Ngugi, sguardi attraverso le crepe del colonialismo

Foto di gruppo alla Alliance High School (Ngugi è il secondo da destra nella prima fila in piedi)

Enrico Terrinoni

Finché gli uomini avranno respiro, e gli occhi vista, / vivranno questi versi, e ti daranno vita... Con i sonetti Kariuki dava prova dell’immortalità delle creazioni letterarie: nel 1956 in un’aula del Kenya leggevamo parole scritte da qualche parte a Stratford-upon-Avon o per le strade di Londra da un Bardo morto nel 1616”. Kariuki era uno degli insegnanti indigeni alla scuola britannica Alliance, in Kenya, frequentata da Ngu˜gı˜ wa Thiong’o negli anni dell’adolescenza. Il suo ricordo, nel memoir Nella casa dell’interprete appena uscito per Jaca Book nella musicale traduzione di Maria Teresa Carbone, è tra i più dolci e delicati: “Sebbene insegnasse tennis e letteratura, la sua vera passione era la musica. Non rientrava nel programma, ma sostenendo che la musica era la porta d’accesso alla letteratura, e in particolare alla poesia, appena poteva ci faceva ascoltare classici europei, Beethoven, Mozart e Bach”.

Avere un insegnante con una visione slegata dal meccanicismo del rapporto docente-discente e capace invece di invadere altre sfere, di aprire portali inaspettati, è una vera fortuna. Tutti i grandi scrittori, poeti e intellettuali hanno avuto grandi maestri, buoni o cattivi che fossero. La grandezza di una mente si giudica dal suo non avere confini, non dal suo attenersi agli schemi. Ma alcuni, tra i grandi maestri, restano innominati, e la loro esistenza è consegnata all’ombra. Non nel caso di Thiong’o, che scrive questo suo ulteriore libro di reminiscenze puntando tutto, e sin dall’inizio, sul ruolo fondamentale dell’istruzione.

Un’istruzione di tipo coloniale, prevalentemente imitativo, è vero, ma attraverso le cui crepe è possibile scorgere la luce, come spiega Leonard Cohen; e individuarne le crepe significa esser capaci di decostruire un sistema fino al punto di riuscire a vederne anche il bene: “I testi inglesi erano il canone e l’Europa rappresentava il punto di riferimento culturale. Ma Kariuki… introdusse un elemento giocoso nello studio della letteratura”. Il gioco della letteratura, che questo insegnante lungimirante e sognatore intravede nella partita a scacchi delle parole, ha aiutato a vivere, e non solo a sopravvivere, il futuro scrittore il quale sperimentò nell’intimo un dissidio tra il sistema in cui venne mandato ad apprendere, la realtà familiare rimasta nel villaggio, e quella de fratello, che quel sistema combatteva nascosto tra le montagne assieme ai compagni dei Mau Mau.

La causa rivoluzionaria affiora non solo nei ricordi che Thiong’o ha del fratello, ma appare un bordone continuo nelle sue riflessioni, colorandone ogni considerazione, persino la sua peculiare resistenza che non è acquiescenza nei confronti del nemico, ma al contrario, una forma alternativa, e assai efficace, di contrastarlo.

Il dissidio personale che innerva il testo consente di comporre sì una autobiografia ma anche il ritratto di una nazione attraverso un contesto coloniale. Contesto un cui l’istruzione gioca un ruolo di primo piano. Qualcosa di simile è accaduto in una colonia distinta e distante, l’ultima colonia d’Europa è stata chiamata, l’Irlanda del Nord, dove la parificazione a livello scolastico tra le due maggiori comunità negli anni settanta. Questa andò a sfidare una vera e propria educational apartheid, e fu uno dei motivi principali che innescarono un processo di pace ancora non concluso, ma che prese le mosse proprio dallo sviluppo di capacità e competenze politiche e culturali (e non solo militari) da parte di una fascia di popolazione a cui tante opportunità da quel punto di vista venivano sistematicamente negate.

