Venezia 2018/ Cuarón, un Leone all’unanimità

Roberto Silvestri

Mai un premio è stato meno contestato. Mai è stato anticipato da tanti unanimi apprezzamenti internazionali. Il film messicano Roma di Alfondo Cuarón, autobiografia “da cucciolo”, e non solo, del regista, montatore, sceneggiatore e produttore, ha vinto senza polemiche o fischi o insulti il Leone d'oro 2018.

Roma produce uno tsunami di emozioni estetiche immediate, potenti e originali. Come se fosse l'antidoto, spettacolarmente corretto, ai Marvel movie. Qui esci dal cinema (anzi dal tuo megaschermo domestico, perché è un prodotto Netflix) sentendoti un super eroe e non più schiacciato dalla potenza dei superpoteri altrui. Rimetti in sesto il sistema sensorio, ogni facoltà percettive. Come una droga digitale alla carnitina che inietta più sensibilità umana, più acume politico e più capacità di collegare le due cose.

Il fatto che siano stati premiati, a margine, due para-western claudicanti (Audiard e i Coen) e altri tre film storici in costume (il Van Gogh, il diavoletto della Tasmania di Nightingale e La favorita) che deragliano verso emozioni “di genere” troppo messe a fuoco (l'agiografico, lo splatter etnocolpevole, la parodia encomiastica) sembrerebbe invece una indicazione antitetica, a parte le qualità performative sofisticate di Willem Dafoe e di Olivia Colman. Sulla stessa linea di Roma metterei invece i dimenticati dal palmarès: La quietud di Trapero, i tre ottimi film italiani, e soprattutto Suspiria, né horror né pamphlet politico, folgorante immersione nel cinema totale; The Mountain, troppo odiato da tutti per non possedere qualità visuali e concettuali premonitrici; l'Arpa birmana di uno Tsukamoto che purifica le sue forme fino all'essenziale; Peterloo, ovvero come tornare alle origini del Capitale di Marx per bastonare Trump, e Vox Lux che di ogni parodia, di ogni agiografia e di ogni attrazione splatter è la critica. Film eccitanti, non antidolorifici. Solo così si è competitivi nell'immaginario.

Torniamo a Cuarón. L'autore (cittadino onorario di Pietrasanta, Toscana, perché la sua ex moglie è italiana) ha raccontato in bianco e nero e tensione espressionista il quartiere Colonia Roma di Mexico City (le gite al mare, il cinema e la passione per la fantascienza, le lunghissime auto americane, la famiglia agiata e poi in crisi economica, le donne di servizio indios, il massacro del Corpus Christi) con la nostalgia un po' lisergica di chi aveva nel 1970 dieci anni, subiva già i traumi, molto ravvicinati, di un regime stragista e corrotto e di un papà irresponsabile e ancora doveva diventare il director di film di successo internazionale come Anche tua madre, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e Gravity.

Si è detto che Roma (notare il furto di un titolo felliniano) è l'8 e ½ latino americano, e la libertà di fraseggio è identica, ma il concept è opposto. Lo sguardo in soggettiva sugli avvenimenti esistenziali (quasi una morte per annegamento suo e dei suoi fratelli) e sui fatti storicizzati dell'era riformistico-criminale di Echeverria, ormai patrimonio dell'immaginario collettivo, come in un quadro di Bacon si complica, viene contorto e distorto da una sovrimpressione proibita finora, dallo sguardo obliquo e avulso e altrettanto consapevole della sua adorata tata, del sottoproletariato inurbato delle campagne, e, come in Sissignora di Poggioli o Le noire de di Sembene Ousmane, diventa “scandalosamente” il centro di gravità della storia. Soprattutto perché come quella tata centinaia di migliaia di messicani poveri sono rispediti oltre muro da Trump per salvare qualche briciolo di Pil e le promesse elettorali ai selvaggi.

Un film di 135' che poteva essere molto molto più lungo. E probabilmente lo è. Come quello di Martone, che ha evidentemente tagliato la sua versione originale per non debordare pericolosamente, come 22 luglio sulla strage di giovani socialdemocratici norvegesi e Opera senza autore del pittore della Germania Est perseguitato ancora dai nazisti. Come La favorita. E Nightingale. Il cinema va disperatamente verso il racconto lunghissimo e dettagliato. Lo aveva ben anticipato il regista filippino Lav Diaz, un insuperato e dimenticato vincitore della Mostra perché il suo film non ha incassato. Anche se oggi tutti lo imitano (e Kluge è andato proprio in Filippine a risciacquare i suoi panni) e incassano. Forse un prestigioso festival internazionale deve stare attento a non confondere i suoi film con le serie tv che di troppa (e finta) libertà narrativa moriranno.

Da quando non ci sono più nelle giurie dei mega festival i critici, gli storici del cinema e le personalità planetarie di grande prestigio culturale (e fragile risonanza mediatica), ma solo cineasti, colleghi dei premiandi, a copiare il modello Oscar, i premi si stanno talmente svalutando come indicazione potente di “altro mercato”, che a stento si ricorda chi ha vinto Cannes 2015, Berlino 2016 o Venezia nel 2014. Così la Mostra d'arte di Barbera ha avuto l'astuzia di far presiedere la giuria 2018 proprio dal vincitore dell'edizione passata, il messicano Guillermo Del Toro, poi Academy Award con il fantastico fantapolitico La forma dell'acqua, a sottolineare la “via della seta” che deve collegare da ora in poi il Lido alla cerimonia del Dolby Theatre di Los Angeles. Anche la scelta di aprire le gare con il nuovo Chazelle, il lungo ricalco di Apollo 13, First Man va nella stessa direzione. Se una sola regista ha vinto l'Oscar, la statistica dice che è meglio non portare in gara troppi film diretti da donne. Soprattutto perché la maggioranza proviene da paesi lontani e non premiabili. E restringere così all'area angloamericana i confini della competizione e i paesi di origine della giuria. Muri che speriamo verranno fatti brillare da Barbera e dai suoi esperti che possono essere soddisfatti a metà del loro lavoro.

Venezia 2018 / “Killing”, “Un tram a Gerusalemme”, “Lettera a un amico di Gaza”

Tsukamoto e Gitai contro lo tsumani delle politiche sovraniste

Roberto Silvestri

Ultimo film in concorso, in costume, l'applauditissimo Killing del giapponese Shinya Tsukamoto (Giappone), dedicato ai diversi, alle coccinelle “strane”, quelle che hanno sul dorso un numero di palline non regolamentari. Ma che salgono sugli alberi su, su, fino a librarsi nell'aria. Quasi nello stesso spirito zen di Mario Martone.

