Interférences #14 / Laurent Cauwet: l’assoggettamento della poesia

 Andrea Inglese

Laurent Cauwet è un editore di combattimento, e il suo nome resta legato alle esperienze più radicali che, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, hanno prodotto nuove forme di scrittura e azione poetiche in Francia. Cauwet è il creatore delle edizioni Al Dante che dal 1994, sormontando periodiche difficoltà finanziare, continuano a costituire un punto di riferimento per le scritture (e le arti) non solo di ricerca, ma anche di contestazione politica e analisi critica dell’esistente. Da qualche tempo in Italia hanno cominciato a divenire abbastanza familiari i nomi di Christophe Tarkos (poeta e performer francese morto prematuramente nel 2004) e di Jean-Marie Gleize (scrittore e teorico della poesia, studioso di letteratura – uno dei maggiori esperti di Francis Ponge in Francia – e attivista letterario – dirige dal 1994 la rivista “Nioques”). Entrambi questi nomi sono strettamente legati al percorso di Cauwet. Oui, una delle prime pubblicazioni importanti di Tarkos, è edito nel 1996 da Al Dante, nella collana “Niok”. D’altra parte “Niok”, diretta dallo stesso Cauwet e da Jean-Marie Gleize, nasce per affiancarsi alla diffusione della rivista “Nioques”, anch’essa pubblicata in quegli stessi anni da Al Dante. Una collana che ha come vocazione di “delimitare il campo sempre più vasto delle scritture indecidibili”.

Oggi Cauwet interviene in un paesaggio poetico e artistico francese per certi versi molto più assennato e rutiniero di quello degli anni Novanta, e lo fa con un pamphlet pubblicato nel 2017 presso La fabrique, altra casa editrice di combattimento, fondata nel 1997 da Éric Hazan. L’obiettivo di La domestication de l’art (L’assoggettamento dell’arte) è quello di mettere in luce gli effetti di un nuovo rapporto di subordinazione che le attuali aziende culturali propongono (o impongono) a poeti ed artisti. Ma dietro questa sociologia delle istituzioni letterarie e artistiche francesi, realizzata per casi esemplari, il discorso critico di Cauwet interroga la possibilità di una connessione tra pratiche linguistiche innovative e pratiche sociali di contestazione. In altre parole, è posta nuovamente la domanda sulle capacità d’emancipazione e eversione dell’agire poetico e artistico. Questa domanda apparirà anacronistica o inattuale, a seconda dei casi. Coloro, che considerano le avanguardie del secolo scorso come espressioni periferiche e anomale nell’evoluzione ininterrotta delle arti per successione di grandi talenti, troveranno tali domande prive di senso. Non solo l’era delle avanguardie, e delle neo, e delle post-post avanguardie è chiusa, ma tale sepoltura non può sollecitare che gran sollievo. Coloro, invece, che continuano a difendere la centralità di quelle esperienze avanguardistiche, percepiscono quanto, nell’attuale contesto sociale, certe domande risuonino intempestive e imbarazzanti. Cauwet, in realtà, è poco propenso alla malinconia, e insiste sulla necessità sempre rinnovata d’intrecciare arte e vita, considerando la sperimentazione formale e linguistica come un esercizio di autonomia nei confronti delle più generali forme di dominio dell’esistente. “La poesia non può che essere forma di vita, ossia un’etica dell’autonomia”. In un’intervista apparsa in rete nel 2016 affermava di considerare “lo spazio poetico come il laboratorio dove si analizza la lingua del dominio e dove si reinventano le parole del presente”.

Questo atteggiamento lo rende evidentemente immune da quel ben noto vittimismo che deplora il disinteresse delle masse o del mercato editoriale per le raffinate creazioni dello spirito poetico. Il linguaggio della poesia non è elitario, ma minoritario, nel senso che attende non un pubblico rispettoso e passivo, bensì qualcuno in grado di servirsene (individualmente o collettivamente) per procedere nella propria vita. Bisogna anche dire, però, che questa portata critica della poesia, questa sua vocazione a non collaborare al quotidiano impoverimento della lingua e / o dell’esperienza è rivendicata da una larga fetta di autori. I poeti, infatti, di ricerca o meno, proclamano volentieri di resistere, di sottrarsi a quel mondo commerciale e industriale che sacrifica ogni singolarità alle pure leggi dell’equivalenza monetaria e della produzione seriale. La mitologia del poeta “resistente”, d’altra parte, è diffusa anche in Italia. Cauwet mostra, però, come tale mitologia sia facilmente messa in crisi non appena, come accade in Francia, l’industria culturale trovi un modo di valorizzare la rarità della pratica poetica, integrandola nel circuito dell’arte contemporanea.

Si tratta, in apparenza, di una vittoria per il mondo poetico. Finalmente una cooptazione prestigiosa sul piano simbolico, e anche abbastanza vantaggiosa sul piano economico. Inoltre i poeti sono invitati proprio perché seguaci di Marx, Debord, Deleuze, proprio perché eredi dei dadaisti, dei situazionisti, proprio perché sovvertono le forme linguistiche. È a questo punto che il libro di Cauwet comincia a esibire i risultati di un’inchiesta, che tocca contesti e modi in cui la cooptazione dei poeti viene realizzata. Gli attori in campo sono gruppi industriali quali Michelin, Beiersdorf-Nivea, banche quali BNP-Paribas, colossi mondiali del lusso come LVMH (Louis Vuitton) o Richemont (Cartier). Essi intervengono come sponsor e partner di istituzioni pubbliche, dalle accademie di belle arti ai comuni e ai musei nazionali, oppure operano in autonomia – ma ricevendo lauti sgravi fiscali – come la Fondazione Cartier o la Fondazione Louis Vuitton. Il terreno è stato preparato, nel corso degli anni, dalla crisi economica e dalle politiche di controllo del debito pubblico. La crescita del mecenatismo privato è apparsa come la soluzione migliore, per garantire l’indefettibile difesa delle culture nazionali e locali, e dei grandi talenti. E la macchina del mecenatismo privato ha cominciato a dare spazio e credito anche alla poesia, ma non a quella più tradizionale, bensì alla poesia di ricerca, aperta alle contaminazioni di genere e più vicina all’universo delle arti visive. Questa operazione però non è né innocua né innocente.

Cauwet ricorda come a volte il mecenatismo privato serva a cancellare le ombre del proprio passato o presente (scandali finanziari, delocalizzazioni selvagge, attività anti-sindacali, collaborazionismo). Più spesso, il mecenatismo equivale a una gigantesca campagna pubblicitaria, che si avvale dell’aura artistica e poetica per rendere ancora più attraenti i prodotti di lusso destinati a una ricca clientela. (Si legga, ad esempio, questo articolo sulla Fondazione Vuitton citato anche da Cauwet.) In questa situazione si possono verificare i più tipici episodi di censura: non tutti i temi sono ben accetti (la Palestina, ad esempio, può essere un argomento tabù, e tanto peggio per il poeta Frank Smith che pretendeva di leggere un testo su Gaza, nel 2013, invitato alle Soirées nomades della Fondazione Cartier; ma Frank Smith non “cambiò argomento”, e dunque la lettura non si svolse). Non è, però, nella denuncia di queste censure che il discorso di Cauwet è più interessante, ma nel mostrare come, al di là di alcuni incidenti di percorso, il sistema possa funzionare egregiamente, garantendo all’artista il proprio statuto di “resistente”, di “critico del sistema”, senza che questo disturbi in alcun modo la campagna pubblicitaria di cui è divenuto partecipe. Il problema, sia inteso bene, non riguarda una qualche vocazione alla marginalità e all’indigenza dell’artista autentico, ma piuttosto deriva da un postulato generale sull’arte e la poesia contemporanea che Cauwet difende apertamente nel suo libro. Il gesto artistico è un gesto di ascolto, di lettura e di restituzione del mondo, che non ignora mai il contesto dentro cui si è realizzato. “Questa dimensione contestuale del gesto artistico è inseparabile dall’idea stessa di creazione contemporanea, dal momento che una delle sue principali rivendicazioni è la partecipazione ai differenti dibattiti sociali. Ma questo lavoro di contestualizzazione è reso fragile, perché in totale contraddizione con il patto che lega l’artista al potere dominante. In effetti, c’è qui come uno iato: come portare uno sguardo critico su coloro di cui dobbiamo fare la promozione.” L’artista e il poeta, insomma, devono aderire perfettamente al loro ruolo di creatori, debbono persino farsi custodi di una ricca tradizione di pensiero critico, a patto che elementi della realtà circostante non entrino troppo in contatto con il processo d’invenzione e con gli arnesi della critica. I vantaggi che se ne possono trarre sono notevoli. Il poeta, in particolar modo, è finalmente dispensato da quell’incertezza permanente che accompagna ogni sua forma di enunciazione pubblica: che sia ricevuta o no, compresa o no, non vi sarà rischio di malinteso, di contestazione, di frizione con qualche destinatario “non preparato”. Nei templi delle fondazioni, delle gallerie e dei musei il pubblico è selezionato e non riserva di solito spiacevoli sorprese. D’altra parte, il poeta finirà per rinunciare a quell’etica dell’autonomia, che gli permetteva di non collaborare alle narrazioni dominanti, organizzando la sua fragile, ma sperimentale e diversa lettura-restituzione del mondo.

Una volta, anche in Italia, i poeti lavoravano come pubblicitari per continuare a fare, al di fuori del tempo lavorativo, i poeti. Oggi i poeti potranno – se abili nel farsi cooptare – lavorare come pubblicitari delle grandi aziende, proprio quando si presenteranno nelle vesti di poeti. E come tali saranno pagati, molto in prestigio, più cautamente in cartamoneta.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società , arti e scritture.

Interférences #13 / Liliane Giraudon + Marc-Antoine Serra: “Se Marsiglia è uno stronzo”

[Presento un testo d’occasione di Liliane Giraudon, marsigliese, autrice di molteplici libri di poesia, e qui coinvolta nell’esperienza forte di un uso pubblico della poesia, di cui dà testimonianza il video di Marc-Antoine Serra. Tutti vorremmo che la poesia avesse (ritrovasse) un valore d’uso, e che questo valore d’uso fosse riconosciuto non dalla cerchia degli abituali lettori di poesia. Questi ultimi non hanno certo nessuna colpa ad esserlo (dei lettori di tal fatta), ma posseggono una familiarità con l’oggetto che rende meno sorprendente l’uso che ne fanno. Nel film di Serra, invece, una poesia è passata attraverso mani e voci più inattese. A. I.]

di Liliane Giraudon

traduzione di Andrea Inglese

Nel luglio del 2013, Les Catalans, una spiaggia popolare
di Marsiglia è chiusa al pubblico a causa del tasso eccessivo di un
batterio che si trova negli escrementi umani. Ora, succede che questa
spiaggia è sovrastata (geograficamente) dal “Club dei nuotatori”, un club
privato molto elegante (piscina olimpionica, ristorante, ecc.). Malgrado il
diniego del direttore, si è appurato (in seguito a un’inchiesta) che a
causa di un guasto alla pompa, i gabinetti del suddetto club scaricavano
direttamente nella piccola spiaggia dei Catalans.

Così, nel 2013, anno di Marsiglia Capitale della Cultura, si poteva dire:
“Qui, i ricchi possono cagare sui poveri”…

Questa poesia è un testo di circostanza, dispersa sui muri della città è
divenuta una poesia balistica e il film di Marc-Antoine Serra ne prolunga qui
l’uso.

Se Marsiglia è uno stronzo è anche il vostro.

Se il vostro non è il mio è anche il suo.

Se mi ritrovo più spesso qui che altrove è perché qui sono altrove.

Se quando sono altrove ritorno è per meglio partire di nuovo.

Se lo spavento qui è più freddo è perché il cuore ci vive.

Se la città è imprendibile vuol dire che non appartiene a nessuno.

Se non è di nessun vuol dire che tutti la vogliono.

Se la voce della città è insopportabile è perché l’abbiamo nelle orecchie.

Se bassezza e brutalità vi covano è perché tutti le vedono.

Se una borghesia senza scrupoli vuole impadronirsene è perché è ancora più
marcia di lei.

Se tutti ce l’hanno con lei è che l’epoca è orribile.

Se la delusione è immensa, vuol dire che l’amore che abbiamo per lei è
ancora più grande.

Se ci sono, è per questo che sono quello che sono e che me ne vado.

Se me ne vado, sempre finisco per ritornarci perché la città senza nome è la città di nessuno.

Nessuno oserà dire “è mia” e come me puzza.

Puzza e i gabbiani vi cagano topi.

I topi vi ballano prima di essere mangiati.

Mangiare per molti diventa difficile come diventa difficile semplicemente
viverci.

Difficile.

E pertanto ci si vive, ci si lavora e spesso è bello.

Guardate.

Questa sera siamo qui. Siamo a Marsiglia.

Assieme. Teatro della Joliette.

È qui che Josette ci ha riuniti.

Anche noi balliamo, ognuno alla nostra maniera.

Son passati trent’anni?

Sì, per alcuni di noi, sono passati trent’anni, e a Marsiglia.

Con e contro.

Qui e altrove.

Ovunque altrove.

Con i gabbiani, a volte i topi, a volte da soli.

Balliamo, ognuno alla propria maniera.

Perché l’OBIETTIVO è restare vivi, non è vero?! Vivi e in piedi, a
Marsiglia, ossia ovunque nel mondo.

Un video di Marc Antoine Serra

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(Il video potrà essere visto sul sito di Alfabeta2 per un mese.)

