi piace questa comparazione. La mia divisa verde mimetica riproduce in realtà le mosche che si nutrono dei cadaveri che io ho fotografato, allora la domanda che pongo è: chi mangia questo? Chi si alimenta di questo?

Palomo, 2012

Qual è il tuo rapporto con la morte?

Le lenzuola sono state a casa mia molti anni in attesa della realizzazione del lavoro. Io nasco come artista. Un giorno ho deciso di fare uno stage in polizia di otto mesi per un museo d’arte. Questo lavoro mi è piaciuto e ho partecipato a un concorso pubblico del governo per entrare nella polizia scientifica. E’ l’arte che mi ha portata a diventare perito, non il contrario. Molti mi chiedono se lavorando a contatto con la morte sia diventata più fredda e distaccata. No, rispondo che sono più sensibile. Lavorando solo con l’arte non si ha una vera percezione della realtà. Quando sei nella polizia entri in una casa povera, vedi una donna che ha subito la violenza del marito... Un pomeriggio sono stata chiamata per una perizia in una casa molto povera e sentivo un rumore strano e continuo mentre fotografavo la scena del crimine. Non riuscivo a concentrarmi, così sono andata a vedere da dove provenisse. Sono uscita dalla piccola stamberga per entrare in una casa di cartone con la copertura di plastica. C’era il sole cocente dell’una del pomeriggio. Sono entrata e ho visto due bambine di 4 e 2 anni. Avevano in mano una pentola piccola e, con un cucchiaio, raspavano il fondo per mangiare. Non posso dimenticare questa immagine della fame. Questo non lo vedi al museo, non lo vedi se sei solo un artista, lo vedi quando lavori in polizia. Sono diventata più sensibile non più fredda. Poi torni nella tua bella casa e ai musei. Io non faccio performance al museo, solo fuori, non ne ho mai fatte al museo. Penso che siano più importanti le persone che stanno fuori, quelle che frequentano i luoghi d’arte hanno già un’istruzione. Per me è la strada che conta. Questa è la mia prima performance fuori dal Brasile.

In che tipo di violenza ti imbatti prevalentemente: di genere, criminale, politica?

Di ogni tipo, le persone che muoiono ammazzate sono prevalentemente dai 18 ai 29 anni, questa è la fascia d’età di morti in Brasile. Sto preparando un progetto su questa fascia d’età. Sono persone povere, disagiate, nere. Penso sia così in tutto il mondo, sono sempre i poveri a crepare per primi.

Nel video esposto al PAC tu sei vestita con un lungo abito nero e carichi delle ossa su un carro che porti lungo le strade di un villaggio brasiliano, la performance del 2013 s’intitola Ordinario, di cosa si tratta?

Sono ossa anonime di persone morte che non hanno identità. Io ho chiesto il permesso di poterle utilizzarle per la performance. Ho dovuto fare una catalogazione, c’è un colore che viene attribuito a ciascun cadavere perché io le mischio tutte e poi le ricompongo.

Ti rifaccio la domanda: qual è il tuo rapporto fisico con la morte? Tu la vedi, la tocchi, tocchi le ossa, le scomponi, le esponi e le ricomponi. E’ difficile concepire un contatto così serrato…

Per me la morte è meno dura della violenza che la precede. Quando faccio una scena del crimine di un suicidio mi è più difficile di una morte d’altro tipo. Nel suicidio c’è sempre un biglietto, una lettera scritta per qualcuno. Io, come perito criminale, devo leggerla e, mentre leggo, torno a prima del suicidio. Incontro questa persona nella sua vita. E’ il momento più difficile rispetto a quando vedo un cadavere. Mentre scrive, la persona sta soffrendo e la sofferenza è più dura della morte. Ho fatto una performance in carcere nel 2013 – intitolata Americano - e, quando sono rientrata a casa ero tristissima. Loro stanno in carcere, io vado a casa. Questa sofferenza del carcere è dura perché è una sofferenza viva. Nella performance con le ossa non c’è sofferenza, mentre in carcere sì.

Dove trovi la forza fisica e la capacità di resistenza?

