Straniamenti sul banale

Giacomo Festi

I lettori di Palomar forse ricorderanno l’episodio dedicato a una formaggeria francese, in cui il nostro protagonista, dopo aver trasfigurato il luogo in un museo enciclopedico, pronto a raccogliere la sfida cognitiva di catalogare tutte quelle forme articolate di formaggi (le texture, le morfologie, i sapori, i modi di preparazione), con tanto di appunti, rimane impreparato al subitaneo richiamo della commessa, quando il turno è il suo. All’estensione espansiva dei pensieri in cerca di organizzazione (un vasto sapere enciclopedico, da combinare al carattere precario di un gusto incorporato, si profilava all’orizzonte di una curiosità divorante) si oppone il momento intensivo di un ruolo, quello di consumatore, da interpretare lì per lì, nel teatro fin troppo sociale del negozio, in un frangente che coglie alla sprovvista e rende impossibile mantenere i tempi dilatati del ragionare. Ecco che appare il risucchio del banale come strategia di sopravvivenza: si ordina qualcosa di scontato. Il banale ci attende come un “ripiego”, ci suggerisce Palomar con la sua acuta lucidità, “come se gli automatismi della civiltà di massa non aspettassero che quel suo momento d'incertezza per riafferrarlo in loro balìa”. Si ricade nel banale quando la complessità prefigurata non sa essere gestita e l’ordinario scontato si fa apparenza protettiva, involucro di relazioni de-problematizzate: il default che segnala una mancanza di pensiero, in ritirata. Il legame tragico e farsesco di banalità, consumo e società di massa è ben presente a Calvino.

Di un’altra banalità, più propriamente linguistica, ci racconta invece l’ultimo libro di Stefano Bartezzaghi, Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media, edito da Bompiani (2019). Nei sei capitoli del libro, dall’andamento programmaticamente rapsodico, l’autore accosta una dimensione verticale, genealogica del banale, a partire dalla nascita moderna e francese del termine, a un’osservazione orizzontale del contemporaneo, attraverso una sorta di fenomenologia del banale e del luogo comune, tra letteratura alta e piattaforme social, sulla scia del suo maestro ispiratore, Umberto Eco. Proust e Facebook, infine, trovano qualcosa di insospettatamente comune. L’erudito approfondimento semantico del banale lo vede contrapposto significativamente al “distinto” in un approccio che avvicina senz’altro l’autore alla critica letteraria. Si tratta in primis di vagliare, come un critico, il carattere più o meno banale di espressioni verbali, con una postura interessata a categorizzare i fatti di linguaggio, ben sapendo, come per il kitsch, come il giudizio sia dipendente da una costitutiva variabile temporale. Il “banale” di oggi è il “distinto” di ieri, in un circolo di trasformazioni che rende inutile svilire il banale stesso o proiettarlo in uno spazio del temibile da evitare ad ogni costo. La modernità è fatta di paradossi e la lingua, rispetto alla banalità dell’idiomatico, funziona in modo analogo al “sistema moda” così ben caratterizzato a inizio 900 da George Simmel: la ricerca di distintività ha bisogno di un fondo di socializzazione per essere riconosciuta. Il paradosso è quindi la convivenza di singolarità e imitazione, di individualizzazione e collettivizzazione delle forme. La semiotica dei trend (Basso Fossali) ne aveva svelato da tempo il meccanismo tensivo: la distintività è tale fin quando garantisce un’intensità percepibile, marcata, della propria forma inusuale, a fronte di una diffusione ancora circoscritta. Al crescere dell’uso e dell’assunzione di quelle stesse forme, la percezione di una distintività decresce, fino a un effetto riflusso nel momento in cui si fa scelta non marcata, banale appunto.

Approfittiamo allora del tema indicato nel libro di Bartezzaghi (per una recensione più articolata del libro rinviamo, tra gli altri, allo scritto di Gianfranco Marrone su Doppiozero) per reinterrogare il banale, in una sorta di archeologia concettuale recente che esula dagli obiettivi principalmente linguistici del testo in esame. Il banale è una categoria che almeno dagli anni 80 è entrata stabilmente nell’orizzonte discorsivo delle scienze umane. Proprio quel legame con la società del consumo e con la circolazione dell’oggetto del quotidiano, banale e senza pretese, è alla base delle riflessioni cruciali di Arthur Danto come critico d’arte. Lo scandalo intellettuale dell’operazione pop (la Brillo Box di Warhol [1964] in primis) è inteso come “trasfigurazione del banale” (“commonplace”, nella versione originale inglese e “banale” in traduzione italiana e francese), ovvero come costruzione di nuove relazioni, immateriali, invisibili, intenzionali, non apprezzabili esteticamente, che cercano di sottrarre l’oggetto, la cosa, alla sua prosaica esistenza schiacciata sulla funzione e ridotta ulteriormente a protesi contenitiva di un prodotto che non coincide nemmeno con la scatola stessa. Il triviale non rimane confinato al gioco linguistico e si incarna nel seriale dell’oggetto, ritrovando quel tratto di ripetitività che il banale definisce. Fino all’operazione meta-artistica di Kuriloff, che chiama “Laundry Bag” un’opera dall’omonima apparenza: “attribuire un’etichetta a un oggetto così banale e noto significa dislocarlo, distorcere l’ambiente. Kuriloff, allora, grazie a una sottile ironia, è parte della stessa tradizione che sicuramente si proponeva di ripudiare” (A. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte, Roma-Bari, Laterza, 2008 [1981], p. 161). Sarà poi la sociologia degli anni 90 a interessarsi a come, sotto le insegne del banale, si celino rapporti sociali più o meno complessi quali i rituali di passaggio tra età della vita (Objet banal, objet social. Les objets quotidiennes comme révélateurs de relations sociales, a cura di Garabuau-Moussaoui e Desjeux, Parigi, L’Harmattan, 1999).

