L’autopubblicazione in rete come crisi del campo letterario

Giorgio Mascitelli

Uno degli eventi più significativi del mercato editoriale contemporaneo è la scelta fatta da alcune case editrici di grande nome di pubblicare in formato e-book libri scritti da chiunque sia disposto a pagare per vedere apparire il proprio nome e la propria opera sotto un marchio prestigioso di solito riservato a scrittori di grande rinomanza. Naturalmente questa invasione della grande editoria in un campo, quello della pubblicazione a pagamento, tradizionalmente riservato al sottobosco editoriale ha suscitato non poche critiche e reazioni preoccupate in chi teme che essa comporti una perdita o un indebolimento della tradizionale funzione selettiva dell’editore intesa come garanzia del mantenimento di un certo livello qualitativo nel mercato letterario. Eppure questa mossa sembra perfettamente consequenziale in una logica di piena industrializzazione del mercato editoriale non solo perché anche nelle collane canoniche sempre più autori traggono la legittimazione a pubblicare da fattori extraletterari quali la notorietà mediatica o la giovanissima età e l’avvenenza dell’autore, come è stato notato e spesso stigmatizzato da numerosi osservatori, ma anche per l’evidente convenienza per ogni grande gruppo editoriale a essere presente in più nicchie di mercato possibile nel proprio settore di pertinenza. Tra l’altro l’operazione sembra destinata a estendersi allorchè risulterà chiaro che nel breve periodo non vi sono ricadute d’immagine negative, salvo naturalmente tra i lettori forti. Infatti basterà che uno solo di questi testi abbia un discreto successo commerciale perché questa scelta grazie all’ estetica del profitto oggi vigente non sia solo giustificata, ma diventi un elemento contraddistintivo e positivo di un determinato marchio editoriale.

Di particolare interesse per leggere questo fenomeno è la proposta di un’illustre casa editrice britannica che offre una tariffazione articolata a seconda di quali servizi si voglia avvalere l’edituro , fornendo anche la possibilità ( è l’opzione più costosa) di sottoporre il proprio testo alle procedure standard di editing che l’editore prevede per i libri destinati ad apparire nelle proprie collane ufficiali. Sembrerebbe che i responsabili di marketing vogliano in questo modo valorizzare il processo di lavorazione del testo rispetto al testo stesso, fornendo all’edituro un nuovo modo di legittimazione che ponga al centro proprio il lavoro dell’editore stesso. In questo modo parrebbe che si suggerisse al pubblico l’esistenza di una qualità intrinseca della casa editrice, come avviene per altri tipi di merce, con una valorizzazione del proprio brand. In effetti una delle caratteristiche del mercato librario è finora quella del peso relativamente circoscritto del marchio editoriale rispetto al nome dell’autore a differenza di altri comparti. In questo senso l’operazione sfrutterebbe in parte il lavoro gratuito della rete e finirebbe con il conferire una centralità assoluta alla casa editrice rispetto all’autore (1). Naturalmente è presto per sapere che impatto avrà tale operazione, tanto più che la presentazione pubblicitaria di molti altri editori punta piuttosto su una collocazione dell’offerta nell’ambito dei gadget editoriali.

E’ certo che questo fenomeno è un sintomo di quel processo postmoderno che sta cambiando radicalmente il campo letterario, caratterizzato finora secondo Bourdieu (2) da una tensione tra un polo “antieconomico” dell’arte pura e dei beni simbolici, destinati peraltro a valorizzarsi su un lungo periodo, e un polo della logica economica che tende a trattare i beni culturali come merci qualsiasi e a valutarne gli esiti in termine di breve durata. In particolare la più stretta integrazione delle logiche di programmazione editoriale a quelle dell’industria dello spettacolo e la perdita stessa dell’idea di una specificità del libro rispetto alle altre merci ne sono i principali motori. Sul piano ideologico questo processo si connota con il diffondersi di un’estetica del profitto in cui il successo commerciale è il criterio di bello, che oggi sempre di più è affermata esplicitamente dopo una fase in cui essa si presentava in forma opaca come critica della vecchia estetica dell’arte pura attraverso una serie di obiezioni relativistiche, postumanistiche, “antiideologiche” e storicizzanti: è del tutto evidente che un’operazione come quella descritta sopra non può sussistere che grazie a questa nuova estetica. Inoltre è evidente che questa estetica è connessa con quella che si potrebbe chiamare, per usare sempre la terminologia di Bourdieu, una crisi del capitale culturale tradizionalmente inteso, ma questo è un fatto talmente complesso che qui può essere semplicemente evocato.