Nata nel 1946, Liliane Giraudon vive a Marsiglia. Il suo lavoro di scrittura, situato tra la prosa e il verso, si caratterizza per un attraversamento continuo dei generi. Ha pubblicato una trentina di libri, la maggior parte dei quali per l’editore P.O.L: La Réserve (1984),“La Nuit” (1985), Divagation des chiens (1988),Pallaksch, Pallaksch (1990), FUR (1992), Les animaux font toujours l’amour de la même manière (1995),Parking des filles (1998), Sker (2002),La Fiancée de Makhno (2004), Greffe de spectres (2005),La Poétesse (2009), L’Omelette rouge (2011) eLes Pénétrables (2012). Il suo ultimo libro L’amour est plus froid que le lac è uscito nel 2016. Alla scrittura affianca una pratica della lettura in pubblico e di ciò che chiama lo “scriveredisegnare” (volantini, libri d’artista, mostre di collage e disegni, atelier di traduzione, video, trasposizioni teatrali, pezzi per radio, azioni minime…). Ma l’autrice è anche un’instancabile e militante animatrice di riviste letterarie. È stata membro del comitato di redazione di “Action Poétique” e ha diretto con Jean-Jacques Viton le
rivista “Banana Split” (1980-1990), “La Nouvelle B.S.” (1990-2000) e “If”.
Con Nanni Balestrini, Jill Bennett e Jean-Jacques Viton ha fatto parte del Quartetto Manicle.

Tra le poche, se non uniche, traduzioni della Giraudon già apparse in Italia, ne segnalo tre a cura di Andrea Raos, apparse su Nazione Indiana: Il mio Beckett, Poesie pentite e Il diario del siamese. A queste si aggiungono alcune mie traduzioni da L’Omelette rouge realizzate nel dossier apparso sul n° 50 (2012) de “il verri” e intitolato Quattro poeti donne: Collobert, Giraudon, Pittolo, Poitrasson.

Marc-Antoine Serra (1971) vive e lavora tra Marsiglia, Parigi e Londra. Nel 1990, mentre lavora come grafico in un’agenzia di pubblicità a Parigi, diventa l’assistente di Olivier Cadiot. Tra il 2000 e il 2004 è il direttore artistico di Max Magazine, dal 2004 a 2010 della rivista Têtu. Ha collaborato con diversi artisti e scrittori. Attento alla letteratura contemporanea e appassionato di tutte le funzioni dell’immagine, le integra nei suoi lavori.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

 

Interférences #12/ Sabina Loriga, il trauma storico e l’uso pubblico della memoria

Un’intervista a Sabina Loriga a cura di Andrea Inglese

Sabina Loriga, dal 1997 direttrice di ricerca all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, è una storica e insegna una disciplina dal titolo suggestivo: Tempo e storia: norme, concetti ed esperienza. Oggi dirige Passés Futurs, una rivista in rete, di cui è apparso a giugno il primo numero dedicato alla nozione di “trauma storico”. Il tema ispiratore di questa iniziativa editoriale e scientifica è l’uso pubblico, e quindi politico, della memoria storica. Un uso che, come viene sottolineato nell’editoriale, è divenuto sempre più frequente, generando dibattitti e controversie che riguardano sia l’opinione pubblica che l’universo più ristretto degli addetti ai lavori.

 

Parliamo della genesi di questo progetto. Come è nato, e quali sono le circostanze legate all’attualità politica, che ti hanno motivato a lavorare in modo specifico sull’uso pubblico degli eventi storici? Pensi che un tale uso sia più esasperato in alcuni paesi come la Francia, in relazione allo loro storia politica più recente, o è un fenomeno generale, che tocca in modo altrettanto evidente paesi molto diversi tra loro?

La questione non è nuova. Già agli inizi degli anni Settanta, Moses Finley incoraggiava gli storici e i “socio-psicologi” a occuparsi degli usi politici del passato. Ma il tema si è imposto negli anni Ottanta, durante la “querelle” degli storici tedeschi, che ha messo in luce delle concezioni profondamente diverse dell’identità nazionale (in particolare per quanto riguarda il confronto con la memoria dello Sterminio). In quest’occasione Jürgen Habermas aveva pubblicato un articolo intitolato “Sull’uso pubblico della storia”, in cui metteva in luce l’importanza di valutare attentamente gli interlocutori e i “luoghi” della discussione: in questa prospettiva distingueva tra lo spazio scientifico e quello pubblico e mediatico. Da allora il senso dell’espressione “usi pubblici del passato” si è trasformato e ha perduto la connotazione negativa implicita nel testo di Habermas. Infatti, la nozione di uso non comporta necessariamente quella di abuso o di strumentalizzazione. Che piaccia o no, gli storici non detengono il controllo del passato. Per questo, invece di struggersi nella nostalgia di un’epoca d’oro (e del tutto mitica) in cui la parola degli storici era indiscutibile, mi sembra più interessante analizzare i modi in cui i diversi attori sociali rappresentano il passato. Da questo punto di vista, negli ultimi decenni abbiamo assistito a un duplice processo, in apparenza contraddittorio. Da un lato, il passato è diventato un “oggetto del desiderio”: ci sono sempre più commemorazioni e sempre più iniziative per la trasmissione della memoria e per la protezione del patrimonio (dalle associazioni locali all’Unesco). D’altro lato, si è sviluppato uno spiccato sospetto nei confronti della storia, come disciplina, e delle testimonianze storiche. C’è uno scetticismo diffuso, quasi automatico, basato sull’idea – o piuttosto sullo stereotipo – secondo cui la storia è sempre stata e sarà sempre scritta dai vincitori. Probabilmente, questo desiderio di passato e questo sospetto verso la storia sono connessi a quattro fenomeni sociali fondamentali: la democratizzazione dell’istruzione, con l’aumento impressionante di studenti universitari; l’invecchiamento della popolazione, con una “terza” e “quarta” età sempre più interessate al passato; lo sviluppo del turismo, con la valorizzazione (anche economica) dei siti storici; e, ovviamente, internet che ha cambiato le frontiere delle competenze e che permette, a ognuno di noi, di organizzarsi la “propria” versione del passato.

Per tornare alla situazione francese, il nostro progetto nasce dalla lettura e discussione dell’ultimo libro importante di Paul Ricoeur, Memoria, storia, oblio. Al momento della pubblicazione – era l’autunno del 2000 – con Olivier Abel, Maurizio Gribaudi e Giovanni Levi avevamo organizzato una settimana di lavoro sul libro, terminata con un confronto con Ricoeur, il quale, all’età di 87 anni, aveva trascorso un’intera giornata a discutere con noi. Per una quindicina d’anni, Olivier e io abbiamo continuato ad animare all’EHESS un seminario su questi temi. Da quest’esperienza è scaturito un libro, intitolato La juste mémoire. Lectures autour de Paul Ricœur (Genève, Labor et Fides, 2006, co-dir. avec Olivier Abel, Enrico Castelli Gattinara e Isabelle Ullern). Nel 2011 ho costituito l’Atelier international sur les usages publics du passé, che ha organizzato una serie di incontri tematici e ha aperto un sito web. E poco a poco, grazie anche alla collaborazione di David Schreiber e al sostegno del Laboratoire d’excellence Tepsis (Transformation de l’Etat, politisation des sociétés et institution du social), è emerso il progetto di fondare questa nuova rivista.

 

Tu dici: “gli storici non detengono il controllo del passato”, ma in che modo valuti la pretesa dello Stato di “controllare il passato” come accade in Francia, ad esempio, con le cosiddette lois mémoriales (leggi sulla memoria)? Penso alla legge del 21 maggio 2001 (legge Taubira) che definisce la tratta degli schiavi come crimine contro l’umanità, ma anche alla legge del 23 febbraio 2005 che riguarda il riconoscimento della Nazione nei confronti dei francesi rimpatriati dalle ex colonie. In quest’ultima legge era persino scivolato un articolo che sosteneva il ruolo positivo della presenza francese in Nord Africa, abrogato in seguito alla violenta polemica che aveva suscitato. Più in generale, credi che sia opportuno punire chi nega pubblicamente l’esistenza di verità storiche dalle conseguenze traumatiche come quelle relative ai genocidi o ai crimini della colonizzazione?

Le verità storiche presentano un paradosso. Sono complesse, sensibili e fragili, perché sono spesso oggetto di falsificazioni. Nello stesso tempo sono necessarie. Senza di loro finiamo in quella che Hannah Arendt ha chiamato “orribile arbitrarietà” (the frightening arbitrariness). Questo vuol dire che, in certe circostanze precise, può esserci bisogno anche di ricorrere al diritto. Non penso che si debba scrivere la storia a colpi di legge. Voglio solo dire che le leggi e le loro motivazioni non sono tutte uguali e che non credo che il problema del rapporto tra storia, diritto e politica possa essere affrontato con posizioni generali e “universali”, fondate su un’idea molto semplificata della libertà di parola. Penso che vada contestualizzato e storicizzato. Nel caso francese, le “lois mémorielles” sono il frutto di una storia complessa, iniziata con il diffondersi del negazionismo “accademico” (basti pensare a Robert Faurisson e David Irving) e il successo del Front national di Jean-Marie Le Pen (che, da più di vent’anni, martella che le camere a gas sono state un dettaglio della storia della Seconda guerra mondiale). Il tutto seguito da un crescendo straordinario di eventi: tre processi – contro Barbie (1987), contro Touvier (1994) e contro Papon (1997-1998) –, il rifiuto di François Mitterrand di riconoscere le responsabilità del regime di Vichy (e quindi dell’apparato statale francese) nelle persecuzioni anti-semite, il cambiamento di atteggiamento di Jacques Chirac nel discorso del 16 luglio 1995 sulla retata del Vél’ d’Hiv’. Penso che, durante tutta quella fase, sia stato importante affermare che la verità storica non è un “gioco” e che nessuno – neanche lo storico – ha diritto a un regime particolare di impunità. Da questo punto di vista, il circolo tra storia, diritto e politica non è stato vizioso, anzi. Anche la legge Taubira non mi scandalizza: sicuramente c’è qualcosa di anacronistico, dato che la nozione di crimine contro l’umanità è emersa solo nel corso del XX secolo, ma rappresenta una reazione comprensibile a una vulgata storica che ha fatto della Gran Bretagna e della Francia soprattutto due campioni dell’abolizione dello schiavismo…. La legge Mekachera, del 2005, con l’articolo 4 che prevedeva che i programmi scolastici riconoscessero il ruolo positivo della presenza francese oltremare, è tutta un’altra storia: rappresenta una falsificazione storica, come indica il solo fatto di usare il termine ipocrita di “presenza” per parlare delle colonie.

 

Fin da questo primo numero dedicato al “trauma storico” appare chiaro che vi muovete in un orizzonte risolutamente interdisciplinare. Sono raccolti interventi di psicologi, psicanalisti, filosofi, oltre che di storici. Ma l’orizzonte è aperto anche in termini geografici: si spazia dall’Italia (il dibattito sul progetto di un museo del Fascismo a Predappio) all’Argentina (come le istituzioni e le organizzazioni della società civile integrano e definiscono la nozione di trauma storico in relazione alla passata dittatura.) Da dove nasce questa esigenza di approcci diversi intorno a uno stesso oggetto? È l’oggetto stesso, ossia il “trauma storico”, che necessita di essere fin dall’origine costruito in questo modo o è piuttosto l’esigenza di decostruirlo, e di sottrarlo al monopolio di una sola disciplina, o di un solo tipo di discorso, che rende indispensabile questo incrocio di prospettive?

Dall’inizio ci è sembrato importante muoverci in due direzioni: interdisciplinare, proprio per riflettere su diversi tipi di rappresentazione del passato. Per questo il comitato di redazione è composto, oltre che da storici, da antropologi, sociologi, filosofi, psicologi. Siamo anche molto interessati al rapporto con le “arti”. Proprio in questo momento stiamo valutando la possibilità di dedicare uno dei prossimi dossier alle rappresentazioni artistiche: negli ultimi anni la letteratura ha ricominciato a raccontare il passato (basta pensare alla forza di Hammerstein o Dell’ostinazione di Hans Magnus Enzensberger e di Scomparsi di Daniel Mendelsohn). La “vocazione” storica ha coinvolto anche le arti, soprattutto l’ambito della performance e delle new media art (video, fotografia, opera digitale). In particolare, il re-enactement, che indica la rappresentazione reiterata di eventi storici, ha avuto un grande successo sulla scena artistica odierna. Inoltre abbiamo scelto di uscire dall’ambito nazionale, per due motivi principali. Da un lato, alcune controversie coinvolgono più paesi (per esempio, la Corea, la Cina e il Giappone, oppure Israele e la Palestina, l’Ucraina e la Russia, etc.). Dall’altro, perché alcuni fenomeni storici non sono comprensibili su scala nazionale: è il caso della tratta degli africani, della memoria della colonizzazione, ma anche dello Stermino degli ebrei. Il dossier sul trauma corrisponde pienamente a questa prospettiva interdisciplinare e internazionale. Negli ultimi decenni - anche grazie alla pressione esercitata dai veterani della guerra del Vietnam e dai gruppi femministi americani - c’è stato un allargamento iperbolico della nozione. Non posso dimenticare quando il senatore forzista Renato Schifani disse che la caduta del governo Berlusconi avrebbe rappresentato un trauma per la nazione…. Di fronte a questa banalizzazione o a questi abusi, ci è sembrato importante tornare alla riflessione psicanalitica e domandarci: come possiamo “salvare” la nozione di trauma storico dal suo successo?

 

Come definiresti, attualmente, il tuo ambito di ricerca? E quali nessi esistono tra Passés Futurs e il tuo lavoro di insegnamento e ricerca?