Un giovane ronin di campagna, cioé un samurai senza padrone, addestrato perfettamente alla guerra, grazie al suo servo-contadino che lo allena perennemente, come fossimo dentro un episodio della Pantera rosa con Peter Sellers, e pronto a difendere con la spada lo Shogun del momento dai suoi nemici, improvvisamente ha l'illuminazione e sfrontatamente risponde al più esperto Ronin (lo stesso Tsukamoto) che lo ha arruolato, blandendolo, un secco: “preferirei di no”. Rischia la morte per vigliaccheria...Ma una cosa è l'arte del combattimento simulato e un'altra vederlo davvero, i corpi maciullati della guerra.

Siamo dentro un sorpendente apologo “francescano” pacifista, o da bodhisattva keruachiano, quasi in clima Arpa birmana. Il più temuto regista asiatico di horror, creatore finora di mostri muscolar-meccanici di terrificante efficacia, surrealisticamente sadici e profetici sul nostro futuro sintetico – pensiamo al ciclo cyberpunk Tetsuo – ormai avanti negli anni si sarebbe pentito?

In realtà anche questo “chambara”, come si chiamano i film di cappa e spada giapponesi tradizionali, che fuggono come la peste la presenza di un personaggio femminile (qui particolarmente irritante) e che oggi sono di nuovo tornati in auge, non ci risparmia momenti di combattimento e di sventramento insostenibili, il sangue zampillante degli scontri e dei regolamenti di conti scorre a profusione. Il ronin anziano, distruggendo una banda di briganti pezzenti, li fa morire lentamente, dissanguati. Così hanno il tempo di pensare alla vita, alla morte e di dare un senso alla loro esistenza visto che, per la prima volta, sono costretti come Tetsuo, a sentirsi “diversi”, senza una gamba, privi di un braccio o con le guance infilzate alla parete dalla spada. Il film è una produzione indipendente a basso costo e pochi dialoghi. Ma lo scheletro del cinema di Tsukamoto c'è tutto. Il grande trauma del Giappone odierno di Abe che istiga al neo militarismo provoca come risposta l'alto tradimento pacifista, proprio come l'intossicazione totale del paese, tipo una giantesca Ilva imposta ai cittadini in nome dello sviluppo economico accelerato obbligava alle mutazioni genetiche e alla resistenza polimorfica. Sempre lucido Tsukamoto. Sempre non riconciliato. E questa volta sobrio, essenziale, non un gesto di troppo, non una mossa prevedibile. Come nei combattimenti virtuali. Senza spargimento di sangue. Ma vincenti.

Zan (Killing)

Regia: Shinya Tsukamoto

Gitai, un tram che si chiama desiderio

Mariuccia Ciotta

Nel 1997 Jonathan Demme, profeticamente, riunì un gruppo di cineasti, tra i quali Julie Dash, Abel Ferrara, Patricia Benoit e il fratello Ted, per raccontare due o tre cose acide e adorabili sulla Manhattan transculturale e i suoi conflitti attraverso dieci Subway stories, avventure in metropolitana. Una sorta di discesa nelle profondità di una megalopoli che stava per essere colpita a morte perché “cuore dell'Impero del Male” ma in realtà colpita proprio perché stava producendo gli anticorpi dell'Impero....

Venti anni dopo, mentre è legge la trasformazione di Gerusalemme in capitale di uno stato integralista “ebraico” che scimmiotta Ryad, anche il cineasta israeliano mai riconciliato Amos Gitai rende omaggio alla sensibilità politica e al coraggio del compianto amico americano utilizzando in Un tram a Gerusalemme un'unità di luogo e movimento simile, il tram.

Alla Mostra già altri 3 film sono stati dedicati esplicitamente a Demme: Suspiria, Vox Lux di Brady Corbet e Carmine Street Guitars del canadese Ron Mann. Bisogna fare qualche gesto, magari utopistico, per opporre l'arte – come faceva Demme nella finzione e nella documentazione sempre attenti all'interpretazione bipartisan (uomo e donna) dei cambiamenti della storia – alla maligna politica imperante oggi ovunque, quella che aizza al sovranismo e all'odio tra i popoli.

Così Un Tramway a Jerusalem, situation comedy dai sapori e ritmi asimmetrici, sceglie la strada della metafora ottimista e ironica, della coesistenza pacifica tra membri di comunità che si rispettano o comunque sono costretti per forza di cose a sopportarsi almeno un po' e non della violenza immediata e della contrapposizione frontale, irrispettosa di ogni giudice o regola: ciò che caratterizza oggi, purtroppo, la spaccatura insanabile della Città santa dei cristiani dei musulmani e degli ebrei.

Il tram che è stato, ovviamente, anche l'oggetto prediletto degli atti terroristici, diventa, miracolo del cinema, della cinepresa empatica di Gitai e della cosceneggiatrice Marie José Sanselme, il mosaico di una inebriante diversità, mentre attraversa i quartieri palestinesi est di Shuafat e Beit Hanina, prima di arrivare a Mont Herzl, Gerusalemme Ovest. Storie quotidiane, ricordi struggenti, proclami, provocazioni poliziesche, discussioni chassidiche, amicizie che nascono d'improvviso, letture laiche di viaggi esotici (Flaubert), preti cattolici invadenti ma intensi che ricordano la passione di Cristo, paure improvvise, sguardi turistici famelici, canti suggestivi e musiche in gruppo, un arresto, ultras in trance, interviste sportive improvvisate ma finite male...Sono frammenti di vita che potrebbero essere colti ovunque, perché i conflitti politici, religiosi e d'amore sono comuni. Ma qui incontriamo Noa, che apre le danze con un arabesque mozzafiato, Pippo Delbono in performance indimenticabile, Mathieu Amalric e il figlio, che stranamente hanno deciso di non prendere il taxi anche perché il tram è bellissimo, non come a Roma: sembra di ultima generazione, supersonico e con l'aria condizionata perfettamente azionata. Una vera fantasmagoria.

Il film è preceduto però da un corto più radicale e sulfureo, Lettre à un ami de Gaza. Quattro attori, due palestinesi e due israeliani, leggono testi illuminanti sulle origini della crisi tra israeliani e palestinesi e durissimi contro il premier, indiscusso e inquisito, Netanyahu, perennemente impegnato in viaggi d'affari con i massimi leader antisemiti – ma soprattutto anti-Islam – d'Europa. Mahmoud Darwish, Izhar Smilansky, Emile Habibi e Amira Hass sgretolano con le loro fragili parole, come David contro Golia, il terribile tsunami che ci viene addosso, quel clima xenofobo e razzista che si sta diffondendo dappertutto portando al potere gli uomini politici più abili nell'ottimizzare e aizzare i sondaggi giusti. Diffondere l'odio paga. Per questo l'arte deve essere violentissima nel proporre una cultura del rispetto e del dialogo almeno quanto è violentissima la repressione missilistica di Israele contro ogni centro d'arte palestinese, notoriamente covo di trinariciuti bombaroli. Il tutto in omaggio a Camus e alla sua celebre lettera antinazista scritta nel 1943 e che dà il titolo al film.