Nel libro di Thiong’o tutto giocato all’interno di dinamiche ancora molto legate a una colonizzazione assai repressiva, in grado tuttavia di lasciare qualche minimo spazio alla non assimilazione. Quando un altro insegnante, stavolta non indigeno ma britannico, Carey Francis, elogia l’operato di Churchill perché “aveva mobilitato il mondo per sconfiggere Hitler”, l’alunno Thiong’o è in grado di ascoltare quelle parole non solo con il beneficio del dubbio, ma, grazie ancora una volta al ricordo di un maestro andato, con la forza della critica interiore che poi prenderà corpo e forma nelle sue opere: “Le parole di Churchill giungevano con una tale forza di convinzione che era facile farsi trascinare dalle sue asserzioni, ma dentro di me risuonava sempre il richiamo alla cautela di Ngandi, l’amato mentore dei primi anni, che di Churchill aveva tracciato un quadro ben diverso, come di un combattente per la conservazione dell’impero. Ngandi aveva denunciato l’ingratitudine di Churchill per avere consentito al governatore Baring di dichiarare lo stato di emergenza in Kenya e avere mandato truppe britanniche per reprimere gli stessi kenioti che lo avevano aiutato a combattere Hitler e adesso volevano la libertà. Erano stati i conservatori di Churchill a riprodurre in Kenya i campi di concentramento di Hitler. Ngandi poteva essere uscito dalla mia vita, ma il suo modo di guardare il mondo e di mettere in dubbio la correttezza assertiva dell’autorità era rimasto vivo in me. Non avevo bisogno della sua presenza per aggiungere all’elenco delle malvagità imperiali la creazione dei villaggi di concentramento in tutto il Kenya centrale, visto che da uno di loro ero appena tornato. A causa di Churchill avevo perso casa mia”.

Queste parole richiamano un altro sorprendente parallelo con la lontana Irlanda, ovvero la discrasia tra la percezione di Oliver Cromwell quale un repubblicano amante della libertà in Inghilterra, e, guidato dalla furia dell’ odio religioso, come un sanguinario e spietato conquistatore in Irlanda (si veda l’eccidio di Drogheda tra i tanti).

Nel contesto delle colonizzazioni europee il ruolo della religione è fondamentale, e nel libro viene affrontato secondo percorsi per nulla scontati, legati alla letteratura. È nota, infatti, l’influenza di una famosa traduzione biblica sulla letteratura inglese, ossia quella commissionata da King James. L’autore-protagonista, nel testo, impara ad apprezzarne la lucida prosa, il ritmo pacato, l’assenza di verbosità, e dopo aver appreso la lezione (un po’ come si fa talvolta in classe quando, per insegnare i ragazzi a scrivere una tesi di laurea, li si incoraggia a studiare la limpida prosa del giornalismo di qualità), la gira a un suo compagno. Questi, amante della scrittura egli stesso, gli aveva sottoposto un manoscritto in cui però si eccedeva in espressioni mirabolanti e pompose: “Mandami altre pagine, risposi a Kenneth. Ma non usare paroloni. Rileggi la Bibbia e osserva come usa la lingua. Stavo per scrivere che Gesù parlava in un inglese semplice, ma mi trattenni”. Qualcosa di simile è da credere accada in certe zone dall’altra parte dell’Atlantico, in cui Jesus non è solo biondo, alto, e bianco, ma parla anche un ottimo inglese con accento americano.

La colonizzazione britannica del Kenya fu improntata a un inevitabile eurocentrismo che permeò poi i contenuti stessi dell’insegnamento: “Questa tendenza a fare dell’Europa il punto di riferimento per l’esperienza umana era acuita dal contenuto e dall’approccio anche di altre materie. In geografia il paesaggio europeo, le montagne, i fiumi e i siti industriali erano le forme primarie a cui le versioni africane, naturalmente secondarie, si potevano solo porre in contrasto…. A lezione di storia, viaggiavamo nell’Inghilterra del xvi e del xvii secolo, ammirando una galleria di baldanzosi eroi. Anche la storia africana era in larga parte la storia degli europei in Africa… Brillanti e capaci di evocare i drammi della storia, i nostri insegnanti, come quelli di altre scuole, seguivano un programma elaborato dalla commissione di esami di Cambridge”. A tutto ciò il protagonista non si ribella apertamente, ma sceglie la strada introspettiva del ragionamento, dell’elaborazione lenta, che tuttavia gli consente di aver sempre presenti i contrasti lampanti non solo della sua situazione, ma anche dello stato in cui versavano la sua famiglia e la sua comunità. Rimaste nel villaggio sono guardate a vista da check-point e dall’alto di Torri di Guardia che non sembrano troppo lontane da quelle che potevano vedersi a Belfast fino a una ventina di anni fa: “Di colpo, all’apparenza dal nulla, sentii un comando: alt. Dopo un silenzio surreale il ponte levatoio venne abbassato. Avevo lo stomaco chiuso mentre lo varcavo. Sotto il ponte c’era un fossato profondo, coperto di filo spinato e cosparso di aguzzi spunzoni di legno. Al cancello, armato dei documenti e della divisa scolastica, dichiarai lo scopo della mia venuta e venni fatto entrare… Ero in un campo militare, e la mia unica armatura era la divisa della Alliance che avevo addosso”.