Sono molo concentrata, la mente fa tutto. A volte pensi che il tuo corpo non sopporti lo sforzo, ma quando hai la concentrazione la mente fa girare il corpo, è tutto, ha tutto. Se hai una mente tranquilla e concentrata è possibile affrontare qualunque cosa.

Cantando na Chuva, 2014

Hai parlato di scena del crimine. La scena è qualcosa di teatrale e cinematografico. Una scena è la disposizione degli oggetti nello spazio con attori che hanno dei ruoli specifici. Tu ti trovi in una scena reale che ha forse anche qualcosa di surreale. Quando sei in quella realtà così cruda, c’è una soglia che ti porta in una sorta di teatralità?

Sì il suicidio. Il suicidio mi porta alla teatralità. Tutte le scene di suicidio sono teatrali, hanno una posizione teatrale e una dinamica precisa. I protagonisti pianificano tutto prima e costruiscono la scena per la morte.

Tra le performance di Berna Reale - che pur essendo perito criminale è stata inquisita per avere denunciato la violenza della stessa polizia - c’è una cavalcata su un cavallo dipinto di rosso in giro per la città. Lei indossa una lunga e feroce museruola di ferro e ha un piglio spaventoso. Il cavallo è reale e irreale a un tempo, è vivo e rosso come il sangue, è la metafora della violenza istituzionale. “In questa performance, intitolata Palomo del 2012, parlo della dittatura perché la dittatura è silenziosa e il potere della polizia è durissimo”.

In Cantando na chuva del 2014, Berna è in abito maschile: giacca, cravatta e maschera antigas. Il suo abbigliamento è tutto dorato. Cammina a passo di danza, su un lungo tappeto rosso che attraversa un’immensa discarica a cielo aperto, mentre canta allegra “Singing in the rain”.

In un carcere brasiliano di massima sicurezza, che sembra una prigione medievale, Berna è entrata con una torcia olimpica correndo lungo i bracci mentre i detenuti con le mani fuori dalle sbarre della cella urlavano ed esultano. Nel suo lavoro sono saltati i confini tra realtà e arte, corpo fisico e corpo metaforico.

Per avere denunciato la violenza e la corruzione istituzionale - con tanto di prove e testimonianza - è stata messa agli arresti domiciliari, spostata d’ufficio, interrogata per sedici ore di seguito e minacciata per mesi. Il suo lavoro artistico, a costo della vita, è a servizio dell’umanità. Il corporativismo, il silenzio e l’indifferenza, rendono tutta l’umanità complice di una violenza così intima, saporita e … condivisa.

Brasile. Il coltello nella carne”, sino al 9 settembre, PAC, Milano.

Alfadomenica # 5 – luglio 2018

Con un alfadomenica molto nutriente e articolato (le migrazioni, la postfotografia, la vitalità della scrittura sono solo alcuni dei temi trattati in questo numero) chiudiamo la stagione 2017-2018 e vi diamo appuntamento al 2 settembre. 

Ma come è nostra consuetudine, anche in agosto non lasceremo soli i lettori di Alfabeta che da domenica 5 potranno seguire per quattro settimane Reality, un ciclo di quattro ritratti/intervista firmati da Manuela Gandini, ad altrettanti artisti sul tema della realtà come materiale d’arte contemporanea vivo e dinamico. 

Se la falsificazione del reale è lo sport più praticato al mondo (a livello sia istituzionale che individuale) i quattro artisti scelti si cimentano nell’interpretazione della società liquida con la volontà di trasformare lo stato di consapevolezza globale e attivare nuove capacità di immaginazione. Per anni Jean Toche attacca dal suo eremo la Casa Bianca e la mistificazione politica dell’impero. Ugo La Pietra crea scenari metropolitani che sovvertono l’obbedienza intrinseca dei ritmi dell’abitare. Berna Reale, artista e perito della polizia scientifica brasiliana, violenta visivamente il sonno del mondo borghese. Alessandro Bergonzoni attizza la parola per creare surreali energie atte a mettere in scena e rovesciare la nostra ipocrita indifferenza sulla realtà di un mondo insostenibile.