Un tram a Gerusalemme

Regia: Amos Gitai

Lettera a un amico di Gaza

Regia: Amos Gitai

Alfagiochi / “Alfabetadue” alla carta

Antonella Sbrilli

Ci siamo lasciati la vigilia di Natale con un anagramma molto riuscito e tempestivo di Sandra Muzzolini: Regalo di Natale = Donate allegria. E intanto si è fatta la fine dellanno e linizio di una nuova fase di Alfabeta2, che dal 2018 uscirà come trimestrale su carta e come settimanale, sempre la domenica, online.

Alfabetadue, con le sue undici lettere, si presta  a rivolgimenti di vario genere.

Sincretistico: LAde fu beata

Fiabesco: Baule da fate

Cinefilo: Daube fatale.

E altri ce ne sono, dogmatici, critici, utopistici, nonsensici.

Chi volesse, in questi giorni di passaggio danno, provare a mescolare - oltre che le carte da gioco -  le lettere di Alfabetadue, può inviare le sue proposte a redazione@alfabeta2.it o su Twitter e Instagram con lhahshtag #alfagiochi.

 

Immagine: Lino Fois, Contiene trecentosessantacinque giorni di felicità rinnovabili a ogni Capodanno, 2010, legno, carta, vetro, petardi esplosi, inchiostro, colori acrilici (courtesy artista)

Alfadomenica # 5 – dicembre 2017

Con un Alfadomenica di dimensioni monstre si chiude il 2017 e, come vi abbiamo annunciato la scorsa settimana, si apre un nuovo ciclo per Alfabeta. Nel 2018, infatti, la rivista riprenderà a uscire su carta, sotto forma di trimestrale monografico. Il primo numero, in uscita a primavera, sarà dedicato al Sessantotto, mentre il secondo e il terzo avranno rispettivamente come tema Femminismo e gender e Trasformazioni dell'industria culturale; in chiusura, l'Almanacco 2019. Una decisione che, come abbiamo scritto, è anche il frutto dei risultati dell'associazione Alfabeta, che ha raccolto alcune centinaia di adesioni. Per questo, ai soci che rinnoveranno l'iscrizione e a quelli che si iscriveranno per la prima volta riserviamo, insieme a una copia dell'Almanacco 2018, il primo numero della nuovissima Alfabeta. La quota associativa rimane invariata: 25 euro (18 euro per studenti e insegnanti). I soci sostenitori (quota: 100 euro) riceveranno invece, oltre all'Almanacco 2018, i quattro numeri del trimestrale. Per tutti si conferma l'accesso esclusivo al Cantiere di Alfabeta, che in questi giorni ospita una nuova discussione sullo ius soli. Quanto al sito, a partire da domani, l'alfapiù quotidiano sarà sostituito da un alfasettimanale che ogni domenica, a turno, tratterà di libri, di musica e spettacolo, di arte, di cinema. A questo si affiancheranno  interventi puntuali sulle più importanti questioni di attualità.

A tutti, lettrici e lettori, i nostri auguri per il nuovo anno!

La redazione di Alfabeta

Ed ecco il sommario di oggi:

  • Patricia Peterle e Elena Santi, Cinque voci dal contemporaneo # 5 / Valerio Magrelli (con una nota di Andrea Cortellessa su Guida allo smarrimento dei perplessi): L’attività poetica, questo “fare” per antonomasia, rappresenta una forma di resistenza linguistica contro ogni preteso uso “innocente” del linguaggio. Pertanto, chi si ostina a comporre versi, dovrà cercare di rendere alla parola la lucentezza del conio che le viene quotidianamente offuscata. La poesia esige dunque un approccio reattivo, capace di sottrarre i materiali verbali alla mercificazione quotidiana. È appunto questo a renderla così complessa, impegnativa, salutare, “etica”. È appunto questo a spiegare perché, come l'Araba Fenice, essa rinasca dalle sue stesse ceneri, ed abbia per culla la fiamma. Altrimenti detto, ricorrendo a un’immagine assai meno sublime, più il linguaggio si deteriora, maggiore è la necessità della sua manutenzione poetica. E di manutenzione, oggi, c’è assai bisogno. - Leggi:>
  • Arianna Agudo, Happy New Ear: Nell’incipit del suo l’Arte del romanzo Milan Kundera, rifacendosi alla celebre conferenza che Edmund Husserl tenne nel 1935 a proposito della crisi dell’umanità europea, individuava i germogli di questa crisi nell’incalzante tendenza alla formazione di discipline specializzate, alla divisione categoriale del mondo in tante verità relative che ne frantumano e dissolvono l’unità fino a condurre l’uomo moderno all’«oblio dell’essere». Secondo Kundera è proprio il romanzo moderno a porsi per primo come ricettore e ricettacolo di questa realtà frammentata grazie alla sua capacità di accettare la relatività, parzialità e ambiguità del mondo e a possedere «come sola certezza la saggezza dell’incertezza». A questa tendenza alla specializzazione, che oggi risulta quanto mai acuita, l’arte contemporanea sembra aver risposto attraverso i tanti tentativi di erosione dei confini tra le arti, la loro commistione e contaminazione reciproca. - Leggi:>
  • Carlo Branzaglia, Anche la grafica fa storie. Una visione autoriale sul graphic designA molti anni dall’uscita del seminale, è il caso di dirlo, Storia del Graphic Design di Maurizio Vita e Daniele Baroni, edito nel 2003 da Laterza, compare in libreria un altro corposo volume in cui la storia si incrocia con la grafica. Ma già dal titolo è evidente che l’intenzione dell’autore non è quella di costruire una storiografia precisa, per quanto la sequenza di saggi e schede segua inflessibilmente un ordinamento di stampo cronologico. Il racconto della grafica di Andrea Rauch, edito da Casa Usher (sottotitolo Storie e immagini del graphic design italiano e internazionale dal 1890 ad oggi) segnala infatti la volontà di raccontare delle storie e di parlare di grafica più che di design. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Gualtiero immaginario: Un menu : Le Dîner de l’Apocalypse chez Marchesi. Cena dell’Apocalisse da Marchesi, Milano, 21 Marzo 1979. Lo ritrovo ne La mia grande cucina italiana (Rizzoli, 1980). Scorro il menu, dietro l’ultima pagina della copertina, e leggo e traduco : I fiori del Male saltati e bagnati di neghentropia, e sotto Implosione di rombo semiologico alla maniera di Umberto Eco, e sono preso dall’idea fissa che la nuova cucina è stata, è immaginazione. Le ricette vengono prima o dopo questi fiori del male e dopo il rombo semiologico, e non esauriscono una ricerca fatta di intuizioni, accostamenti, plagi, parole e giochi di parole e mani da prestigiatore, da cuoco. Gualtiero Marchesi, una voce posata, cauta ed amichevole, un volto tranquillo, lo ricordo così, con esternazioni culinarie impossibili, il risotto con la foglia d’oro, e una giusta distanza da me, da chi cuoco non è, e dovrebbe ascoltare in silenzio. - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Alfabetadue à la carte: Ci siamo lasciati la vigilia di Natale con un anagramma molto riuscito e tempestivo di Sandra Muzzolini: Regalo di Natale = Donate allegria. E intanto si è fatta la fine dellanno e linizio di una nuova fase di Alfabeta2, che dal 2018 uscirà come trimestrale su carta e come settimanale, sempre la domenica, online. Alfabetadue, con le sue undici lettere, si presta  a  rivolgimenti di vario genere. Sincretistico: LAde fu beata; Fiabesco: Baule da fate; Cinefilo: Daube fatale.  - Leggi:>
  • Semaforo: Algoritmo - Coscienza - Fundraising - Offline - Tempo. Leggi:>