Il punto teorico, infine, è la transizione dal “banale” qualificativo alla banalizzazione come operazione, come modo di processare i significati, da accostare ad altre operazioni di segno contrario (a dizionario: nobilitare? Semioticamente: riarticolare?). La banalizzazione è un modo di gestire il senso in divenire, di trattarlo rispetto a delle poste in gioco che sono anche e inevitabilmente identitarie. E dove si banalizza si compiono due operazioni al contempo: da un lato si sgancia l’identità, o meglio il modo in cui ciò che è enunciato è assunto (bassissima rilevanza rispetto alla costruzione della propria identità: ciò che dico è scarsamente inerente a me); dall’altro si costruiscono relazioni semplificate, improduttive, monodimensionali, che non prefigurano alcun prolungamento, alcun rilancio di significazione ulteriore (la banalizzazione è una forma di sterilizzazione del pensiero critico). A ricordarcelo, in altra forma, è un altro piccolo tassello nella storia del banale: il libro Le banal di Mahmoud Sami-Ali, illustre promotore della ricerca psicosomatica in Francia e pubblicato da Gallimard nel 1980. Il banale, per Sami-Ali, azzera lo spessore del discorso, abbattendone le tensioni: non ha altro esito se non sé stesso, non prefigurando più un oltre di senso da interpretare. Il banale si accontenta di apparire per ciò che è (il letterale) e mette in scena un corpo fenomenologico svuotato della propria capacità immaginativa (o figurale, diremmo oggi). La banalizzazione può essere allora una complessa strategia del potere. Si banalizza il razzismo, la morte violenta, la violenza di genere, e lo si può fare attraverso forme retoriche non banali. Un solo esempio, già molto commentato: dire delle navi ong nel Mediterraneo che sono “taxi del mare” è metafora fresca, direbbe Ricoeur, non ancora calcificata anche se è parte, su un altro piano, di una strategia di banalizzazione. Da un lato abbiamo il tassista come lavoratore della routine, con un compenso fisso per il servizio reso, dall’altro le tante storie che la metafora cancella, tra l’epico e il tragico, sull’incertezza degli incontri in mare, su corpi che annaspano urlando tra le onde, su un corpo (quello dell’attivista) messo a rischio, a bordo barca, nel corpo a corpo col naufrago, su improbabili mezzi di navigazione, su un confronto teso con le istituzioni e le capitanerie di porto. Lo svilimento ingiurioso della metafora è radicale: si insinua un compenso (ergo una collusione) con i trafficanti di umani e si banalizza perché si perdono tutte quelle storie che inondano di senso mortifero i nostri mari. In inglese banale è anche tradotto con platitude. Il banale è piatto, o meglio, appiattito, come l’elettroencefalogramma del pensiero annegato. La banalizzazione fa davvero paura, non il banale. E uno sguardo (anche quello semiotico) che riarticoli diversamente espressioni e contenuti, che rilanci il senso e la sua inerenza identitaria è uno dei modi in cui continuare ancora oggi la guerriglia semiologica.

Ancora, e per chiudere: la recente pubblicazione (2014) delle trascrizioni degli audio di Eichmann in Argentina da parte di Bettina Stangneth mostrerebbe tutt’altre sfaccettature, non solo stupidamente burocrati, del personaggio Eichmann, quasi fosse stato lui a banalizzare il male perpetrato, mascherandosi durante il processo e preparando la strada all’uso sostantivo della Arendt. Lo scandalo di una banalità del male resta ma va riconosciuta meglio la banalizzazione come piaga della presunta post-modernità.

Stefano Bartezzaghi

Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media

Bompiani, 2019

pp. 272, euro 17

Alfadomenica # 1 – luglio 2019

Molti libri, qualche film e l'alfagioco finale: ecco il menu di questo primo alfadomenica di luglio. Qui sotto trovate il sommario completo, buona lettura!

Il sommario

 G.B. Zorzoli, La difficoltà di immaginare un'alternativa politica

Marina Forti, Guerriglieri maoisti in India. Tra gli adivasi del Jharkhand

Barbara Julieta Bellini, Uwe Timm, per una volontà etico-estetica

Massimiliano Manganelli, Walter Benjamin, il narratore

Andrea Gialloreto, Michele Mari, un puzzle di immagini e di parole

Filippo Polenchi, Michael Haneke, in cerca del Soggetto

Stefania Parigi, Blow-up, l’ingrandimento del nulla

Alessio Bergamo, L’asino di Anatolij Vasil'ev

Roberto Silvestri, La memoria-pugno. Lee Anne Schmitt e il cinema sperimentale americano di oggi

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Tempo al minuto

La difficoltà di immaginare un’alternativa politica

G.B. Zorzoli

Singolare saggio, quello di Mauro Vanetti. A partire dal titolo – “La sinistra di destra” – ma ancor più dal sottotitolo: «dove si mostra che liberisti, sovranisti e populisti ci portano dall’altra parte».

Per Vanetti la sinistra di destra «è keynesiana, quindi ha una visione positiva del debito pubblico, che vuole soltan­to continuare ad accumulare in maniera pacifica; è sovranista, quindi vede le rivendicazioni sociali subordinate alla priorità della sovranità monetaria, invece che viceversa», per cui gli è tutto sommato facile ironizzare su personaggi come Bagnai e Borghi o fare a pezzi un giullare televisivo qual è Diego Fusaro (è come sparare sulla Croce Rossa), mentre deve ricorrere a rischiose acrobazie dialettiche per inserire nel mazzo, sotto l’etichetta di “populisti di sinistra”, Podemos, La France Insoumise, il portoghese Bloco de Esquerda e i danesi di Enhedslisten. I quali, secondo Vanetti, prendono le distanze dall’altreuropeismo zombie, di cui Tsipras è stato anche il simbolo, dove altreuropeismo, «è la credenza supersti­ziosa nella possibilità di avere un’altra Unione europea, amica dei lavoratori e nemica del profitto e della rendita finanziaria», per di più zombie perché, «pur avendo questa posizione esaurito i suoi margini di vita obiettivi, si trascina in un’esistenza insulsa ripe­tendo poche frasi sconnesse; a differenza degli zombie ordinari». Tuttavia, con la «cosiddetta dichiarazione di Lisbona (Adesso, il popolo)» si schierano per la “rivoluzione democratica” o “ri­voluzione cittadina”, quindi per il populismo di sinistra.

