A occidente dell’impero 3

Antonella Anedda

Roma ha fontane dove però non si può entrare. Fiumi, laghi,  torrenti, mare: sono un fiotto di nostalgia. Vado a vedere gli acquedotti lunghi come treni nella campagna. Sono nata per caso a Roma. Dovevo nascere a Genova, mio padre era giudice là, dopo la mia nascita ci siamo trasferiti.  Mio padre  passava i pomeriggi a scrivere le sentenze. Credeva nel suo lavoro. Molti suoi colleghi furono uccisi, come Minervini, che era il padre di una mia compagna di scuola, sull’autobus. Ci arrivavano lettere minatorie a casa. I carabinieri erano sul pianerottolo,infreddoliti.  Le uscite di mia madre che era molto malata diventarono ancora più rare. Come dice Pasternak nel Dottor Zivago, noi eravamo davvero di un’altra cerchia, ma quale fosse questa cerchia non era chiaro. A lungo (fino a ieri) ho identificato Roma  con la difficoltà, di trovare un codice per comunicare con gli altri. La solitudine che amavo era legata a un orizzonte, a una luce marina, al maestrale che scava il cielo.

A occidente dell’impero 2

Antonella Anedda

Di Roma amo i dettagli: la lingua di pietra di una finestra cieca dell’arco di Giano, il travertino, le foglie e i corpi che infittiscono per orrore del vuoto l’arco degli Argentari. Prediligo alcuni luoghi: san Lorenzo e Monti, Testaccio dove c’è il cimitero inglese con la tomba di Amelia Rosselli. Mi piace guardare il Tevere, di cui lei, Amelia scrive che “siede come un cane”.

Mi dispiace che il mare vicino sia pallido e caldo. In acqua specie se è fredda mi sento libera, sott’acqua mi sento in pace. Amelia Rosselli in Diario Ottuso: “Lisciati acqua per l’arrivo del mare…Mare… Sei una bestia lumaca. Hai la sordita’ nel fondo tufo. Hai la gioia e la misericordia con te. Sei un fiore trasparente, una forte tomba.”

A occidente dell’impero 1

Antonella Anedda

Di Roma registro la  bellezza. Vedo gli archi e le colonne e le basiliche pagane e improvvisamente cristiane, ma proprio questo fulgore che si addensa immobilizzato da un luce di lungo pomeriggio, mi  confonde. Ogni volta è come rileggere Orazio alla luce di Daisy Miller, Ovidio costretto a  partire per Tomi vira verso la scienza degli addii di Osip Mandel’štam. Percorro questa città, dove sono nata, con cautela. So che non  sarò scacciata ma neppure accolta. Il senso di estraneità, quando ero piccola era il dolore di separarmi dalle isole: Sardegna e Corsica. Vengo da un luogo dove si buttavano le carogne, in cui come dice Cicerone “anche il miele è fiele”. Appena la nave arrivava a Civitavecchia il cielo perdeva peso e azzurro. Annusavamo l’aria ma l’odore del mirto e del lentisco, erano spariti. Non c’era vento. Appena il traghetto arrivava in porto lo spazio cominciava a restringersi, la vista a sbarrarsi. Roma coincideva con molte prigionie. Conoscevamo e frequentavamo poche persone. Io e mio fratello eravamo timidissimi. Ancora oggi parlare con gli sconosciuti ci causa ansia e preferiamo stare soli. Io scrivo e mio fratello si occupa di morti, fa il notaio.