Cinque voci dal contemporaneo # 5 / Valerio Magrelli

Si conclude oggi il piccolo ciclo di appuntamenti su alfaDomenica con cinque importanti poeti italiani di oggi a colloquio con due studiose dell’altro emisfero. Dopo Mariano Bàino, Mariangela Gualtieri, Tommaso Ottonieri ed Enrico Testa, è dedicato a Valerio Magrelli l’ultimo estratto dall’importante volume di Patricia Peterle ed Elena Santi, italianiste dell’Università di Florianópolis in Brasile, Vozes. Cinco décadas de poesia italiana (Editora Comunità, Rio de Janeiro 2017), che raccoglie trentatré conversazioni con poeti italiani di cinque generazioni diverse, da Giampiero Neri a Massimo Gezzi.

Si ringrazia l’editore brasiliano, le due autrici e naturalmente i poeti per il permesso accordatoci a riportare qui, in versione italiana, i dialoghi in questione. Il componimento in calce alla conversazione, come nelle altre puntate di questa serie, è riportato nella versione data al libro brasiliano. In questo caso la poesia di Valerio Magrelli è stata inclusa nella sua ultima plaquette, accompagnata da disegni di Francesco Balsamo e uscita un anno fa nella bella serie Carteggi Letterari curata da Gianluca D’Andrea: Guida allo smarrimento dei perplessi, sulla quale per l’occasione si offre anche una mia breve lettura.

A.C.

La poesia ha la funzione di portare la comunicazione al suo limite ultimo

Conversazione con Valerio Magrelli

Patricia Peterle ed Elena Santi

Cosa significa essere poeta oggi? Che cosa è un poeta per lei? Il poeta è un nostalgico cantore dalla parola un po’ consunta e desueta? È necessariamente un oppositore del mondo?

Ieri c’è stato l’eccidio dei giornalisti di “Charlie Hebdo”. Malgrado l’orrore del gesto, c’è stato chi ha sostenuto che gli scrittori devono badare solo alla loro scrittura. Demenza. Mai come adesso uno scrittore deve parlare. Deve farlo per difendere quel che è più suo: la libertà di parola. Chi altro dovrebbe farlo, se non lui? Un manager, un politico, deve difendere soltanto la libertà dei numeri – e come dimostra la Casta italiana, sa difenderla molto bene.

L’elemento essenziale per un poeta è la parola, la materia prima che va cercata, lavorata e poi “fissata” sulla pagina bianca. Che rapporti ha con la parola? Se si vuole anche con la lingua? Infine, come si può definire la sua lingua?

Si tratta innanzitutto di prendere atto della natura fondamentalmente antagonista del linguaggio poetico. Antagonista però non in diretto, meccanico rapporto con il potere, bensì in relazione all’impiego quotidiano, strumentale, “prosaico” del linguaggio. Anche quando ogni cosa sembra ormai decretare la sua fine, la poesia non si spegne, anzi, trae forza proprio da tale incombente minaccia. Un anticorpo verbale.

La cosa si può presentare in altri termini. Se la scrittura è il legame che unisce autore e lettore, se ogni società si fonda sulla condivisione di un linguaggio, la poesia ha la funzione di portare la comunicazione al suo limite ultimo. Come è stato affermato, essa mette il linguaggio in uno stato di allerta. Essa coincide insomma con il massimo di libertà e di allarme, poiché la sua libertà risiede appunto in un continuo allarme della parola.

Lo ha detto molto bene Iosip Brodskij: “La poesia non è una branca dell’arte, ma qualcosa di più. Se ciò che ci distingue dalle altre specie è la parola, la poesia, che è l’operazione linguistica suprema, costituisce la nostra meta antropologica e, di fatto, genetica. Chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una lettura, commette dunque un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso”.

Quali poeti o scrittori (italiani o stranieri) operano nella sua scrittura? E in che modo si costruiscono questi rapporti di lettura, poetici e di scrittura?

L’attività poetica, questo “fare” per antonomasia, rappresenta una forma di resistenza linguistica contro ogni preteso uso “innocente” del linguaggio. Pertanto, chi si ostina a comporre versi, dovrà cercare di rendere alla parola la lucentezza del conio che le viene quotidianamente offuscata.

La poesia esige dunque un approccio reattivo, capace di sottrarre i materiali verbali alla mercificazione quotidiana. È appunto questo a renderla così complessa, impegnativa, salutare, “etica”. È appunto questo a spiegare perché, come l'Araba Fenice, essa rinasca dalle sue stesse ceneri, ed abbia per culla la fiamma. Altrimenti detto, ricorrendo a un’immagine assai meno sublime, più il linguaggio si deteriora, maggiore è la necessità della sua manutenzione poetica. E di manutenzione, oggi, c’è assai bisogno.

Ecco, per riprendere Mallarmé, direi che il poeta è un manutentore dei materiali verbali, come insegnano

Se dovesse fare il nome di cinque poeti del secondo Novecento fino ad oggi, quali sarebbero?

Caproni, Bertolucci, Luzi, Zanzotto e Amelia Rosselli.

Si usa dire oggi che sono più i poeti dei lettori, cosa ne pensa? E come intervengono i nuovi supporti (internet, blog) nel rapporto con il pubblico?