Ed ecco il sommario di oggi: buona lettura!

Franco Berardi Bifo, Il popolo, l'abisso e il pilota automatico

Virginia NegroAndiam a lavorar. Usa e Messico, retoriche antimigranti e politiche di incentivo al lavoro temporaneo 

Valentina Parisi, Maxim Shrayer, un'estate a "Ladispol" tra Mosca e l'America

Valentina Manchia, Joan Fontcuberta: dopo la fotografia, oltre la fotografia

Matteo Moca, Schulz e Permunian, lo scrittore come biologia militante

Marilena Borriello, The Goldfish and the Inner Tube, la giocosa vitalità della materia

Daniele Vergni, Have a good day, opera per 10 cassiere e pianoforte

Maria Cristina Reggio, Il nuovo canto dei registi pedagoghi nel teatro del secondo Novecento

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Il popolo, l’abisso e il pilota automatico

Franco Berardi Bifo

Dopo le elezioni italiane del 2013 Mario Draghi disse: “nessuno si preoccupi, l’economia europea va avanti con il pilota automatico”.

L’avanzata dei cinque stelle mostrava che l’austerità finanziaria stava spostando gli equilibri elettorali e l’umore degli elettori, ma col suo malinconico sorriso intelligente Draghi suggeriva che la società ha il diritto di esprimere il suo parere e la sua volontà attraverso democratiche elezioni, ma questo alla fine non cambia niente, perché la finanza è una cosa seria e non si lascia certo influenzare dal volubile sentimento delle genti.

Come abbiamo visto negli ultimi dieci anni Mario Draghi aveva ragione. Milioni di persone sono scese nelle strade nel 2011 per protestare contro il prelievo sui salari e le pensioni operato dal sistema bancario. Ma il prelievo non si è mai interrotto, anzi è stato costituzionalizzato con il nome fiscal compact. Nel 2015 il 62% dei greci ha votato no al memorandum delle troika ma Tsipras ha dovuto piegare la testa e levarsi la giacca. Mezzo milione di giovani greci hanno abbandonato il paese che intanto sprofondava nella depressione.

Questo è accaduto dovunque: una piccola minoranza si è impadronita della ricchezza prodotta dalla società e i lavoratori hanno perduto metà del loro reddito, hanno perduto i servizi sociali che rendevano la vita tollerabile, e sono costretti a lavorare di più e in condizioni sempre più precarie. Alla fine la società ha perduto la calma, come non capirlo? ed è venuto fuori il popolo.

E il popolo vuole una cosa sola: vendetta. E vendetta avrà. La vendetta non vuol sentir ragioni perciò è inutile spiegare, argomentare, cercar di convincere o dissuadere. Chi vuole vendetta è pronto a qualsiasi orrore, è anche ciecamente pronto a finire nell’abisso.

Perciò mettiamoci l’anima in pace: in quale abisso finiremo esattamente non è chiaro, ma chi avrà la sventura di vivere nei prossimi dieci anni l’abisso non lo eviterà.

Chi ha predisposto le condizioni per l’abisso? La smorfia ringhiante di Matteo Salvini, o il malinconico sorridente Mario Draghi?

Il pilota automatico è la ragione sottomessa all’algoritmo. Ora il popolo si è arrabbiato e non intende più ascoltar la ragione. La ragione è spenta, parla il popolo.

Il popolo non esiste, naturalmente. È un’astrazione romantica che finge di essere molto concreta. Ha i muscoli tesi, la bava alla bocca, gli occhi fuor dalle orbite, ed è assetato di sangue.

Il popolo è la società che ha perduto il ben dell’intelletto, la società privata della capacità di parola, di analisi e di sintesi, il popolo è la società quando la complessità dei conflitti e delle mediazioni è stata cancellata dall’automatismo della finanza, e la ricchezza delle forme di vita è ridotta all’identità.