Da un punto di vista tematico, sono stata e continuo a essere una storica abbastanza incoerente: la mia prima ricerca riguardava la stregoneria, poi sono passata all’istituzione militare, poi alla biografia, poi agli usi pubblici del passato e al tempo… Tuttavia, sento una forte continuità per quanto riguarda gli interrogativi che stanno dietro a queste ricerche. Se dovessi riassumerli in un’unica domanda, direi: qual è il rapporto tra il singolo caso individuale e il movimento generale della storia? Da un lato m’interessa la pluralità del passato: sono attratta dalla vitalità periferica della storia e, più che unificare i fenomeni, cerco di vedere le variazioni e le dissonanze dell’esperienza storica. Dall’altro, sono sensibile alla sua dimensione etica. Non voglio dire che la storia debba essere morale, o che possa offrire degli esempi da seguire o da aborrire (anzi, sono convinta che servano a ben poco e che rischino addirittura di avere un effetto fuorviante). Però penso che sia etica, perché svela il dramma della libertà. Per questo ho intitolato il mio libro sul rapporto tra la biografia e la storia Le Petit x. De la biographie à l'histoire (Seuil, 2010 e, nella versione italiana, La piccola x. Dalla biografia alla storia, Sellerio, 2012): l’espressione è di Johann Gustav Droysen, che, nel 1863, scrive che, se si chiama A il genio individuale, cioè tutto ciò che un singolo uomo è, possiede e fa, allora questa A consta di a + x, dove a comprende tutto ciò che gli viene da circostanze esterne, dal suo paese, dal suo popolo, dalla sua epoca, etc. e x il suo contributo personale. Nel lavoro, e forse nella vita, tengo molto a questa piccola, o piccolissima, x. Comunque, per quanto riguarda l’oggi, sto scrivendo un libro sulla storiografia postmoderna, con Jacques Revel. E, ovviamente, sono molto presa dal progetto della rivista sugli usi pubblici del passato. I seminari di quest’anno sono dedicati a questi due temi.

 

Già nel tuo saggio La piccola x, oltre a convocare storici come Thomas Carlyle, Wilhelm von Humboldt, Friedrich Meinecke o filosofi come Wilhelm Dilthey, dedicavi uno spazio specifico a Tolstoj, uno dei massimi romanzieri dell’Ottocento. Mi riaggancio qui a quanto dicevi sul ruolo che l’invenzione artistica può avere nell’esplorazione e nella restituzione dell’esperienza storica. Nel caso specifico del confronto tra scrittura storica e scrittura di finzione, che cosa rende insostituibile l’apporto del romanziere? Perché, insomma, un romanzo ci permette spesso di penetrare la “piccola x” meglio o in modo più persuasivo rispetto a una biografia tradizionale?

Nella “fiction” il narratore ha un atout evidente: è onnisciente, sa quello che i personaggi pensano, sa che cosa sentono, conosce il loro vissuto. Basta pensare all’Austerlitz di Sebald. Non è il caso degli storici, che sono costretti a lavorare per indizi e a cui è tendenzialmente precluso l’accesso alla coscienza intima degli individui di cui parlano. Dico tendenzialmente, perché le testimonianze possono aprire qualche spiraglio. Ma si tratta sempre solo di spiragli. È anche per questo che Paul Ricoeur parla di “malessere” della storia. Tuttavia in questo malessere, potremmo dire in questa coscienza infelice, c’è un valore importante: la consapevolezza che la distanza tra passato e presente non può essere cancellata, che il passato non può diventare contemporaneo attraverso un’intuizione, un gesto visionario e/o profetico, che il passato ha un fondo di alterità che resiste. Nonostante questa differenza fondamentale, penso che per gli storici sia estremamente utile coltivare una politica di scambi con la letteratura. Non propongo di riportare la storia nell’alveo della letteratura, tanto più che, come ha notato Virginia Woolf, i tentativi di cancellare le differenze che esistono tra la narrazione storica e quella della finzione hanno quasi sempre dato risultati abbastanza tristi anche sul piano estetico. Ma, come ho cercato di dire nel capitolo su Guerra e pace, la letteratura può aiutare a rompere l'eccesso di coerenza del discorso storico, a sperimentare delle strategie narrative per rendere visibili le incertezze del passato, per meditare non solo su quello che è stato, su quello che è avvenuto, ma anche su quello che sarebbe potuto capitare.

 

Cosa ne pensi del successo che sembrano avere le biografie dei grandi personaggi storici e che popolano gli scaffali delle librerie? Qui siamo confrontati forse a uno paradosso: il genere che meglio si presta a cogliere l’apporto individuale nel corso degli eventi collettivi è in gran parte confinato a personaggi che hanno avuto un peso straordinario su quegli stessi eventi. Insomma, i lettori sarebbero interessati alla “piccola x”, a patto che appartenga a uomini (nella maggioranza dei casi) che hanno “fatto la storia”.

Non sono una grande lettrice di biografie. Forse il motivo è proprio quello hai appena detto tu. Molte biografie storiche riguardano i grandi uomini politici, in grado di plasmare gli eventi, o, comunque, descrivono individui improbabili, del tutto intenzionali e liberi. In ogni caso, la mia riflessione riguarda la storia. A partire dagli ultimi decenni del secolo XIX, alcuni sociologi e storici hanno condiviso l’idea di fare dell’impersonalità un criterio fondamentale di scientificità. In Francia, Emile Durkheim scrive che le scienze sociali devono studiare i modi di pensare, di sentire e di agire indipendenti dagli individui. Quest’idea viene ripresa, pochi anni più tardi, da François Simiand, il quale sostiene che lo storico deve studiare quel che è oggettivo, indipendente dalla spontaneità individuale. Secondo lui, il politico, l’individuale e il cronologico (definiti i tre idoli della tribù degli storici) sono senza realtà e devono essere sostituiti da altri oggetti, come il ripetitivo, il regolare, il tipico. Questo desiderio di impersonale è durato almeno fino agli anni 1960 e 1970, quando Emmanuel le Roy Ladurie auspica una storia senza uomini e Jacques Le Goff (in seguito, autore di due importanti biografie storiche) scrive che la storia delle mentalità studia “il contenuto impersonale del pensiero”. Nella Piccola x ho reagito a questo modo di concepire la storia, tornando su quella minoranza di autori che, nel corso del secolo XIX, hanno cercato di salvare la dimensione individuale della storia. Degli storici (oltre a Carlyle, soprattutto alcuni tedeschi, come Wilhelm von Humboldt e Friedrich Meinecke), uno storico dell’arte (Jakob Burckhardt), un filosofo (Wilhelm Dilthey) e uno scrittore (Leon Tolstoj). Tra di loro non c’è una continuità o una coerenza stretta, però condividono l’idea che il mondo storico sia creativo, e che questa qualità non abbia il suo fondamento in un principio assoluto, trascendente o immanente all’azione umana, ma nell’azione reciproca dei singoli individui. Quindi non presentano la società come una totalità sociale indipendente (un “sistema” o una “struttura” impersonale superiore agli individui), ma come un’opera comune.

 

Tocchiamo un ultimo punto: i progetti editoriali che in Germania, e poi in Francia, hanno riguardato la ripubblicazione di Mein Kampf, attraverso edizioni critiche curate da équipes di storici. In Francia, ad esempio, dove il lavoro è ancora in corso per l’editore Fayard, l’iniziativa ha suscitato in modo particolare la condanna di Jean-Luc Mélenchon, e la risposta su “Libération” dello storico del nazismo Christian Ingrao. Mai come in questo caso, almeno in Europa, un libro è connesso con il trauma cruciale della storia novecentesca.

Come sai, quando i diritti d’autore sono scaduti in Germania, l'Istituto di storia contemporanea di Monaco ha preparato un'edizione critica con una tiratura di 4.000 copie, curata e corredata da 3.500 note che servono a contestualizzare le dichiarazioni di Hitler. Dopo il lavoro estremamente preciso dell’équipe tedesca (Christian Hartmann, Thomas Vordermayer, Othmar Plöckinger, Roman Töppel), un gruppo di storici francesi, coordinati da Florent Brayard, sta preparando la versione francese. Almeno in questo caso, non ho dubbi, sono favorevole a quest’iniziativa. Il libro circola già, su carta e sul web. Qualche anno fa Antoine Vitkine (“Mein Kampf”: Histoire d’un livre, Flammarion), ha raccontato il suo successo nel mondo (in particolare in Turchia o in India!). Inoltre, può essere un’occasione importante per capire meglio come si è sviluppata e stratificata la decisione della soluzione finale degli ebrei. Oggi il pericolo non viene dalle edizioni critiche, ma dalla banalizzazione del nazismo (e anche del fascismo). L’abbiamo visto tre anni fa in Francia, quando è scoppiato l’affaire Dieudonné, che si diletta in dichiarazioni infami in nome dell’umorismo. L’abbiamo rivisto quest’estate in Italia, quando La Repubblica ha scoperto che il gestore della spiaggia di Punta Canna, vicino a Chioggia, inneggia a Mussolini e “scherza” sulle camere a gas, e che i clienti e le autorità locali considerano tutto ciò come “una questione folkloristica”.

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Interférences #11 / La poesia possibile di Michaël Batalla

Michaël Batalla

Traduzione di Andrea Inglese

14 studi per un universo
(frasi)

Prendi tempo, in un tempo, vado sopra, lui grida nelle orecchie, un canto, il tempo d’una sola voce, nell’opera cantata, facilmente, facilmente, le spalle, opera, operano, le mani, l’uno e l’altro nella stessa opera, l’incontro, una luce in tutte le opere, ora, l’incontro, una luce in tutte le opere, grande, grandezza, luminosità, ancora ancora, canta, tu canti, vibra il timpano, vibra un’opera e una durata e un senso, domani, domani, sarà interamente cantato, tutte le orecchie, tirano una riga, vibrazioni, le note, porto un’opera, vieni da, vieni, ero, la luce del cielo proiettata lungo il muro di pietra, ramoscelli, il fuoco, fare del caffè in barca, lentamente lentezza molto lentamente, doloroso, tuffo, un solo utensile.

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Anni, torni in treno, cancella, di solito gli occhi, rimani, c’è un grande corvo ballerino, una neve, la terra cruda dopo il passaggio di un veicolo, in alto, annotata molto precisamente sulla superficie, il sentiero costeggia il canale, trascrivo il suono di una noce che cade nelle erbe curve, nella parte sinistra del quadro, una lunga nota alta, una pressione, le voci trattenute, unicamente, il compositore, un popolo che scambia la febbre per una radura, guardiano, la terza apertura, il filo, tu sai dove devi andare, i frantumi di conchiglia nel cavo della mano, avanza malgrado la morbidezza del suolo inzuppato dopo un temporale, rimbalzo, i pezzi di fossili le schegge d’obice e i frammenti di gessi.

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Andremo mai a ispezionare il condotto del baratro, indietreggiando verso la benna, la polvere irritante della mietitura, inghiottendo una grande tazza di latte appena munto, quanti fiori possono ben esserci sotto la lamiera che è appena caduta dal tetto, dormi, io penso alla tanica di benzina, nelle città che non conosco, dietro gli edifici, entro in ogni cortile, ci sono dei gruppetti d’uomini che parlano la mia lingua.

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Grandi pezzi della mia vita, rotazione di una betoniera d’un camion che trasporta cemento, la facciata dell’università, granulati, abbiamo completamente cancellato il disegno, freddamente, le biglie, le immagini, l’odore infetto delle latrine di scuola, il battito, una forza è nelle cose, tu ripeti per tre volte la stessa parola, gli allievi scendono le scale, i larghi gradini in legno grigio, una pallina da tennis in mezzo alle piante, gioia, avanzo sotto il colpo che un ubriaco vuole affibbiarmi, nebbia densa di cui speriamo prossima la dissipazione, questo compasso di carpentiere, tu non sembri sensibile al freddo.

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Nessuno ha voluto piegare i panni, in una piccola scatola blu e nera ci sono diverse migliaia di fermagli, tre secchi incastrati uno nell’altro, fogliame, sarai capace di ritrovare il cammino, la città è una schiarita, strumentista, sento il corpo del musicista, passato, bambino, un campionato, l’età sulle mani, bellezza, felicità, spingiamo una moto gialla di marca italiana, un vecchio sardo parla, osservo i meccanismi sotto l’involucro del convoglio della metropolitana, buoni risultati in tecnologia, nell’armadietto, un comparatore rubato in laboratorio, le antenne convergono, due spaniel bretoni, i concorrenti sono coperti di fango.

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La soluzione è all’interno, un po’ più tardi, la soluzione verrà dall’interno un po’ più tardi, si trattiene, gola, un insieme, io mi ascolto dire una sciocchezza a proposito della prima intifada, dei programmi di programmazioni di informazioni, arthur rimbaud è un tipo delle ardenne, la strada, un metro a nastro lungo otto metri, una mosca si è annegata nel bicchiere di vino rimasto fuori durante la notte, i bambini stanno per rincasare, limite, una sedia scivolosa, azione, un principio è un principio.

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Licenza, tredici poesie topografiche evocano l’algeria, all’epoca era un magnetofono in foto dentro una rivista, nessuno ha mai ritrovato la vite, non ho voluto andarci, eravamo l’uno sull’altro sul prato, la colonna delle spese del bilancio preventivo è stata volontariamente forzata, un topo vivo nell’aspiratore, tagliacarte, le opere complete, una specie di cartelletta di cuoio piena di carte da visita, ho una faccia, certi ricordi non vogliono venire, capezzoli, una pila di manoscritti, il primo fluo fu il giallo per quello che mi ricordi, resta un solo francobollo, piccoli mucchi di grasso carbonizzato sulla griglia, un coniglio, tu hai una bella pinza tagliente, su F e su J.

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Non è la prima volta, un giorno non sopporterò più né la parola poesia né la parola libro, i nervi, l’esasperazione, l’antidoto, l’argomentazione, tutte le registrazioni, ciò che scivola molto, demagogicamente, una conversazione con tre persone in una stanza sul tema del tabacco, ho detto a una donna che il mio cervello funzionava correttamente, un sentiero tra i rovi, tocca, rumore di cassetti, qualcuno pone una domanda idiota, quando ho letto il fedone ho pianto alla fine, un paio di forbici hanno qualcosa di minaccioso, rinnovare il contrassegno del parcheggio, nei dintorni.

