Appunti di viaggio dal Giappone di un secolo fa

Roberto Terrosi

Questo libro ha un’unica pecca: quando entri in confidenza con l’ironica ma penetrante visione di Londres sul Giappone degli anni ’20, che lui vive in prima persona come inviato della rivista illustrata “Excelsior”, ti accorgi con rammarico che il libro è già finito. Aspettavo proprio di leggere il successivo articolo di Londres sulla politica giapponese o su qualche aspetto della cultura nipponica e invece dopo c’era solo la lista degli altri libri della collana. Ciò accade perché questo libro, oltre a essere godibilissimo, è un documento raro e prezioso nel suo genere, poiché riesce ad andare oltre i luoghi comuni orientalisti sul Giappone mistico e incantato o sensuale e guerriero che da Madama Butterfly ad Alan Watts hanno puntualmente appannato la visione del Giappone, trasformandolo in una sorta di favola. Con il suo realismo venato di cinismo Londres ci lascia invece un’immagine ben più lucida e credibile della situazione sociale e politica del Giappone di allora.

A me, poi, che scrivo queste righe di recensione da un caffè di Shijo a Kyoto, ha fatto una certa impressione immaginarmi Londres, negli anni ’20, a due passi da dove sono io, fare esperienza di un Giappone ancora immerso nei suoi ritmi e nei suoi usi tradizionali, in una Kyoto dove, tra le strade tutte uguali, circondate da case di legno tutte uguali, la calma era rotta solo dallo scalpitio dei geta, gli zoccoli di legno giapponesi che allora tutti calzavano e che oggi invece si vedono riapparire solo in occasione dei matsuri, le feste religiose, magari indossati da ragazze con yukata o kimono sgargianti che non sono neanche giapponesi, dal momento che le ragazze cinesi e le turiste di ogni parte del mondo non resistono alla voglia di travestirsi per un giorno da “giapponesina” o addirittura da maiko (giovane apprendista geisha), noleggiando abiti che sembrano confezionati da disegnatori di manga. Questo Giappone anni ’20, da una parte, era così diverso da quello di oggi, perché era realmente ancora immerso nella tradizione, e non nella sua contraffazione turistica. Kyoto aveva ancora le sue sale da tè, con le geisha che vi comparivano immancabilmente per i ricevimenti organizzativi dai vari gentiluomini; i risciò non avevano ancora lasciato il posto ai taxi; le mogli di buona famiglia, purtroppo per loro, erano ancora sepolte vive nelle case patrizie, senza il permesso di incontrare alcun chi, se non sotto stretta sorveglianza di un’anziana; e da ultimo le case fredde piene di spifferi, protette solo da inconsistenti pareti di carta non erano distinguibili, nella loro semplicità spartana, da quelle dei semplici popolani. A pochi chilometri da Kyoto, nella popolosa Osaka, però già stava nascendo un altro Giappone più simile a quello odierno. Questo Giappone moderno si andava materializzando turbinosamente, ed era fatto di macchine, merci, industrie, infrastrutture, che crescevano a vista d’occhio. Se Kyoto, ancora amava conservare il suo antico fascino di ex-sede imperiale, Osaka, invece era il corrispettivo giapponese dell’attuale Shanghai: una città aperta agli stranieri, piena di industrie, telefoni, automobili e macchine da scrivere di giornali che pubblicavano anche più edizioni in un giorno. Se a Kyoto Londres era sempre guardato come un marziano, potenzialmente pericoloso e capace di qualsiasi diavoleria, a Osaka era già percepito più modernamente come uno straniero in mezzo a tanti altri, a cui molti si rivolgevano con qualche parola di inglese, sperando però che non si trattasse di un odiato americano. Inoltre aveva già preso avvio il mondo dei circoli di appassionati delle varie culture nazionali europee, con i patiti di francese, tedesco, inglese e, chissà, forse anche d’italiano. Londres scrive in modo acuto e icastico, offrendo rapidi bozzetti di scene di vita giapponese per gli appetiti esotici del pubblico francese degli années folles. Ma prima di passare all’Excelsior, Londres  era stato un giornalista parlamentarista per “Le Matin”, che però si era rifiutato di finanziargli il suo viaggio in Oriente. Non per questo Londres smise di occuparsi di politica internazionale e poté giovarsi dei suoi rapporti professionali per stabilire contatti con l’élite che governava il Giappone, parlando, soprattutto quando era a Tokyo, con ministri e alti funzionari della diplomazia nipponica. Questi suoi trascorsi professionali gli permisero di entrare in Giappone dalla porta principale e di accedere subito agli ambienti in cui si decidevano le politiche internazionali, consentendogli di avere un punto di vista privilegiato sulla politica giapponese e dunque di scrivere articoli preziosissimi e illuminanti.