Come Hitler e come Mussolini, che strepitarono all’inizio contro la finanza per diventarne alfine i beniamini, anche Matteo Salvini sa bene che il pilota automatico è un nemico troppo forte per lui. Quindi inventa dei nemici deboli, anzi sceglie i più deboli di tutti, quelli che non hanno l’energia per difendersi né per reagire, quelli che il colonialismo bianco ha ridotto alla miseria e le guerre euro-americane hanno precipitato nel caos. Quelli che travolti dai flutti cercano un porto sicuro e trovano la guardia libica.

Ma Salvini non è il primo assassino che abbia occupato il posto di Ministro degli Interni. Senza risalire a Mario Scelba, ricordo che quaranta anni fa un Ministro degli Interni uccise un mio amico che si chiamava Francesco Lorusso. E ricordo che negli ultimi tre anni un altro Ministro degli Interni ha decretato con grande approvazione di tutti i democratici che i migranti vanno bastonati mentre annegano, o vanno consegnati ai torturatori libici.

L’incombente assassino degli Interni è soltanto più stupido, più fanatico, ma non per questo più pericoloso. Pericoloso infatti non è Salvini, ma l’assenza di un’alternativa alla sua demenza criminale.

I liberal-democratici credono (o fingono di credere) che il nazional-socialismo sia una tempesta temporanea e alla fine la democrazia ragionevole tornerà. Si fanno delle illusioni: la democrazia è morta e non risorgerà né in Italia né negli Stati Uniti.

Presto coloro che hanno votato per Trump o per Salvini capiranno che il loro salario non ha smesso di diminuire, e che la precarietà e la disoccupazione non sono destinate a recedere, ma non per questo torneranno a votare per i patetici politici della sinistra. I nazional-socialisti cercheranno piuttosto un capro espiatorio, anzi lo hanno già a portata di mano: le vittime di cinque secoli di colonialismo premono ai confini d’Europa e sono già rinchiusi in campi di concentramento tutt’intorno al mar Mediterraneo.

La memoria dell’Olocausto novecentesco è destinata a impallidire di fronte all’Olocausto che si sta preparando. La differenza è che oggi dalla parte dei nazisti c’è uno stato che si definisce ebreo.

Il processo che ha portato al trionfo del nazional-socialismo in larga parte dell’occidente assomiglia a quello che si svolse negli anni trenta del secolo passato, ma la conclusione sarà differente.

Non sarà la resistenza a portarci fuori dall’abisso, ma solo l’emergere di una soggettività collettiva cosciente che sia capace di smantellare il pilota automatico, di sostituire l’automatismo finanziario capitalista con un programma al servizio dell’utile sociale.

Ma una soggettività all’altezza della catastrofe non potrà emergere se non dallo sconvolgimento che la catastrofe sta preparando. Nel frattempo occorre anzitutto non smettere di capire, e occorre moltiplicare i giusti tra le nazioni: coloro che non si riconoscono in nessuna razza e in nessun popolo, coloro che non si piegano all’infamia e restano umani, silenziosamente o rumorosamente.

Andiam a lavorar. Retoriche antimigranti e politiche di incentivo al lavoro temporaneo

Virginia Negro

Donald Trump e il Messico: da mesi la mise en scène ruota attorno alla disgiuntiva “o muro o Nafta”. La rinegoziazione dell’accordo nordamericano per il libero scambio risponde a fini propagandistici imperversando sugli improvvidi profili social del Presidente degli Stati Uniti. Durante l’ultima pasqua il presidente ha regalato svariati tweet anti migranti: «Il Messico sta facendo una fortuna grazie al Nafta. Con tutti i soldi che guadagnano dagli Usa, si spera che i messicani impediscano alle persone di passare per il loro Paese e di entrare nel nostro».

