Basterà un esercito di maestri elementari per sconfiggere la Cosa Nera?

Andrea Comincini

Se non si trattasse di un resoconto dettagliato su uno dei fenomeni criminali più importanti degli ultimi decenni, Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia potrebbe essere facilmente scambiato per una sceneggiatura di un film drammatico, quasi horror, e declassato come surreale. Si tratta invece, purtroppo, di una indagine accurata e firmata da un esperto, Fabio Federici, ufficiale dei carabinieri in prima linea contro la mafia, che da tempo studia il fenomeno della Cosa Nera, la malavita nigeriana presente in Italia, e non solo. Accompagnato da importanti prefazioni (Nando Dalla Chiesa, Ranieri Rizzante), il libro affronta con dovizia di particolari, ma in una prosa colloquiale, l’origine e la diffusione dei racket locali, in particolare appunto quelli provenienti dalla Nigeria. Formatasi negli ultimi trent’anni, oggi la black mafia si vede dislocata in tutto il territorio nazionale, in particolare al Nord e più recentemente nella zona di Castel Volturno, dove procede a conquistare fette di “mercato” con una violenza e prepotenza spaventose.

Agevolato da rapporti diretti delle forze dell’ordine, l'autore insiste sull’estrema violenza del fenomeno che richiede, come si dice in gergo, di essere “attenzionato”, vista la recrudescenza delle azioni criminali e l’escalation esponenziale. Un limite oggettivo del problema è certamente la sottovalutazione mediatica: Federici sottolinea quanto tv e radio si soffermino troppo semplicisticamente su fenomeni circoscritti di microcriminalità, mentre si dovrebbe ormai sviluppare una coscienza comune sugli orrori perpetrati da questi gruppi. La Cosa nera infatti non procede gerarchicamente, ma si muove attraverso cellule con grande capacità rigenerativa, fortemente settarie nella mentalità ma anche estremamente inserite nei contesti territoriali in cui agiscono, su scala nazionale e mondiale.

Le efferatezze riportate sono inquietanti. Caratteristiche di tali “sette”, una forte mimetizzazione che rende difficile la lettura sociologica del fenomeno, e una scarsissima mancanza di “pentiti”. Per quali ragioni? Ebbene, una delle peculiarità della nuova criminalità è l’iniziazione con riti voodoo e Ju Ju, macumbe, stregoneria e magia nera, che accompagnano l’iniziato durante il rito affiliativo. Di originale c’è che il neofita “crede” fortemente di essere in possesso del proprio capo, o nel caso delle donne avviate alla prostituzione, della maman, tanto da depersonalizzarsi e subire qualsiasi efferatezza. Nei riti – secondo la ricostruzione offerta da Federici – si compiono lacerazioni, stupri, marchiature e addirittura cannibalismo: un quadro agghiacciante in cui, accanto a gatti impiccati e bambole rituali, si trova la vittima che, oltre a subire minacce di ritorsioni in patria, teme per la propria anima e non trova quasi mai le forze per ribellarsi. Quando accade, e Federici riporta alcune testimonianze, la gioia è grande ma presto subentra anche la consapevolezza di trovarsi davanti a casi isolati, perché Cosa Nera è strutturata così solidamente che soltanto un approccio olistico e internazionale al problema può cambiare radicalmente l’ordine delle cose e i destini di tanti sfruttati.

L’ufficiale colloca l’origine di questo fenomeno nella nascita di confraternite nei campus universitari negli anni Cinquanta/Settanta. Creati da persone agiate, con un buon livello di istruzione, tali gruppi avevano l’intenzione di produrre una critica benefica al sistema. Una delle prime fu la Pyrates Confraternity del 1953, di cui faceva parte anche il nobel Wole Soyinka. Con il passare del tempo, alcune di queste associazioni si sono trasformate in veri e propri gruppi criminali, con nomi propri e rituali specifici, divise e simboli e contatti trasversali con polizia e politica corrotta. Tra le più feroci si cita la Black Axe per esempio, nata nel 1976 come confraternita universitaria e oggi così descritta: ”gli studenti agiscono come banditi, uccidendosi l’un l’altro e minacciando le università e la società […] lasciando alle loro spalle spargimenti di sangue, distruzione, stupri, oppressione e un generale senso di terrore”. Da parte sua, proprio la Pyrates Confraternity ha preso le distanze nel 2013 dalle associazioni simili o che fanno riferimento a essa, evidenziando quanto il fenomeno sia complesso e non facilmente riassumibile a schemi predefiniti.

Memore della lezione di Paolo Borsellino, che gridava: “parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali…però parlatene”, Federici tuttavia mantiene uno sguardo ottimista e sottolinea come la conoscenza sia il primo passo per arginare e sconfiggere il mondo della criminalità, soprattutto quando si parla di un paese, come la Nigeria, irto di contraddizioni: secondo una stima delle Nazioni Unite, citata dall'autore, nel 2050 ci saranno 398 milioni di abitanti, di cui il 50 per cento disoccupato e con un dollaro al giorno di reddito.

Certamente combattere la mafia vuol dire prendere coscienza che oltre alla repressione e alla prevenzione, bisogna sradicare le condizioni che generano lo sfruttamento, uguali in ogni angolo del pianeta: povertà e analfabetismo (condizione questa alla base delle credenze tribali utilizzate per la sottomissione psicologica). Come sosteneva Gesualdo Bufalino, “la mafia verrà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Il libro di Federici vuole essere un primo passo in questa direzione e rappresenta per i lettori uno stimolo a puntare lo sguardo su un fenomeno criminale tanto inquietante quanto ancora poco  esplorato.

Fabio Federici

Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia

Oligo Editore, 2019

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