Tra una nota di colore e l’altra, Londres traccia man mano i lineamenti di un quadro politico rivelatore non solo su quello che doveva essere l’accumulo di tensioni con gli USA e che avrebbe portato il Giappone a quell’imprudente passo falso che fu l’attacco a Pearl Harbour, ma anche su una tattica politica da parte statunitense che vediamo ancora in atto oggi con la Cina. In altre parole, gli USA stavano con il fiato sul collo al Giappone, rimproverandolo continuamente per le sue politiche interne ed esterne, per tenerlo sul filo e costringerlo a fare concessioni su concessioni, che questi dovevano compiere, sia pure mal volentieri, per non restare fuori dal mercato internazionale. L’allarmismo USA non era del tutto infondato, dal momento che il Giappone aveva tutto l’interesse a usare il suo giovane potenziale bellico moderno (già sperimentato con successo contro Russia e Cina) per creare un impero nazionale ed entrare nel club delle potenze mondiali, esattamente come stavano facendo l’Italia e la Germania negli stessi anni, cercando così di recuperare il tempo perduto a causa della tardiva formazione in Stato nazionale moderno. Ma gli USA non sembravano voler accettare la nascita di una superpotenza al loro Occidente ovvero in Estremo Oriente, esattamente come non lo vogliono oggi e quindi si avvicinavano sempre più militarmente al Giappone (come oggi alla Cina), senza che questo impedisse loro di invocare ritorsioni per ogni iniziativa giapponese che tendesse a rafforzare la sicurezza nazionale. Insomma, una politica di accerchiamento stressante e provocatoria, che si concluse come sappiamo, sebbene i giapponesi in quel momento, e Londres ce lo racconta, cercarono di assecondare gli USA per evitare lo scontro, firmando un trattato del tutto svantaggioso. Allora Londres descrive a chi si interessa di politica un precedente significativo della politica americana in Estremo Oriente, con la speranza che la Cina non faccia la stessa sciocchezza commessa allora dai suoi vicini del Sol Levante.

Albert Londres

In Giappone

Cronaca di un cambiamento

Traduzione: Alessandro Giarda

Prefazione: Corrado Molteni

O barra O edizioni, pp. 112

Una risposta a “Appunti di viaggio dal Giappone di un secolo fa”

  1. molto interessante la recensione di questo fondamentale libro. ci deve essere però una data importante, ricordandomi del film di sokurov su hirohito, che segnò improvvisamente la svolta anti americana del giappone. quando è che di colpo si chiude la frontiera americana per i giapponesi che vorrebbero emigrare e che vengono così “umiliati” perché equiparati a tutti gli altri richiedenti asilo economico e politico: cinesi, italiani, slavi, ebrei dell’est europa? prima di allora, e una parte poco conosciuta del cinema muto giapponesi degli anni venti lo dimostra, le commedie slapstick di Shimitsu per esempio, l’americanizzazione del Giappone era frenetica (vedi anche i “nansensu mono”, le commedie dell’assurdo di Yutaka Abe e Frank Tokunaga, rientrati non a caso da Hollywood). forse questa passione per l’america è causata dal terremoto di kyoto del 1923 e dalla paralisi dell’industria giapponese del cinema costretta a importare film americani ? Grazie

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