Gianni Sassi. Uno di noi

3 percorsi fotografici e altri incidenti

a cura di Gino Di Maggio, Sergio Albergoni e Fabio Simion

Inaugurazione: giovedì 7 aprile, ore 18.30

Mostra 8 aprile – 22 aprile 2016

Fondazione Mudima - via Tadino 26 - Milano

C’è voluto quasi un quarto di secolo, ma è in dirittura d’arrivo il racconto quasi completo del lavoro di Gianni Sassi. Sarà completato solo quel giorno in cui qualcuno sarà in grado di intervistarlo, di scavare nel profondo, di portare in superficie amori e dolori, concretezze e delusioni, figli e figliastri.

Gino Di Maggio, Sergio Albergoni e Fabio Simion hanno voluto, per il momento, chiudere il cerchio intorno alla figura di Sassi completando quanto già indagato da altri e reso fruibile attraverso pubblicazioni, convegni e concerti.

L’occasione di chiudere il cerchio – ci dice Di Maggio – si è presentata nello stesso momento in cui abbiamo preso coscienza della quantità e della qualità del lavoro fotografico reso disponibile da Fabio Simion, Fabrizio Garghetti e dallo studio Lelli & Masotti. Grandi fotografi che hanno seguito l’avventura di Sassi ciascuno seguendo la propria sensibilità, ciascuno contribuendo a documentare un aspetto del poliedrico lavoro di Sassi.

C’è tutto: dagli eventi di strada, alla destrutturazione di un catalogo commerciale, dalla promozione “di mano in mano” de La Gola, agli interventi artistici più rispettosi delle tradizioni. C’è la fusion tra musica degli Area e gesti Fluxus, tra la forma di un manifesto pubblicitario e la deformazione del messaggio.

Un viaggio in 120 immagini sporche, cattive, perfette, da ascoltare. 120 racconti intimi, appena sussurrati che i curatori sono in grado di ricollocare nella vita di Gianni Sassi, nella vita di ciascuno di loro.

Per completezza di informazione intorno a Gianni Sassi, lo Studio Azzurro propone un montaggio di immagini tratte da dieci anni di Milano Poesia mentre Lelli & Masotti presentano il libro fotografico “Stratos e Area”, Arcana edizioni.

In un angolo a parte c’è un libro un po’ catalogo o, se preferite, un catalogo un po’ libro di immagini e racconti, di bugie e segreti dal titolo GIANNI SASSI. UNO DI NOI (e i curatori confermano).

Invito alla mostra

SANKT PAULI, UNA STORIA DI CALCIO, POLITICA E ROCK’N ROLL

«Ho semplicemente preso una bandiera, l'ho legata ad un manico di scopa e sono andato allo stadio. La mia bandiera aveva un teschio dei pirati con una benda, in segno di libertà e di resistenza all'autorità.»

Per una certa sinistra ortodossa il football ha rappresentato l'espressione più bassa del proletariato, una ciotola di cibo dozzinale da dare in pasto agli strati più bassi della società.
La cultura punk, dal canto proprio, non godeva di migliore opinione.

Germania, Amburgo, il quartiere portuale di St. Pauli, partigiano meticcio anticonformista "indecoroso"...pirata: una secolare storia di ribellione e sfida al sistema.
Il Jolly Roger - il teschio bendato - sventola sulle case occupate dell'Hafenstrasse e nello stadio del Millerntor. A saldare gli spalti e gli spazi della metropoli.

 

Marco Petroni
St. Pauli siamo noi
Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo
Prefazione di Emiliano Viccaro
DeriveApprodi 2015
224 pagine

Slump

Franco Berardi Bifo

Stanno suonando le trombe del giudizio? L’orizzonte economico che si presenta nel primo scorcio dell’anno 2016 suscita vivo sgomento negli osservatori. Mario Draghi ripete l’esorcismo estremo: «Whatever it takes». Ma il pericolo attuale non è più quello di un collasso finanziario come nel 2008. Il pericolo è quello di una crisi di sovrapproduzione globale, e di una stagnazione di lungo periodo. Il crollo delle borse non è che un segnale. Da sei anni le banche centrali prestano denaro a costo zero, e da un paio di anni il petrolio scende ininterrottamente. Cionostante la domanda cala, e la stagnazione persiste, si aggrava, tende a divenire recessione.

