Why ? di Peter Brook e Marie-Helene Estienne, ovvero perché non possiamo fare a meno del teatro?

photo di Jérome Bonnet

Maia Giacobbe Borelli

Why ? è l’ultimo regalo al pubblico dell’infaticabile Peter Brook (nato nel 1925 e ancora attivo sulle scene). Come di consueto nei suoi spettacoli - ai quali lavora, man mano che gli anni passano, in direzione di una sempre maggiore essenzialità e rigore - la scena al Bouffes du Nord parigino è ridotta a niente: un tappeto, tre sedie, tre appendiabiti e tre attori non più giovani, due donne e un uomo, bravissimi. Sono Hayley Carmichael, Kathryn Hunter (una delle più grandi attrici britanniche) e l’italiano Marcello Magni, tutti suoi collaboratori da lunga data. Gli attori parlano di sé, della loro vita passata a calpestare le assi del palcoscenico. Nella prima parte si domandano se ha un senso aver consacrato tutte le proprie energie al teatro, si chiedono per chi, come e perché fare teatro, e quale sia la linea sottile che separa in un gesto d’attore la vitalità, la loro presenza scenica dal vuoto di senso, dal puro gioco di forme vane. Così emerge il nocciolo della questione, quello a cui Brook ritorna costantemente, l’utilità dello spettacolo come momento di collettiva presa di coscienza dei problemi del reale, che nella seconda parte di questo spettacolo prende la forma di omaggio a un altro grandissimo regista, Vsevolod Mejerchol’d (1874-1940) e a sua moglie, l’attrice Zinaida Nikolaievna Raich (1894-1939), raccontando la fine tragica di entrambi.

Mentre l’anno scorso il regista inglese si è occupato con The Prisoner della morale umana, della possibilità di riscattarsi pur nell’impossibilità di tracciare una netta separazione tra ciò che è bene e ciò che è male, in uno spettacolo-parabola di cui si è occupata Marilena Borriello proprio dalle pagine di Alfadomenica il 9 giugno scorso, quest’anno Brook, insieme a Marie-Helene Estienne, s’interroga sui fondamentali del mestiere del teatro, quelli che spingono, lui e quelli come lui, a fare teatro comunque, anche a costo della propria vita, com’è successo al regista russo e alla grande e bellissima attrice.

Peter Brook ribadisce, in questo suo ultimo spettacolo, che, come diceva il suo maestro, il teatro può essere un’arma molto pericolosa, non solo contro il nemico antirivoluzionario ma anche contro le nefaste derive dittatoriali della rivoluzione sovietica, così come dimostrato dalla parabola esistenziale dei due martiri russi, dall’ascesa di Mejerchol’d ai vertici del Partito nei primi anni della rivoluzione russa, alla testa del movimento dell'Ottobre Teatrale, dove promuove le linee di sviluppo di un teatro rivoluzionario, apre nel 1920 il suo teatro (dal 1923 rinominato Teatro Mejerchol'd"), sperimenta la biomeccanica, la sua innovativa tecnica per l’arte dell’attore, fino alla tragica caduta alla fine degli anni Trenta, ai tempi delle peggiori purghe staliniane. L’opposizione al realismo socialista, l’amore per i classici della drammaturgia “straniera” (aveva messo in scena, tra gli altri, Molière, Wagner e Dumas), il non aver celebrato la gloria del socialismo con uno spettacolo, in occasione del ventennale della Rivoluzione nel 1937 (unico tra i settecento teatri allora attivi in URSS), tutto ciò gli fu fatale. Il “Dr. Dappertutto”, viene accusato di essere un nemico del popolo, punito nel 1939 con la prigione e la tortura, giustiziato l’anno successivo, quindi condannato a una damnatio memoriae fino alla morte di Stalin del 1955.

Per Brook è importante non dimenticare questa vicenda ancora attuale: rileggere i verbali del processo a Mejerchol’d, resi pubblici solo alla fine degli anni Ottanta, così come rievocare i particolari relativi alla morte tragica della moglie, avvenuta il 15 luglio 1939, esattamente sessant’anni fa, a Mosca dove si era recata per cercare appoggi in favore del marito, poche settimane dopo il suo arresto. A lei furono inflitte diciassette coltellate e furono strappati gli occhi. L’omicidio politico fu mascherato da tragica conseguenza di una rapina a casa, come d’uso per il Nkvd (Commissariato del Popolo agli Affari interni, la denominazione degli organi di polizia politica).

Zina, già moglie del poeta Sergej Esenin da cui ebbe due figli, una vita da rivoluzionaria, aveva cominciato a frequentare il laboratorio teatrale di Mejerchol' d nell'autunno del '21, debuttando in scena il 19 gennaio 1924 al Teatro Mejerchol' d, nell’adattamento di La Foresta (1870) d'Aleksandr Ostrovskij (il fondatore del teatro naturalista russo). L’attrice interpreta una dozzina di ruoli con la regia del marito ed è la protagonista de La signora delle camelie di Alexandre Dumas, ultimo spettacolo, insieme al Il revisore di Gogol’, in scena prima della chiusura definitiva del loro teatro. Partner di due grandi maestri dell’arte sovietica, anche il coraggio di Zina non va trascurato. Scriverà al marito, pochi mesi dopo la chiusura della sala: “Per il momento resto a Leningrado dove sarò meno inseguita dai ricordi del nostro teatro e dal sogno adesso impossibile di un nuovo teatro, e dal ricordo di tutte quelle persone con le quali abbiamo lavorato per quindici anni e che si sono comportati da vigliacchi quando la situazione è cambiata”.

