Sguardi sullo sguardo umano. Nove domande a Mark Cousins


Maria Teresa Carbone

Vorrei partire da un episodio personale. Anni fa camminavo per la strada con un amico altissimo che a un tratto ha piegato le ginocchia in modo che i suoi occhi fossero allo stesso livello dei miei. “Voglio vedere il mondo come lo vedi tu”, ha detto. E poi: “Che prospettiva diversa!”. È solo un fatterello, ma le chiedo: in che misura possiamo condividere lo sguardo? 

Quella del suo amico alto è una bella storia, e possiamo individuare tante altre differenze sottili nel modo in cui le persone guardano. Ma per usare una metafora musicale, questa, secondo me, è l'armonia, non la melodia. La storia principale, la melodia, è il fatto che la maggior parte degli esseri umani hanno una visione frontale e binoculare. Noi non vediamo come i gatti o come le telecamere a raggi infrarossi. Come specie sono molti di più i tratti visivi che ci uniscono rispetto a quelli che ci dividono. Questa non è una cosa molto alla moda da dire perché – a ragione, penso – attualmente preferiamo sottolineare le differenze culturali, neurobiologiche, sociali e sessuali fra le persone, ma è giusto ricordarci che siamo un'unica specie.

Nello scrivere Storia dello sguardo come ha equilibrato la sua prospettiva personale con la prospettiva collettiva?

Credo che tutti noi siamo al tempo stesso "micro" e "macro". Nelle nostre vite personali e nel mondo più ampio. Nel mio libro ho cercato di cogliere entrambi gli aspetti, il fondo della foresta e le punte degli alberi.

Pensa che il linguaggio influenzi il nostro modo di guardare? Per esempio, è possibile percepire un colore o una forma se non si possiede una parola per definirli?

Si dice spesso che la lingua dia forma a quello che vediamo, ed è vero, entro certi limiti. Ma è vero anche il contrario ed è un fenomeno molto meno analizzato. Nel mio libro porto un esempio. Nell'Odissea di Omero la parola “azzurro” non viene mai usata per descrivere il mare. E questo accade perché, secondo me, il mare è molto più che azzurro. È anche tempestoso, spumeggiante, distruttivo e riflettente. Questi dati nel mondo antico oscuravano la semplice azzurrità del mare.

Secondo lei il modo di guardare dell'umanità è cambiato nel corso dei secoli?

Lo sguardo è rimasto sotto tanti punti di vista lo stesso. Ci sono sempre state città frenetiche e tramonti sereni. D'altra parte le tecnologie visuali hanno introdotto modifiche enormi. I telescopi, i raggi X o i microscopi elettronici, per esempio, ci hanno consentito di vedere – spesso in modo mediato – nuovi territori e scale di ampiezza che prima ignoravamo. La cosa affascinante è che il mondo minuscolo e il mondo gigantesco, gli atomi e gli universi, sono simili.

Nel film La caverna dei sogni dimenticati Werner Herzog mostra delle teste di cavalli dipinte nel corso di cinquemila anni e commenta:  “Noi siamo schiavi del tempo, coloro che dipinsero queste teste non lo erano”. Lei è d'accordo?

Direi di sì, sono d'accordo con Herzog. La vita si è accelerata e si è espansa. Noi riceviamo informazioni da luoghi sempre più lontani rispetto a quanto accadeva un tempo. Questo influenza il nostro senso del tempo ma – in modo anche forse più importante – il nostro senso dello spazio. La distanza psicologica è un dato importante nella nostra vita d'oggi.

Nel suo libro parla spesso dello sguardo umano sulla morte. Un tempo era un'esperienza comune, che poteva avere aspetti molto crudeli. Adesso la morte è nascosta. Quali sono le cose che non vogliamo guardare?

Credo che la commercializzazione delle nostre vite ci abbia fregato. Allo scopo di fare sempre più soldi le culture in cui viviamo tendono a far sembrare la vita molto più rosea di quanto in effetti sia. Anche oggi la morte è ovunque, la differenza è che nel passato questo non si poteva ignorare.

Cosa pensa delle sempre più diffuse telecamere di sorveglianza? Le macchine hanno un modo di guardare le cose?

Naturalmente io odio le telecamere di sorveglianza per ragioni politiche, ma questi congegni hanno una loro estetica. Pensi ai film taiwanesi di Tsai Ming Liang. Essi riproducono, a volte in modo molto efficace, la prospettiva delle  telecamere di sorveglianza. E pensi ai racconti di J. G. Ballard. L'impassibile vacuità dell'immaginario della sorveglianza è affascinante.

Fino a pochi decenni fa solo poche persone producevano immagini, oggi ognuno di noi ne produce centinaia ogni giorno. Con quali effetti?

Il fatto che la produzione di immagini si sia democratizzata è un fenomeno del tutto positivo. L'élite non possiede più completamente l'immaginario.

C'è una differenza fra la storia dello sguardo e la storia dell'umanità?

Sì. Il mondo visivo è solo una parte delle nostre vite. Una parte affascinante e vitale. Le sue debolezze sono grandi come le sue forze.

2 risposte a “Sguardi sullo sguardo umano. Nove domande a Mark Cousins”

  1. Notevole l’intreccio armonia/melodia, e l’aspetto molecolare dello sguardo radente l’oggetto sincronico alla storia dell’iconografia universale: nel ‘900 poietico in Montale e Morandi. Deduzione: lo sguardo fotografico, massificato nel conformismo globalizzato, reitera la banalità del glaukos (lucente, non azzurro) o il metalinguaggio consunto dell’intera semiotica del secolo breve?. Grazie.

  2. Intervista interessante ma poco incisiva perché Cousins non rivela i retroscena del suo corposo lavoro.
    Certamente la nostra società è immagine-centrica, ma questo può assicurarci che la gente abbia imparato a guardare? O che usi meglio lo sguardo?

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