Il 10 gennaio il «New York Times» ha pubblicato un articolo di Clifford Kraus dedicato agli effetti che il calo della domanda cinese produce sull’economia globale: «Per anni la Cina s’è ingozzata di ogni tipo di metalli e di energia perché la sua economia si espandeva rapidamente; le grandi aziende hanno ampliato aggressivamente le loro operazioni di estrazione e produzione, scommettendo sulla prospettiva che l’appetito cinese sarebbe continuato per sempre. Adesso tutto è cambiato. L’economia cinese si contrae. Le compagnie americane, che tentano disperatamente di pagare i loro debiti mentre aumentano i tassi di interesse, debbono continuare a produrre. Questo eccesso spinge i prezzi verso il basso, e colpisce le economie dipendenti dalla produzione di merci di consumo come il Brasile e il Venezuela, ma anche i paesi sviluppati come l’Australia e il Canada» (Clifford Kraus, «New York Times»: China s Hunger for Commodities Wanes, and Pain Spreads Among Producers).

Negli anni passati le grandi corporation hanno investito somme enormi nell’estrazione di petrolio, nella raffinazione dello shale gas, nelle tecnologie necessarie per il cracking, e così via. Il sistema bancario globale ha finanziato queste operazioni. Tutti pensavano che la domanda sarebbe cresciuta indefinitamente. Ma ora il rallentamento dell’economia cinese non significa solo che l’incremento annuo del prodotto cinese, pur continuando ad essere elevato (6.9%, secondo le opinabili stime cinesi), tende a diminuire. Significa soprattutto che la domanda di energia si è ridotta considerevolmente e tende a ridursi di più. Siamo di fronte alla più classica delle crisi di sovrapproduzione.

Scrive ancora Kraus: «I bassi tassi di interesse hanno alimentato il boom produttivo. La compagnia brasiliana Petrobras ha accumulato 128 miliardi di dollari di debito, raddoppiando i costi annuali di indebitamento durante gli ultimi tre anni per produrre sempre più petroli. Poi la storia è cambiata quando la crescita cinese ha iniziato a recedere. Nel 2015 i prezzi hanno avuto un rallentamento continuo. Il nickel, il ferro il palladio, il platino e il rame sono scesi del 25% o più. I prezzi del petrolio sono scesi di più del 60% negli ultimi 18 mesi. Anche i prezzi del grano e del frumento sono precipitati».

D’altra parte le aziende si sono indebitate con le banche per poter avviare i loro investimenti, e non si possono fermare. Le banche hanno prestato somme colossali, e non possono riaverle indietro. «Decisioni di Investimento multimiliardarie prese anni fa, come lo sfruttamento delle sabbie oleose in Canada o le miniere di ferro in Africa occidentale, debbono necessariamente continuare. Non si possono semplicemente chiudere progetti di quell’entità. L’eccesso potrebbe continuare per anni» (ancora Kraus).

Può durare per anni, dice sempre Kraus, sull’autorevole quotidiano. Ma forse dovremmo fare un’ipotesi più radicale, e insieme più realistica: durerà per sempre, perché la crescita è divenuta impossibile, e non tornerà mai più. L’ossessione capitalistica impedisce di vedere la realtà: siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione di dimensioni inimmaginabili. Nessuna delle tendenze oggi leggibili nel sistema-mondo permette di prevedere che se ne possa venire fuori nel corso del prossimo decennio.

Il 17 gennaio «Le Monde» ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: Le grand vertige des marchés: «Nel 2015 il barile di petrolio potrà costare 380 dollari, avevano preconizzato gli economisti Patrick Artus e Mocef Kaabi nel 2005, tenendo conto dell’aumento del consumo mondiale e della scarsità di riserve… Invece il barile di petrolio è costato mediamente 40 dollari nel 2015. Il 15 gennaio 2016 è sceso a 29 dollari» (Charrel, Cosnard, Gueland, Lauer).