I festival letterari sono stati a lungo una buona soluzione alla crisi editoriale. Purtroppo, però, le vendite rimangono molto basse. Per questo, sono sempre più rari i casi di chi si ostina a pubblicare opere in versi, temibili worst-seller, ovvero titoli destinati alle peggiori vendite. Le letture pubbliche non devono trarre in inganno: questi disperati, ingegnosi esempi di economia sommersa non hanno modificato l’andamento del mercato. Come la numismatica, come la filatelìa (il paragone credo fosse di Sanguineti), la poesia resta un’attività seguita solo da un ristretto numero di cultori.

D’altronde, se l’esplorazione del particolare, la dilatazione degli spazî, il gioco dei rapporti prospettici, fondano il commento e la critica di un testo in generale, è logico che simili procedimenti appaiano ancora più sofisticati nel caso della poesia, struttura cellulare, microscopica, dove il singolo verso, la sillaba o il semplice segno d’interpunzione, il carattere o la stessa cesura, acquistano valore sostanziale. Rispetto a tutti gli altri, tale genere letterario esige insomma un approccio particolarmente reattivo, capace di sottrarre la parola alla mercificazione quotidiana. È proprio questo a renderla così complessa, impegnativa, salutare, “etica”. Ma se la poesia è negazione dell’oggetto di consumo, come ampliare il consumo di poesia? Come ampliare, cioè, il consumo di negazione?

Alla base delle scarse vendite nel mercato poetico, probabilmente sta un circolo vizioso: gli editori non investono sulla poesia perché la poesia non rappresenta un buon investimento. Vero. Se non fosse che, in qualche misura, il motivo dipende dal fatto che nessuno ha mai investito seriamente su di essa, malgrado certi riscontri assai più favorevoli in Italia che non in altri paesi quali ad esempio la Francia. A ciò si aggiunge poi un comportamento profondamente radicato nelle abitudini degli acquirenti. Chiunque è libero di comperare i titoli inclusi nelle classifiche delle vendite, ma il problema si pone se lo stesso lettore anela a pubblicare la propria produzione lirica. Perché il mistero è questo: come mai che scrive poesia evita accuratamente di comperarne?

Come influisce sulla sua poesia il suo lavoro di traduttore? Il processo traduttivo influenza il momento creativo?

La traduzione non è l’opera, bensì un cammino verso l’opera”. Questa splendida frase di José Ortega y Gasset in realtà non esprime che un aspetto del secolare dibattito sul tema. Eppure, sarebbe difficile spiegare meglio il senso di un’iniziativa come quella relativa alla serie trilingue della collana “Scrittori tradotti da scrittori” di cui fui direttore per una decina d’anni presso Einaudi. L’idea di evidenziare le traduzioni di scrittori e poeti non è certo originale, e attraversa anzi tutta la nostra cultura. Si può dire comunque che solo a partire dal secolo scorso la riflessione sul transito linguistico si sia radicata nel cuore stesso del processo creativo. Basti pensare all’incontro tra Hölderlin e Sofocle, Nerval e Goethe, Baudelaire e Poe. Nel Novecento, poi, questi scambi si intensificano ulteriormente, per culminare in alcuni casi di autentiche migrazioni linguistiche. Ecco allora Conrad abbandonare il polacco per l’inglese, Nabokov lasciare il russo sempre per l’inglese, e l’irlandese Beckett passare dal francese all’inglese o viceversa. Questo spasmodico interesse per le lingue spiega come mai Gide affermasse che, se fosse stato dittatore, avrebbe costretto ogni apprendista scrittore a preparare almeno una traduzione.

Strenuamente voluta da Giulio Einaudi, la “trilingue” propose l’incontro fra due grandi scrittori stranieri nelle vesti di tradotto e traduttore. Per fare convivere le tre lingue, il testo originale occupava le pagine di sinistra, la traduzione quelle di destra, mentre la versione italiana correva in basso (in corpo piccolo e su entrambe le facciate) consentendo di seguire la rifrazione del testo.

Ritorniamo così alla frase iniziale. Quando Artaud volge in francese Lewis Carroll, quando Valéry lavora su Virgilio, quando Pound si consacra alla poesia classica cinese, quando Pessoa versa in portoghese Poe, o quando infine Joyce si autotraduce in italiano, qualcosa di importante sta accadendo. Attraverso il confronto con l’altra lingua, gli scrittori ci parlano del rapporto che essi intrattengono con la propria. Per questo le loro traduzioni rappresentano testimonianze inestimabili, che illuminano la via verso l’opera, e insieme gettano luce sul viandante che la va percorrendo.

Nella prefazione a Poesie (1980-1992) e altre poesie (1996) lei scrive: “un libro nuovo aspira al patronimico dell’autore. Non rappresenta la prosecuzione di una pratica, bensì la sua sospensione, o l’apertura di un’altra. È un atto di sradicamento, una ammissione di incompatibilità, la richiesta inoltrata dal navigante circa la possibilità di conoscere la propria posizione”. Dopo essere passato attraverso tante raccolte poetiche, tra le quali l’ultima è Il sangue amaro (2014), qual è oggi la sua posizione di poeta? Quali le sue prospettive?

Risponderei con una serie di citazioni, la prima di Elio Pagliarani: “A una giornalista americana che domandava la mia professione, risposi che faccio un lavoro che non esiste, in una lingua che non esiste”. Con tali parole la questione si complica, perché alla pratica della poesia (un genere, lo si è visto, emarginato per eccellenza), si aggiunge lo stato di emarginazione in cui versa l’italiano, ormai tagliato fuori dai grandi canali di comunicazione. Chi non ricorda al riguardo la battuta di Mario Missiroli ripresa da Eugenio Montale? Eccola: “Non si può essere un grande poeta bulgaro”.

Adesso, però, rivolgiamoci a chi della lingua è il padrone, ossia un parlante americano. Si tratta dello scrittore Louis Zukofsky e di una sua disarmata, illuminante considerazione: “Il modo migliore per sapere cos’è la poesia, è leggere la poesia. Così il lettore […] si scopre soggetto alla sua energia”. Occorrerebbe dunque esporsi alle radiazioni dei versi, come davanti a una macchina per le radiazioni, a una TAC o a una lampada... Invece di uscirne esaminati, descritti o abbronzati, ne verremmo fuori con una nuova, accresciuta e sorprendente familiarità nei riguardi del linguaggio poetico.

Bella, questa pragmatica della scrittura, che sembra reputare la competenza alla stregua di una lenta, continua assimilazione; bella, ma assai diversa dalla parabola profana a cui un linguista quale Roman Jakobson affidò il senso dei suoi lavori sulla poesia. Ecco il racconto: “In Africa, un missionario rimproverava i suoi fedeli perché andavano nudi. ‘E tu?’, ribatterono indicando il suo volto, ‘non sei anche tu nudo in qualche parte?’ ‘Certo, ma questo è il volto’, si giustificò il religioso. Al che gli indigeni risposero: ‘Ma in noi dappertutto è il volto’. Nello stesso modo, in poesia, ogni elemento linguistico diviene una figura del linguaggio poetico”.