E’ sicuro, invece, che questa crisi del campo letterario e segnatamente iniziative come quella della grande editoria a pagamento mettono in crisi le residue istituzioni della società letteraria, avendo esse svolto specie nel periodo postmoderno un ruolo di mediazione tra le due polarità costitutive del campo. In Italia, benché questo fenomeno non sia soltanto italiano, si può leggere nei molteplici interventi dello scrittore Alessandro Baricco sull’arrivo di nuovi barbari, sull’inutilità della critica e sull’autore come artigiano un riflesso ( e anche una profezia autovalidantesi) di questa crisi.

Trasformazioni così radicali e anche così minacciose, che comportano una profonda mutazione dello spazio sociale di fruizione della letteratura, producono fatalmente, o per meglio dire dialetticamente, se è concesso l’impiego di un termine che la saggezza di questi tempi considera obsoleto, un’apertura di spazi nuovi e imprevisti da chi ne è un convinto sostenitore. In questo caso in particolare, man mano che si renderà sempre più visibile e tangibile l’integrazione del campo letterario alle logiche spettacolari e industriali, si aprirà anche lo spazio per quello che potremmo chiamare un pubblico del dissenso: un pubblico, cioè, che considera un prerequisito etico ed estetico la presa di distanza da certe pratiche dominanti nel mondo dell’industria culturale. Naturalmente la costruzione di questo pubblico sarà possibile solo con linguaggi e mezzi conformi alle necessità di questa fase storica né potrà certo restituire una situazione paragonabile a quella del campo letterario nella tarda modernità: la possibilità di carriere efficaci ed eleganti al tempo stesso pare essere ormai chiusa, ma forse ogni tanto capiterà di leggere ancora qualche testo sorprendente.

Note:

1 - Raffaele Simone su La repubblica ( 4 dicembre 2011) nota che il libro autopubblicato elimina tutte le figure del mondo editoriale perfino l’editore “lasciando in vita solo l’autore”, ma la formula proposta dalla casa editrice inglese in realtà, se avrà successo, lascia in vita solo l’editore con la sua capacità demiurgica di fare di qualsiasi cosa un libro.

2 - P.Bourdieu Le régles de l’art, Paris Seuil, 1992, in particolare parte II, capitolo 3 Le marché de biens symboliques

Il canto sull’usura

Giorgio Mascitelli

Il quarantacinquesimo dei Cantos di Pound, laddove il poeta si occupa dell’usura, è uno dei più affascinanti per me perché unisce in maniera fertile una verità estetica, ed etica, a un macroscopico errore storico. Dice il poeta tra le altre cose “Pietro Lombardo/ came not by usura/ Duccio came not by usura/ nor Pier della Francesca; Zuan Bellin’ not by usura/ nor was “La calunnia” painted” ( Pietro Lombardo/ non si fe’con usura/ Duccio non si fe’ con usura/ né Piero della Francesca o Zuan Bellini/ né fu “La Calunnia” dipinta con usura vv.27-31). La bellezza di questi versi non può sottrarsi alla constatazione che in essi viene contraddetta un’elementare verità storica per cui gli artisti citati sono il prodotto di una società in cui l’usura, ovvero il prestito di denaro nell’accezione medievale del termine, era non solo praticata con larghezza, ma rendeva possibile le committenze date a quegli stessi pittori. D’altra parte se Pound proietta qui il suo atteggiamento modernista sui capolavori del passato, è altrettanto vero che molta dell’arte rinascimentale, analogamente a quella moderna, è improntata a uno spirito aristocratico e disinteressato che ovviamente confligge con l’usura e con le pratiche mercantili. Leggi tutto "Il canto sull’usura"