Per duecento e passa pagine Vanetti procede su questa falsariga, mescolando con disinvoltura in un unico minestrone populismo di destra e di sinistra, sovranisti ed europeisti, ma anche posizioni forzosamente ricondotte sotto queste etichette. Lo fa utilizzando lo strumento tipico del catechismo marxista, a colpi di citazioni di Marx (talvolta di Engels e di Lenin), avulse dal loro contesto. Le poche volte che non si appoggia a loro, ricorre ad affermazioni tanto perentorie quanto indecifrabili: «Una rivoluzione mondiale simultanea è inve­rosimile, però può esserci una ricerca attiva dell’innesco di un effetto domino internazionale»

Dopo avere rampognato a destra e a manca, solo nelle pagine conclusive Vanetti abbozza la sua visione strategica.

Una «sinistra delle lotte di classe» può dare vita a un’al­ternativa politica, solo conquistando con spallate e spinto­ni spazio su una scena pubblica inquinata dalla xenofobia e dalla paranoia contro lo straniero, mentre ogni cedimento al razzismo della sinistra di destra «la renderebbe incapace di connettersi alle lot­te più radicali sui posti di lavoro, di parlare alle giovani genera­zioni cresciute fianco a fianco con immigrati di seconda e terza generazione, di immaginare un discorso complessivamente in­compatibile con la visione leghista e capace quindi di sfidarla: quello della libertà di transito, dell’uguaglianza, dell’unità tra lavoratori e lavoratrici stranieri e italiani». Parte integrante di questa strategia, è «la ricomposizione di reti di solidarietà tra pezzi diversi del­la classe lavoratrice, che, scavalcando le divisioni etniche, di genere, di orientamento sessuale, riattiva lotte per contrastare l’effetto disgregante e distruttivo della crisi».

Di conseguenza, «un paese che osasse sfidare il capi­talismo avrebbe facilmente la solidarietà dei lavoratori e dei giovani, delle organizzazioni di sinistra e sindacali, dei paesi vi­cini. Qualcuno penserebbe a imitare i loro successi o a correg­gere in altre rivoluzioni i loro errori. L’euro e l’Unione europea sarebbero ostacoli poderosi da neutralizzare, ma non l’unica questione; anche i paesi esterni all’Eurozona e allo spazio co­munitario sarebbero coinvolti».

Questo, il programma politico proposto da Vanetti, nemmeno lui molto convinto della sua adeguatezza, dato che chiude il libro con una richiesta di soccorso: ci serve un pensiero politico all’altezza delle tempeste che verranno.

La vaghezza delle proposte è infatti figlia legittima di un vuoto che percorre l’intero volume. Posto che le critiche rivolte a trecentosessanta gradi siano tutte giustificate, occorre interrogarsi sulle cause che rendono arduo la ricomposizione di una «sinistra delle lotte di classe», come genericamente la definisce l’autore. Cioè replicare, aggiornata, l’analisi della struttura sociale e delle sue dinamiche, come fece Marx quasi due secoli fa. Ma di questo nel volume non si trova alcuna traccia.

Mauro Vanetti

La sinistra di destra. Dove si mostra che liberisti, sovranisti e populisti ci portano dall’altra parte

Edizioni Alegre

pp. 239 euro 15

Guerriglieri maoisti in India. Tra gli adivasi del Jharkhand

Marina Forti

Di giorno le colonne di veicoli blindati si muovono tra i villaggi, minacciose. Ma dopo il tramonto, terminato il loro diurno sfoggio di potere, tornano alla base: “Quanto alle notti, da sempre appartengono ai maoisti”, spiega il giovane dal grande sorriso. La marcia nella foresta dunque comincia nell'oscurità: una ventina di giovani uomini, in divisa verde olivo e moschetto a tracolla, e una donna. Siamo nel cuore dell'India e i giovani armati sono un plotone naxalita, il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista sorto negli anni '60, più volte dato per finito e sempre risorto. La donna invece, unica disarmata, è un'antropologa che cerca risposte: perché una rivolta armata per una società comunista, cioè una battaglia che potrebbe sembrare anacronistica per il resto del mondo, sopravvive proprio in India – in quella che si descrive come la più grande democrazia al mondo, una economia emergente tra le potenze del globo? Soprattutto: perché tra le file di questo movimento guerrigliero ci sono tanti giovani adivasi, o “abitanti originari”, i nativi dell'Asia meridionale? E perché il movimento naxalita, una delle insurrezioni più ignorate del mondo, si è reincarnato proprio in queste foreste?

Alpa Shah ci porta così in un'India remota, in senso geografico e forse ancor più culturale e politico, anche se la storia che racconta ha risvolti modernissimi. La sua marcia con il plotone naxalita dura sette notti, duecentocinquanta chilometri a piedi attraverso foreste impervie tra il Jharkhand e il Bihar, nell'India nord-orientale. È questo viaggio che Shah racconta nel suo Marcia notturna, libro scritto come un lungo e appassionato reportage, in cui però confluiscono anche le osservazioni raccolte dall'autrice in oltre quattro anni di lavoro e studio, in due riprese, tra gli adivasi del Jharkhand.

La ricerca di Alpa Shah, nata a Nairobi da famiglia di origine indiana, è cominciata tra il 1999 e il 2002 quando l'autrice, dottoranda in antropologia sociale, ha deciso di condurre la sua ricerca etnografica in una zona rurale del Jharkhand con la pratica della “osservazione partecipante”: ovvero è andata a vivere in un villaggio adivasi. Allora i naxaliti, che cominciavano appena a penetrare nella zona, le sembrarono “una specie di racket”, spiega, “bravissimi a estorcere denaro dai vari programmi di sviluppo o anche dai grandi imprenditori” in cambio di protezione. E però il movimento cresceva, e anche il suo appeal presso tanti giovani adivasi. Shah non si contentava delle spiegazioni semplici: la spinta della povertà, o l'idea che le comunità native fossero “prese tra due fuochi”, i maoisti da un lato e le forze di sicurezza dall'altro. Insomma: nel 2008 decide di tornare in Jharkhand, in uno dei momenti di maggiore forza dell'insurrezione armata, questa volta per capirne le motivazioni.

