L’asino di Anatolij Vasil’ev

Alessio Bergamo

Questo è un film i cui protagonisti sono gli asini. Il genere artistico della pellicola, a stare alle dichiarazioni dell’autore, è il “post-doc”. Concretamente in questo caso si tratta di riprese di fatti che hanno un loro importante spazio di alea (ad esempio: si chiede ad x di portare l’asino in una certo ambiente e poi però quello che l’asino ci fa, se accetta o no di andarci, ecc. viene ripreso senza interferenze ulteriori) e del loro montaggio in un alcune serie chiamate “episodi” (ce ne sono 8) che sono contingentate in base ad alcuni fattori oggettivi (protagonisti e ambiente di ripresa) e in base ad alcune scelte associativo-tematiche dell’autore.

Vasil'ev racconta che la scelta di “cosa” riprendere è venuta quasi casualmente senza partire da un piano prefissato e il piano dell’opera è stato elaborato a partire dal girato: “tutto si è svolto in maniera piuttosto spontanea, come fosse casualità oppure destino... è così che si è fatto il film... si formava da delle circostanze un episodio, poi ne nasceva un altro… così che da una serie di avvenimenti spontanei, di casi della vita, si è accumulato del materiale del quale sono riuscito a venire abbastanza velocemente a capo, a capire di che si trattasse, che opera avesse dentro...”.

La struttura finale dell’opera, quindi, sembra essere cominciata a maturare a riprese già avanzate e si è definita solo in sede di montaggio.

I protagonisti, gli asini, sono ripresi spesso molto da vicino e con piani-sequenza mediamente lunghi, a volte anche molto lunghi. Deuteragonisti, 5 volte su 8, sono gli uomini. Al tempo stesso, nel loro rapporto con gli uomini e grazie alla serie “narrativa” nella quale gli asini vengono immessi, si ha una sensazione di proiezione reciproca tra asini (sullo schermo) e uomini, anzi e Uomo (fuori dallo schermo). Le serie narrative, infatti, sono determinate da alcune didascalie che occupano tutto lo schermo, come nei film muti. Queste didascalie sono atti linguistici, propri dell’uomo, che mettono in ordine e in senso una serie di comportamenti asinini.

Un esempio, il secondo episodio.

Un uomo (con una faccia straordinaria, brutale, dura) conduce attraverso una campagna un’asina e, superando la sua ostinata riottosità, la fa entrare in un’enorme cava di gesso, dove la lascia libera. Sull’asina, conclusa la discesa nella cava, compare al collo un serto di fiori. Le ultime immagini dell’asina, in questo episodio, ce la mostrano mentre con il suo serto di fiori esplora questo deserto bianco. A seguire c’è una delle pochissime sequenze del film senza asini: vengono chiusi i cancelli della cava e con un’enorme ruspa vengono spostati grandi massi a ostruire la via d’accesso (e d’uscita) alla cava. Queste il girato utilizzato nell’episodio.

In sede di montaggio, però, si aggiungono a queste riprese: il titolo dell’episodio, e cioè MEDEA; alcune didascalie contenenti frasi tratte da Medea-material, di Heiner Muller; il fatto che dall’entrata dell’asino nella cava e dall’inizio delle sue resistenze a procedere, il film prosegua in bianco e nero. L’effetto è forte. Proprio grazie alla naturalità dell’asina, al fatto che il suo comportamento non sia preordinato ma venga ripreso per quello che è, rispettandone, si direbbe in teatro, l’organicità, tutte le altre operazioni assumono una valenza particolare. La fisionomia dura dell’uomo che la conduce (associato al ruolo di Giasone) combattendone le resistenze con la violenza della sua tenacia (ma senza violenza fisica), il territorio desolato della cava di pietra (associato a Corinto), la sequenza finale con le porte che si richiudono e le strade che si sbarrano, la contraddizione tra l’architettonicità innaturale della cava, l’immagine di natura manipolata, trasformata e desolata che ne esce e i movimenti dell’asina col serto di fiori (associata al ruolo di Medea) al suo interno, danno a questo episodio grande volume e profondità, gli conferiscono un senso filosofico, incastonano la storia della “straniera” nella dimensione vasta del mito.

Gli asini in questo film, quindi, funzionano da alter-ego dell’Uomo, da suo specchio, come in un gioco di trasformazioni (l’animale è un uomo, o lo era prima, o lo sarà dopo? E quanto dell’uomo è nell’asino e viceversa? Ecc.) suggerendoci scorci di grande profondità e toccando molti registri (comico, drammatico, tragico, metafisico).