Annunci del nuovo

Giorgio Mascitelli

Josephine, la cantante del popolo dei topi nell’omonimo racconto di Franz Kafka, canta in una maniera sublime e la sua arte, benché non sia capita, serve al suo popolo di aiuto e di salvezza nei momenti difficili. O meglio Josephine è convinta che sia così, perché, ad un’analisi distaccata, il suo canto non è diverso dal fischio di un qualsiasi topo, forse un po’ più debole, e la convocazione ad assistere ai suoi concerti quando la minaccia incombe ha spesso esposto molti topi a gravi pericoli. La cosa curiosa è che il suo popolo, pur avendo presenti questi dati di fatto, si comporta con Josephine come se le sue convinzioni fossero fondate e così facendo finisce col darle la funzione che lei crede di avere.

Un ruolo simile a quello di Josephine mi sembra occupato da tutti quegli annunci del nuovo o di cambiamento che costellano la nostra società. Non si tratta dell’annuncio del nuovo solo nell’ambito dei grandi giochi politici o economici, ma è qualcosa di più sistematico che tocca i gangli quotidiani della nostra esistenza: non sono solo le grandi riforme a essere annunciate, ma nuovi modelli, nuove uscite, nuovi viaggi, nuove relazioni. E noi, come i membri del popolo dei topi, ci comportiamo come se Josephine fosse veramente la sublime cantante che dice di essere e così accettiamo con entusiasmo o con acquiescenza, per esempio, l’uscita di un nuova versione del programma di scrittura per i nostri calcolatori, che avrà come risultato principale quello di rendere illeggibili i nostri documenti di cinque anni fa. Leggi tutto "Annunci del nuovo"

Su Arno Schmidt

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione di Specchi neri (Lavieri, 2009), dopo Dalla vita di un fauno (Lavieri 2006) e Brand’s Haide (Lavieri 2007), è disponibile in italiano l’intera trilogia Nobodaddy’s Kinder dello scrittore tedesco Arno Schmidt (1914-1979), voce tra le più significative della cultura tedesca del dopoguerra e finora conosciuto solo marginalmente nel nostro paese. Ed era questa scarsa conoscenza, oltre che un peccato, un paradosso perché svariati commentatori avevano più volte avvicinato ora a Gadda ora a Pizzuto ora ad altri nostri autori maccheronici la ricercata lingua schmdtiana. Non è possibile naturalmente dare qui conto diffusamente del tedesco di Schmidt, sottoposto a una torsione plurilinguistica ed espressionista spesso di gusto sarcastico e reso plausibile in italiano dall’impegnata traduzione di Domenico Pinto, ma basti il calembour anglogermanico che dà il titolo alla trilogia per dare un’idea della radicalità dell’operazione di questo grande scrittore. Leggi tutto "Su Arno Schmidt"

Maiali al lavoro

Giorgio Mascitelli

Ha destato quest’anno grande successo negli ambienti finanziari, dove è stato coniato, e sulla stampa l’acronimo PIGS formato dalla iniziali dei paesi mediterranei dell’Unione Europea, del quale questi sono gratificati per lo stato malandato dei loro bilanci nazionali. Il successo della battuta, che chiaramente non proviene da Lord Brummel, è probabilmente dovuto alla diffusione di un certo tipo antropologico o meglio vive di una certa polarità antropologica evidentemente assai diffusa tra le èlite finanziarie internazionali. Da un lato è l’espressione moraleggiante di una mentalità omogenea a quella un po’ greve da giovin signore a passeggio che noi in Italia abbiamo imparato a conoscere in questi anni in versione scollacciata e machista; dall’altro lato però fa capolino un altro tipo di umorismo ossia il sarcasmo del dominatore sul dominato, che ha avuto il suo esempio più estremo in quell’Arbeit macht frei, scritto sul cancello di accesso di un noto stabilimento industriale nella Polonia meridionale alcuni anni or sono. Leggi tutto "Maiali al lavoro"