Così eccola di nuovo in un villaggio adivasi che, scoprirà poi, era diventato una “capitale rossa” del movimento rivoluzionario (per la precisione del Partito comunista indiano - maoista, principale erede delle organizzazioni rivoluzionarie nate in seguito a una famosa rivolta contadina nel 1967 nel villaggio di Naxalbari, in Bengala occidentale, l'episodio da cui il nome naxalita). “Ci volle poco per capire che in effetti [i guerriglieri] erano ovunque, in ogni casa, in ogni villaggio, in ogni foresta”, scrive Shah. E che i giovani adivasi “avevano trovato nei ranghi della guerriglia una specie di casa alternativa”, una comunità da cui entravano e uscivano come si visita la casa di un parente.

Tra i naxaliti l'autrice trova dirigenti di estrazione urbana e casta alta, persone istruite che hanno abbandonato i privilegi di famiglie borghesi per combattere lo sfruttamento e l'oppressione, spinti da ideali a cui i più sono rimasti coerenti per la vita. Constata che la “fanteria” dell'esercito di liberazione del popolo invece viene proprio dalle comunità adivasi: “tribali”, come sono definiti in India, gruppi diversi per etnia e lingua che insieme fanno una minoranza di quasi cento milioni di persone, circa l'8,6 per cento degli indiani. Un gruppo sociale tra i più disprezzati dalle caste e classi dominanti, considerato “sottosviluppato” e primitivo, emarginato e sfruttato da secoli, sopravvissuto in foreste impervie come quella di cui stiamo parlando. Ed è proprio nel sistema di ingiustizia e sfruttamento che schiaccia l'India rurale, e in particolare le comunità adivasi, che l'autrice trova la prima serie di risposte. “Sempre più spesso [gli adivasi] sono espulsi da quelle foreste che erano diventate il loro rifugio e habitat”, trasformati in poverissimi lavoratori migranti in giro per l'India. Cacciati via per intervento di uno Stato che si fa garante degli interessi di grandi aziende e compagnie minerarie, fatti sloggiare per poter sfruttare gli immensi giacimenti di carbone e di ferro che si trovano in quelle regioni. Il Jharkhand, con i vicini Chhattisgarh e Orissa, è al centro della regione chiamata mineral belt, che racchiude il 70 per cento dei giacimenti di carbone dell'India, il 60 per cento del ferro e altrettanto della bauxite, materie prime dell'espansione industriale indiana. Ma racchiude anche la più alta concentrazione di popolazione nativa, è la tribal belt dell'India, e questa è la radice del conflitto: un mix esplosivo di vecchie ingiustizie e modernissima industria estrattiva, l'impunità di vecchi poteri semifeudali su cui s'innesta la deregolamentazione selvaggia del neoliberismo, le diseguaglianze radicate e la predatoria avanzata del capitalismo.

Il racconto di Alpa Shah però va oltre. Le motivazioni collettive sono una cosa, poi ciascuno ha la sua spinta personale. L'autrice presenta le persone incontrate con affetto e intelligenza - il giovane quadro maoista scappato da casa per raggiungere il gruppo ribelle che, da bambino, incontrava spesso portando al pascolo le capre; la donna che nella vita di guerrigliera cerca di sfuggire a una famiglia patriarcale, il ragazzo che sceglie “la polizia della giungla”, quelli che raggiungono la foresta quando le forze di sicurezza bruciano il loro villaggio in un raid. Shah ce le racconta con grande empatia, e con capacità narrativa superba. E insieme analizza, documenta, riflette.

Il viaggio qui raccontato è avvenuto nel 2010, mentre le forze di sicurezza indiane erano impegnate in una delle più estese offensive contro il movimento armato (fu chiamata Green Hunt, la “caccia verde”): la sua marcia notturna infatti comincia sgattaiolando tra colonne di blindati. Il suo libro però sarà pubblicato solo nel 2018, nella prima edizione inglese. Perché? Dopo quel viaggio, spiega l'autrice, il primo impulso è scrivere il più in fretta possibile “per contrastare la rappresentazione dominante” dei ribelli come nient'altro che terroristi. Ma poi ci ripensa: avrebbe solo alimentato narrazioni superficiali, ragiona, “sarei rimasta nei binari della condanna o del romanticismo”. Del resto, qualche scritto di “contro propaganda” cominciava a circolare. Di li a poco sarebbe uscito anche il reportage di una nota scrittrice, Arundhati Roy, che aveva compiuto a sua volta un viaggio con un gruppo di naxaliti in un'altra foresta indiana. Insomma, Shah decide di fare quello che ci si aspetta da una antropologa: studia ancora, mette della distanza con quanto ha visto, continua la sua analisi critica sui limiti un movimento che è pure riuscito a mobilitare una delle comunità più oppresse dell'India – prima di rimanere vittima delle sue contraddizioni, oltre che della repressione governativa.

P-S. Dopo il viaggio raccontato da Alpa Shah molto è cambiato tra le foreste nel cuore dell'India, avverte l'autrice in una postfazione per l'edizione italiana. I ribelli sono in ritirata strategica, le forze di sicurezza hanno imposto il proprio draconiano controllo. Nei villaggi adivasi sono penetrate le organizzazioni dell'estremismo hindu, nuova forma di controllo sociale. E lo stato ha intensificato la repressione: nell'ultimo anno ha fatto arrestare decine di noti intellettuali, poeti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti in grandi città come Delhi, Mumbai, Ranchi, Nagpur. Sono persone che si battono per i diritti civili, un'avvocata che fa cause di lavoro, un anziano gesuita che lavora con gli adivasi, uno storico di fama internazionale: tutti indistintamente accusati di fiancheggiare i “terroristi”, definiti con scherno “naxaliti urbani” (si è sviluppata anche una contro-campagna di solidarietà, stile social media, con un #MeTooUrbanNaxal). Le ingiustizie di fondo invece restano tutte uguali, e finiranno per alimentare un nuovo ciclo di resistenza.