Sorge il dubbio che dietro le quinte esista una trama dissonante in cui politica e economia si articolano cambiando radicalmente lo sfondo su cui si muove la questione dei migranti che, da indesiderati e respinti, diventano necessari a soddisfare un bisogno concreto di forza lavoro. La politica moderna ha da tempo perso il suo impianto etico e si è sottomessa all’ economia; una politica calcolante che ha messo da parte l’umano e si è trasformata nel dispositivo legislativo sul quale si basano le attuali politiche migratorie, le cui radici in questa parte di mondo affondano nel 1942 con il primo Programa Bracero. Quest’ultimo era un accordo bilaterale che ha sponsorizzato la traversata legale e temporanea di circa 4,5 milioni di lavoratori agricoli dal Messico agli Stati Uniti: è stato l'esempio più importante al mondo di programmi per lavoratori temporanei. Il programma muore nel 1964 sotto la presidenza Kennedy, quando i migranti vennero espulsi dagli Stati Uniti e costretti a tornare in Messico.

Oggi non esiste un accordo bilaterale e al suo posto è nato un sistema di visti di lavoro temporaneo. Sono i visti H, suddivisi in innumerevoli categorie su cui dominano i permessi H2A, specifici per i lavoratori agricoli stagionali, e gli H2B, per tutti gli altri impieghi non agricoli ma comunque temporali. Neanche a dirlo, il Messico è in cima alla classifica dei lavoratori con H2 negli USA.

Osservando da vicino il sistema dei visti statunitensi il confine tra legalità e illegalità sfuma in un coacervo di dati nebulosi, nell’insufficiente monitoraggio della qualità del lavoro e del rispetto delle norme contrattuali. Lacune che ledono i diritti del lavoratore con gravi conseguenze, come denuncia la ONG Polaris, che, grazie a uno studio basato su dati dalla linea nazionale contro la tratta di persone (NHTH) raccolti tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, ha identificato circa 800 vittime di tratta che erano negli Stati Uniti con un visto H2.

Ma andiamo per ordine.

Il programma H2 è amministrato unicamente dagli Stati Uniti, in Messico manca di una efficace politica pubblica. Questa formula di “migrazione gestita” nel contesto della globalizzazione porta con sé conseguenze come l'autoregolazione degli agenti privati ​​che va di pari passo con una mancanza di responsabilità degli enti governativi. Il processo di reclutamento è un sistema estremamente frammentato che genera catene di sub contrattazione in modo da rendere quasi impossibile risalire ai responsabili della frode.

Un esempio: un datore di lavoro statunitense assume un'agenzia di reclutamento negli Stati Uniti, che subappalta a un'altra agenzia nazionale, che a sua volta subappalta a un'agenzia di reclutamento in Messico, la quale assume un gruppo di reclutatori individuali collocati in diverse entità federative.

Poco pubblicizzato, il budget approvato dal Congresso lo scorso marzo per finanziare il numero di visti H-2B disponibili per l'anno raddoppia il numero dei lavoratori temporanei stranieri. Il discorso xenofobo su cui Trump ha strategicamente fondato la sua campagna elettorale occupa la scena mediatica, eclissando la realtà di questo programma che annualmente attrae migliaia di migranti in terre statunitensi. Un vantaggio per molte aziende, tra cui varie proprietà di Trump, che assumono regolarmente i lavoratori temporanei con i visti H-2B, come camerieri, cuochi e personale del bar. Questa categoria di lavoratori e lavoratrici migranti affrontano condizioni incerte e insicure, come dimostrano innumerevoli ONG, che denunciano lo sfruttamento del lavoro e di altri abusi tra cui la discriminazione, la frode e il traffico di persone. I lavoratori spesso pagano quote anche parecchio elevate ai reclutatori nella speranza di ottenere un permesso di lavoro temporaneo negli Stati Uniti che li lega ad un unico datore di lavoro, facilmente soggetti a licenziamenti e espulsioni. “L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), numerosi ricercatori universitari, sindacati internazionali e le stesse agenzie del NAALCA, che è l’accordo che presiede alla regolazione delle relazioni di lavoro nel contesto del NAFTA, segnalano il grave disprezzo dei diritti sindacali e umani dei lavoratori messicani” segnala Paolo Marinaro, ricercatore italiano affiliato all’Università Nazionale Autonoma del Messico e al Centro di Studi sul Messico e Stati Uniti dell’Università della California.