L’autore del film gioca sistematicamente con questo meccanismo, attingendo all’ampia mitologia di rapporti tra asini e uomini (l’asino e bacco, l’asino che porta a Gerusalemme Gesù, l’asino d’oro di Apuleio, ecc.), e riesce in questa maniera a interconnettere, attraverso l’asino, lo spettatore e temi di portata esistenziale, filosofica e religiosa.

Gli asini sono protagonisti e vettori: portatori di volontà autonoma, esseri misteriosi e altri da noi e, al tempo stesso, sono porte che si aprono per noi, verso il dentro e il fuori di noi.

Più sopra in questo scritto il concetto di “narratività” è stato presentato tra virgolette. Perché il meccanismo costruttivo dell’opera difficilmente potrebbe essere definito “narrativo”. La figura del polittico probabilmente descrive meglio il dispositivo architettato da Vasil’ev.

Gli otto episodi sono: Il monologo dell’asino, Medea, Bacco, Il palio, Marco il grande, Marco il grande II, La morte dell’asino, Esodo. Una traccia di narrazione consecutiva potrebbe essere ipotizzata dal quarto episodio. La ripresa di un palio asinino in toscana, prosegue con due episodi della vita di un asino, denominato Marco il Grande, molto famoso a Gualdo Tadino perché ha vinto molte competizioni, per poi proseguire con la sequenza dell’abbattimento di un asino a un macello e finire con una lunghissima sequenza in campo molto lungo che, associata alla parola esodo, suggerisce una dimensione metafisica dell’esistenza dell’asino (un’asina e un asinello su un grande campo dissodato ai piedi di un albero spoglio; un uomo trascina via l’asina, vincendo la sua resistenza; l’asinello, dopo parecchio tempo da quando quella è già scomparsa dall’inquadratura, segue autonomamente lo stesso percorso fatto dalla madre e dal suo padrone uscendo di campo). Come se dal palio in poi si suggerisse che l’oggetto della narrazione sia la vita esemplare di UN asino (battaglie, gloria, reclusione, morte, salvezza/uscita). Ma se è così, al tempo stesso non lo è. Lo nega innanzitutto il fatto che l’eventuale “vicenda” del film cominci solo dal quarto episodio e poi è lo stesso linguaggio filmico, meditativo, lento, contemplativo, a negare ogni possibilità di osservare il film in termini di vicenda. In realtà è una struttura in cui gli episodi si interconnettono in termini soprattutto tematici, si rispecchiano uno nell’altro e nel complesso disegnano un quadro unitario in cui episodi, parole e immagini assumono un valore mano a mano che se ne scoprono le rime interne, i rimandi, i rispecchiamenti, i simboli; operazione che avviene anche a schermo spento, dopo la visione del film.

Per finire.

Il film non è un film ordinario. Sarebbe stato assurdo, d’altronde, aspettarsi una cosa del genere da un maestro con la storia artistica di Vasil’ev. Eppure, nonostante sia il suo primo lungometraggio non connesso al suo lavoro teatrale è un’opera estremamente efficace, dotata di un potere di fascinazione raro. Certo esige un tipo di visione differente da un normale film di trama. Ma questo non va a suo detrimento, ma a suo dato caratteristico che va rispettato e che è capace di provocare un godimento artistico intenso. L’opera sin’ora è stata mostrata al festival di Rotterdam (2017), a quello del cinema non recitato di Mosca (2018), al festival del cinema russo a Londra (2019), al festival internazionale del cinema di Mosca (2019). In Italia nessuno dei festival a cui era stato proposto lo ha accettato nelle sue rassegne e l’unica proiezione è stata effettuata a Roma nel maggio del 2019 alla Casa del Cinema, organizzata dalla compagnia POSTOP. Bisogna dire che è un dato sorprendente. In definitiva come non essere quantomeno curiosi rispetto ad un film girato da un grande maestro del teatro russo interamente in Italia? E dopo averlo visto mi domando anche, come si fa a non aver colto il fatto che ci si trovava davanti ad un film assolutamente meritevole di essere mostrato? Non so dare risposte, non avendo avuto occasione di parlare con i vari selezionatori e non conoscendo i criteri che hanno presieduto alle varie selezioni. D’altronde è un film così a-temporale, così fondato sul mito, che vederlo nel 2016 o nel 2020 cambia poco. Vale la pena in tutti e due gli anni e anche in anni a seguire.

Asino scritto e diretto da Anatolij Vasil'ev, produttori Yur Krestinsky e A. Vasiliev, musica composta da Giovanni Sollima, operatori Ruslan Fedotov e Alexandra Kulak, sound design Michele Braga, Trikita Entreteinment, Svizzera, 2017.

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