In questa sua ultima raccolta, alla volontà di descrizione delle ferite del nostro presente si accompagna anche l’esigenza dell’enunciazione? Vi è la necessità di chiamare coraggiosamente le miserie del nostro tempo con il proprio nome?

Come dicevo, di fronte al vicolo cieco costituito da questo blocco delle vendite (dovuto in parte, sarà bene ribadirlo, alla totale mancanza di un’adeguata politica editoriale), si sono sviluppati per compensazione letture pubbliche, riviste in rete e periodici a bassa tiratura. La loro è una battaglia strenuamente condotta contro la trasformazione della scrittura in prodotto, del testo in confezione, una lotta affidata ad un atto di ammirevole volontariato, oltre che di comprensibile autopromozione. Un’autentica “Caritas” letteraria, anzi, una sorta di obiezione di coscienza nel senso più letterale del termine: forma di resistenza e rieducazione. Nel saggio L’altra voce. Poesia e fine secolo, Octavio Paz sostiene che la poesia si presenta oggi come l’unico antidoto alla tecnica e al mercato. In essa, a differenza della logica consumistica, si esprimerebbe un modello di sopravvivenza fondato sulla fraternità delle forme e delle creature dell’intero l’universo: “A questo si riduce la sua funzione. Niente di più? Niente di meno”.

Mamma 2: la vendetta


                        Come tornai da la Madon-dell’-Orto […]

                                                               G. G. Belli

Anche a volerti dimenticare,

ecco il baleno di un’ombra sulla spiaggia

e appare il tuo profilo dentro il mio,

che porta il tuo profilo, nascosto teschio,

dentro di me.

 

Ognuno porta in testa una testa di morto,

ma non una qualsiasi:

io nascondo la tua

che ovunque vada, avanza.

Rimprovero e colpa – matrice.

Artisti sotto la tenda del circo: perplessi

Andrea Cortellessa

Guida allo smarrimento dei perplessi è il titolo di una piccola raccolta di versi di Valerio Magrelli, dieci poesie uscite un annetto fa con l’accompagnamento di otto disegni di Francesco Balsamo nella collana “Carteggi letterari” diretta dal giovane poeta Gianluca D’Andrea. Come capita in questi casi, è l’occasione per fare il punto sul percorso quarantennale – se è vero che le prime tracce a stampa, del poeta ventenne di perturbante maturità, si trovano sulla rivista “Periodo ipotetico”, diretta da Elio Pagliarani, giusto nel 1977 – di quello che è ormai da considerare un classico, ancorché precoce, della nostra contemporaneità.

Volendo c’è tutto nel titolo: un’espressione perfettamente ambivalente che in apparenza lo iscrive in una tradizione aurea del libro, appunto, come guida spirituale. Si pensa per esempio all’episodio delle Confessioni di Sant’Agostino: quando questi, che non ne può più del proprio ruolo di maestro di retorica, un giorno si trova da solo in un giardino dove è preda di profondo turbamento; a quel punto sente la voce di un bambino che esclama: Tolle, lege. Lui allora dà di mano al primo libro che si trova sotto mano: sono le Lettere di San Paolo, dove legge un brano contro la concupiscenza che lo fa rianimare. È un passaggio chiave nel percorso di conversione raccontato dal suo, di libro. La stessa cosa capiterà a Francesco Petrarca, che in una celebre sua epistola racconta di come, al culmine dell’ascesa al Monte Ventoso – cioè il Mont Ventoux, in Francia – che tra l’altro fa di lui il primo alpinista della storia, sente l’impulso di prendere un libro dallo zaino (o quel che allora si usava in tale funzione). Quel libro sono proprio le Confessioni di Agostino; Francesco le apre a caso e legge una frase che fa perfettamente al caso in cui si trova: «vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano sé stessi». Anche in questo caso il libro è chiamato a decidere dell’uomo e del suo percorso. Infine, a chiudere il cerchio, ha raccontato una volta Andrea Zanzotto – in una delle bellissime pagine raccolte qualche anno fa da Matteo Giancotti nel volume Luoghi e paesaggi – come pure a lui fosse capitata una cosa del genere, una volta, durante le sue escursioni dolomitiche: e fosse stato quella volta il libro delle Lettere famigliari di Petrarca, proprio, a fargli da Oracolo manuale.

Ma stavolta faremmo male, noi perplessi, a credere di poterci rivolgere al poeta di oggi, di nuovo, come a una guida che ci porti sulla retta via. Perché la guida di Magrelli non si presenta come il libro in grado di porre fine al nostro smarrimento: esso serve semmai – come il Vademecum per perdersi in montagna di Paolo Morelli, delizioso quanto desultorio baedeker da poco ripubblicato da nottetempo – ad accentuarlo, lo smarrimento: di chi legge e, si capisce, in primo luogo di chi scrive. Accentuarlo, circoscriverlo, paradossalmente precisarlo. I versi passano infatti in rassegna alcuni luoghi di quell’altro libro che è alle spalle del viaggiatore Magrelli, e che chi quel libro conosce d’improvviso riconosce: il libro, si capisce, della sua opera passata. La prassi dell’autocitazione, che da tempo Valerio ha adibito a cucire la sua storia, si diceva quarantennale, di poeta in versi a quella, più recente ma non meno importante, di poeta in prosa narrativa, trova così una sua sintesi organica. Basta pensare alla poesia sui gabbiani. Una volta, per spiegare come non si possa dire cosa sia, la poesia, ma si possa dire almeno cosa non è, Valerio se ne uscì infatti dicendo che, se c’è una cosa che non può stare in una poesia, questa è il tramonto coi gabbiani. Ed ecco come essi, puntuali come in un film di Hitchcock, vengono a prendersi la loro vendetta:

Gabbiani, dunque

La poesia e la fogna, due problemi mai disgiunti

Eugenio Montale

Ho fatto male a dirne tanto male

e per questo si vendicano.

Scesi dall’alto dei loro tramonti

vengono a pascolare davanti al mio portone.

Mangiano l’immondizia

l’unica pianta che cresce in città,

nella nostra città,

un rampicante che cresce già morto

e adesso nutre il popolo

dei cieli.

Prendevo in giro il Kitsch:

mi ritrovo gli zombie sotto casa.