Il panorama messicano non è molto diverso. Nel 2006, il Messico, paese di transito ma anche di destino del flusso migratorio proveniente dal centroamerica (Guatemala, Salvador, Honduras e Nicaragua), ha deciso di regolare le agenzie di collocamento richiedendo che tutte- incluse quelle che assumono per altri paesi - siano registrate. “Davanti alla cifra annuale di 214 mila visti H2A, il fatto che solo cinque agenzie quest’anno siano state registrate dal SNE (Servicio Nacional de Empleo – Servizio nazionale del lavoro) è preoccupante”, afferma Axel Garcia, direttore esecutivo per il Messico dell’Agenzia di collocamento binazionale CIERTO Global, che vuole proporsi come un’alternativa sostenibile e trasparente, “Noi di CIERTO siamo l’unica Agenzia registrata senza fine di lucro. Invece dei tipici enganchadores, che vanno nelle comunità a reclutare lavoratori da mandare nei ranchos nordamericani e che, troppo spesso, lucrano sulle loro necessità, la nostra rete si appoggia alle organizzazioni ecclesiastiche o ONG di base sul territorio. Inoltre, i lavoratori compilano un questionario sia al principio che verso la fine del contratto, per verificare le condizioni lavorative, e se sia il caso, elaborare delle raccomandazioni, cercando un’alternativa al conflitto legale. Tentiamo di essere presenti e lavorare in tutte le fasi della filiera, coinvolgiamo anche i supermercati, uno su tutti la catena COSCO, per sensibilizzarli rispetto al tema della produzione fair trade: è vero che i costi sono più alti, ma è il prezzo della sostenibilità, e i consumatori, se informati, sono disposti a pagarli”. Davanti alla domanda su quale siano gli ostacoli di questa “buona pratica”, Axel Garcia racconta il difficile processo di registrazione e di come “le agenzie non sono stimolate a farlo e ne consegue l’informalità, la mancanza di informazione sistematizzata e dunque una completa ignoranza delle necessità di questa popolazione, abbandonata dalle istituzioni”. Se il Messico fatica a garantire i diritti dei suoi lavoratori all’estero, come si comporta con gli stranieri chiamati a lavorare nelle sue fincas di caffè e canna da zucchero?

Il modello coloniale è cannibale e apolide e la politica migratoria messicana verso i vicini centroamericani è forzosamente dipendente da quella statunitense. Il conflitto tra una gestione del flusso migratorio dominata dall’ordine economico e la democrazia etica che protegge la vita si ripete in Messico, così il 7 luglio 2104, l’ex Presidente messicano Enrique Peña Nieto, annuncia il Programma Frontera Sur, riciclando il discorso di protezione umanitaria dei migranti in transito per il Messico. Tra i difensori dei diritti dei migranti che smentiscono questa versione c’è Diego Lorente del Centro di diritti Umani Fray Matias de Cordova, con sede a Tapachula, Chiapas: “Il piano Frontera Sur non è altro che una strategia di militarizzazione del confine, che non ha portato ad una diminuzione del flusso quanto a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone migranti. Stiamo assistendo a un aumento delle detenzioni dei jornaleros, persone che abitualmente lavorano nella zona di frontiera, che sono trattati come dei migranti irregolari e incarcerati in stazioni migratorie, per esempio”. L’economia della zona si basa tradizionalmente sul commercio tra i due paesi, sono processi complessi e criminalizzarli porta solo a uno stato di vulnerabilità, spiega Diego.

Il programma si inserisce nel “piano Mérida”, un trattato di sicurezza internazionale firmato dal governo degli Stati Uniti e dal Messico che si centra sulla sicurezza e quindi sulla contenzione del flusso migratorio.

Martha Rojas, sociologa, conosce profondamente questo territorio e le sue annose dinamiche migratorie: “La modalità per entrare regolarmente in Messico non è adeguata al tipo di migrazione di sussistenza della frontiera. Ci vogliono politiche più flessibili o la conseguenza è forzosamente l’irregolarità. Inoltre, il tratto discriminatorio e poco flessibile dei funzionari dell’Istituto di Migrazione fa si che le persone siano orientate male e spesso tramitino un permesso inadeguato; chi lavora nella stessa finca da trent’anni e annualmente richiede un visto come lavoratore di frontiera (Trabajador Fronterizo), rompe la sua storia di anzianità lavorativa. Quindi le persone sono costrette a cercare aiuto in figure informali come i coyotes o altri intermediari esponendosi a possibili frodi”.