Alpa Shah

Marcia notturna

traduzione di Daniela Bezzi

Meltemi, 2019,

pp. 392, euro 24

Uwe Timm, per una volontà etico-estetica

Barbara Julieta Bellini

Uwe Timm è tornato, ed è in forma. Lo avevamo lasciato quattro anni fa con un deludente romanzo mondadoriano, La volatilità dell’amore, e ormai non sapevamo più cosa aspettarci dall’autore ultrasettantenne di Amburgo. Ma il suo ultimo libro, con cui Sellerio inaugura una nuova stagione della fortuna italiana di Timm, ci ha piacevolmente sorpresi: Un mondo migliore segna il ritorno dell’autore alla materia che meglio gli riesce, la ricostruzione e rielaborazione della storia tedesca.

Michael Hansen è un militare statunitense, emigrato dalla Germania in tenera età nel 1932. Delle origini teutoniche gli restano soltanto l’uso della lingua e un buon bagaglio culturale, anche grazie ai suoi studi in letteratura tedesca. Con la guerra agli sgoccioli, viene inviato in missione, «perché parla tedesco e ha la patente»: Hansen parte per la Germania nel 1945 ed è assegnato all’inchiesta sul progetto eutanasia che era stato condotto nel Reich. Gli affidano il compito d’intervistare Karl Wagner, testimone delle attività del defunto Alfred Ploetz, che era stato a sua volta uno dei fondatori del concetto d’igiene della razza alla base del sistema di sterminio delle vite «indegne di essere vissute».

Wagner è un testimone ideale, perché è insieme vicino e distante da Ploetz. Amici di gioventù, era stato un libro ad avvicinarli: Voyage en Icarie, di Étienne Cabet. Questo romanzo presentava il progetto di fondare delle «comunità di ispirazione comunista, in cui regnano l’uguaglianza, la libertà e la fratellanza, ma non in un imprecisato futuro, bensì qui e ora». Cabet invitava i suoi lettori a partire per gli Stati Uniti e partecipare alla costruzione di questo mondo migliore, Ikarien – che è il titolo originale del romanzo di Timm. È musica per le orecchie di studenti di sinistra quali erano Wagner e Ploetz, che partono prontamente per l’Iowa a visitare una comunità icariana. Ma di fronte agli insuccessi e al perseverare della disuguaglianza nelle comuni, i due amici reagiscono in modo diverso: Wagner – che si vuole umanista e solidale – visita altre comunità prima di rientrare in Germania, dove s’impegna con pubblicazioni per giornali di sinistra, un impegno che lo costringerà a una «vacanza pesante» a Dachau da cui lo salverà, infine, lo stesso Ploetz. Costui invece, figura faustiana di puro intelletto e nulla empatia, si dedica allo studio della storia delle comuni e a una decostruzione della «bella idea dell’uguaglianza» di Cabet: se l’iniquità della natura è «un ostacolo al progresso e all’evoluzione», diventa necessario garantire l’esclusione dei «deboli, i pigri, quelli incapaci di lavorare», ovvero occorre «una rivoluzione biologica che vada ad integrare quella sociale». È l’inizio del lavoro di una vita per lo sviluppo di una razza superiore, che ben s’inserisce nel panorama nazionalsocialista di cui Ploetz è un personaggio di spicco.

Hansen, dal canto suo, è un intervistatore ideale: esterno ai fatti, ma legato alla Germania, rifiuta l’imposizione della «no fraternisation» e si dimostra (talvolta) meno categorico dei suoi colleghi nel disprezzo di tutto ciò che è tedesco: «What an amazing landscape, disse Hansen al suo autista, e quello secco rispose: Yeah, without the Krauts».

L’ambizioso obiettivo di Timm è d’individuare il germe originario della teoria sterminatrice sull’igiene della razza all’interno di un ideale egualitario e solidale. Lo scatto avverrebbe, ci suggerisce il libro, nel momento in cui il singolo perde il suo valore di fronte alla società o – con una parola che allarma i tedeschi e dovrebbe cominciare a insospettire anche noi italiani – il popolo, das Volk. Ploetz «non riusciva a fermare il proprio sguardo sul singolo individuo, ma doveva subito pensare in grande alla totalità: l’umanità»; il che comporta la disponibilità a sacrificare l’individuo per il bene di un’astratta «umanità nel suo complesso» e la rinuncia, per converso, all’«umiltà dinanzi […] all’esistenza di ciascuno». L’utopia di Cabet non ha (ancora) funzionato, dice Timm tramite Wagner, ma non è per la fallacia dell’ideale egualitario, bensì perché questo va integrato con la solidarietà: senza «una scuola di dialettica che eviti l’offesa e l’umiliazione personale», non c’è società che tenga.

La parola «scuola» è significativa. Se c’è un limite importante nel romanzo, è senza dubbio la sua ferma volontà pedagogica, che impedisce al lettore di dipanare da sé il cospicuo materiale raccolto dall’autore. «Sì, la lettura dei romanzi può formare, ma anche produrre assurdi stati di esaltazione», commenta Wagner, e Timm sembra voler andare sul sicuro accompagnando il suo lettore passo passo in ogni pagina. Il romanzo alterna le trascrizioni dei quattordici giorni d’intervista ai trascorsi di Hansen in giro per una Germania in gran parte distrutta: chi legge sarà trascinato, perciò, ora dalla ricostruzione dei fatti del troppo loquace e spesso pedante Wagner, ora dal punto di vista del militare che, se non assume la voce narrante, rappresenta la pellicola su cui s’imprimono le immagini della Germania post-guerra. Un po’ di libertà, forse, non avrebbe nuociuto al godimento di questa pur appassionante storia.