Il fatto che gli economisti Artus e Kaabiu prevedessero dieci anni fa che il petrolio sarebbe cresciuto fino a 380 dollari dimostra in primo luogo che gli economisti sono scienziati allo stesso titolo della Sibilla Cumana e del Mago Otelma, e che la scienza economica è soltanto una forma di legittimazione ideologica di una tecnica rivolta al massimo sfruttamento della vita umana. In secondo luogo, che la sovrapproduzione non poteva essere prevista entro le categorie del sapere capitalistico, ma solo a partire da un altro punto di vista: quello del valore d’uso sottratto alla logica dell’accumulazione, dei bisogni sociali effettivi sottratti alla codificazione finanziaria. Non c’é più bisogno di crescita né di lavoro – questa è la verità inammissibile nel contesto della codificazione capitalistica.

L’occupazione è destinata a calare ovunque, nonostante i patetici sforzi rivolti a dare lavoro; aumentare l’occupazione significa poi soltanto costringere la gente a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno. La forma del lavoro salariato non ha più nessun fondamento di necessità e solo un reddito scollegato dall’erogazione di inutile lavoro permetterebbe di garantire la sopravvivenza, e anche di rilanciare la domanda.

«Il flusso di materie prime mette i prezzi sotto pressione, e provoca dolorose conseguenze. Le compagnie petrolifere hanno lasciato senza lavoro 250.000 operai nel mondo. Alcune aziende cominciano a dichiarare bancarotta» (Kraus, citato).

D’altra parte le nuove prospettive di produzione sono generalmente caratterizzate da un’altissima intensità di tecnologia e da una bassa necessità di lavoro. Per rilanciare la crescita e sostenere l’occupazione le banche centrali hanno investito somme immense, negli ultimi cinque anni. Invano.

«Le banche centrali sorreggono l’economia con una quantità incredibile di liquidità che la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e infine la Banca centrale europea hanno iniettato sui mercati per evitare lo sprofondamento dei mercati […]. Oggi queste liquidità costituiscono il 30% del prodotto lordo mondiale, mentre erano il 6% alla fine degli anni Novanta. Un aumento fenomenale che ha la conseguenza che i mercati sono diventati dipendenti da questo denaro facile, angosciati dal timore che il rubinetto si chiuda» («Le Monde», citato).

Fiumi di denaro pubblico vengono sottratti alla società per destinarli a imprese che producono quantità crescenti di beni per i quali la domanda è calante, nonostante la riduzione del costo del petrolio che favorisce una diminuzione dei prezzi. «Gli americani comprano meno apparecchi elettronici (– 0,2%), meno alimentari e bevande (– 0,3%) meno vestiti (– 0.9%). L’annuncio che Wal Mart chiude 154 magazzini in tutto il paese e licenzia 10.000 dipendenti non ha certo rassicurato. D’altra parte le vendite di Macy’s sono diminuite del 4.7% e quelle di Gap del 5%, durante i due ultimi mesi del 2015» («Le Monde»).

Perché la domanda crolla? Prima di tutto perché non abbiamo più bisogno di comprare, e questa dovrebbe essere una buona notizia. Abbiamo un numero sufficiente di pantaloni e abbiamo mangiato troppi hamburger. Buone notizie per l’ambiente e per la nostra salute, e sarebbe una buona notizia anche per i lavoratori che potrebbero lavorare meno. Ma no. Il capitalismo non può concepire una riduzione della domanda, né una riduzione del tempo di lavoro, senza considerare questi eventi come segno di una crisi che va affrontata nella solita maniera: riducendo il salario, aumentando lo sfruttamento.