Già da tempo lo slogan col quale s’era presentato Magrelli al pubblico della poesia ai tempi della raccolta d’esordio Ora serrata retinæ, “Io abito il mio cervello / come un tranquillo possidente le sue terre”, appariva un retaggio del passato: memento ironico, in un tempo che ha visto sgretolarsi non solo le certezze intellettuali di quel tempo, ma anche gli imperturbabili dispositivi retorici che quelle certezze, allora, veicolavano. Di questo itinerario agli antipodi del se stesso d’antan la Guida allo smarrimento dei perplessi è allora davvero il baedeker: paradossale quanto fedele.

Valerio Magrelli

Guida allo smarrimento dei perplessi

disegni di Francesco Balsamo, postfazione di Gianluca D’Andrea

Carteggi Letterari, 2016, 59 pp., € 14

Anche la grafica fa storie. Una visione autoriale sul graphic design

Carlo Branzaglia

A molti anni dall’uscita del seminale, è il caso di dirlo, Storia del Graphic Design di Maurizio Vita e Daniele Baroni, edito nel 2003 da Laterza, compare in libreria un altro corposo volume in cui la storia si incrocia con la grafica. Ma già dal titolo è evidente che l’intenzione dell’autore non è quella di costruire una storiografia precisa, per quanto la sequenza di saggi e schede segua inflessibilmente un ordinamento di stampo cronologico. Il racconto della grafica di Andrea Rauch, edito da Casa Usher (sottotitolo Storie e immagini del graphic design italiano e internazionale dal 1890 ad oggi) segnala infatti la volontà di raccontare delle storie e di parlare di grafica più che di design.

Esso infatti dimostra da un lato di prediligere un approccio esperienziale alla rappresentazione della disciplina (ammesso e non concesso che di disciplina si tratti, ma questo è altro discorso), fatto appunto di narrazioni episodiche con autori protagonisti, più che di ‘quadri’ che intreccino questioni economiche, sociali, culturali; dall’altro, nell’uso del termine italiano ‘grafica’ (se vogliamo un po’ desueto), di ammiccare a una visione autoriale, perché grafica è stato sicuramente per anni il termine ideale per i progettisti della comunicazione visiva, senza tema di smentite etimologiche, dato che il vocabolo viene dal greco graphein, scrivere. Ma grafica è anche e soprattutto l’incisione, cioè un prodotto decisamente legato all’orizzonte artistico.

La scelta non è affatto inconscia, se consideriamo che l’autore, Andrea Rauch, progettista di lungo corso e votato ad una visione anche militante della professione, appartiene dichiaratamente a una delle due anime del design grafico, quella appunto più legata alla espressività del segno (autoriale) che non alla logica (geometrica, diciamo così) del sistema. Il simbolismo contro costruttivismo e modernismi, per dire; oppure la scuola dell’est europeo anni Cinquanta contro la coeva logica di corporate statunitense; Olivetti contro Ibm; l’affichisme francese (cui Rauch è molto legato) in reazione alla scuola svizzera; la pubblica utilità (altro campi di azione prioritario per il designer fiorentino) contro le guideline aziendali. Solo per esemplificare a casaccio alcuni possibili bipolarismi, in termini cronologici piuttosto che non tecnici. Consci che la storia delle immagini (ce lo insegna Wölfflin) può non essere del tutto lineare.

Tipici di questo approccio è una interpretazione del concetto di stile sul piano formale, ovvero nel modo di utilizzare forme, colori e tipografie che compongono i messaggi visuali; una tendenza all’illustrazione e all’approccio manuale; una intenzione spesso mimetica, anche se giocata su registri ben diversi da quello naturalistico (a favore magari del grottesco). Andrea Rauch è, come progettista,  sicuramente da questa parte, con grande efficacia e pregnanza ad esempio quando, fondata Grafiti con Stefano Rovai, fu fra i protagonisti della stagione della cosiddetta Grafica di Pubblica Utilità, negli anni Ottanta.

Coerentemente, quindi, il designer toscano predilige la grafica al graphic design, in termini di definizioni; e dichiara di attenersi al racconto di storie parziali (non sempre piccole), collezionate in sequenza, piuttosto che alla costruzione di un organigramma legato ad una storiografia effettiva. Con un punto di vista che è molto legato all’esercizio dell’attività professionale, più che a un quadro storiografico preciso; e che usa la stessa attività a parametro di avvicendamenti ed evoluzioni, dimenticando magari che, forse più di ogni altro ambito, il design è funzionale alle esigenze di persone e contesti sociali, mutevoli nell’arco del tempo. Onde: difficile darne una lettura attendibile se non la si cala decisamente nei contesti di riferimento.

Questo spiega anche una certa differenza fra la prima parte e la seconda: l’una legata agli antefatti storici, l’altra alla storia recente, rappresentano due punti di vista differenti che l’autore deve in realtà adottare. Perché se la seconda parte ne racconta incontri, conoscenze o maestri; la prima in realtà è distante temporalmente dalla attività dell’autore, e quindi più difficilmente può essere davvero raccontata.

Questo porta a qualche lettura un po’ superficiale: sul piano definitorio, tentare un inquadramento passando dall’immagine di prodotto a quella di brand è forse un poco spicciativo, così come, in termini minimamente storiografici, parlare di Liberty per definire gli affichiste francesi del periodo simbolista è un poco impreciso, dato che il Liberty altro non è che la corrente, assai tardiva invero, che corrisponde alla francese Art Nouveau, prototipo dell’immaginario simbolista.

Può succedere, certo, se spostiamo l’attenzione sugli autori e la descrizione dei loro lavori: e anche nella seconda parte ogni tanto salta all’occhio la tendenza a mettere al centro della scena l’operato dei progettisti a discapito del contesto storico. Proprio una delle vicende che ha visto Rauch protagonista, ad esempio ovvero la nascita della Grafica di Pubblica Utilità che effettivamente diede consapevolezza al contesto professionale italiano, sembra diventare nel volume una sorta di rivoluzione operata dai progettisti, piuttosto che non il frutto di quelle politiche di decentramento che la resero possibile, nel decentrare appunto le attività di comunicazione dal governo centrale agli enti locali, regioni o comuni che fossero.

Se, in questa. maniera, il volume inficia il suo possibile ruolo di manuale di utilizzo, per esempio scolastico o scientifico in generale; d’altro canto alimenta un filone divulgativo (in questo caso, corroborato da un repertorio iconografico particolarmente ricco) che effettivamente ancora scarseggia in Italia, e che d’altra parte è essenziale per la consistenza dei vari ambiti disciplinari (chiamiamoli ancora una volta così) e per la condivisione dei loro assetto culturali di base. Ovvero della loro riconoscibilità a largo raggio, fra pubblici più ampi di quelli specialistici.

