Sentirsi a Santarcangelo Festival. L’ultima edizione firmata da Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino

Andamento unico, PH Claudia Borgia

Dalila D’Amico

Entro in una stanza buia, frastornata dal rumore di una fabbrica. Davanti a me uno schermo gigante manda immagini di macchinari in azione. Mi viene incontro un bambino dai tratti orientali. Mi fermo. Si ferma anche lui. Lo guardo e mi guarda. Non ho il tempo di prendere possesso di quell'immagine per cercarne una spiegazione perché è l'immagine a impossessarsi di me. Mi sposto a destra e si sposta anche lui, stringo con la mano sinistra l'altro braccio e lo fa anche lui. Quel bambino sono io. Non appena svelato il dispositivo, il processo si ribalta: non più lui specchio dei miei movimenti, ma io dei suoi. Si siede e lo seguo, si stende a terra e mi invita con un gesto a sdraiarmi accanto a lui. Ci guardiamo per un tempo che mi sembra infinito. Poi si alza, mi sorride e si congeda. In dieci minuti di perturbante poesia, i concetti di compassione ed empatia si liquefanno in due tremende verità: Non esiste compassione che non sia sollievo per i miei privilegi. Non provo dolore che non sia il mio. È la video-installazione Guilty Landscapes dell'artista Dries Verhoeven ospitata nella 49esima edizione di Santarcangelo Festival. L'opera dell'artista olandese, oltre a rovesciare i rapporti di forza tra chi guarda e chi è guardato può essere considerata emblematica delle modalità di coinvolgimento messe in atto da quest'ultima edizione curata da Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino. Trascorrere un week end a Santarcangelo Festival non significa infatti assistere a delle proposte artistiche, ma entrare in dialogo con persone, luoghi e memorie. Significa sentirsi a Santarcangelo, come individuo e come parte di una comunità. Significa sentirsi.

Kiss, PH Claudia Borgia

Il mio corpo è sollecitato sensualmente e continuamente: dalle passeggiate tra una venue e l'altra, dagli odori dei ristoranti, dai bagni di suono a cura del collettivo Tropicantesimo, dai baci prolungati dei 23 performer del progetto Kiss a cura di Ilenia Caleo e Silvia Calderoni, dai movimenti ripetitivi e sinusoidali di Mia D’Ambra, la giovane danzatrice di Andamento Unico della coreografa Elena Giannotti. Kiss prende spunto dall'omonimo film di Warhol del 1964: un'inquadratura stretta sui baci tra persone di etnie diverse o dello stesso sesso. La stessa semplice azione, riproposta per la durata di tre ore, diventa per Silvia Calderoni e Ilenia Caleo un invito al desiderio, un manifesto di convivenza. Andamento Unico trae invece ispirazione dal quadro La Visione di Sant’Agostino (1502) di Vittore Carpaccio. La danzatrice disegna nello spazio tracciati precisi sul suono di un gessetto su una lavagna che non vediamo. Due percorsi paralleli, quello della scrittura e quello del movimento, intrecciati nella dialettica tra libertà e prescrizione.

Debriefing session, PH Claudia Borgia

Stare a Santarcangelo vuol dire soprattutto incontrare qualcuno, sentirlo/a prima di ascoltarlo/a. Cedere l'incolume posizione di osservatrice giudicante per correre il rischio di essere a mia volta giudicata, di assumermi delle responsabilità. Succede con il delicatissimo Sparks di Francesca Grilli: una bambina mi legge la mano lasciandomi con la domanda: cosa vuoi farne del tuo destino? In questa performance, Francesca Grilli, artista associata del Festival, ribalta la relazione di potere tra infanzia e mondo adulto, guidando, durante un periodo di residenza, un gruppo di bambini nell'arte della chiromanzia. Così ognuna di queste piccole persone ci prende per mano per dirci qualcosa sul nostro futuro, contrariamente a quanto avviene ogni giorno. Succede di nuovo quando incontro al museo Musas un “Agente” di Public Movement, collettivo fondato a Tel Aviv da Omer Krieger e Dana Yahalomi. Debriefing Session è una performance per una persona per volta, il racconto dei vuoti lasciati dal potere nella storia dell'arte. Seduta a un tavolo di fronte a me, l'agente traccia su un foglio date, nomi, luoghi e opere che Public Movement ha rintracciato durante una lunga ricerca nei territori tra Israele e Palestina, per mostrarmi la rimozione programmatica nei luoghi istituzionali dell'arte palestinese precedente al 1948, anno di nascita dello Stato di Israele. “L'archivio è più di un luogo - mi dice- è una soglia”, quella tra il fatto e la Storia, tra la testimonianza e la sorveglianza. Così, se chi ha scritto la Storia si è arrogato il compito di tranciarne delle parti, a me la responsabilità di denunciarne i vuoti, facendomi portavoce di un racconto teso alla dissacrazione di quello ufficiale.

Lighter than Woman, PH Claudia Borgia


Stare a Santarcangelo vuol dire abitarne i luoghi e conoscerne gli abitanti. Ne ho modo con le conferenze delle Santarcangioline curate da Eva Gaetti, è li che ascolto per la prima volta Ivana, innamorata del suo lavoro di barista. La ritrovo la sera successiva nella performance-documentario Lighter Than Woman dell'artista estone Kristina Norman. L'opera è il frutto di tre mesi di residenza tra Santarcangelo e Bologna (nel contesto di Atlas of Transitions Biennale), dove Norman ha incontrato e filmato alcune donne di Santarcangelo e delle badanti dell'est. In scena dietro un tavolo la stessa Norman spiega il processo creativo, alternandosi alle video testimonianze delle protagoniste. L'artista disegna una trama intricata, debole e a tratti contraddittoria. Le tematiche tracciate sono infatti numerose: la precarietà del lavoro artistico che stride con i tempi di cura da dedicare alle persone care, il desiderio di emancipazione della donna, in Italia come nei paesi dell'Est, la pesantezza e la mancanza di tutela per il lavoro di badante, i viaggi pericolosi compiuti per arrivare in Italia, la separazione dagli affetti e la solidarietà tra donne di diversa provenienza ed età. A questi racconti fanno da contrappunto le immagini dei viaggi spaziali dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Poco chiaro il ruolo di questa figura: da una parte simbolo dell'emancipazione femminile, dall'altra personaggio vincente alle spese o grazie alla complicità di altre donne che ne sostituiscono le mansioni casalinghe. “Cosa serve per diventare astronauti? Serve una donna che faccia da badante ai tuoi cari”, dice a un certo punto la Norman. Lighter Than Woman perde purtroppo la partita di avvicinarci a una tematica delicata, complessa e sicuramente poco affrontata, disseminando la scena di traiettorie vorticose, piuttosto che di posizioni radicali. Esco dalla sala, ho in gola la sofferenza di donne che vivono affianco a me, ancora una volta però sollevata dal fatto che non sia la mia. Ancora una volta pagando il prezzo dei miei privilegi. Forse è giusto cosi penso, forse è bene sentire questo attrito, sentirmi.

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