La crescita si ferma, rincula, crolla. Il tempo di lavoro necessario è precipitato dovunque, e non riprenderà mai a salire, grazie alle tecnologie che riducono lavoro. Ma il capitalismo è incapace di organizzare queste due tendenze (che il marxismo ha previsto da centocinquant’anni). Il capitalismo è incapace di semiotizzare l’innovazione, perché le categorie di cui dispone sono quelle di lavoro salariato e di accumulazione.

Il tempo di lavoro necessario si riduce. E questo potrebbe aprire le porte a una liberazione di tempo sociale. Ma siccome il capitalismo si fonda sulla superstiziosa identificazione della sopravvivenza con il salario, la benedizione delle tecnologie labor-saving, anziché tradursi in liberazione di tempo sociale, si traduce in disoccupazione di massa, miseria. E guerra.

Sezioni crescenti della popolazione non hanno più un salario perché il lavoro è diventato inutile, perciò si organizzano in forma criminale. Cos’è in ultima analisi lo Stato Islamico se non una possibilità di occupazione e reddito per milioni di lavoratori giovani delle periferie del mondo arabo e d’Europa? Cosa sono le organizzazioni narcos, che straziano distruggono terrorizzano aree del territorio messicano, se non una possibilità di occupazione e reddito per centinaia di migliaia di disoccupati delle aree più povere del Messico?

È sempre stato vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta, ma oggi il processo presenta caratteri originali, rispetto a un passato in cui la guerra aveva un carattere riconoscibile, dichiarato, e cominciava in un certo giorno per finire quando si firmava la tregua. Non c’è più inizio, non c’è più tregua, non c’è più territorio né confine. La guerra è ovunque.

Non soltanto gli stati organizzano la guerra come investimento di capitali che non trovano sbocco. È la società medesima a produrre la guerra: masse di giovani privi di futuro si organizzano in forma criminale per garantirsi un reddito dato che il capitalismo non è più in grado di fornirgli un salario, mentre il ricatto del lavoro persiste, anche se il lavoro è divenuto inutile.

Cosa accadrà nel sistema finanziario quando lo shock raggiungerà le grandi banche che hanno investito sulle aziende che producono petrolio che nessuno vuole più comprare? Il 2016 è cominciato con una generale caduta delle Borse. Siamo solo all’inizio. Le conseguenze posso rivelarsi estremamente dolorose per la società.

Solo l’autonomia della sfera sociale dall’economia di accumulazione potrebbe permetterci di trovare una via d’uscita da questo labirinto. Solo la ricomposizione sociale può imporre un quantitative easing for the people, come lo chiama Christian Marazzi. Mario Draghi è l’eroe delle Banche e delle Borse, ma i soldi che lui regala alla finanza sono sottratti alla società. La liquidità, con cui l’autorità monetaria ha alimentato finora l’ingordigia del sistema finanziario, dovrebbe semplicemente essere diretta in un’altra direzione: reddito di cittadinanza, soldi per rilassare l’aggressività e permettere all’attività collettiva di rimediare alla devastazione psichica culturale ambientale prodotta dal ricatto del salario.

alfadomenica gennaio #2 2016

Sergio Bianchi: Figli di nessuno - Intervista a Donal Ryan - Una poesia /5: Federico Scaramuccia - Semaforo

Diventare figli di nessuno di Gigi Roggero

Leggere l’insieme attraverso il particolare: è uno dei grandi meriti di Sergio Bianchi con Figli di nessuno. È la «storia di un movimento autonomo» in un’area territoriale tra Milano e Varese (Tradate, Venegono, Castiglione Olona). Una provincia metropolitana, tra gli anni Sessanta e Novanta investita dalle lotte e dai profondi mutamenti produttivi e della composizione di classe: dalla fabbrica alla fabbrica diffusa, dall’operaio massa all’operaio sociale, fino ai lavoratori autonomi e precari. Leggi:>

Intervista a Donal Ryan di Andrea Binelli

Donal Ryan è forse la principale figura di riferimento della nuova narrativa irlandese, quella scritta da autori giovani, spesso ‘under 40’, pubblicata da case editrici indipendenti e impegnata a ritrarre le contraddizioni sociali della contemporaneità sull’isola di Smeraldo. Ha firmato due romanzi,The Spinning Heart (2012) e The Thing about December (2013), e da poche settimane una raccolta di racconti, A Slanting of the Sun (2015). Leggi: >