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Il crepitio della verità, o ancora, un’applicazione, tu confischi le provette, il pallone è caduto, color verde, banco, c’è stato un colpo di vento e la finestra si è chiusa bruscamente, decifrazione, riparo ombreggiante, filosofo, bevendo acqua in macchina su un’area di sosta autostradale, l’europa, l’altimetro, comincio a sentire l’infinito, un minuscolo punto luminoso che a volte lampeggia, strizzare gli occhi, non ho animali, i metronomi, felice improvvisamente, mentre sul parcheggio del supermercato la madre del ragazzo riporta la chiave dell’armadio delle bottiglie di gas dimenticata a casa dal figlio, non mi sono accorto di niente, il problema è che non ci starà mai in una busta, e si passano due ore a cercare un coso.

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A partire dalla metà la cadenza rallenta, una parola è propria, l’abbagliamento, ogni pelo getta un’ombra molto sottile che si confonde alla trama delle rughe, diminuiscono a mano a mano che la poesia è eseguita, non c’è alcun dubbio sul fatto che diverse centinaia, direi volentieri, dare, un giunto di culatta, la forma di questo sesso è perlomeno strana, fra tre settimane il silenzio ritornerà, un’accelerazione, gli autostoppisti temono di farsi falciare come grano, in una bottiglia di vetro capto un litro d’acqua di una fonte dell’Ardèche, guida come un pazzo, finalmente, ci siamo tutti ritrovati, tu avresti preferito, un gioco al massacro, le poesie giovanili di pier paolo pasolini, tutte le spiagge del mondo, noi viviamo.

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H, illusoria, apparizione della luce, l’imprecisione della penombra all’interno di questa tazza di porcellana bianca, un ordine, questa lama che contiene una cosa nera e che s’infrange ineluttabilmente, un processo, la tecnica, trovo alla fine, raggiungo, qualcuno di quelli che hanno trovato, coloro dietro ai quali corro, dietro ai quali non corro più, sono, sono davanti, avanzo adesso, ci siamo, il salto, i nomi sono inutili, non ci sono più nomi, rimpiazzo i nomi con il mio, un’euforia, l’entusiasmo, prematurazione, incubatrice, fragile, le parole, la fotografia rappresenta una chiatta nel contenitore di una chiusa trasportato su rotaia come un vagone, le tombe nella foresta sono blocchi d’acciaio posati su cumuli di detriti, un motorino arancione con delle borse di cuoio scuro, non c’è mai stata la minima automobile.

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La persistenza, a tavola, un raduno di commensali sanguinolenti, lacrima, la marna scorre sempre, in fondo alla chiesa accanto a una donna per le esequie di una donna, due madri, una madre è morta e una madre è viva, amico mio, tu sei mio amico, sono venuto per gli addii, tu sei triste, noi piangiamo, come si chiama questa strada, appena, una riunione di lavoro fosforescente, diversi, i bar della città durante la giornata lavorativa, cerco una baggianata da portare a mia figlia, tu non sai, principe, due piccoli buchi rotondi in un foglio A4, questi alberi sono dei castagni, noi finiremo inevitabilmente per andare in palestra.

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Lei ha disobbedito, un cazzo e un’abazia formano un’immagine, febbraio, mi lasci mangiare una fetta di camabert prima di telefonare, abbiamo, ho ricevuto un libro dal brasile i cui autori sono augusto de campos décio pignatari e haroldo de campos, da ieri i miei oggetti non hanno mutato colore, presentazione, preferenze, l’ora, 13, mi restano diversi posti dove andare, un cerchio arancione circonda una E blu, la virgola, non voglio scrivere una lista di formaggi, vi ringrazio di avermi avvisato, l’edera invia un ramo in ricognizione, le piante investigano, noi diamo forma ai metalli e ai materiali, gli eserciti non usano più la catapulte per fare la guerra.

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Bene, l’accavallamento degli incisivi inferiori, l’uomo sistemato vicino alla finestra solleva bruscamente la testa, il suono del sassofono è simile a volte a quello della voce umana come il suono che certi animali emettono, del cuoio, lire la stampa quotidiana, ho lasciato una parola nel buco, i miei allievi e le nuvole, noto un oggetto che non mi appartiene sul mio tavolo da lavoro, di tanto in tanto, il mercoledì è un giorno difficile, nel 1999, battibecco in un bar per una canzone reazionaria, tra le generazioni, meno più meno, a atene c’è un suolo, la buona tecnica per strappare le erbe di passeggiata, bevuto, si può dire di questo verso, è davvero troppo, ringrazio gli avventurieri di tutte le epoche e di tutte le civiltà, ho sentito, l’orologio è vecchio quanto i muri, il mio posto vicino alla vecchia cassa, una valigetta posata ai miei piedi, strano tipo, acne, ragno, per lasciare il controllo, non sono un imbecille, dice qualcosa che non c’entra niente nel mezzo della conversazione.

Da Poésie possible, Nous, Caen, 2015.

Da più di vent’anni, collaborando regolarmente con diverse istituzioni (Maisons de la poésie, cipM, BipVal, Permanences de la Littérature, DRAC et Rectorats, CRIDF), Michaël Batalla è attivo sul fronte della creazione poetica. Dal 2002 al 2013 ha diretto la collana expériences poétiques per l’editore Le clou dans le fer, una parte del cui fondo è stato donato al Centre international de poésie Marseille nell’ottobre del 2016; dal 2000 si è impegnato nella pedagogia della creazione poetica attraverso laboratori di scrittura; ha insegnato presso l’École spéciale d’architecture, a Parigi, dal 2010 à 2015. Recentemente, per la compagnia Éolie Songe, ha scritto il libretto dello spettacolo musicale Aganta Kairos. Nel febbraio del 2016, Jacques Bonnaffé ha dedicato al suo libro Poésie possible del 2015 una settimana della sua trasmissione « J. B. lit la poésie » su France Culture.

Poésie possible – éditions NOUS, Caen, 2015
Poèmes paysages maintenant – Jean-Michel Place, (postfazione di Michel Collot), Paris, 2007
il vient – le Clou dans le fer, Reims, 2002, 2005

CONCRETE – 12 poesie, trad. inglese di Jennifer K Dick – edizione bilingue, éditions DAMDI, Séoul, 2010
Autour / Around – 20 poesie, trad. inglese di C. Marchand-Kiss – edizione bilingue, fotografie di Benoît Fougeirol, d’ici là éditions VMCF, Paris, 2010

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Interférences #10 / Jean Portante, romanzo di guerra e di emigrazione

[Interférences presenta questo mese un capitolo in italiano dell’ultimo romanzo di Jean Portante, L’architecture des temps instables (Éditions Phi, 2015), tradotto da Camilla Diez, e un breve dialogo da me curato con l’autore. A. I.]

55

Mio padre giaceva in un cassetto scorrevole, come un oggetto ormai inutile ma che ancora non viene buttato via, che non si sa mai. Un tempo i morti tornavano a casa prima di essere sotterrati. La porta veniva addobbata con una tenda nera e un drappeggio altrettanto nero, con orlature e frange dorate. Quella vista incuteva rispetto al passante, conscio del fatto che lì dentro abitava il lutto. La casa si trasformava in un obitorio intimo con apertura su strada, e la tenda nera diveniva un luogo di passaggio verso un mondo ignoto. Come se il trapasso fosse soltanto provvisorio, il defunto riposava sotto lo stesso tetto di quelli che aveva lasciato, per la durata di un sonnellino. Quella dei suoi familiari era una veglia senza veglia, nella stanza che un tempo era stata sua.

Accanto a lui la vita continuava. Solo l’arredo – i ceri, i candelabri, i drappi funebri, la bara, poi le corone di fiori – tradiva la giornata particolare vissuta dalla famiglia. L’arredo e anche uno strano odore, proveniente da un luogo situato oltre la vita. I familiari si agitavano su e giù per la casa, preparavano i pasti, vestivano i bambini. In silenzio, per lo più, per non svegliare il corpo che sonnecchiava nella stanza affianco. C’era al tempo stesso un’aria di cerimonia e di quotidianità. Un ponte collegava i due universi. Un ponte che mostrava come morire fosse in fin dei conti un viaggio piuttosto banale, che ciascuno avrebbe intrapreso quando sarebbe stato il suo momento. Grazie a questa solennità intima e modesta, il ponte inoltre permetteva al lutto di fare il suo lavoro. Ma i tempi erano cambiati. Lo scompartimento di un frigorifero d’ospedale era ormai l’ultima dimora prima dell’incontro con la terra o con il fuoco. Un decesso anonimo rimpiazzava la morte intima. Per motivi di igiene, dicevano. Il cordone tra i vivi e i morti era tagliato non appena il soffio vitale disertava il corpo. La morte, che come la nascita non avveniva più in casa, era una questione clinica che si risolveva lontano dal calore della famiglia. Mio padre dormiva il suo ultimo sonno nel cassetto di un congelatore.

Nella camera fredda della clinica Sainte-Marie il dottor Kapp, con l’ampio camice bianco svolazzante su una camicia altrettanto bianca e una cravatta bordò, ha aperto una porta dietro cui si sovrapponevano i vari cassetti. Ha letto i nomi sulle etichette, poi ha afferrato una maniglia. Mio padre era un nome scritto su un’etichetta. In ordine alfabetico. Prima di far scorrere l’ultimo cassetto della pila, il dottor Kapp ha esitato un istante. Ho avuto il tempo di osservare la sua mano destra, e le dita piuttosto grassocce per essere quelle di un pianista. E lui ha avuto il tempo di immergere il suo sguardo nel mio, per stanarvi i segni di un’eventuale tristezza. Sapevo che c’era, la tristezza, ma non mi rendevo conto se si vedesse o meno. Nei suoi, invece, era evidente. Avevo addirittura l’impressione che nell’angolo interno del suo occhio destro si fosse formata una lacrima. Ci passiamo tutti, sembrava dirmi, coraggio!

In quel momento ho avuto voglia di chiedergli se suo padre era ancora vivo, ma mi sono trattenuto. La camera fredda non ammetteva confidenze di quel tipo. Mi chiedevo in che modo, lui che era medico, lui che ogni giorno vedeva morire i suoi malati, potesse reagire al decesso di un familiare. Era forse agguerrito come quei soldati che, aprendosi un varco tra montagne di cadaveri, non fanno più alcuna differenza tra un corpo inerte e il sentiero su cui si sta decomponendo? O forse riviveva, in ogni paziente che gli scivolava dalle mani, la morte di una persona cara? Il cassetto si è aperto. Kapp è diventato inutile, e lo ha capito. Mi ha lasciato solo con il mio morto.

Ho aspirato con forza: in quella camera fredda l’aria mi permetteva di sostenere il mio primo sguardo sulla morte. Ho aspirato una seconda boccata d’aria, poi una terza, e ho rivolto gli occhi al corpo inerte di mio padre. Ho ripensato a Kapp. Non era stato lui a uccidere papà. Era stato Dio. Mio padre sembrava assopito. Sulle guance e la fronte c’era una specie di fondotinta color caramello. Sembrava che un sole improbabile gli avesse dorato la pelle del viso, e che fosse appena tornato da una lunga vacanza sulle spiagge del Mediterraneo. Le palpebre erano abbassate. Un sorriso sembrava sul punto di curvargli leggermente verso l’alto la commessura destra delle labbra. Ho visto tutto da sopra, in piedi, perché non osavo accovacciarmi. Davanti a me, la prospettiva aveva come punto di fuga la capigliatura argentea di mio padre. I capelli erano più piatti del solito. Non riuscivano più a stare dritti. Il vestito era impeccabile. Nero. Un tre pezzi, giacca abbottonata, gilè appena visibile, l’orologio nel taschino, la cravatta, il collo della camicia inamidato e rinforzato, i pantaloni stirati alla perfezione. In fondo alle gambe, le punte lucidate delle scarpe nere. Le mani, anch’esse dorate, erano giunte, sulla pancia, all’altezza della cintura. Nessun respiro le faceva salire e scendere.

L’ultima volta che l’avevo visto era vivo. Adesso era morto. Era lì. Io ero lì. Cercavo di individuare cosa differenziasse un corpo che dorme da un cadavere. C’erano le mani incrociate sul grembo, certo. Per quanto le fissassi, rimanevano immobili. Mi sono spostato un po’. Prima ero dal lato della testa, e guardavo il corpo dall’alto. Ora potevo misurarne la lunghezza. Era solo un’impressione, o mio padre era davvero diventato più piccolo? Ho sentito una mano sulla spalla. Ho avuto un sussulto. Era Kapp. Da quanto tempo era lì? Le sue dita mi stringevano come tenaglie, mi facevano quasi male, mi spingevano verso l’uscita. Andiamo alla caffetteria, mi ha detto non appena la pesante porta della camera fredda si è richiusa alle nostre spalle. Ero contrariato. Non ero riuscito a dirgli nulla, a mio padre. Come al solito non ci eravamo parlati. Sull’autobus mi ero preparato un discorsetto, ma il nostro incontro non si era svolto come avevo previsto. A questo era servita l’inutile andata e ritorno tra Esch e Differdange. Anzi, no, l’andata no. L’andata era stata solo una ridicola fuga verso la tomba vuota. Un temporeggiamento, perché temevo l’incontro con la morte. Al ritorno, come se il viaggio avesse cancellato ogni cosa, mi ero riempito i polmoni dell’aria satura del gas sputacchiato dall’autobus e mi ero preparato al confronto con il corpo di mio padre. Un po’ come prima di una conferenza. Con alcuni punti principali e vari dettagli secondari. So bene che al mondo non ci sono solo io, ma uno mica fa le cose per dispetto, così avevo pensato di esordire. Per lo meno quando non ha nessun motivo di ferire, come nel mio caso. Non ho fatto altro che pensare a me stesso, con l’unico intento di essermi fedele. Non è così che impariamo ad amare gli altri?

