Archeologia di una calunnia

Eugenio Salvatore

Tra i tanti riferimenti alla cultura degli ultimi presenti nella sua produzione musicale, Franco Battiato parla in Voglio vederti danzare di «danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti». Si tratta di praticanti del nestinarstvo, una danza tipica della regione Balgari (al confine con la Turchia). Il rito è di origine pagana, si ispira a un salto nel fuoco compiuto da un giovane – Costantino – chiamato a questa prova da Dio per sostituirlo in terra, e si è tramandato nel tempo nonostante l’ostilità dalle gerarchie ecclesiastiche.

Il riferimento ai Nestinari è utile a inquadrare, sotto molti punti di vista, l’interessante volume di Enrico Testa sulla parola “malfamata” bulgaro. Il volume si apre con la condivisibile presa d’atto che, «nelle collettive rappresentazioni simboliche individuabili dalle nostre parti, bulgaro è segno di tristezza e di grigiore o di uso smodato del potere e d’inganno». Le ragioni di tanta sventura non vanno cercate soltanto nel prevedibile pregiudizio politico novecentesco, legato agli anni di dominazione comunista e alla guerra fredda. A questo elemento, si sommano sul giudizio italiano (e più genericamente occidentale) altri fattori che risalgono molto all’indietro nel tempo – come la danza dei Nestinari, appunto.

Per questa ragione, nel volume si guarda al rapporto tra popolo bulgaro e Italia con un’ampia lente cronologica (a partire dal primo stanziamento dei bulgari in Italia a seguito dell’invasione longobarda nel 568) e un altrettanto esteso spettro spaziale, che include da una parte l’intera Europa occidentale e la sua considerazione verso i bulgari, e dall’altra l’appartenenza di questi ultimi ai popoli balcanici. Il presupposto dell’analisi è semplice e inconfutabile: «è difficile trovare, tra i termini che indicano le varie nazioni d’Europa, un etnonimo che, al pari di bulgaro, abbia avuto in Italia, negli ultimi decenni, una sventura così singolare marcando, in veste di aggettivo, la parola a cui si è trovato via via connesso di tratti costantemente negativi».

A conferma di ciò, l’autore elenca alcune locuzioni largamente diffuse nel linguaggio politico e giornalistico degli ultimi decenni: maggioranza bulgara, che indica un ampio successo elettorale macchiato però da «operazioni […] guidate dall’alto e prive di un libero dibattito»; editto bulgaro, con riferimento alle dichiarazioni rilasciate a Sofia dall’allora premier Berlusconi, che auspicava l’estromissione dalla RAI di Biagi, Santoro e Luttazzi; pista bulgara, come venne denominata un’ipotesi investigativa, poi rivelatasi priva di fondamento, che legava i servizi segreti bulgari ai “lupi grigi” che misero in atto, per mano di Ali Agca, l’attentato del 1981 contro Giovanni Paolo II; ombrello bulgaro, sintagma legato all’omicidio dello scrittore dissidente Georgi Malkov (settembre 1978), forse avvenuto per causa di una capsula di cianuro impiantata in un ombrello che colpì l’intellettuale (anche in questo caso l’ipotesi che legava il fatto ai servizi bulgari non venne mai accertata); chiave bulgara, sintagma usato dal «Corriere della Sera» (settembre 2017) per indicare il sistema di infrazione di un domicilio privato usato da una banda di malviventi, che però erano di origine georgiana. Questi sintagmi sono tanto affermati nel linguaggio giornalistico italiano che chiave bulgara è anche il soprannome attribuito da «Il Secolo XIX» al centravanti bulgaro del Genoa Galabinov; mentre, ad esempio, nel titolo della testata open.online del 20 maggio 2019 si legge: «L’editto bulgaro al contrario. Salvini: “Più Lerner parla, più la Lega guadagna voti”».