Una poesia /5: Federico Scaramuccia

Federico Scaramuccia è nato a La Spezia nel 1973. Attualmente vive e lavora a Roma. Ha pubblicato alcuni libri di versi, tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”. Leggi: >

Semaforo a cura di Maria Teresa Carbone

Diventare figli di nessuno

Gigi Roggero

Leggere l’insieme attraverso il particolare: è uno dei grandi meriti di Sergio Bianchi con Figli di nessuno. È la «storia di un movimento autonomo» in un’area territoriale tra Milano e Varese (Tradate, Venegono, Castiglione Olona). Una provincia metropolitana, tra gli anni Sessanta e Novanta investita dalle lotte e dai profondi mutamenti produttivi e della composizione di classe: dalla fabbrica alla fabbrica diffusa, dall’operaio massa all’operaio sociale, fino ai lavoratori autonomi e precari. In questo contesto negli anni Settanta nasce l’esperienza dei collettivi autonomi, raccontata e analizzata attraverso testi, testimonianze e corrispondenze.

Sono figli di nessuno, non hanno legami di parentela con la sinistra e segnano una cesura con i gruppi. E sono protagonisti di uno scontro generazionale materialisticamente interpretato: la trasformazione della soggettività di classe si manifesta anche in conflitto tra padri e figli, figure sociali divise dal rapporto con il lavoro, dall’accesso ai consumi e alla scolarizzazione di massa. I giovani si rivoltano ai genitori, alla fatica della fabbrica e al ricatto del lavoro, alla rinuncia della libertà in cambio delle garanzie dello sfruttamento. E si contrappongono alle istituzioni tradizionali, dai partiti alla chiesa, dalla fabbrica alla scuola.

La teoria delle «due società» è perciò una mistificazione, quelli che il PCI considerava soggetti marginali costituivano il vettore di una nuova composizione politica di classe, portatrice di nuovi comportamenti, bisogni e possibilità di antagonismo. Era la «prima società» a scivolare nella marginalità politica della mera resistenza. Il rifiuto del lavoro, dunque, si incarnava in una ricchezza di cooperazione sovversiva non più contenibile nell’involucro etico di una società definitivamente rotta.

Questi figli di nessuno della provincia, spesso immigrati di seconda generazione, erano gli operai della fabbrica sociale, si aggregavano nei bar e nelle piazze, volevano appropriarsi della ricchezza prodotta e di spazi di autonomia. Così nasce l’esperienza del Cantinone a Tradate, centro sociale occupato a metà anni Settanta: qui l’espressione culturale si radica nella condizione materiale, anche il teatro vive dentro e contro la fabbrica diffusa. Il proletariato giovanile si ricompone infatti a livello territoriale, sceglie i punti di attacco, conquista tempi e luoghi della rottura. Il capitale lo insegue per frammentarlo e metterlo a valore individualmente, l’operaio sociale tenta di sfuggirgli e aggredirlo dove è più forte.

Con estremo rigore analitico, i testi discutono i punti di avanzamento e di blocco, tra lo sviluppo dei processi di organizzazione autonoma e l’affacciarsi della lotta armata. Alla fine degli anni Settanta ci sarà il carcere, riattraversato con le corrispondenze e Gli invisibili. E ci sarà l’eroina, devastante soprattutto in aree di provincia, che penetrerà nelle contraddizioni soggettive della composizione di movimento: «Sergio Bologna, a tempo debito, l’aveva detto esplicitamente: se si teorizza a fondamento della liberazione il desiderio di per sé, disancorato dai processi di liberazione che devono segnare passaggi materiali, è inevitabile finire in una certa direzione».