Hai alle spalle una lunga storia come scrittore. Sei di origini abruzzesi, nato a Differdange, città di minatori, in Lussemburgo, e scrivi in francese. Sei un vero poligrafo, anche se la produzione ad oggi maggiore è quella poetica. Hai fondato e diretto per un certo tempo un settimanale di cultura e attualità in Lussemburgo, e ancora oggi sei attivo sul fronte del giornalismo politico. Vivi a Parigi, anche se la tua passione per il viaggio ti porta spesso in giro per il mondo e in America Latina in particolare. Hai sempre vissuto tra lingue diverse, e sei traduttore. (Tra gli italiani, hai tradotto Magrelli e Sanguineti). Oggi, però, ci concentriamo sulla tua attività di romanziere. Hai scritto cinque romanzi, ma vorrei che mi parlassi di che rapporto esiste tra quest’ultimo, L’architecture des temps instables (L’architettura dei tempi instabili) del 2015 e Mrs Haroy ou la mémoire de la baleine del 1993 (pubblicato in Italia da Empiria nel 2009).

Tra Mrs Haroy e L’Architettura è passato quasi un quarto di secolo. Non solamente il mondo è cambiato dopo così tanto tempo, ma la visione stessa che ne ho io ha modificato il proprio punto di vista. E quindi anche la scrittura. Mrs Haroy era un libro sulla memoria. O, piuttosto, sull’impossibilità della memoria. Tutto ciò su uno sfondo autobiografico in gran parte reinventato. Logicamente, dal momento che questo è stato il mio itinerario, l’emigrazione vi assumeva il ruolo di personaggio principale. La metafora della balena permetteva di descrivere degli esseri che non appartenevano né al luogo di origine che avevano lasciato (l’Italia), né all’orizzonte che avevano raggiunto (il Lussemburgo). Si evolvevano tra due mondi, non essendo più una data cosa, senza pertanto esserne divenuti un’altra. Ma trasportavano malgrado tutto, in essi, come un polmone ingombrante, la memoria dell’origine. Ciò faceva affiorare dei ricordi possibili, un insieme di aneddoti che nuotavano sulla superficie delle cose, senza che l’epoca fosse radiografata in profondità. Era il tipo di progetto che lo esigeva. Il mondo era osservato attraverso gli occhi di un bambino dalla nascita ai 9 anni, che non coglieva tutto il non-detto. Non vedeva, ad esempio, che dopo la guerra, quelli che l’avevano vissuta erano necessariamente feriti nell’animo. Venticinque anni più tardi il bambino è scomparso. Non soltanto il mondo appare altrettanto indecifrabile ai personaggi de L’Architettura, ma si percepisce che alcuni segreti tragici sono stati sepolti nel passato. E vengono risvegliati dall’instabilità del mondo, di cui il terremoto dell’Aquila, anche se assente dal romanzo – ma onnipresente nei miei pensieri nel momento in cui scrivevo –, è la manifestazione fisica. Di colpo si aprono delle faglie nel tempo, e ciò che emerge dalle profondità è il lato oscuro della memoria. In questo senso, L’Architettura è il corrispettivo tragico di Mrs Haroy.

L’architecture è un romanzo corposo (quasi cinquecento pagine) e molto ambizioso. Come tu stesso mi hai detto una volta, ogni romanzo contiene in sé diversi altri romanzi. Qui abbiamo almeno un romanzo familiare, un romanzo dell’emigrazione, un romanzo della guerra, e un romanzo della memoria. Come è avvenuta, secondo quale logica narrativa o priorità compositiva, la messa in opera di tutti questi fili narrativi?

Penso che un solo narratore non sia sufficiente per cogliere la complessità del mondo. Per questo motivo assistiamo all’esplosione dell’io in diversi personaggi. È quanto accade in tutti i miei romanzi. Questo permette, un po’ come accade con i cubisti, di vedere le cose sia davanti che dietro, ma anche da lati differenti. In questo modo la memoria viene frammentata, ma anche, simultaneamente, in qualche modo restaurata. Se tre o quattro personaggi si ricordano di una stessa cosa, c’è più probabilità che questo ricordo si avvicini alla verità. Attenzione non ho detto “realtà”. Per la semplice ragione che gli oggetti del ricordo sono innanzitutto fittizi.

Nella storia che racconti, è riconoscibile una certa quantità di materiale autobiografico. Come ti sei posto di fronte a questo materiale? Hai interesse a stabilire qualche forma di patto autobiografico con il lettore? T’interessa giocare sull’ambiguità, come accade in certe opere che sono state poi catalogate sotto la voce di “autofiction”? Oppure è il regime di finzione romanzesca che ha l’ultima parola?

Il gioco che lega la finzione alla realtà è al centro di tutta la mia scrittura romanzesca. Parto dalla constatazione che se il 99% delle cose raccontate sono autobiografiche, il rimanente 1% fa precipitare tutto nella finzione. Esattamente come accade quando solo l’1% è autobiografico, mentre il 99 % è inventato. Ecco il patto che propongo al lettore. Dal momento in cui l’1% di quello che racconto è inventato, il lettore non sa più dove è, a quel punto, la realtà. Affiora un dubbio. E io alimento questo dubbio. Variando le dosi. A volte un episodio è integralmente inventato. Altre volte lo è a metà. Altre volte ancora è interamente vero, almeno per quel che è rimasto nel mio ricordo. Costruisco così una tela di ragno con dei fili di vero e dei fili di finzione. Così come il ragno tesse la sua con dei fili appiccicosi e altri che non lo sono. Se la mosca ha la fortuna di finire su di un filo non appiccicoso, può salvarsi. I miei lettori si posano sia su dei fili narrativi fittizi sia su dei fili che fittizi non lo sono. Con questa differenza, che essi ignorano su quale dei fili sono finiti. Liberi loro di restare incollati o di volarsene via.

Un’ultima domanda sulla tua esperienza di lettore di romanzi. Ci sono autori che hanno rappresentato per te punti di riferimento particolari, sul piano delle tecniche narrative o dell’immaginario romanzesco? E, oggi, quali sono le opere che ti affascinano di più, che meglio ti sembrano incarnare le potenzialità del genere romanzesco?

Ho letto, e leggo ancora molti romanzi. Quelli che mi affascinano sono quelli che mescolano un grande numero di fili narrativi. Oggi molti romanzi non ne hanno che uno solo. Questo impoverisce la scrittura. Io vengo dal romanzo classico, da Balzac o da Faulkner e da James soprattutto, ma ugualmente, in gran misura, dai Promessi sposi di Manzoni. Ma so anche che Joyce, Proust e Musil, in un primo tempo, poi il nouveau roman, sono venuti a inserire un setaccio tra la scrittura di prima e quella di oggi. Io cerco di scrivere a partire da ciò che è passato attraverso quel setaccio. Come i classici, mi piace raccontare. Ma mi piace anche far tremare il racconto e frammentare i personaggi. Farli esplodere, attraverso il gioco della sostituzione ad esempio, in modo che alla fine non ve ne sia più che uno solo. In pezzi. Il racconto serve allora a incollare i pezzi. Senza che la loro somma riesca a restituirlo nella sua interezza.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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Interférences #9 / Editoria indipendente in Francia, Nous tra poesia & filosofia

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Andrea Inglese

Questa intervista è stata realizzata con le due persone che fanno esistere la casa editrice indipendente Nous, in Francia, Benoît Casas e Patrizia Atzei. Il primo è impegnato nella scrittura di poesia, nel lavoro editoriale, nella traduzione, nella fotografia e nell’esplorazione dell’Italia. La seconda, italiana, vive e lavora a Parigi dal 2002. È editrice, traduttrice e si occupa di filosofia politica contemporanea.

1) Cominciamo dall’inizio. Le edizioni Nous esistono dal 1999, da quasi vent’anni. Si può ben definire un’esperienza di lunga durata. Come è cominciata la vostra storia di editori? E che cosa vi ha attirato di più in questo mestiere ?

B : All’inizio c’è stata un’arrabbiatura nata dal rifiuto, quello di troppo, di un organismo che formava alle professioni dell’editoria. Ho deciso di creare il mio progetto personale, visto che nessuno mi voleva. Ho subito stabilito un duplice orientamento, poesia & filosofia, per poi contattare i miei due maestri in ognuno di questi campi: Jacques Roubaud e Alain Badiou. L’altro aspetto del progetto originario riguardava la pubblicazione della poesia straniera, degli autori essenziali e troppo poco tradotti in Francia, Zanzotto ad esempio. Il primo libro della casa editrice Nous è un Hopkins, nel marzo 1999. I motivi d’attrazione principali: il desiderio di fare esistere dei libri che non esistevano, di esserne il primo lettore, di trasformare gli entusiasmi in un oggetto.

P : Prima delle edizioni Nous, mi ero occupata di editoria in un gruppo di ricerca, ma non ero ancora editrice. Solo quando ho raggiunto Benoît ho davvero capito cosa volesse dire fare l’editore, e ho scoperto il “mondo dell’editoria”. Mi piace l’idea che l’editore sia anche un mestiere : questo termine ha il vantaggio di rendere più complessa l’immagine un po’ mitizzata dell’editore-intellettuale. Essere editore comporta un insieme organico di attività disparate, tra cui alcune molto “pratiche”, senza le quali una casa editrice non potrebbe esistere. Il nostro lavoro intellettuale è indissociabile dalla gestione quotidiana di una struttura, dal rapporto alle istituzioni e all’economia, da un’organizzazione del tempo. La magia di questo mestiere è che tutto questo è messo al servizio di un’intuizione, di una percezione (evidentemente soggettiva) di ciò che “manca” e che merita di esistere, e fondamentalmente di una credenza in ciò che può un libro.

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2) Un primo sguardo al vostro catalogo – a quanti titoli siamo oggi? – rende evidenti i due assi d’interesse di cui parlavate, poesia e filosofia. Guardando però più da vicino, il paesaggio appare più articolato: c’è una collana “Via” che è dedicata alla letteratura di viaggio, “Captures” che riguarda la fotografia, e ci sono delle riviste che hanno un carattere apertamente militante e politico ( grumeaux e soprattutto exemple). Ma vorrei capire meglio la logica delle collane. Ci si aspetta una collana di poesia e una di filosofia, ma non è così. La collana “Antiphilosophique” contiene un saggio molto bello di Badiou su Wittgenstein e due libri di Žižek su Lacan, ma anche un libro di poesia di Pierre Parlant, Les courtes habitudes. Nietzsche à Nice. C’è la voglia o la necessità di confondere le frontiere tra la parola poetica e filosofica ? O il desiderio di porre queste due pratiche in un dialogo perpetuo?

B : Siamo a circa 120 titoli oggi, di cui metà sono di poesia. Il desiderio all’origine della nostra « Antiphilosophique collection » non era tanto quello di confondere quanto quello di rispondere a una duplice esigenza. Quella di pubblicare dei libri di filosofia, non cedendo sulla questione dell’inconscio né su quella della scrittura (il discorso universitario, con la sua visuale dall’alto e la sua scrittura strumentale, non vi ha quindi posto). E l’esigenza di pubblicare una poesia che non ha paura di pensare, non una poesia filosofica, ma una poesia che pensa nell’elemento stesso del testo poetico. Ci teniamo ugualmente a proporre dei libri che pensano l’intersezione e la rivalità della poesia e della filosofia, o per citare un’espressione di Jean-Patrice Courtois “la differenza di affermazioni” di queste due pratiche.

P : Con la collana « Antiphilosophique », volevamo rendere esplicito, attraverso l’articolazione di libri di filosofia e libri di poesia, ciò che si tende abitualmente a dissimulare: da un lato, il rapporto della filosofia con la lingua, con l’esistenza, con la questione dell’atto, e in maniera più generale con tutto ciò che dovrebbe esserle esteriore, e che viene incessantemente a sovvertire, sul suo stesso terreno, i suoi presupposti e le sue frontiere; d’altra parte, il fatto che non ha il monopolio del pensiero, che c’è del pensiero altrove che nella filosofia, e singolarmente nel testo poetico che condivide con essa linguistica – da ciò risulta il loro dialogo stretto e storicamente “conflittuale”. Si tratta per noi di rendere conto di questo dialogo infinito, di metterlo al lavoro attraverso i libri che, passo dopo passo, danno corpo a questa collana.

La logica delle collane ci interessa molto. La prima, inaugurale per Nous, è stata “NOW”, che ha accolto della poesia straniera del ventesimo secolo, quelli che si potrebbero chiamare i “classici moderni”. La traduzione – proporre al pubblico francese delle opere di autori maggiori mai tradotte in precedenza – è assolutamente centrale nell’idea che ci facciamo di ciò che vuol dire essere editore. Dopo l’“Antiphilosophique”, la collana “Disparate”, lanciata nel 2009, ha segnato una svolta nel nostro catalogo, aprendolo alla poesia contemporanea così come a dei testi più sperimentali e talvolta inclassificabili. È attraverso questa collana che le edizioni Nous hanno riempito una nuova funzione, quella di scoprire e far scoprire, puntando su autori della generazione più giovane o semplicemente meno conosciuti. Ed è stato così che, col succedersi degli anni e dei titoli, ci ritroviamo oggi ad occupare un posto particolare nel paesaggio dell’editoria indipendente in Francia. Questa dimensione del nostro catalogo, che scommette sulle scritture contemporanee nelle quali crediamo, incarna una “missione” che è divenuta progressivamente essenziale, e che era stata per altro anticipata (come in una sorta di verifica retrospettiva) dalla frase di Mallarmé scelta al momento della creazione della casa editrice per presentarla: “Oggi, per davvero, che cosa c’è?” (« Véritablement, aujourd’hui, qu’y a-t-il ? »)

3) Ho citato la collana “Antiphilosophique”, che mi sembra derivare dal concetto di “antifilosofia” abbastanza importante in Badiou e che si ritrova sia nel suo libro dedicato all’antifilosofia di Wittgenstein sia nella raccolta di saggi Que pense le poème ? Badiou è parecchio presente nei vostri titoli. È quindi una figura importante per voi. Gli date uno spazio importante nel paesaggio intellettuale francese di oggi?