Nemmeno in questo caso si sono istituiti accordi binazionali, e la tipologia dei visti apre le porte all’irregolarità. Per i guatemaltechi e belizeani esiste la Tarjeta de visitante Regional, che prevede l’entrata e uscita multiple per gli stati della frontiera sud: Campeche, Chiapas, Tabasco e Quintana Roo, con una permanenza massima di sette giorni. Per poter lavorare regolarmente esiste la Tarjeta de Trabajador Fronterizo, con validità annuale.

Anche in questo contesto esiste un sistema di intermediazione, ancor meno regolato di quello tra Messico e USA. In ogni particolare coltura e regione, il sistema di intermediazione adotta caratteristiche particolari, a seconda della grandezza della domanda stagionale, delle fonti e del tipo di produttore, tra gli altri fattori. A fungere da intermediari ci sono diversi tipi di agenti: agenzie statali, sindacati, associazioni di produttori e intermediari privati.

Gli intermediari tradizionali, vengono comunemente chiamati enganchadores, e la maggior parte delle volte gli accordi col lavoratore avvengono a voce.

Secondo la Dra. Rojas nella frontiera sud la migrazione soprattutto guatemalteca è una migrazione di sussistenza che non usa il canale dell’agenzia di reclutamento come succede in altre parti del paese, qui esiste, ed è tipizzata normativamente, la figura del contratista, che recluta direttamente nelle comunità i lavoratori e per legge deve essere necessariamente d’origine guatemalteca.

Un quadro dove la categoria economica è la colonna portante della politica migratoria, i comportamenti etici e il pensiero alternativo al calcolante sono oggi estranei, la politica al massimo può essere il luogo della retorica.

La storia di Olivia Guzman, nata a Topolobampo, un porto nel municipio di Ahome sulla costa pacifica dello stato di Sinaloa, Messico, ha un’altra rotta, caparra di un’alternativa. Vent’anni fa per la prima volta Olivia lasciò il suo villaggio sul Golfo della California per andare a lavorare nell’industria peschiera in Louisiana. Oggi è difensora dei diritti dei lavoratori migranti e fa parte della Coalición de trabajadoras y trabajadores migrantes temporales sinaloenses formata nel 2013 grazie all’aiuto della ONG ProDESC, che nel 2012 iniziò a monitorare le condizioni di lavoro dei migranti negli Stati Uniti. “C’erano già molti problemi soprattutto nel sistema di reclutamento. Frodi e costi ingiustificati erano all’ordine del giorno, esistevano addirittura reclutatori che estorcevano soldi ai lavoratori promettendogli un visto e poi li lasciavano indebitati e senza nessun permesso”, racconta Olivia. “Il problema non si è risolto, anzi, è peggiorato. La riscossione indebita è diventata una pratica regolare tra i reclutatori: non importa se sei in lista da anni, all’ultimo momento qualcuno arriva chi riesce a pagare anche solo poco di più e di punto in bianco ti ritrovi senza lavoro”. Olivia inizia a snocciolare la sua storia confessando il suo passato da reclutatrice. “L’ho fatto per molti anni senza ricevere nessuna remunerazione, semplicemente le persone venivano da me per stabilire un contatto con il padrone”.

Topolobampo è un polmone di lavoratori dell’industria agricola e peschiera della Louisiana, con centinaia di messicani impiegati nell’industria del caffè, della canna da zucchero e della seppia. Un paio di decadi fa i primi imprenditori statunitensi hanno impiantato allevamenti di seppia nelle vicinanze del porto, usando la manodopera locale e poi “da cosa nasce cosa, hanno deciso di portarli su da loro”, continua Olivia, “col tempo sempre più imprese hanno assunto personale attraverso il programma H2, si sono moltiplicate le agenzie di reclutamento così come i reclutatori individuali che approfittano della necessità delle persone esigendo una quota per entrare in lista e assicurarsi un lavoro. Anno dopo anno la situazione è peggiorata. Adesso bisogna anche aspettare giorni – a volte settimane- perché il consolato ti dia il visto. Sono solo sette i consolati che rilasciano i visti H: su tutti Monterrey seguito da Nuevo Laredo, Ciudad Juárez, Hermosillo, Nogales, Matamoros e Tijuana.