Arriviamo così agli anni Ottanta e Novanta: la sconfitta non si spiega solo con la repressione, ma innanzitutto con l’innovazione. Il lavoro indipendente, nella morsa tra scelta e necessità, mantiene nella propria origine il rifiuto del lavoro di fabbrica, ma lo rimodella dentro il riflusso nel privato e nell’individualismo. L’ambivalenza diventa schizofrenia, ricomposta dal capitale nella forma dell’autosfruttamento. Ecco le «identità smarrite», analizzate in un fondamentale testo del 1993. Nelle trasformazioni della composizione di classe e sociale si colloca il fenomeno leghista, nella ricostruzione di un’identità per quei frammenti. Qui la soggettività antagonista si arrocca e scivola nella marginalità abbandonando il tema della composizione di classe, mentre proprio nella sua comprensione si radica il primo progetto leghista, come quello salviniano è basato sulle trasformazioni della crisi. Dall’autonomia all’autonomismo, la composizione politica si ribalta di segno.

In questo passaggio i centri sociali sono luoghi di resistenza, però nella crisi politica molti tornano sotto il tetto del cadavere putrescente della sinistra: «Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni “terzomondiste”, retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico». Parole del 1995, sembrano pronunciate oggi.

Insomma, il passaggio all’operaio sociale resta il nodo irrisolto, da qui dobbiamo ripartire per andare in un’altra direzione: riappropriarci di una storia lunga, ripercorrerla nelle sue vittorie e nelle sue sconfitte come fa Bianchi, non vuol dire ricavare la propria identità da padri e madri più o meno immaginari. L’autonomia dei figli di nessuno è piena di genealogia sovversiva, un’eredità da utilizzare e non un testamento notarile da esibire. Ecco perché ripensare quella storia ci fornisce delle indicazioni decisive sulla nuova curva da intraprendere, sugli errori da non ripetere, sulle rotture da conquistare.

Sergio Bianchi

Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo

Milieu, 2015, 256 pp., € 14,90

Intervista a Donal Ryan

di Andrea Binelli

Donal Ryan è forse la principale figura di riferimento della nuova narrativa irlandese, quella scritta da autori giovani, spesso ‘under 40’, pubblicata da case editrici indipendenti e impegnata a ritrarre le contraddizioni sociali della contemporaneità sull’isola di Smeraldo. Ha firmato due romanzi, The Spinning Heart (2012) e The Thing about December (2013), e da poche settimane una raccolta di racconti, A Slanting of the Sun (2015). Con The Spinning Heart, adesso pubblicato in Italia da Minimum Fax col titolo Il cuore girevole, ha vinto il Guardian First Book, l’Irish Book of the Year e lo European Union Prize for Literature, ed è stato nominato per il Booker Prize. Alla BBC stanno sviluppando la sceneggiatura per ricavarne una serie televisiva. I suoi libri sono tradotti in quattordici paesi. Lo incontro nel North Tipperary, dove è nato, vive e ambienta le sue opere.

Molti hanno letto Il cuore girevole come un’invettiva contro l’immoralità e la stupidità che hanno reso possibile il boom economico e la successiva esplosione della bolla immobiliare. Forse anche per questo sei indicato come esponente di spicco della nuova narrativa irlandese. Cosa pensi della ripresa e del rischio che si ripetano gli errori del passato?

Purtroppo non è un rischio, bensì un dato di fatto. Nel paese torna a farsi sentire il raglio dei neo-liberisti e ovunque spuntano cantieri. Nei giorni scorsi Donald Trump è volato a Shannon, giusto per comprarsi un campo da golf, e una folta delegazione si è recata ad accoglierlo fin sulla scaletta del suo jet personale. Oggi da noi può accadere che a un immobiliarista venga condonato un debito di 2 miliardi di Euro mentre una persona qualunque è inseguita fin nella tomba per un paio di rate del mutuo su un bilocale. Il nostro potrebbe essere un paese dove ci si prende cura di tutti i malati e gli svantaggiati, dove una polizza sulla salute dal costo proibitivo non segna il confine fra la vita e la morte, dove ognuno ha una casa dove vivere al sicuro, la possibilità di studiare e abbastanza da mangiare. È questo ciò che vuole la gente e sulla nostra splendida isola ci sono risorse sufficienti per realizzarlo. Ma il luccichio dell’oro crea abbagli.