B : Badiou è stato una figura fondatrice per Nous. È stato, a partire dagli anni Novanta, il filosofo che mi ha dato di più. L’elaborazione concettuale la più potente non è mai separata in lui dalla rielaborazione continua della domanda “Come vivere?”. L’autore de L’éthique è stato per me altrettanto decisivo di quello di L’être et l’événement.

P: Alain Badiou ha avuto fiducia nella casa editrice, ci ha sostenuto con semplicità e entusiasmo dall’inizio, si è creato così un legame di amicizia. Ma la di là di questo aspetto, il suo pensiero è stato formatore, strutturante, per noi come per molte persone della nostra generazione. Per quanto mi riguarda, è un autore che mi ha accompagnata quasi quotidianamente durante gli anni della mia tesi di dottorato, che riguardava la sua concezione politica e quella di Jacques Rancière: sono queste due figure maggiori della filosofia contemporanea, e non solamente francese, che hanno enormemente contato nel mio percorso.

4) Il vostro catalogo contiene un campione significativo della poesia francese contemporanea, da Joseph Guglielmi a Jacques Jouet, da Frédéric Forte a Michael Batalla, da Jean Daive a Sonia Chiambretto. C’è un posizionamento di Nous nei termini di una concezione della poesia, di un partito preso che potreste formulare? O, più semplicemente, che cosa cercate in una scrittura poetica oggi? Appare chiaro, in ogni caso, che esiste un interesse per quelle scritture che si potrebbero chiamare di ricerca o sperimentale, per utilizzare delle categorie in grado di orientare il lettore italiano.

P : È difficile definire ciò che cerchiamo in una scrittura poetica oggi. Si potrebbe dire che è il testo che ci insegna ciò che noi cerchiamo, che ci segnala che lo stavamo aspettando. In maniera generale, che si tratti di poesia o di prosa, il desiderio di pubblicare un libro risulta essenzialmente da un’esperienza di lettura, da un’esperienza in senso forte, nel senso della novità, ossia di una alterità: un testo di cui ci si dice che non si è letto nulla di simile, un testo che ci interroga, sino all’ultima pagina, su quel che stiamo leggendo. È una sensazione di turbamento molto gradevole, e un segno che orienta spesso le nostre scelte.

B : Noi pubblichiamo in poesia (molto più che in filosofia), dei libri molto disparati (come l’ha ricordato Patrizia, è il titolo di una delle nostre collane), dei testi eterogenei. Nessuna tendenza precisa, ancora meno una cappella. Ma accontentarsi di parlare di singolarità sarebbe limitante. O semmai per completare: certamente noi cerchiamo delle singolarità inventive, dei testi sorprendenti. Dei testi che, durante la lettura, impongono un duplice sentimento di evidenza e di estraneità. Aggiungo anche che si tratta quasi sempre di libri che si pensano come libro (e non come semplice raccolta). Ricerca e esperienza sono di fatto due parole rispetto alle quali siamo sensibili.

5) Devo ora complimentarvi per l’attenzione che dedicate alla poesia straniera: tra le altre cose avete fatto tradurrre e pubblicato Andrej Belyj, Robert Creeley, Gertrude Stein, Oskar Pastior et Reinhard Priessnitz. Ma tra gli autori stranieri, gli italiani occupano un posto importante: penso a Pasolini, Zanzotto, De Angelis, ma anche a Porta e Sanguineti. Di quest’ultimo avete pubblicato Corollario e un testo teatrale, L’amore delle tre melarance. Inoltre, avete una collana dedicata alla letteratura di viaggio, “Via”, che include autori quali Malaparte, Vittorini, e Carlo Levi. Da dove nasce questo interesse per la letteratura italiana? E, in termini più generali, questa apertura verso la letteratura straniera ha qualcosa di audace. Quali sono le risposte dei vostri lettori?

P : La collana “Via”, che accoglie libri che abbiano come oggetto comune l’Italia, il viaggio in Italia, è anche il prolungamento più visibile del nostro rapporto, non solo intellettuale ma anche esistenziale, con l’Italia, intanto perché io sono italiana, e poi perché Benoît è un fervente italofilo.

B : Per quanto riguarda l’Italia e la letteratura italiana, vi è un interesse duplice, e quasi dissociato. Da un lato, c’è attraverso la collana “Via” una passione del viaggio in Italia, che sia nella forma dell’erranza, della fuga, o dell’inchiesta. Dall’altro, c’è l’ammirazione suscitata da una serie di poeti e scrittori italiani molto grandi e spesso troppo poco conosciuti in Francia, eccezion fatta per Pasolini (ma che, di conseguenza, finisce per concentrare forse troppo l’interesse). C’è infine una constatazione abbastanza appassionante e in contrasto con la situazione francese: in Italia l’avanguardia si è manifestata attraverso la poesia. I Novissimi (rispetto ai quali, quelli di Tel quel sono dei nani) sono scandalosamente misconosciuti in Francia. E noi lavoriamo a questa rivalutazione e in particolare a quella del magnifico Sanguineti.

7) Vorrei abbordare ora la questione del vostro impegno militante, che ho seguito con interesse, attraverso una serie d’iniziative, come quelle della rivista exemple. Ho l’impressione che in Francia ci sia ancora l’idea dello scrittore (poeta e romanziere), come una coscienza critica che è tanto più efficace quanto più si tiene lontano da forme d’impegno diretto. Confrontando la situazione italiana con quella francese, la mia impressione è che lo statuto dello scrittore italiano sia troppo fragile, perché si accontenti di preservare una postura critica attraverso l’esclusivo lavoro sulla lingua e le forme della scrittura. C’è spesso un nesso abbastanza forte che lo coinvolge sul piano sociale o in combattimenti politici concreti. Mi sembra in ogni caso che il vostro progetto editoriale sia in qualche modo indissociabile dal vostro impegno politico.

P : Si, la politica è per noi importante e essa gioca un ruolo nella nostra maniera di concepire l’editoria. Ciò non significa, - e vale la pena di sottolinearlo – che per basti pubblicare dei libri per fare politica. Questo tipo di discorso che confonde le pratiche culturali e/o artistiche e la politica è l’espressione di un’impostura tipicamente contemporanea. Dire che si fa della politica scrivendo delle poesie, realizzando delle performance, dando delle conferenze, ecc. è per altro la maniera più confortevole di non farne mai. Siamo in piazza o altrove, lontani in ogni caso dai nostri computer, quando è necessario – e mi sembra il minimo. Il fatto che ciò non appaia come un’evidenza è il sintomo dell’impasse contemporanea che stiamo vivendo, impasse in parte attribuibile, almeno in Francia, a questa stessa “cultura” che insiste nel voler dirsi “politica”.

B: Non abbiamo la minima simpatia verso la postura critica, molto francese in effetti, che si tiene ben a distanza dal reale della politica. Nessuno è tenuto a fare della politica, ma ci sembra indispensabile evitare almeno l’impostura. Bisogna a questo punto delimitare più precisamente le cose e dire, per esempio, che ci sono delle politiche del linguaggio e che è una delle sfide maggiori della poesia. O che la filosofia non può fare a meno di pensare la politica come condizione della sua pratica. Ma la politica ha la sua esistenza singolare, fatta di enunciati condivisi e di rottura, di movimenti e di lotte, e noi abbiamo la convinzione che è meglio parteciparvi piuttosto che il contrario.

8) Per concludere, un’ultima domanda Benoît e Patrizia sulle vostre attività rispettive, soprattutto poetica per Benoît, soprattutto filosofica per Patrizia. Quali sono attualmente i vostri progetti personali ?

P : Sto preparando con Bernard Aspe un seminario al Collège international de philosophie per l’anno 2017-2018. S’intitolerà : « Paradigmi della divisione politica: violenza e dialettica». Nello stesso tempo, mi occuperò di riscrivere la mia tesi di dottorato, che riguarda la nozione di universalità nella filosofia politica contemporanea, particolarmente in Alain Badiou e Jacques Rancière. L’obiettivo di questo lavoro di riscrittura: liberarla dai codici accademici per farne un “vero” libro.

B : Lavoro a diversi libri, in maniera simultanea, o a sprazzi, con un sentimento d’urgenza, su un libro un altro progetto s’impone, poi c’è una ripresa del precedente, e ancora, a strati, fino al momento in cui se ne conclude uno. C’è un libro che uscirà a settembre, per le edizioni Cambourakis : L’agenda de l’écrit. Un libro costituito da 366 poesie di 140 caratteri, ciascuno scritto in omaggio e a partire dal lessico di uno scrittore nato o morto il giorno in questione. L’obiettivo era di scrivere ogni volta nel formato massimo di un tweet, un enunciato lapidario e intenso. La somma di questi brevi testi costituisce un diario compresso e, nello stesso tempo, una sorta di galassia di nomi (ben più ampia, ma che include in parte quella del catalogo della casa editrice.)

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nous angolo

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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fakeDomani, giovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva. Vi aspettiamo!

Speciale / Francia 2017

Elections présidentielles 2017 France-1Nello Speciale:

  • Andrea Inglese, Meditazione sull’elettore incompetente
  • Davide Gallo Lassere, Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail
  • Jamila Mascat, Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

 

 

Meditazione sull’elettore incompetente

Andrea Inglese

PrintSiccome è appurato che, con la società liquida, anche l’elettorato diventa liquido, e tutto va verso la magnifica fluidità iper-moderna, anche e soprattutto le credenze, in ispecie quelle politiche che consolidavano i comparti elettorali con la loro auspicata corrispondenza tra interessi di classe e espressione di voto, siccome tutto questo vecchio mondo, psico e socio-rigido si sfalda, qualcuno lamenta una generale impreparazione dell’elettorato. L’elettorato, oggi più che mai, improvvisa e in modo approssimativo. Questa diseducazione è funesta alla democrazia, come la storia europea ha ampiamente dimostrato, con l’idiozia di quei tedeschi che nel 1933 votarono Hitler, per poi pentirsene al più tardi il 7 maggio del 1945, ossia il giorno della resa incondizionata della non più grande Germania. In questa fase di populismi ribollenti, il richiamo a una maggiore compostezza dell’elettorato è un atto di buona volontà democratica. Su questo non ci sono dubbi. Ce ne sono invece enormi su come condurre l’elettorato cialtrone, a una chiaroveggenza sui limiti entro i quali una democrazia può ancora più o meno funzionare. Questo discorso, ovviamente, non vale per coloro che considerano la democrazia parlamentare non tanto una pura forma in attesa di un’eventuale sostanza, ma semplicemente una carnevalata non degna d’interesse per chi sta lavorando attivamente alla rivoluzione anti-capitalistica. È anche vero, d’altra parte, che se si prendesse la democrazia alla lettera, essa costituirebbe probabilmente il caso di un regime che non ha bisogno di rivoluzioni per modificare radicalmente le proprie istituzioni e migliorare realmente le condizioni di vita della maggioranza dei propri cittadini. Una democrazia benintesa e ben funzionante, infatti, dovrebbe integrare nella sua esistenza ordinaria il principio di una critica radicale nei confronti di se stessa, e nello stesso tempo, come ha mostrato Cornelius Castoriadis, il principio di un auto-limitazione, dal momento che nulla costringe l’ordine sociale umano (né la natura né le leggi della storia) se non quest’ordine stesso.

Ma torniamo con i piedi per terra, alle elezioni francesi, in un regime democratico che funziona, da tempo, come un’oligarchia tronfia, e che potrebbe ritrovarsi un presidente di estrema destra come Marine Le Pen, scelta da un elettorato bue, che s’immagina così di risolvere il male neoliberale che lo minaccia nella sua vita di ogni giorno. È di fronte alla bruttura di questa ipotesi non irrealistica, che qualcuno reclama una revoca del voto agli irresponsabili, previa rieducazione civica, etica, politica. A rigor di logica democratica, però, nel momento in cui acquistasse finalmente ascolto un partito per il voto responsabile, si formerebbe, nel giro di qualche tempo, un partito altrettanto agguerrito del voto irresponsabile. E saremmo daccapo. Bisognerebbe d’altra parte capire, in che senso una democrazia – regime tra i più esigenti e difficili da perseguire, come una semplice assemblea condominiale dimostra – può rendere responsabili i suoi elettori. Sappiamo bene, ad esempio, quanto poco siano benefici in questo senso i media di massa, manipolatori più che informatori, e proni al soldo del capitale o semplicemente al tasso di gradimento. Tacitarli attraverso un meticoloso oscuramento, parrebbe però anticipare, inverandola con efficacia, proprio l’eventualità tanto temuta di un fascismo in arrivo, di quelli letterali e non metaforici. Si potrebbe scegliere una via più legittima, quella dell’educazione scolastica. Venga concesso il voto solo a chi esce a pieni voti dalla maturità. Ma sarà sufficiente, per sventare il diciottenne affascinato dalla pena di morte e dalla polizia dal grilletto facile? E, soprattutto, basterà uscire a pieni voti da un istituto tecnico o professionale o la chiaroveggenza democratica abbisogna di un cursus studiorum propriamente liceale, magari con obbligo del latino? Viste, però, le lagnanze sul livello basso della nostra scuola secondaria e sulla pressoché universale fragilità ortografica e grammaticale delle nuove generazioni, non resterebbe che affidare alla solida formazione universitaria tre + due la coscienza democratica indispensabile al voto razionale. Ma dei laureati in fisica meccanica, in paleografia greca o in letteratura russa, davvero possono capirne qualcosa di come funziona il complesso edificio giuridico e politico di un sistema democratico attuale? Se ci fosse un generoso budget per l’università, si potrebbero considerare dei master obbligatori in “voto democratico” da impiantare in tutte la facoltà, ma viste le risorse attuali, bisognerebbe forse limitare il corpo elettorale a chi ha studiato diritto, scienze politiche, economia e, nel caso francese, estenderlo ai frequentatori delle grandes écoles.