Proprio uno degli amici incontrati in Italia dalla coppia nel 1925, l’influente uomo politico Platon Keržencev, ritornato in URSS e nominato presidente del comitato che sorveglia la produzione artistica sovietica, scriverà sulla Pravda del 17 dicembre 1937 un duro attacco contro Mejerchol'd, segnale premonitore della decisione dei vertici politici di eliminare il regista e interrompere la sua sperimentazione artistica. Sarà Keržencev a decretare la chiusura del teatro l’8 gennaio del 1938, poi il regista sarà arrestato il 20 giugno 1939 a Leningrado, processato sommariamente il 1 febbraio 1940 a Mosca e giustiziato nel silenzio all’alba del giorno dopo (l’annuncio pubblico della sua morte, causa “arresto del cuore” arriverà solo nel 1946).

Il regista confessa sotto tortura di aver svolto lavoro spionistico e antirivoluzionario contro lo stato e di sabotaggio in campo teatrale ma poi ritratta, di fronte al silenzio degli amici influenti. Scrive pochi giorni prima di morire ad A. J. Vysinskij, personaggio ai vertici del Nkvd, procuratore generale e pubblica accusa nei grandi processi contro i nemici di Stalin, denunciando di esser stato torturato durante gli interrogatori e di aver subito le minacce del giudice istruttore: «se non firmi ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatte di te solo la testa e la mano destra, trasformeremo il resto del corpo in un ammasso informe e sanguinoso». E dichiara nelle lettere:«fino al 16 novembre 1939 ho firmato sempre».

foto di Pascal Gély

A Molotov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo e membro del Politburo, scrive varie lettere. In una, esattamente un mese prima di morire, il 2 gennaio 1940: «La paura provoca il terrore, e il terrore spinge all'autodifesa. "La morte (o, certo!), la morte è meglio di tutto questo!", dice tra sé l'inquisito. Lo dissi tra me anch'io. E cominciai ad autoaccusarmi nella speranza che così facendo sarei finito al patibolo. […] Mi dica: può Lei credere che io sia un traditore della patria (un nemico del popolo), che io sia una spia, un membro di un'organizzazione trozkista di destra, un controrivoluzionario, che nella mia arte abbia fatto propaganda al trozkismo, che nel teatro abbia svolto (consapevolmente) un'attività ostile per minare le basi dell'arte sovietica?»

E di nuovo il 13 gennaio: «In articulo mortis, ecco la mia confessione, breve, come si conviene un secondo prima della morte: io non sono mai stato una spia. Io non sono mai entrato in nessuna organizzazione trockista (io insieme al partito maledico il giuda Trockij!), non ho mai svolto attività controrivoluzionaria, parlare di trockismo in arte è semplicemente ridicolo.». Ritratta, persuaso che, quando la morte è certa, sia meglio portare avanti le proprie idee, per la salvezza di una visione del teatro come spazio di libertà assoluta per l’attore, arte superiore, lontana dal linguaggio imposto dalla dittatura, perché, afferma, parlare di trockismo in arte è semplicemente ridicolo.

Già nel 2010 Peter Brook aveva ricordato Vsevolod Mejerchol’d (insieme ad Antonin Artaud, Gordon Craig, Charles Dullin , Motokiyo Zeami, William Shakespeare) con Warum Warum, testo in tedesco e una sola attrice in scena, Myriam Goldsmith, in una magistrale lezione di teatro che era nel contempo una profonda riflessione sulla storia della drammaturgia e della formazione dell’attore, su come il processo creativo si nutra di domande – i «warum, warum» del titolo - , d’innumerevoli perché che sorgono nella comunicazione tra attore e spettatore nel corso dell’azione scenica.

Il nuovo spettacolo che ci ha offerto quest’anno il vecchio maestro si spinge ancora più avanti, testimonianza attenta del passato riportata all’attenzione del pubblico perché l’orrore non si ripeta, riflessione necessaria in omaggio ai martiri fondatori del teatro contemporaneo che sottintende un’altra domanda: come far tornare il teatro alla sua vocazione di arma pericolosa contro il potere, oggi? A questo interrogativo Brook chiama lo spettatore, spinto dall’urgenza di schierarsi, stimolandolo a riflettere, perché nessuno resti indifferente di fronte alle vicende odierne. Avrebbe potuto scrivere o parlare in altra sede di Mejerchol’d e delle sue idee sul teatro, con un articolo, una conferenza o una lezione, ha scelto invece il linguaggio che più conosce, il teatro, con una rappresentazione semplice e rigorosa che è, ancora una volta, un grande momento di comunione ultima con i suoi spettatori, il luogo reso sacro dai suoi attori dove esporre le sue più intime ragioni esistenziali. Un testamento?

Ovazione alla prima di questo spettacolo emozionante, il 19 giugno, lunghissimi applausi e grande commozione nelle successive repliche.

WHY?

Visto a Parigi, al Théâtre des Bouffes du Nord il 26 giugno 2019

testo e regia di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne

con Hayley Carmichael, Kathryn Hunter e Marcello Magni

luci Philippe Vialatte

immagini Gabrielle Lubtchansky

regia video Grégoire Boucheron

assistente ai costumi Alice François

durata: 1 ora

spettacolo in inglese con sovratitoli in francese

Lo spettacolo sarà in tournée a Perugia per il Teatro Stabile dell’Umbria il 23 e 24 novembre 2019 e a Torino per il Teatro Stabile il 15 e 16 maggio 2020.

La foto della coppia viene dal sito del Kipteatro :

http://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2016/01/mejerchold-rajch-690x460.jpg

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