Secondo Declan Kiberd negli scrittori irlandesi fantasia e creatività fioriscono nei periodi più bui, quando la Storia li chiama a fronteggiare situazioni critiche quali la lotta per l’indipendenza, il conflitto al Nord o il crollo dell’economia. Sei d’accordo? E, a proposito, cosa facevi negli anni del boom?

Durante la Tigre Celtica lavoravo nel pubblico e per arrivare in fondo al mese alla sera arrotondavo come istruttore di scuola guida. Di notte studiavo per laurearmi in legge. Poi ho sposato mia moglie e abbiamo avuto due figli. In tutti quegli anni siamo stati all’estero una volta, a Creta, per la nostra luna di miele. Non ho mai guidato una macchina che costasse più di una mensilità e non ho messo da parte niente. Con mia moglie abbiamo fatto i salti di gioia quando ci hanno concesso un mutuo a 35 anni per una casetta vicino Limerick. È proprio in quel periodo di bolle economiche che ho scritto due romanzi e numerosi racconti, anche se solo The Thing About December è sopravvissuto. Ma nonostante tutto ritengo che Kiberd abbia ragione. Nel 2010, mentre stavo scrivendo Il cuore girevole, mi tagliarono il salario di un quarto e iniziai a sprofondare in un vortice di debiti e disperazione: mi sentivo affogare. Eppure scrivere mi veniva facile, era liberatorio. Oggi sono uno scrittore a tempo pieno e non sono più terrorizzato dai soldi come accadeva allora. Se necessario tornerei a lavorare nel pubblico domani mattina. Mi piaceva.

A intrigare i critici è la leggerezza con cui fai dialogare emblemi e valori attraverso immagini concrete. Il simbolismo del cuore girevole, ad esempio, è sfuggente, ma il lettore se lo porterà dentro a lungo. Ti ha ispirato un oggetto reale?

Sì, lo vidi durante un picnic con i miei genitori, su un cancello di ferro da qualche parte verso Puckane. Avevo sette, forse otto anni, e mi è rimasto impresso da allora. Oggi, tuttavia, mi domando se in realtà non si tratti di un finto ricordo, o magari di un mosaico di memorie frammentate. Nessun’altro infatti si ricorda di quel cancello e di quel picnic. Forse l’ho sognato. A volte sogno episodi che poi la mia mente archivia come fatti realmente accaduti, almeno finché non li esamino da vicino. A quel punto possono accadere due cose: si dissolvono del tutto, oppure accettano di essere trattati come sogni e relegati nell’irrealtà.

Gli irlandesi nutrono una predilezione per il racconto, che molti considerano la forma letteraria per eccellenza. Frank O’Connor lo indicò come veicolo ideale della voce di personaggi solitari e marginali. La struttura de Il Cuore Girevole è tale che i suoi capitoli richiamano l’organicità del racconto. E non a caso, a filtrare i capitoli più riusciti è la voce dello scemo del villaggio, di una vecchia prostituta abbandonata dai figli, di un muratore immigrato con una tragedia alle spalle, di una giovane lesbica che riflette sul padre incapace di accettarla. Cosa ne pensi?

Sono assolutamente d’accordo, adoro il racconto. È più intenso del romanzo, è una corsa senza possibilità di fermarsi o di rallentare il passo. Nei racconti ogni riga è investita della stessa importanza delle altre. Sono più difficili da scrivere ma danno più soddisfazione. Ma a ben vedere Il cuore girevole è una sequenza di monologhi prima ancora che di racconti.

Il romanzo come macrostruttura di narrazioni brevi è una scelta affascinante. Se nel suo insieme Dubliners rappresenta il romanzo di Dublino, il coro di voci ne Il cuore girevole , con la loro immediatezza ora gioiosa ora malinconica, sembra comporre il romanzo dell’Irlanda rurale.