Una storia, poi, che l’autore porge al pubblico come il suo opus magnum. Gli indizi di questa velleità sono tanti: la mole importante, l’ingente lavoro di ricerca avvalorato dalla bibliografia in appendice, l’accenno a un progetto originario del romanzo risalente già al 1978, la ricchezza dei riferimenti letterari colti lungo tutto il volume, l’integrazione – per echi più o meno velati – di tutta l’opera precedente dello stesso Timm. Senza contare, poi, la vicinanza dell’autore rispetto al suo oggetto: Alfred Ploetz altri non è che il nonno di Dagmar Ploetz, la moglie di Timm, a cui è dedicato il romanzo. Eppure ci sembra che la concisione di Come mio fratello, bel libro tradotto nel 2005, non avesse nulla da invidiare alla riflessione di questa nuova pubblicazione, e lasciasse meno spazio alle cadute di stile che ci costringono ogni tanto a chiudere un occhio – come la troppo insistita opposizione tra paesaggio idilliaco e devastazione morale e reale, o ancora come lo sguardo inesplicabilmente acritico dell’autore sul programma di «rieducazione» statunitense in Germania.

La buona traduzione di Matteo Galli consente al lettore italiano d’intravedere quasi sempre le sfumature dell’evocativa lingua tertii imperii e di un tedesco lavorato con cura in diversi toni, accenti, registri. Infine, come lo stesso Galli osservava già in coda alla Scoperta della currywurst – uscito presso Le Lettere nel 2003, e che speriamo di ritrovare presto in libreria –, l’autore ha anche qui il merito di restituire al lettore i dettagli concreti della vita di tutti i giorni, l’abbigliamento, il cibo, le scritte sui muri, che realizzano quell’estetica del quotidiano annunciata dal giovane Timm agli inizi della sua carriera.

Uwe Timm

Un mondo migliore

traduzione di Matteo Galli

Sellerio, 2019, 528 pp., € 15

Walter Benjamin, il narratore

Massimiliano Manganelli

Alla lunga e assai travagliata vicenda editoriale attraversata in Italia dalle opere di Walter Benjamin – prima o poi bisognerà scriverla dall’inizio, da quel decisivo 1962 in cui uscì, a cura di Renato Solmi, l’ancor più decisivo Angelus Novus – si aggiungono adesso ben due capitoli, tra loro strettamente intrecciati per questioni editoriali, biografiche e letterarie. Il primo si intitola molto semplicemente Racconti, lo pubblica Einaudi e a introdurlo è Antonio Prete, il secondo è invece curato dalle due figure storiche della filologia benjaminiana, Hermann Schweppenhäuser e Rolf Tiedemann, ed è edito da Neri Pozza nella stessa collana, «La quarta prosa», in cui uscì nel 2012 il celebre libro su Baudelaire nella ricostruzione datane da Giorgio Agamben (che della collana è anche direttore, peraltro). Il titolo è di nuovo piuttosto asciutto, Scritti autobiografici; in questa prevalenza di titoli tutt’altro che fantasiosi, di natura puramente editoriale, c’è, nella sostanza, buona parte della storia di Benjamin, autore di un’opera vastissima che nondimeno ha conosciuto l’approdo alla pubblicazione in massima parte soltanto dopo la sua morte.

I due testi hanno una composizione nettamente diversa. I Racconti, come spiega Prete nella nota editoriale, altro non sono se non un’antologia realizzata a partire dai vari volumi dell’edizione italiana delle opere di Benjamin curata per Einaudi da Enrico Ganni. Si tratta in sostanza di un “montaggio” – chissà se allo scrittore berlinese sarebbe piaciuta un’operazione del genere – che, a differenza delle precedenti edizioni francese e inglese dei racconti non include, ed è un’omissione pesante, quel testo fondamentale che è Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, il quale in una certa misura contribuirebbe a comprendere meglio gli scritti narrativi di Benjamin, facendosene a sua volta illuminare. Gli Scritti autobiografici ripropongono invece, nella nuova traduzione di Carlo Salzani, la parte del volume VI delle Gesammelte Schriften intitolata appunto Autobiographische Schriften. Dunque, da un lato un’operazione tutta interna al catalogo Einaudi, dall’altro una proposta abbastanza inedita: resta il fatto che i due volumi spesso si sovrappongono, perché alcuni racconti del primo sono tratti da scritti autobiografici – per esempio Spagna 1932, che attesta quanto fu fecondo, per Benjamin, il soggiorno spagnolo dei primi anni Trenta – e non sono pensati come opere a sé stanti. Naturalmente, nel volume Neri Pozza tra i molti diari e appunti di viaggio spicca, e non potrebbe essere altrimenti, quell’Infanzia berlinese intorno al millenovecento già nota da tempo ai lettori italiani (sempre grazie a Einaudi), uno dei vertici della scrittura memorialistica del Novecento. Vi è premesso l’Urtext, la Cronaca berlinese che ne costituisce il serbatoio, dal quale, come chiarì Gershom Scholem, Benjamin attinse soltanto due quinti, per restituirli in «una forma profondamente trasformata e rielaborata». Altro capitolo importante degli scritti autobiografici è il Diario moscovita, anch’esso già edito da Einaudi, nel quale, secondo le parole dello scrittore, convergono le sue «descrizioni “ottiche”» della nuova realtà sovietica. Il viaggio a Mosca è strettamente connesso alla figura di Asja Lacis, quasi a inverare un’osservazione contenuta in uno dei racconti della raccolta Einaudi: «ogni avventura di viaggio, perché si possa davvero raccontare, dovrebbe, in ultima analisi, ruotare intorno a una donna».