L’industria del reclutamento lucra su questa permanenza obbligata: è tutto organizzato, il viaggio, il cibo, l’albergo. È diventato un mercato mafioso poliforme”.

Spesso quello che viene chiamato hotel si rivela essere un casermone diroccato in cui le persone vengono ammassate in brande, e il “servizio di ristorazione” è un pessimo cibo fuori prezzo. Oltre al danno troppo spesso la beffa, non è raro che anche dopo una settimana di attesa il consolato neghi il visto.

Il primo anno non sapevo nulla di nulla. Parlavo un inglese stentato e non capivo quello che il padrone mi diceva. Allora ho preso in mano un dizionario ed ho iniziato a chiedere come si fa quello, come si fa questo, eccetera…Un giorno il padrone mi domandò se volessi aiutarlo a portare su da lui le persone, perché nemmeno lui parlava spagnolo. Mi diceva quanti uomini e quante donne gli servivano e per quanto tempo…L’ho fatto per dodici anni: organizzavo i bus e li riempivo di gente. Poi mi sono stancata, anche perché non ho mai ricevuto un soldo dal padrone per tutto questo lavoro extra. Lo facevo solo per assicurarmi il lavoro l’anno dopo. Credo che sia proprio per questo, perché non c’è nessuna regola e nessuna retribuzione regolare che i reclutatori iniziano a lucrare sui lavoratori. In un certo senso è per poter pagare il servizio che offrono.”

Spesso i lavoratori non vogliono denunciare gli abusi di cui sono vittime per paura di perdere il lavoro l’anno successivo e di entrare nella temibile lista nera.

Ero stanca delle angherie, quindi ho iniziato, con all’aiuto dell’ONG ProDESC ad organizzare riunioni settimanali nella mia casa qui a Topolobampo. In Louisiana invece distribuivo volantini informativi sul diritto agli straordinari, sull’accesso ai servizi di salute eccetera…Nel 2013 siamo partiti per Città del Messico dove abbiamo costituito una coalizione davanti alla segreteria del lavoro e degli esteri, denunciando al governo la situazione”.

In un paese come il Messico dove la consuetudine è il sindacalismo charro, ovvero controllato dagli stessi imprenditori, alle spalle dei lavoratori che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno di essere sindacalizzati, né hanno accesso al contratto collettivo, l’operazione di Olivia è particolarmente difficile e pericolosa.

Non è stato facile: i reclutatori facevano le ronde sotto casa. Un giorno hanno addirittura sparato alla mia finestra. Ho rotto i rapporti familiari: i miei nove fratelli lavorano tutti con visto H2. Grazie a Dio non hanno subito rappresaglie da parte dei padroni, ma nessuno mi ha mai appoggiata. Per quasi un anno non sono uscita di casa; i miei parenti erano i primi ad accusarmi di mettere a rischio il loro lavoro. Tre dei miei fratelli sono reclutatori, e non ci si vede più neanche a natale; l’unica connessione che ancora esiste tra noi è nostra madre, finché vivrà. La stessa cosa è successa con alcuni compagni di lavoro che si sono allontanati per paura. Li capisco. Mio marito l’anno scorso ha perso il lavoro perché considerato un sedizioso”.

Nonostante tutto Olivia sta raccogliendo i suoi frutti: da quando esiste la coalizione le frodi sono diminuite e le denunce aumentate.

I miei tre figli si sono laureati e lavorano qui in Messico. Sono orgogliosi di me e di quello che faccio, e io continuerò a farlo finché Dio me lo permette. Anche perché mi piace”, conclude risoluta, e io non posso che crederle.