Speciale Biennale 2019 / Ma sul Padiglione Italia facciamo finta di niente?

Antonello Tolve

Ogni due anni, in occasione della Biennale, si spara a zero – alcuni non vedono l’ora di farlo – sul padiglione di turno, sulle incongruenze, sulle poco eleganti scelte culturali e su qualsivoglia pelo nell’uovo che si va cercando sotto i bagliori della laguna veneziana, dove è fortunatamente ancora viva una qualche attenzione internazionale. Anche se non molto felice di far fuoco su un progetto curatoriale, questa volta non posso non associarmi a tutti quei conoscenti amici colleghi o semplici compagni di viaggio che non conosco e che forse non conoscerò mai, nel definire il Padiglione Italia la Pattumiera d’Italia: e non quella discarica da cui un poeta elegante come Zanzotto poteva far nascere qualche timido helianthus tuberosus: no, proprio quella pattumiera intellettuale che lascia l’amaro negli occhi e che fa venir rabbia soltanto a leggere quale e quanta inconsistenza, quale e quanta fatuità d’insieme. Neanche il Padiglione di Sgarbi, in diebus illis così bistrattato e ridicolizzato per partito preso, ha toccato le mollezze di questo nuovo progetto firmato da Milovan Farronato: certo con Sgarbi eravamo di fronte a un horror pleni da svuotare (e almeno il suo progetto era provocatorio), con Farronato siamo di fronte a un horror vacui da riempire. L’aver puntato su tre artisti, tutti in residenza a Stromboli nel format cultural-vacanziero Volcano Extravaganza proposto da Fiorucci Art Trust e curato proprio da Farronato non è scandaloso: sappiamo che Chiara Fumai e Liliana Moro sono state invitate alla prima edizione (2011), mentre Enrico David (che vive a Londra, proprio dove ha sede il centro di ricerca artistica fondato dalla collezionista Nicoletta Fiorucci Russo) a quella del 2013, dopo l’elegante Repertorio Ornamentale presentato alla Fondazione Bevilacqua La Masa (2011) curato naturalmente da Farronato e il cui catalogo è stato prodotto sempre dalla Fiorucci. Non è scandaloso perché è ricerca curatoriale che viene da lontano, perché è riflessione sulla propria storia personale e sugli artisti con cui ci si rapporta e con i quali si intessono dialoghi costruttivi, col tempo e nel tempo a volte sempre più solidi. E si badi, non è scandaloso neanche che siano soltanto tre gli artisti invitati (tra loro in comune c’è l’essere nati nel Bel Paese), quanto piuttosto, e qui il vero scandalo, di aver confezionato un progetto superficiale, fiacco, senza contenuti, privo di ogni forza riflessiva: altro che labirinto. Possibile che si debba ancora riprendere in mano il labirinto senza poi neanche lavorare sulla forza del labirinto? Qualcuno dovrebbe far capire al curatore del Padiglione Fiorucci&Gucci – non ci giriamo intorno e chiamiamo questo progetto con il suo vero nome – che la radice del labirinto è uno scavo linguistico, e che il labirinto è legato al mito di Δαίδαλος (Dedalo, l’artiere del pensiero umano) alla cui radice (δαιδάλλω, ovvero lavoro con arte) è stipato l’intero discorso sull’uomo e sulla sua sfera intellettuale.Né altra né questa: la sfida al Labirinto, perdindirindina il titolo è indecente: forse sarebbe stato meglio se preso a prestito da un elegantissimo Sanguineti: «quasi laborem / habens intus», vista la aderenza che si è voluta creare sotto l’ala riparatrice della letteratura. Che significa poi né altra né questa? Né questa né quella? Né sopra né sotto? Ma sì ma no ma su ma dai?

L’idea, in vero patetica e semplicistica, di rifarsi a alcuni stilemi letterari utili a nascondere l’inconsistenza di fondo e il flop riflessivo (saltano fuori, alla rinfusa, i nomi di Borges e di Calvino), rende tutto ancora più debole e a ben vedere consegna, visibilissima, l’assenza di un assunto teorico.

A parte la faciloneria e la frivolezza dei contenuti che si collegano all’ancor più orrendo May You Live In Interesting Times dove tutto è confezionato come in una fiera (forse ci si preparava per tempo a Art Basel), l’errore grave mosso da Farronato è quello di aver disegnato il Padiglione con un allestimento creativo talmente egocentrico (troppo glamour, troppo esibizionista) da far perdere di vista le opere, affogate in una ridondanza narcisistica (di natura verticale e non orizzontale) che non le fa respirare, che non le mostra e anzi le schiaccia letteralmente: e hai voglia a dire che lo spettatore è libero di scegliere o di perdersi in uno pseudolabirinto di cartongesso: il risultato è sempre Farronato, Farronato, Farronato, Farronato, Farronato.

Il vero grande problema non è però il progetto presentato da Milovan Farronato ma la scelta della commissione esaminatrice che, a seguito d’una «procedura di selezione a cui sono stati invitati a partecipare curatori rappresentativi del panorama artistico nazionale, selezionati in considerazione dell’esperienza maturata e della qualità della ricerca scientifica svolta in Italia e all’estero», ha optato proprio su questo laborintus: e il perché lo sappiamo, è una questione puramente economica perché delle varie idee presentate dai curatori invitati, quello di Ferronato – e in commissione probabilmente ne avevano pieno sentore – sarebbe stato profumatamente finanziato da un cospicuo contributo privato da accorpare all’esiguo budget (“appena” 600mila euro) della Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, che fa capo a Federica Galloni. Proviamo a indovinare chi sono i Main Sponsor? Ma non ce n’è bisogno: sono sempre loro, Gucci e FPT Industrial di Nicoletta Fiorucci Russo. E il Main Donor? Ancora una volta lei, Nicoletta Fiorucci Russo.

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