Se non è esistito – e sarebbe stato difficile, se si tiene conto della fortissima inclinazione al frammento che lo ha animato per tutta la vita – un Benjamin romanziere, è esistito invece, e il libro di Einaudi ne è un ottimo documento, un Benjamin narratore, un raccontatore in alcuni momenti davvero straordinario. Chi ne ha frequentato soprattutto l’opera critica conosce già alcuni spunti narrativi, come quello sulla firma di Potëmkin che apre il saggio dedicato a Franz Kafka e qui raccolto, ma sa comunque che nello stesso procedere della scrittura di Benjamin l’impulso narrativo non esercita un ruolo secondario. I racconti di Benjamin non sono quasi mai presentati come il frutto di una fantasia sorgiva, bensì riportati, di seconda mano: il campione più esemplare è senza dubbio Rastelli racconta…, che senza esitazione ci si si può azzardare a dichiarare come uno dei più bei racconti del Novecento, nel quale il titolo stesso sembra un manifesto della concezione del narratore sostenuta da Benjamin. Si legge infatti nel saggio Il narratore: «L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori».

In uno dei racconti più rilevanti dell’antologia, Il fazzoletto, risalente al 1932, Benjamin scrive: «Raccontare non è solo un’arte, è, di più, anche un onore se non addirittura, come in Oriente, un pubblico ufficio». E l’incipit del racconto – «l’arte del narrare storie si sta estinguendo» – prefigura le riflessioni ben più estese del saggio, ove si parla di un’arte del narrare che «si avvia al tramonto». Il fazzoletto è rilevante anche perché presenta uno dei nuclei tematici attorno a cui ruotano i racconti, nonché gli scritti autobiografici: il viaggio. Benjamin, da un certo momento in poi anche contro la propria volontà, è stato un viaggiatore infaticabile, come si può intendere semplicemente scorrendo l’indice degli Scritti autobiografici; si può dire anzi che spesso i diari sono dettati proprio da esperienze di viaggio, ne costituiscono l’archivio della memoria (secondo Schweppenhäuser e Tiedemann, infatti, Benjamin non tenne un diario «in modo continuato. Per queste note aveva bisogno di un’occasione particolare, di solito un viaggio o la compagnia di una persona per lui importante»). Il viaggio, che è davvero onnipresente nei due libri, costituisce la perfetta sintesi tra l’esperienza del tempo e quella dello spazio. Ed è interessante come lo spazio attraversato dal Benjamin narratore, osserva giustamente Antonio Prete nella sua prefazione, sia sostanzialmente legato a Baudelaire, l’oggetto di studio che occupò a lungo Benjamin nel corso degli anni Trenta. I «due luoghi che ospitano la residua arte del narrare», scrive Prete, sono infatti il mare e la città, che nelle Fleurs du mal «muovono, con l’immaginazione, la rappresentazione dell’altrove, del non vissuto, dell’impossibile».

Dunque, la scrittura narrativa di Benjamin (che, come abbiamo visto, si interseca sovente con quella autobiografica, giacché il fascino maggiore del narratore è il saper «narrare la propria esistenza, il lasciare che questo stoppino sia consumato dalla fiamma lieve del racconto» – cito ancora dal Fazzoletto) si muove continuamente tra l’oralità e i modelli letterari, che qui sono rappresentati soprattutto da Kafka e da Baudelaire, in particolar modo quello del poème en prose, faro perennemente acceso per Benjamin. È una scrittura di viaggio ma anche in viaggio, e non solo metaforicamente, un movimento continuo tra affabulazione e memoria, tra Erfahrung ed Erlebnis.

Walter Benjamin

Racconti

traduzioni di Giorgio Backhaus, Francesca Boarini, Silvia Bortoli, Gianni Carchia, Olga Cerrato, Umberto Gandini, Giovanni Gurisatti, Ida Porena, Ginevra Quadrio-Curzio e Giulio Schiavoni

prefazione di Antonio Prete

Einaudi, 2019, XX-184 pp., € 18

Scritti autobiografici

a cura di Hermann Schweppenhäuser e Rolf Tiedemann

traduzione di Carlo Salzani

«La quarta prosa» Neri Pozza, 2019, 544 pp., € 30

Michele Mari, un puzzle di immagini e di parole

Andrea Gialloreto

I libri che in questo 2019 hanno arricchito il catalogo dell’opera di Michele Mari sono accomunati, pur nella diversità di genere e di destinatari, dalla rispondenza al dato biografico, in quanto rendono conto di esperienze personali, letture, ossessioni e (mal)umori dettati dall’arbitrario tracciato del «clinamine impuro della vita», come recita un verso di Dalla cripta. La raccolta pubblicata nella collana bianca di Einaudi rivela la “preistoria” artistica dell’autore, giacché antologizza componimenti scritti dal 1979 ad oggi. La storia degli esordi di Mari, in controluce nella produzione in versi, può essere ripercorsa in chiaro grazie all’intervista con Carlo Mazza Galanti pubblicata nel volume Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti per minimum fax. Infine, giungo al vero oggetto di questa segnalazione: la ristampa per i tipi di Corraini in nuova edizione accresciuta (e con una veste grafica smagliante) di Asterusher, l’autobiografia «per feticci» nata dalla collaborazione dell’autore milanese con il fotografo Francesco Pernigo. Il punto di vista “esterno” dell’artista plasma la materia fatta riaggallare da Mari dai giacimenti della propria memoria famigliare e la costringe in una gabbia formale, le conferisce ictu oculi un senso, attribuendo di diritto al fotografo il ruolo di regista e manipolatore «ora per la riduzione di un ente complesso a un particolare, ora per l’esaltazione di nascoste geometrie».

La vicenda biografica dello scrittore è ricostruita elusivamente mediante un viaggio per immagini negli spazi privati delle case di Nasca e di Milano: l’esplorazione degli anditi celati delle dimore, con un forte risalto concesso agli oggetti, la cui rete occulta dialoga a distanza con le pagine che a quei luoghi sono ispirate, dispiega en abîme una molteplicità di piani di lettura: «si tratta di case-libro – precisa Mari –, case in cui sono stati letti libri e altri libri sono stati scritti». Il modello astratto di dimora cui si rifanno quelle reali ci riporta allo schema consolidato della casa fissata per sempre al suo stadio originario e pertanto «discontinua al mondo», ricettacolo di spettralità solidali e protettive (si veda in proposito Fantasmagonia). L’opera di trascrizione (attraverso l’articolata ragnatela dei testi, brani dai libri editi e didascalie vergate a commento delle illustrazioni) e il gioco a decrittare la simbologia e le combinazioni delle riproduzioni fotografiche (non lontane dalle prerogative diegetiche dei tarocchi calviniani, non fosse che qui si seguono i cammini di un unico, ipertrofico, destino) vivono dell’intensità e della concentrazione di un atto medianico, la pietosa negromanzia di chi si attenti a regolare i conti con il passato e con l’Ade (quanto questa impresa sia “empia” è evidente, come ben manifesta il titolo di una delle recenti poesie: Su alcune fotografie estorte agli Inferi). L’effetto di saturazione e a volte persino di bric-à-brac che esala dal viluppo di memorie solidificate in carabattole e amuleti risponde perfettamente alla «fissità quasi minerale» delle case in cui abita lo spirito della morte come quella ricordata in Euridice aveva un cane.

Nel libro intervista realizzato da Mazza Galanti, Mari esprime la propria adesione sentimentale agli spazi gremiti, alle stanze foriere di meraviglie, soglie che pongono rimedio alla manganelliana difficoltà di comunicare con i morti: «mi piacciono le case come wunderkammer piene di prodigi, feti nei barattoli in formaldeide, mummie come quelle di Federico Ruysch, prodigi, macchinine, giocattoli». La scoperta dei misteri del “sacro” spazio domestico si accompagna alla lotta contro l’orrore e l’informe, dimensione necessaria per i riti di passaggio celebrati nell’età eroica della formazione del ragazzo. Nella prima anta del dittico, che riguarda la casa di campagna di Nasca, le rimesse, i locali di appoggio come la cantina, la legnaia e il fienile, catalizzano le paure di Michelino e scatenano le fantasie gotiche e «tenebricose»; il nero e la fascinazione orrorosa sono tuttavia vezzeggiati, costituiscono un bozzolo, un antro in cui chiudere e lasciare decantare i terrori riconducendoli ai domini dell’immaginario.

La possibilità di far riemergere gli oggetti “consueti” (lo scrittore polemizza con il freudismo di Orlando e dei suoi oggetti desueti) permette di riattivare il potenziale onirico e artistico grazie alla discesa nella cripta della memoria. Lo scatto che raffigura letti di varie dimensioni «allineati in una medesima stanza come un’allegoria delle età dell’uomo» suggerisce il sostrato allegorico che intrama l’autobiografia facendone un sistema, una successione di “stanze”, termine da intendersi tanto nell’accezione di luogo chiuso e privato quanto in quella di “contenitore” di parole e storie; in entrambe le incarnazioni il racconto di una vita “reclusa”, vegliata da talismani e da oggetti totemici, si rivela obbediente alle leggi severissime dell’artificio e della strutturazione letteraria dei contenuti. La narrazione per immagini di Asterusher, per giunta frutto dell’incrocio di una duplice falsante prospettiva e dell’incrocio di linguaggi espressivi in contesa, possiede una enigmatica verità. Essa risiede nella coincidenza di due stadi dell’esistenza e di due vie di accesso all’interpretazione dei segni disseminati nello spazio psichico della casa in forma di feticci: da una parte la storia compiuta dello scrittore, che ripercorre i propri passi “leggendo” le cose e decifrandone il rebus (proprio seguendo la modalità del rebus – o se si vuole del puzzle, gioco insegnatogli dalla madre –, ossia quella dell’accostamento dei singoli lacerti, nella speranza di creare una totalità tramite il collegamento degli oggetti-indizi irrelati); dall’altra la visione ancestrale e originaria, bloccata per sempre all’infanzia e all’adolescenza, la sola stagione in cui l’io possiede la casa e insieme la realtà, che a questa e ai suoi meandri di «casa-Piranesi» interamente si riduce.

Il potere rivelatorio della fotografia instaura casuali paralleli con i manufatti dell’arte contemporanea mettendo in moto dei processi di ipersemantizzazione del reale: si vedano le pareti corrose che rivelano somiglianze con una serigrafia di Munari o con un cretto di Burri. Fedele alla sua natura di borgesiana enciclopedia di spazi al contempo reali e fantastici (Mari confessa che senza l’opera di vaglio e di selezione di Pernigo il libro avrebbe assunto le fattezze del «catalogo esaustivo»), Asterusher aduna le voci uscite dalla vera “cripta”, quella di una tradizione che aderisce all’autore come un vestito, come il nicchio alla lumaca che per ogni dove porta con sé la propria casa-rifugio (c’è anche Gozzano tra i padri nobili di questo «metalibro»); la sua autenticità e il suo estremismo prescindono dai giochi di prestigio, dai ludi di erudizione e dal giovanile «studio matto e disperatissimo» da cui trae origine il libro in versi, che sconta da un lato il carattere gessoso, la statica enfasi di certo neoclassicismo italiano, e dall’altro l’esibita occasionalità di numerose composizioni (in ossequio del resto a modalità premoderne di elaborazione e fruizione del testo). Incorniciata dalle due citazioni tratte da La casa di Asterione di Borges e dal Crollo della casa Usher di Poe, l’«autobiografia per feticci» innalza, grazie al favore degli spiriti – talismani alfabetici e iconici – che presidiano la casa, un altare al passato che si consuma, alla decadenza che sarebbe vano e irrispettoso tentare di arginare, a meno di voler perpetuare il tradimento di se stessi e lo strappo dalle radici corrotte e vitali: «frammenti di memoria, noi e voi, / precipiti nel nulla a capofitto / perché il passato è tutto, e siamo suoi» (Ghirlanda, III, dalla sezione Altre rime di Dalla cripta).

Michele Mari con Francesco Pernigo

Asterusher. Autobiografia per feticci

Corraini, 2019, 125 pp. ill. col., € 18

Michele Mari

Dalla cripta

Einaudi, 148 pp., € 12,50

Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti

a cura di Carlo Mazza Galanti

minimum fax, 165 pp., € 15