Con la soppressione degli inaffidabili media di massa, per evitare l’ascesa dei populisti incontrollabili si rischiava di approntare un “fascismo-chiavi-in-mano”, ma qui, con la preoccupazione di avere un corpo elettorale competente e esperto, si ritorna un po’ a quelle forme di oligarchia da Statuto Albertino, con individui votanti altamente selezionati per capacità (e in quel caso anche per censo), tali da rappresentare circa il 2% della popolazione. Sicuramente, abolendo le snobistiche restrizioni legate al censo e stando alle percentuali dei laureati italiani nel 2016 nella fascia tra i 30 e 34 anni (25,3%), allargheremmo di non poco quella esigua rappresentanza risalente al 1861. Ma bisognerebbe, ricordiamolo, scorporare dal totale tutti i laureati in discipline non pertinenti (fisica meccanica, paleografia greca, ecc.).

A rifletterci bene, questa storia degli elettori diseducati o maleducati, e di come si potrebbero eludere le loro scelte sventate non è di facile soluzione. La democrazia stessa, poi, sembra ormai essere condannata a vestire i panni dell’oligarchia o del populismo, quando né l’una né l’altro possono pretendere minimamente di esserne una sana espressione. Ma queste opposte minacce non sono così estranee alla realtà storica della democrazia, che come ha ricordato Jacques Rancière in L’odio per la democrazia, un saggio del 2005 (Cronopio, 2007), ne definiscono fin dall'inizio lo statuto ibrido, attraversato da tensioni profonde. Cito (traduzione mia): “Quel che la democrazia vuole dire è precisamente questo: le forme giuridico-politiche delle costituzioni e delle leggi statali non riposano mai su una sola e medesima logica. Ciò che si chiama ‘democrazia rappresentativa’ (…) è una forma mista: una forma di funzionamento dello Stato, inizialmente fondato sul privilegio delle élite ‘naturali’ e distolto a poco a poco dalla sua funzione grazie alle lotte democratiche. (…) La democrazia non s’identifica mai con una forma giuridico-politica. Questo non vuol dire che sia indifferente ad essa. Vuol dire che il potere del popolo è sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, perché queste forme non possono funzionare senza riferirsi in ultima istanza a quel potere degli incompetenti che fonda e nega il potere dei competenti, a quell'uguaglianza che è necessaria al funzionamento stesso della macchina dell’ineguaglianza. Al di là, perché le forme stesse che inscrivono questo potere sono costantemente oggetto di riappropriazione, attraverso il gioco della macchina di governo (…).”

Può esserci, allora, malgrado tutto un ethos, un abito democratico, che varrebbe la pena di difendere, e magari di ribadire in occasioni di importanti appuntamenti elettorali? Io credo che si possa riassumere in questo: gli incompetenti facciano in modo di prendere la parola, di uscire dalla loro condizione silenziosa verso lo spazio pubblico, in tutte le forme che è loro consentito o che è necessario consentire. E questa attitudine non è, a ben guardare, imparentata con il populismo delle varie destre nordamericane o europee. L’idea di un populismo fluido, pronto a seconda dei cambi d’umore a virare indifferentemente verso l’estrema sinistra o l’estrema destra, è senz’altro ben accetta dall’oligarchia, anche perché incute paura di fronte all'eventualità di mettere in discussione l’impianto neoliberista della società attuale. In realtà, il populismo di destra ha una struttura ideologica incompatibile con quello di sinistra. Lo statunitense John P. Judis, in un saggio recente sulla storia del populismo nordamericano, ne offre una sintetica spiegazione: “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un’élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un’ élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Quest’ultimo ha bisogno anche di un nemico che venga dal basso e che si sia appropriato senza legittimità di qualche privilegio sociale, al quale non avrebbe diritto per ragioni etniche, culturali o morali. Insomma, il buon ethos democratico non è minacciato da una presunta incompetenza, che anzi, come ricordava Rancière, ne è in qualche modo garanzia fondamentale, ma da un’originaria opzione inegualitaria che poco c’entra con le condizioni materiali di vita. E come conclude Éric Fassin, al termine di Populisme: le grand ressentiment (Textuel, 2017), l’elettore più che di essere educato ha bisogno di essere appassionato: se non si può trasformare magicamente il risentimento del populista di destra in rivolta, “in compenso è necessario impegnarsi a rovesciare il disgusto astensionista in gusto elettorale”. Bisogna, insomma, chiamare gli incompetenti al loro compito “democratico” per eccellenza: mettere il bastone tra le ruote agli esperti. E il voto è un primo passo in questa direzione.

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Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail

Davide Gallo Lassere

La mobilitazione della primavera 2016 è iniziata con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata molto più ampia e generale, che è sembrata andare ben aldilà della Loi Travail. Ciò non tanto perché la Loi Travail non sia qualcosa di importante o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni. Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese, e più largamente del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale regime europeo del salariato). E in secondo luogo, il legame tra Loi Travail e questo mondo, e dunque tra critica della Loi Travail e critica di questo mondo, è coerente perché, oggi più che mai, il lavoro è diventato pervasivo: vi sono state, a partire dalla svolta degli anni ’70, un’estensione e un’intensificazione molto avanzate della messa al lavoro dei soggetti e della valorizzazione in termini capitalistici del sociale rispetto a quanto accaduto in epoche precedenti.

Ci si è perciò resi conto rapidamente - e a ragione - che non è soltanto la Loi Travail che pone problema, ma che è il mondo, di cui la Loi Travail è la punta di diamante, che deve essere criticato. Tale mondo è il frutto del processo di ristrutturazione scaturito negli anni ‘70 in reazione alle lotte operaie e ai movimenti sociali dell’epoca. Si è trattato di una vera e propria “rivoluzione dall’alto” messa in atto dalle classe dominanti, a colpi di innovazione tecnologica, di innovazione organizzativa, di delocalizzazioni ecc. al fine di ristabilire il governo sul sociale e di rilanciare l’accumulazione del capitale. Aldilà della repressione, l’offensiva dei movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70 è stata infatti domata e sconfitta anche grazie all’intelligenza del capitale, che ha saputo rinnovarsi e ristrutturarsi. L’innovazione sociale e la riconfigurazione degli assetti economici, però, sono andate di pari passo con una profonda riorganizzazione della forma-Stato. Abbiamo assistito, a partire dalla metà degli anni ‘70, a due processi paralleli, che sono culminati con la crisi del 2007-08: da un lato una profonda precarizzazione del lavoro, e dall’altro un accentuarsi delle tendenze autoritarie insite nelle democrazie liberali: Loi Travail e Etat d’urgence in Francia, JobsAct e decreto Minniti in Italia, i memorandum e l’esautoramento del parlamento prima, del governo poi e del referendum infine in Grecia. Ed è in seno all’UE che questi processi si sono acutizzati e manifestati in modo particolarmente violento: violenza del capitale e violenza dello Stato, violenza economica e violenza politica. Ossia processi di precarizzazione e impoverimento, di una nuova grande trasformazione del mondo del lavoro appunto; e processi di de-democratizzazione, processi di post-democratizzazione o di egemonia crescente di forme di governo impermeabili a qualsiasi istanza proveniente dal basso.

Questi due processi - anti-sociali e reazionari, o “estremisti di centro” per dirla con Balibar - hanno determinato il passaggio dal controllo dei soggetti tramite il welfare, a un controllo che articola workfare e warfare: ossia una tendenza alla sotto-occupazione precaria, da un lato, e alla centralità maggiore delle tecnologie securitarie, della polizia e delle prigioni, dall’altro.

In Francia, a causa del proprio passato e del proprio presente coloniale, chi subisce più duramente gli effetti di questa doppia ristrutturazione - del mondo del lavoro e della sfera statale - sono le soggettività post-coloniali; ossia i soggetti di origine (o presunta origine) araba e africana. E si tratta proprio di quei soggetti che hanno disertato la chiamata alle armi dell’anno scorso, che non si sono massicciamente mobilitati e che non sono scesi in piazza e nelle strade: né a marzo, con i blocchi dei licei e le iniziative universitarie; né ad aprile con le “occupazioni” delle piazze; né a maggio, con gli scioperi; né nelle oltre quindici manifestazioni che hanno costellato la mobilitazione, da marzo fino a luglio. Motivo della diserzione - perlomeno per come esso veniva declinato da diversi collettivi presenti nei quartieri popolari e in banlieue: noi, i neri e gli arabi, la Loi Travail la viviamo quotidianamente da decenni. Stesso discorso per l’Etat d’urgence: le violenze poliziesche sono il pane quotidiano che ci viene propinato non per quello che facciamo - come voi militanti bianchi - ma per quello che siamo; non perché protestiamo in piazza, ma perché viviamo nei nostri quartieri!

Ora, a partire dal luglio scorso, in concomitanza con la fine della mobilitazione contro la Loi Travail, si sono messi in piedi dei percorsi rivendicativi molto interessanti da parte di queste soggettività, delle mobilitazioni contro il razzismo strutturale dello Stato francese che non denunciano le pratiche razziste della polizia, ma le pratiche di una polizia razzista. Queste mobilitazioni (come, per esempio, la recente Marche de la dignité), hanno però delle difficoltà a compiere quel salto qualitativo che il movimento femminista è riuscito ad effettuare ultimamente, articolando denuncia delle violenze di genere e contro il corpo delle donne (stalking, stupri, femminicidi, ecc.) e istanze che hanno a che vedere col lavoro, col welfare e con i diritti sociali. È il rinnovo della pratica dello sciopero - lo sciopero dei generi - che ha permesso questo salto qualitativo; che ha catalizzato e promosso questa giunzione. In Francia, le lotte antirazziste - per il momento perlomeno - non hanno ancora sviluppato dei percorsi organizzativi in grado di articolare critica della mano destra dello Stato (ordine, repressione, ecc.), per citare Bourdieu, e critica della mano sinistra dello Stato: welfare assimilazionista, sistema di assicurazioni, educazione, sanità, diritto alla casa, ecc. Chiaramente non si tratta di abbandonare la critica delle violenze poliziesche in favore della critica dell’articolazione tra questione sociale e questione razziale, ma di integrare le due prospettive. Tale posta in palio appare decisiva se si vuole sostenere l’autonomia dei quartieri popolari e delle lotte antirazziste. Prendiamo due esempi recenti: Adama Traoré (il ragazzo che è stato assassinato nel luglio scorso dalla polizia, proprio due settimane dopo l’ultima manifestazione contro la Loi Travail) e Théo Luhaka (il ragazzo che è stato violentato a inizio febbraio dalle Brigades anti-criminalité). La famiglia di Adama è riuscita, grazie anche alla rete di militanti che le si è costituita attorno, a costruire una mobilitazione molto potente ed efficace, in larga misura immune al discorso repubblicano. La famiglia di Théo, invece, vicina alla rete associativa che orbita attorno al PS, la quale dispensa posti di lavoro e assistenza legale e giuridica, creando dunque del reddito, si è immediatamente fatta cooptare da SOS racisme e da altri gruppi posizionati sotto l’egida del PS.

Tale vicenda, come mille altre del resto, può fornire lo spunto per procedere al rovesciamento della maniera attraverso la quale siamo stati abituati a porre la questione del reddito sociale, teorizzandola e praticandola a partire dalla punta più avanzata dello sviluppo capitalistico, ossia attorno al lavoro intellettuale e cognitivo, alla cooperazione sociale, ecc. Per dirlo con una metafora spaziale cara a Bifo, per vedere tutte le potenzialità del reddito, sembra che bisogni portarlo a Sillicon Valley. È probabilmente altrettanto importante - tanto più in un contesto specifico come la Francia - guardare al reddito sociale a partire da dove i processi di ristrutturazione capitalistica si riversano in modo più duro e violento: ossia in banlieue, nelle periferie delle grandi città e nei quartieri popolari, intersecando così la questione del reddito con le lotte anti-razziste - visto che in Francia banlieue è fondamentalmente sinonimo di "neri e di arabi", ossia di soggetti razzializzati.

È su tale questione che abbiamo appena cominciato un percorso di inchiesta, confrontandoci per il momento con circa centoventi giovani della banlieue Sud e della banlieue Nord di Parigi: ciò che è già cominciato ad emergere dai primi incontri, aldilà di tutta una serie di contraddizioni sintomatiche, è la potenzialità del reddito in termini di immaginario e in termini di prospettive di auto-determinazione. Tra le varie espressioni attraverso cui definire il reddito (di cittadinanza, di esistenza, garantito, ecc.) ci pare perciò particolarmente azzeccata la formula adottata dalla piattaforma rivendicativa di Non una di meno: reddito di auto-determinazione.