Sì. Ho ambientato i miei primi quattro libri nello stesso paesino di fantasia, al confine fra Tipperary e Limerick, perché la lingua, il vocabolario e il paesaggio di quei luoghi mi sono familiari e accessibili. È la mia realtà quotidiana. E soprattutto è una realtà che amo. La sintassi ballerina ed esibizionista del nostro eloquio sprigiona un’istintiva forza lirica ed è attraversata da una vena naturale di accattivante umorismo nero. Non potrei scrivere come scrivo se non venissi da dove vengo. D’altro canto, però, quei luoghi sono solo l’ambiente e quella lingua uno strumento per creare delle storie i cui temi sono sempre universali. Le situazioni dei miei libri non sono mai particolari o legate a uno spazio geografico limitato. Viviamo tutti in un paese di qualche tipo e nei paesi la vita è straordinariamente avvincente. Tutte le comunità umane lo sono. Il dramma nasce dalla vicinanza fra le persone. In qualsiasi tipo di comunità finiamo per spiarci, ci teniamo d’occhio, elaboriamo ipotesi e giungiamo a conclusioni talora folli talora ragionevoli riguardo ai nostri vicini e a noi stessi. In Irlanda la vita di campagna mostra trame e temi omologati che si intrecciano attorno allo sport, al bere, alla terra, ai soldi e alla religione. Se si è cinici li si può considerare stereotipi banali, ma si rivelano magnificamente fertili se si è pronti a raccoglierne la drammaticità.

Sempre riguardo alla struttura polifonica de Il cuore girevole, evidentemente non è un caso che la voce finale sia femminile.

Al centro del romanzo c’è in primo luogo una storia d’amore. Ho deciso fin da subito che Bobby avrebbe parlato per primo e Triona per ultima, quasi a rispondergli, dall’altro lato di una baraonda di voci. Triona ama Bobby con passione quasi violenta. Potrebbe morire per lui. Mi ricorda mia moglie.

Dicci dei tuoi numi letterari? Sei influenzato da qualche autore italiano?

A scuola lessi Dante e Machiavelli, i quali hanno senz’altro esercitato un’influenza. Se questo è un uomo di Primo Levi mi ha toccato in maniera indelebile. A casa dei miei genitori giravano soprattutto gli americani: Hemingway, Steinbeck, Mailer, Vidal, Bellow, Updike e altri ancora. Li ho letti tutti quando ero ancora un ragazzino. In particolare ho amato Margaret Atwood e Doris Lessing. Alcuni autori della cosiddetta ‘nuova scena irlandese’ li trovo fantastici. Paul Lynch, ad esempio: i suoi due romanzi, Red Sky in Morning e The Black Snow sono dei capolavori. Le ceneri di Angela di Frank McCourt è uno dei libri che mi ha ispirato di più. Se dovessi indicare un romanzo fra tutti probabilmente sceglierei Furore di Steinbeck.

Ho letto da qualche parte che adori correre. Ti aiuta a concentrarti?

Sì. Mentre corro, a un certo punto, accade che i movimenti del corpo entrano in un regime di autonomia metronomica, la mente riesce a liberarsi e tutto si schiarisce. Allora scorgi delle soluzioni di cui non eri consapevole. Come se in quel preciso istante le idee che prima galleggiavano nell’etere si presentassero alla tua coscienza. È più facile avviare il lavoro fisico della scrittura dopo che ha avuto luogo questo processo magico a partire dal quale la tua mente si è messa al lavoro da sola e ha plasmato degli oggetti solidi a partire dalla nebbia.

Su cosa stai lavorando?

Sto finendo di rileggere un romanzo, il mio quarto libro. Parla di un’insegnante che ha una storia con un giovane nomade, un traveller cui sta insegnando a leggere e a scrivere, e del quale resterà incinta. Ho iniziato a lavorare al quinto libro, un romanzo composto da racconti intrecciati fra di loro il cui protagonista è un rifugiato siriano, un dottore che abita in Irlanda.

ALMANACCO 2016 ALFABETA2

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

Progetto grafico Fayçal Zaouali

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

 

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