L’adolescenza vissuta come un andirivieni tra la scuola prestigiosa e il villaggio militarizzato travasa poi nel racconto di una crescita culturale che culmina nell’ottenimento di un posto di lavoro proprio come insegnante. E nel momento va a compiersi la sua carriera, accade qualcosa di assai perturbante, kafkiano quasi, ma di cui non si darà conto in questa sede, che non deve concedere spoiler. Bastino a fornirne qualche barlume una manciata di frasi scelte qua e là dall’ultimo capitolo: “Non è solo l’incertezza di che cosa accadrà dopo”; “Sono in un limbo. L’assurdità della mia situazione aumenta”.

Nella casa dell’interprete è un libro che sa rivelare molto, anche nel senso di anteporre alla nostra visione ulteriori veli, ulteriori ombre, che però, come insegnava il Nolano, possono da un lato trascinarci nella tenebra, ma dall’altro anche proteggerci dalla luce. Perché la luce può illuminare, ma pure accecare; e questo, Thiong’o, in tutte le sue vicissitudini scolastiche, sembra averlo appreso assai bene.

Ngu˜gı˜ wa Thiong’o

Nella casa dell’interprete

traduzione di Maria Teresa Carbone

Jaca Book 2019

2 risposte a “Ngugi, sguardi attraverso le crepe del colonialismo”

  1. L’ AMORE è più forte di Morte. Insegnamento e Costituzione …

    “Finché gli uomini avranno respiro, e gli occhi vista, / vivranno questi versi, e ti daranno vita… Con i sonetti Kariuki dava prova dell’immortalità delle creazioni letterarie: nel 1956 in un’aula del Kenya leggevamo parole scritte da qualche parte a Stratford-upon-Avon o per le strade di Londra da un Bardo morto nel 1616”. Kariuki era uno degli insegnanti indigeni alla scuola britannica Alliance, in Kenya, frequentata da Ngu˜gı˜ wa Thiong’o negli anni dell’adolescenza. Il suo ricordo, nel memoir Nella casa dell’interprete appena uscito per Jaca Book nella musicale traduzione di Maria Teresa Carbone, è tra i più dolci e delicati: “Sebbene insegnasse tennis e letteratura, la sua vera passione era la musica. Non rientrava nel programma, ma sostenendo che la musica era la porta d’accesso alla letteratura, e in particolare alla poesia, appena poteva ci faceva ascoltare classici europei, Beethoven, Mozart e Bach”. (E. Terrinoni, “Ngugi, sguardi attraverso le crepe del colonialismo” – sopra)

    L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO: “AMORE E’ PIU’ FORTE DI MORTE” (Cantico dei cantici: 8.6). Un omaggio a William Shakespeare e a Giovanni Garbini (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=385)

    CHI INSEGNA A CHI CHE COSA COME?! QUESTIONE PEDAGOGICA E FILOSOFICA, TEOLOGICA E POLITICA INSEGNAMENTO E COSTITUZIONE (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5418)

    Federico La Sala

  2. Ho sentito tanto Chinua Achebe in questa recensione su Ngungi: la mia passione per la geografia è cresciuta quando ho capito che non si può fare storia senza tutta la geografia, umana, economica e sociale.
    Grazie.

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