Il testo riprende l'intervento presentato al Bios Lab di Padova il 7 aprile 2017 a sostegno delle CLAP

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Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

Jamila Mascat

Una fucilata sugli Champs Elysèes, un poliziotto ucciso da un colpo a fuoco (e altri due feriti), l’aggressore abbattuto anche lui, per mano dei colleghi della prima vittima, un tweet della Prefettura che comunica l’evacuazione della zona, la pista terrorista evocata da François Hollande, poi confermata dalla rivendicazione di Daesh, e tutto ovviamente ancora in attesa di delucidazioni ufficiali. Lo script non ha nulla di sorprendente e l’episodio si lascia facilmente annoverare nella lunga lista dei micro-attentati (micro per distinguerli dai bagni di sangue, senza dire nulla rispetto alla specificità dei bersagli designati) che la Francia ha conosciuto nel corso degli ultimi due anni. Che tutto ciò avvenisse il 20 aprile intorno alle 21.00, durante l’ultima parata televisiva degli 11 candidati in chiusura della campagna presidenziale e a tre giorni dal voto, ha solo precipitato l’effetto straniante di obbligare inaspettatamente tutti i pretendenti a commentare l’evento in tempo reale negli ultimi minuti a disposizione per rivolgersi agli elettori. A controcorrente in mezzo alla costernazione diffusa dei “grandi” candidati, suona blasfema la dichiarazione di Philippe Poutou, il “piccolo” candidato operaio del Nouveau Parti Anticapitaliste , che ribadisce la necessità di “mettere fine alle violenze della polizia” e di disarmare le forze dell’ordine. Una presa di posizione polemica che, lungi dal compiacersi del gusto della provocazione, reagisce all’approvazione definitiva della nuova legge sulla sicurezza pubblica, varata con protocollo accelerato dal Senato due mesi fa (16 febbraio 2017) per estendere ai corpi di polizia le licenze di tiro finora concesse ai gendarmes (ai carabinieri) e “ammorbidire” i margini per il ricorso alla legittima difesa.

Adottata in corsa dal governo socialista, questa misura intendeva alleviare il malcontento di centinaia di poliziotti furiosi e apparentemente non paghi delle concessioni accordate dalla Loi du 3 juin 2016 che già rinforzava i mezzi d’azione a disposizione delle forze dell’ordine nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La furia della polizia è montata lo scorso autunno, dopo l’incendio a ottobre di due auto di pattuglia a Viry-Châtillon, periferia a Sud di Parigi, che aveva ferito quattro uomini in uniforme; ed è esplosa in una raffica inattesa di manifs des flics, spontanee, notturne, incontrollate e inquietanti, che sfilavano, proprio sugli Champs Elysées, chiedendo compensazioni economiche, giudiziarie e di status per l’intensificazione delle prestazioni e degli sforzi compiuti nell’ultimo periodo. Ironia della sorte (o vergogna del governo socialista), la rabbia si è placate a febbraio, con il varo della legge sulla sicurezza mentre scoppiava il caso di Théo Luhaka, giovane fermato dalla polizia nella banlieue di Aulnay-sous-Bois, umiliato di insulti razzisti, stuprato con un manganello, e poi finito in ospedale con una lacerazione anale di 10 cm.

Sullo sfondo di queste vicende ravvicinate, il senso di insicurezza diffuso all’indomani degli attentati del 13 novembre, il consenso accordato alla svolta securitaria inaugurata da un interminabile état d’urgence e dalla sua costituzionalizzazione, il dissenso – lievitato esponenzialmente durante i mesi di mobilitazione contro la Loi Travail– nei confronti delle forze dell’ordine, e il non-senso evidente di un ordine imposto con la forza identificano quattro punti cardinali che hanno finito per far perdere la bussola a tanta parte della gauche francese sulle questioni di dis-ordine pubblico.

Lacrime agli occhi

Pierre Douillard-Lefevre è uno studente di Nantes che il 27 novembre 2007, sedicenne, partecipa a una manifestazione contro la LRU, il disegno di legge sull’autonomia delle università, e finisce per perdere l’occhio destro per colpa di un tiro di flashball. Da allora ha avviato una lunga impresa giudiziaria, che nel 2013 ha visto confermare in appello l’assoluzione del poliziotto che lo ha menomato, ma che ancora non si è conclusa, perché Pierre ha fatto di nuovo ricorso presso il tribunale amministrativo. Studente in sociologia, nel 2016 ha pubblicato un saggio intitolato L’arme à l’oeil , in cui ripercorre le tappe del vorticoso processo di militarizzazione delle tattiche di intervento della polizia nella gestione della piazza: dalla dispersione alla mutilazione dei corpi.

Per Douillard l’anno di svolta è il 1995, la data di istituzione sul territorio nazionale delle BAC, le Brigades Anti-Criminalité – già in azione in alcuni dipartimenti a partire dagli anni ‘70 e diventate progressivamente il volto odiato della polizia nelle banlieues (o Zones urbaines sensibles/ZUS) – e la data di nascita del Plan Vigipirate antiterrorismo (ancora in vigore) dopo l’attentato della metro di Saint-Michel orchestrato dal Groupe Islamique Armé (GIA) algerino. La storia che va dagli anni ‘90 ad oggi è la storia di una smisurata intensificazione di violenza e repressione (durante la quale la circolazione di flashball e altri dispositivi semiletali è cresciuta spropositatamente) che tuttavia, a dispetto del loro portato distruttivo, appaiono quasi socialmente metabolizzate. Per dimostrare il livello di assuefazione diffuso, complice il rimbombo di un delirio sulla sicurezza che eccede i confini del suolo francese, Douillard compara le reazioni suscitate dalla morte di un giovane studente di 22 anni, Malik Oussekine, ucciso a calci e manganellate nel 1986 da una coppia di carabinieri delle brigate motorizzate al termine di una manifestazione a Parigi contro la riforma universitaria Devaquet, e le tiepide reazioni che hanno fatto seguito all’assassinio del ventunenne Rémi Fraisse, colpito da una granata della polizia a Sivens, dove manifestava insieme ad altri militanti ecologisti contro la costruzione della diga in cantiere a ottobre del 2014.

Se le mobilitazioni di massa in risposta alla morte di Malik Oussekine avevano portato alle dimissioni del ministro Devaquet e al ritiro del disegno di legge omonimo, oltre che alla soppressione delle brigate motorizzate e alla sanzione dei responsabili dell’omicidio, la morte di Rémi Fraisse è stata accompagnata da una risposta ancor più repressiva nei confronti delle proteste insorte per denunciare la sua uccisione. L’analisi di Douillard, solo parzialmente condivisibile nella misura in cui non sembra tenere abbastanza conto delle diverse congiunture sociali in cui sono accaduti i due tragici assassini, rinviene dunque in una fetta crescente dell’opinione pubblica un meccanismo di ingestione e digestione progressiva della violenza subita, che il sociologo interpreta azzardando un’ipotesi interessante. Da cosa nasce l’abitudine alla violenza? Dalla sperimentazione sempre più pervasiva di tecniche militarizzate di controllo dei corpi (dalla nasse agli elicotteri passando per i gas lacrimogeni e le armi da tiro) che ha preso forma simultaneamente in spazi distinti – e in certo senso perfino non-comunicanti – ma “ugualmente” suscettibili di essere presi di mira dalle forze dell’ordine. Questo avrebbero in commune i quartiers populaires, i luoghi della contestazione (le piazze, le ZAD, i luoghi di lavoro), gli stadi e le frontiere. In questi quattro spazi prototipici, dove pure si collocano corpi diversi destinati ad essere brutalizzati per motivi diversi (alcuni per quello che sono, altri per quello che fanno, altri per come appaiono, e altri ancora per tutte le suddette ragioni), si dispiegano strategie poliziesche simili, attuate per mano degli stessi soggetti istituzionali, ovvero le forze dell’ordine.

Ma possiamo leggere in questa incontestabile escalation, ricostruita da Drouillard, un processo di semplice degenerazione del ruolo della polizia da servizio pubblico (les gardiens de la paix) ad attività paracriminale? Possiamo agilmente tracciare una distinzione tra norme ed eccessi limitandoci a contare chirurgicamente i decessi (che pure non sono pochi – 445 in 50 anni)? E’ qui che la bussola della gauche e perfino quella dell’ extrême gauche comincia a vacillare pericolosamente. Ne va non solo della comprensione di un fenomeno macroscopico e fondamentale (la funzione costitutiva delle forze dell’ordine nella preservazione dell’ordine e dell’ordine vigente), ma anche dell’orientamento delle rivendicazioni politiche a venire.

Nemici intimi

Ma è possibile “riformare” la polizia?

Ne Le lotte di classe in Francia, Marx ripercorre l’origine della terza Rivoluzione francese del 1848 e il bilancio della sanguinosa repressione dei moti di giugno (40mila insorti confrontati a un esercito di 150mila soldati e uomini in armi, con il risultato di 5.500 morti, 11.000 arrestati e 4.000 deportati in Algeria tra i ribelli protagonisti dell’insurrezione).

In questo bagno di sangue Marx non intravede il climax di una violenza eccezionale, ma coglie la “forma genuina” dello Stato. Nel dire questo, Marx, in fondo, non dice qualcosa di molto diverso da quello che dice Assa Traorè, sorella di Adama, morto asfissiato dalla polizia ad agosto del 2016, quando denuncia a gran voce le violences d’état. Entrambi, ciascuno a suo modo, rifiutano di considerare la regola un’eccezione.

Ma se l’accostamento pare azzardato, le ricerche di Mathieu Rigouste sul carattere industriale delle violenze poliziesche e sulle pratiche ordinarie del capitalismo securitario permettono di sviluppare un collegamento più capillare. In État d’urgence et business de la sécurité (2016), Rigouste insiste sulla necessità di intendere la questione del mantenimento dell’ordine da parte delle forze dell’ordine, guardando al complesso sistemico e non scomponibile dell’industria della sicurezza. Rigouste invita in primo luogo a diffidare delle letture “individualiste” che tendono a distinguere i comportamenti dei singoli su basi etiche o morali – non perché non ci siano differenze significative tra i singoli, né perché i bravi poliziotti non esistono, ma perché una simile attitudine non permette di capire molto della funzione dei corpi di polizia, in quanto corpi aventi una funzione specifica (e non individui dotati di cuore e cervello, più o meno onesti e più o meno crudeli)

Basandosi su materiale d’archivio reperito presso l ’Institut des hautes études de la Défense nationale, lo studio di Rigouste su L'ennemi intérieur. La généalogie coloniale et militaire de l'ordre sécuritaire dans la France contemporaine (2011) ha il merito straordinario di facilitare le connessioni trasversali – tra centro e periferia, métropole et Outre-mer, anticapitalismo, antirazzismo e anti-imperialismo – di cui l’impegno per le lotte future contro le violenze di stato avrà necessariamente bisogno per essere in grado di produrre ripercussioni significative. Illuminato in tutto il suo spessore storico e geografico, l’arsenale securitario dispiegato a partire dagli anni 2000 – e rinforzato dopo il 2015 a colpi di état d’urgence e opération Sentinelle – contro la minaccia di dentro di islamisti, terroristi, immigrati clandestini e sediziosi d’ogni genere – giovani e lavoratori e abitanti dei quartiers populaires – dimostra di venire da lontano. Più precisamente pare essere un derivato della « dottrina della guerra (contro)rivoluzionaria » che ha fatto scuola in epoca coloniale e durante la Guerra d’Algeria è servita a giustificare l’impiego di metodi a dir poco disumani in nome dell’imperativo di debellare la “gangrena sovversiva rea di marcire il corpo nazionale» . Da allora nel corso della Quinta Repubblica, la teoria controsinsurrezionale ha continuato a svolgere una funzione paradigmatica nell’ispirazione delle moderne tattiche di difesa della sicurezza.

Applicando vecchi metodi a nuovi soggetti (i “dannati dell’interno”, secondo l’espressione di Rigouste, ovvero i sudditi delle colonie prima e gli immigrati postcoloniali poi) la strategia anti-insurrezionale in atto nei tanti focolai di repressione che esistono oggi è diventata una prassi permanente e per alcuni versi inarrestabile, se è vero che il corpo della polizia gode del privilegio di giustificare performativamente la propria esistenza: come gli atti performativi realizzano il contenuto di ciò che enunciano, la forze dell’ordine “realizzano” la delinquenza che combattono.

Questo vale in particolare per le famigerate BAC, che oltre a pattugliare le cités di periferia si dedicano a infiltrare massicciamente le manifestazioni, e sui cui grava, a partire dalle indicazioni matematiche del Ministero degli interni la pressione del risultato, ovvero l’obiettivo di far aumentare il cosiddetto taux d’élucidation dei reati, che permette ai commissariarti di essere adeguatamente ricompensati.

Come spiega Sebastien Rocha, direttore di ricerca presso il CNRS, la logica che sottintende al calcolo di questo tasso è assai perversa: un reato risolto (élucidé, cioè su cui è stata fatta chiarezza) è un episodio rispetto al quale la polizia ritiene di aver raccolto prove sufficienti per inviare il colpevole davanti alla Procura della Repubblica. È quindi la polizia stessa a giocare un ruolo decisivo nella produzione di questa cifra, che risulta dalla divisione della somma totale dei reati “risolti” per il numero dei reati noti attraverso le denunce, e che si presta ad essere facilmente pilotata.

L’ansia da prestazione che tormenta la routine dei poliziotti delle Bac (nate proprio per agire sulla flagranza di reato) riemerge nell’inchiesta etnografica condotta dall’antropologo Didier Fassin tra il 2005 e il 2007, e poi pubblicata nel 2011, La force de l’ordre. Seguendo per due anni gli interventi quotidiani di una pattuglia di Bac all’opera nella periferia parigina, Fassin è riuscito a catturare la profonda insensatezza dell’esistenza di questo corpo di polizia. Afflitte dall’intollerabile susseguirsi di giornate e nottate noiose, trascorse a non far niente, che per disperazione si riempiono di controlli di identità (rigorosamente au faciès) e pratiche vessatorie, le Bac perseguono l’intento di soddisfare i requisiti di produttività imposti dai vertici con il risultato di far polarizzare il livello di tensione e apartheid sociale. Si torna al punto di partenza: Police partout, Justice nulle part, come scriveva Victor Hugo (Choses vues, 8 aprile 1851) e come scandiscono tutti i manifestanti di Francia. Quanto basta per dissuadere i benintenzionati a pensare di poter convertire le strutture istituzionali normalmente (e non eccezionalmente) deputate alla repressione in uno strumento di miglioramento della società e a ricordare che il mantenimento dell’ordine pubblico consiste nella difesa dell’ordine costituito e perciò mal si concilia con il tentativo di istituire un nuovo ordine sociale.

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