L’uso di queste locuzioni è basato sul presupposto comunicativo dell’eccezione, del mostrare attraverso un etnonimo che si sta parlando di altro da noi. E ciò si realizza perché, «legando costantemente un etnonimo, in veste di aggettivo, ad elementi negativi, il portato enciclopedico dei secondi agisce sul primo trasformandolo in uno stereotipo». La realizzazione di questa «scorrettezza etnografica» ha radici profonde e antiche, sia linguistiche sia storico-culturali. Per le prime, basti pensare alle molte forme derivate dal latino bulgarus ancora usate nei dialetti romanzi (ad esempio buggerata per “stupidaggine”, buggerasse per “infischiarsene”, il francese bougre, prima “eretico” e poi riferito alla sfera scandalistica della sessualità); e non mancano usi letterari di derivati dall’etnonimo latino, come le buggere (“chiacchiere inutili”) usate da Nievo, la buggerona (“donna puzzolente”) da Rustico Filippi o il buggerio (“chiasso, confusione”) da Carducci.

Venendo alla sfera storico-culturale Testa tenta di spiegare, con dovizia di informazioni, perché questa infima considerazione riguarda proprio i bulgari. In realtà, il pregiudizio occidentale colpisce più estesamente l’area dei Balcani, il cui «toponimo è […] divenuto, con i suoi derivati verbali e sostantivali, l’interprete di una vicenda complessa in cui agli equivoci s’incrociano molteplici ragioni e fatti storici»; si pensi ai significati di balcanizzare e balcanizzazione. Su questa considerazione incisero senz’altro i racconti, non sempre obiettivi, dei viaggiatori occidentali sette-ottocenteschi, che contribuirono a plasmare lo stereotipo dei balcanici come «la faccia sporca dell’Europa». La compresenza di vari gruppi etnici, l’assenza di un’idea “occidentale” di identità nazionale, la guerra degli anni Novanta (non a caso chiamata balcanica e non jugoslava) hanno determinato uno stigma onnicomprensivo verso questi popoli, accentuato dalla retorica – auto-assolutoria per l’Occidente – che vede nell’omicidio commesso da Gabrilo Princip (giugno 1914) il motivo scatenante della prima guerra mondiale.

Per comprendere i cascami culturali che accompagnano lo stigma specifico verso i bulgari bisogna invece risalire indietro di oltre mille anni, al movimento eretico di natura manichea dei bogomili, affermatosi in Bulgaria nel IX secolo e con molti punti di contatto con i catari. I principi religiosi (e le loro ricadute politiche) dei bogomili vennero osteggiate per secoli, e «il ripudio delle gerarchie, le visioni che pongono alla base del mondo il principio del male dovevano essere spazzati via» sia per il potere politico sia per quello ecclesiastico. Questi principi hanno contribuito a rafforzare l’iconografia del “carattere” asettico dei bulgari, distaccati rispetto a tutte le dominazioni politiche che si sono succedute (l’attenzione degli occidentali si rivolge in particolare ai periodi ottomano e comunista).

L’etimo dell’etnonimo, oscuro e irrisolto, ha da par suo alimentato l’aura di ignoto intorno ai bulgari. Un’aura che, come si è visto, si alimenta grazie a «un innesto, assai produttivo nella nostra lingua, tra motivazioni vicine nel tempo e ragioni di lungo o, meglio, lunghissimo periodo». A ciò si può aggiungere l’attuale condizione della Bulgaria, «indubbiamente segnata da forti tratti di fragilità istituzionale, economica e democratica». Insomma, riprendendo le parole di Todorov, Testa osserva che la Bulgaria è stata spesso ritenuta dagli occidentali «l’avanguardia più avanzata dell’Oriente verso l’Occidente»; ciò ha determinato una considerazione negativa facilmente attribuibile a una popolazione geograficamente vicina ma lontana (o apparentemente tale) sotto tutti gli altri punti di vista.

Enrico Testa ricostruisce in modo convincente i connotati di questa “lontananza”, con un solido ancoraggio della sua ipotesi di lavoro ai fatti storico-linguistici che hanno plasmato nel tempo una sorta di bulgarofobia, ancora ben riconoscibile nei tic linguistici della comunicazione contemporanea. Leggendo questo volume vien voglia di essere bulgari (per una sorta di spirito di compensazione), e al contempo di non esserlo per evitare una considerazione “malfamata” che è, con ogni evidenza, infondata. All’autore il merito di averne mostrato le ragioni.

Enrico Testa

Bulgaro. Storia di una parola malfamata

il Mulino, 2019, 142 pp., € 12

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