Uscendo da una rigorosa lettura storiografica, e dalla necessità conseguente di rendere conto delle evoluzioni del mestiere sui supporti video e digitali, Rauch si permette inoltre digressioni laterali talora un po’ ‘ideologiche’ , ma molto spesso gustose, nel recuperare contesti e figure magari non di primissimo piano o non strettamente rigorose sul piano disciplinare, ma assolutamente stimolanti per la cultura visuale dei contesti nei quali si mossero: pensiamo a Magdalio Mussio, artista che regalò l’identità visiva alla casa editrice Lerici e alla rivista Marcatre; piuttosto che non al celeberrimo Heinz Edelmann, di cui si ricordano i disegni per Yellow Submarine, meno l’attività di graphic designer. Speriamo che, da questo punti di vista, una versione più economica (48 euro è il prezzo di copertina) permetta al volume di sviluppare appieno questa opportunità, essenziale in un paese ove la consapevolezza dell’efficacia del visual design è così bassa, dal far sì che gli stessi organi pubblici talora bandiscono gare a emolumento zero.

Andrea Rauch

Il racconto della grafica. Storie e immagini del graphic design italiano e internazionale dal 1890 ad oggi

La Casa Usher

pp. 383 euro 48

Le immagini (dall'alto in basso):

Fortunato Depero, Balli Plastici, manifesto, 1918

Alexander Rodchenko, Libri per tutto il sapere, manifesto, 1925

Lucio Venna, Autarchia Fila, manifesto, 1938

Armando Testa, Digestivo Antonetto, manifesto, 1960

Saul Steinberg, 9th Ave, copertina, 1976

Mauro Bubbico, Carnevale Montese, manifesto, 2015


Semaforo # 5 – dicembre 2017

Algoritmo

Dobbiamo molto al dotto studioso persiano del IX secolo Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi. Secoli dopo la sua morte, le opere di al-Khwarizmi hanno introdotto in Europa i decimali e l'algebra, ponendo alcune delle basi per l'attuale era tecnocentrica. La versione latinizzata del suo nome è diventata una parola comune: algoritmo – una parola che nel 2017 ha assunto sfumature sinistre. (…) Questo è un cambiamento notevole rispetto a pochi anni fa, quando "algoritmo" significava principalmente modernità e intelligenza, grazie al successo strepitoso di aziende come Google, fondata su un algoritmo per classificare le pagine web. Quest'anno, la crescente preoccupazione per il potere delle aziende tecnologiche ha conferito all'eponimo di al-Khwarizmi una nuova aura negativa. (…) Tuttavia, la pressione esercitata su Facebook e su altre aziende a volte rappresenta una trappola, per cui gli algoritmi diventano il capro espiatorio dei fallimenti umani e aziendali. Alcune critiche sottintendono, o addirittura affermano, che gli algoritmi hanno una sorta di autonomia. Questo è un errore, perché permettere agli algoritmi di diventare il "mostro di Frankenstein" può distogliere l'attenzione dalle responsabilità, dalle strategie e dalle scelte delle aziende che le fabbricano.

Tom Simonite, 2017 Was The Year We Fell Out of Love with Algorithms, Wired, 26 dicembre 2017

Coscienza
Gli studiosi non sanno se si possono progettare macchine auto-organizzanti e adattative sofisticate come il cervello umano. Non abbiamo una teoria matematica del calcolo per sistemi di questo tipo. Forse è vero che solo le macchine biologiche possono essere sufficientemente creative e flessibili. Ma questo suggerisce che si dovrebbe cominciare (o che comunque si comincerà) a lavorare su nuove strutture biologiche che sono, o potrebbero diventare, consapevoli.

Subhash Kak, Could Humanity Actually Create A Self-Aware Machine?, Pacific Standard, 29 dicembre 2017

Fundraising
Francamente, noi che ci occupiamo di fundraising sappiamo che le uniche persone più difficili da gestire rispetto ai donatori esigenti sono le celebrità esigenti. E quando hai a che fare con entrambi, la vita è semplicemente un inferno. Abbiamo celebrità che chiedono un biglietto aereo di prima classe per sé e il loro entourage, 10.000 dollari di parrucchiere e trucco, e poi si rifiutano di sedersi a tavola con il presidente del comitato. Questo ancora si può gestire. Ma peggio di tutto, abbiamo donatori che reclamano tutti i posti migliori, vogliono totale esclusività e insistono che tutte le celebrità si siedano al loro tavolo. La verità è che al momento del servizio tutti pensano di essere celebrità.

Karen Brooks Hopkins, 'Tis the Season: The 10 Most Excruciating Parts of Fundraising, Inside Philanthropy, 20 dicembre 2017

Offline

Il più grande cambiamento a cui assisteremo è che gran parte del monitoraggio e della sperimentazione abitualmente associato ai comportamenti online si applicherà sempre più ai comportamenti offline. In altri termini, molti ricercatori sono oggi consapevoli che tutti i nostri movimenti online sono tracciati e soggetti a sperimentazione. Ad esempio, quando si visita Amazon, il comportamento di navigazione viene registrato e analizzato e si conducono esperimenti per migliorare la misurazione delle transazioni. Tuttavia, sempre di più queste stesse cose accadranno con il nostro comportamento offline a causa della cosiddetta connettività ubiqua e dell'internet delle cose. Ad esempio, i negozi fisici investono sempre più in sistemi analoghi di raccolta e sperimentazione di dati.

Matthew Salganik, autore di Bit by Bit: Social Research in the Digital Age (Princeton University Press), intervistato da Lindsay Mc Kenzie, ‘Bit by Bit’, Inside Higher Ed, 22 dicembre 2017

Tempo

Per me, come storico, la scoperta più affascinante è stata che il concetto tradizionale di tempo dei Maori era completamente diverso dal nostro. Gli europei tendono a immaginarsi come se stessero nel presente e guardassero avanti verso un futuro indistinto, con il passato alle spalle. Ma i Maori adottavano la posizione mentale opposta. Stavano in piedi, per così dire, con la faccia rivolta al passato, osservando le azioni degli dei e degli antenati mentre voltavano freddamente le spalle a ciò che doveva ancora venire. Il loro vocabolario riflette questa posizione. Il passato è ngaa raa o mua, 'i giorni davanti', mentre il futuro è kei muri, 'cosa c'è dietro'. Come ha detto un antropologo, i Maori "camminavano all'indietro nel futuro". Il loro sguardo era fisso sul passato. E l'idea di progresso era assente”.

Norman Davies, autore di Beneath Another Sky: A Global Journey into History (Allen Lane), citato da John Gray in Beneath Another Sky: a historian’s revisionist, global take on migration and identity, New Statesman, 20 dicembre 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone