Gli archetipi / L’oca

Luigi Di Ruscio

Non il relativismo ma la criminalità degli assoluti, la cosa mi sfugge di mano, esaltata l'anima nostra nella guerra dei crocifissi, si presentano gli arcangeli equilateri, nonostante le latitanze guardo la gente negli occhi con la massima indifferenza, anche il pittore Osvaldo Licini era pervaso dall'allucinazione di queste lettere archetipi dell'anima nostra, in principio è il verbo composto dalle lettere dell'anima nostra, gli scioperanti polacchi prima dello sciopero presero la santa particola in bocca e gli scioperi dei cantieri polacchi furono gli unici scioperi ad essere benedetti dalla santa sede, poi con la fine dei comunisti stavano tanto bene che non avevano più bisogno di lavorare e chiusero i cantieri, il mondo è ritornato tolemaico, è il profitto ad essere il centro dell'universo. Leggi tutto "Gli archetipi / L’oca"

I ratti

Luigi Di Ruscio

Per questioni prettamente poetiche pensai che potevo anche recarmi a trovare il critico Franco Fortini, oppure era Porta che dovevo incontrare e c'era anche Ernesto Treccani e anche Giancarlo Majorino che ora non mi è più amico per una cazzata che ho fatto e tutte queste figure che esistevano nell'elenco telefonico di Milano. C'era un universo letterario con tutte le galassie, ci sono anche le furie che ti sbranano, incluso ero stato in un’antologia della poesia d'assalto detta anche impegnata, lettere avevo iscritto ed indirizzato verso la capitale delle poesie e della finanza italica, ebbi la disgrazia di essere incluso tra i neorealisti e con tutti questi poetismi la prima cosa che se ne va a puttana è proprio la poesia maiuscola, le mie rime erano causali e molto deboli, ho rimato terra con guerra e anche forza con garza (rima molto rara, così mi fu detto) e chi è poeta si espone tutti i ricatti di un’attività oltremodo inflazionata.  Se non vuoi essere sbranato caro, Palmiro carissimo, devi diventare una belva che sbrana. Devi uscire fuori dalla fossa oppure sarai sbranato. Avevo spedito poesie perfino a Carlo Bo e dal Carlo Bo ebbi una cartolina autografa che così diceva: Le sue poesie vanno bene continui a lavorare. In quel periodo facevo il facchino di muratore. Si lavorava dall'alba al tramonto in maniera continuativa. Leggi tutto "I ratti"

Senza la testa

Luigi Di Ruscio

Aveva tredici anni, siamo nel 1943, si trovava sfollato ad Arezzo, era nella stazione ed ecco l'allarme, corse fuori della stazione, non arrivò molto lontano che già cominciarono gli scoppi, si buttò a terra come gli avevano insegnato a scuola, ed ecco che vide un uomo fuggire dalla stazione che stavano bombardando, ed ecco che all'uomo in corsa salta via di netto la testa e continuò a correre senza la testa per un periodo che al ragazzo sembrò eterno, sembrava che corresse per venirgli addosso e per tutta la vita ebbe quest'incubo, per tanto tempo il padre gli spigò che era una cosa normalissima che corressero anche avendo perso la testa, il padre cercava di normalizzare gli orrori della guerra, placare gli incubi dare un senso all'orrore. Il padre che gli orrori non riusciva a normalizzarli morì annegato nell'alluvione di Firenze, era un sarto, ormai lavorava pochissimo, non faceva che ripetere "mi ha rovinato quell'orrore delle confezioni" si era ridotto a vivere in uno scantinato.

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Scrivevo il Palmiro

Luigi Di Ruscio

Il Palmiro, il mio romanzo pubblicato dalla Baldini&Castoldi, ho iniziato a scriverlo verso il 1954, avevo preso nella sezione del partito comunista di Fermo manifestini non distribuiti e scaduti. Scrissi un centinaio di fogli, nel 1957 migro in Norvegia e verso i primi anni degli anni sessanta ritornato a Fermo per le ferie ritrovo la prima stesura del Palmiro e la porto con me ad Oslo, mi misi a riscrivere tutto e ci fu una specie di catarsi, il tono piagnucoloso crepuscolare della prima stesura si trasformo i una scrittura allegra, scrivevo e ridevo continuamente tanto che mia moglie credeva che fossi diventato matto. Una confessione, tutti i personaggi del Palmiro sono stati scritti pensando a persone reali. Non potevo più vivere a Fermo, la piazza del popolo di Fermo era proprio quella vagina dentata. Riuscivo a svegliarmi pieno di sudore, anche il materasso pieno di sudore. Leggi tutto "Scrivevo il Palmiro"