Umberto Fiori, il desiderio di essere ognuno

Simone di Biasio

Nella “Lettera sull'umanismo” Martin Heidegger scrive, in risposta a Sartre, che «il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa casa». Umberto Fiori è poeta che cammina quotidianamente in mezzo agli sfollati, a tutti gli sfollati dalla lingua che noi siamo, tra le macerie del quotidiano: questo atteggiamento si è rivelato in ogni libro che ha preceduto l'appena uscito Il Conoscente: basti pensare che la sua opera prima in poesia s'intitola “Case”; poi vennero “Esempi”, “Chiarimenti”, “Parlare al muro”, “Tutti”. Ora, se potessimo scegliere un titolo alternativo a “Il Conoscente”, diremmo: “Ognuno”. Corre una differenza tra tutti e ognuno: il primo è uno sguardo (all')intero, dall'alto, il secondo afferisce a “ogni minima parte”, e ciò implica addentrarsi, vedere da vicino: salto di prospettiva.

Classe 1949, figlio di un partigiano della Resistenza di Sarzana, laurea in filosofia, voce e autore di testi degli Stormy Six (storico gruppo rock Anni '70 che aprì il primo tour italiano dei Rolling Stones), oggi Fiori vive a Milano. Con il Conoscente presentato nel titolo, il poeta è il protagonista della vicenda letteraria, ma al contempo il Fiori del testo è un io fuori da sé: è il camminante che ora percepisce la propria stessa presenza, ne analizza gli strumenti di comprensione, si fa in-seguire da sé altro da sé.

Il Conoscente si presenta come un Virgilio, sebbene più sferzante: accompagna Dante in questa Commedia che non ha traguardo. Riprendendo la differenza ontologica di Heidegger, il filosofo di “Essere e tempo” che Fiori cita, il Conoscente non è Ente, è Essere. Un Essere che si prende gioco dell'Ente, del linguaggio casa dell'Essere. Sullo sfondo un Purgatorio di provincia, alte case i cui piani prendono il posto dei gironi: anime scontano contrappassi in relazione alla loro vita, riconoscono a stento gli ospiti, li deridono: «“Ma in che epoca vivi? Credi ancora di essere, | di chiamarti, di dire? Svegliati, bello!». Lo stesso Conoscente pungola costantemente Fiori: «“Li conosco, i tuoi sedici lettori: | nome e cognome potrei dirti, città, | telefono, indirizzo... | Già, ma tu | pensi al dopo, lo so: pensi alla gloria | che verrà. Pensi alle generazioni | future... Me li vedo i ragazzini, | tra cinquant'anni, darsi appuntamento | ogni primo mercoledì del mese | sul sagrato del Duomo | per commentare – in arabo? In cinese? - | le tue opere omnia. | Se pure ci saranno ancora opere, | libri, carta, scrittura. Se ci saranno | ancora uomini”». Poi incalza:

«Il Conoscente si ferma, mi afferra un braccio, | stringe gli occhi a fessura, storce la bocca, | mi declina a mitraglia titoli, date: | tutta la striminzita bibliografia. | E giù una bella pioggia di elogi epici; | poi la lista dei temi di cui 'mi occupo': | l''alienazione metropolitana', | i 'problemi di comunicazione', | il Wohen, il Mitsein (calzone | farcito, pizza ai funghi, napoletana, | quattro stagioni, eccetera). | Persino intere poesie mi recita. | Voce pastosa, aria ispirata, come | il peggiore dei guitti. || A stento le riconosco. | Io li avrei scritti, | questi mugugni, questi brontolamenti, | questi annunci – ritardo alla stazione?».

Il Conoscente trascina Fiori in mezzo agli Enti e, come Virgilio, lo presenta a loro: deve superare delle prove per dirsi Ente, perché lui sia l'Esserci dell'Uomo. Il Conoscente lo invita ad unirsi agli Enti, che chiama “cantori”, lo sprona a «“Essere un coro” (...) | “Non è, da sempre, questo | che vuoi?”». Essere coro: non è questo ciò di cui difetta il poeta contemporaneo? Non essere tutti (“Tutti” come l'omonimo libro di Fiori), ma essere ognuno (come quest'opera suggerisce), stare in ogni minima parte. Il Conoscente, però, non è mai tenero nei confronti di Fiori:

«“Di cosa ti vergogni? Vuoi che la gente, | qua intorno, sappia chi sei? Questi versi | - che peraltro potrebbero essere miei - | non si sogna nemmeno di giudicarli. | Non gliene frega niente. | Capirli, poi, mi sembra veramente | l'ultimo dei problemi. Tèmi che | ti prendano per matto? Ma se sei | più normale di questo marciapiede... | Tutto Vorhandenheit, tutto Gerede... | Piatto, scontato, terra terra...”».

Fiori è visibilmente frastornato: «il problema non era il Conoscente: | ero io, era il Conosciuto». «Qui non c'è niente da curare, | se non la cura», aggiunge il Conoscente. Ecco un altro principio heideggeriano, legato al “coro”: il senso dell'esistere dell'Esser-ci (Da-Sein) può compiersi solo attraverso la Cura, cioè prendendo la cura di qualcuno (o di ognuno?). Fiori sostiene più volte di avere lasciato, in letteratura, la prima persona, di aver respinto l'ego (titolo di una sezione del libro), sebbene il Conoscente continui a verificare la sua tenuta: «“Vedi: io... io... | non dici altro. Lo so quanto ti piace | - fin da bambino – lasciare tutti soli, | chiuderli fuori | e startene tranquillo in compagnia | di Umberto Fiori...”». Fiori, stanato, prova a difendersi:

«ci sono giorni | in cui, mentre i miei simili mi parlano, mentre ragionano insieme a me che ragiono, | sento montare invece una gioia altissima. | Una gioia che è molto più che mia. | Sento, tra noi, un bene |(...) Un bene che ci precede. | È da lì | che vengono le parole. (…) | Non c'è più Io, non c'è | più Prossimo».

Essere il coro, unirsi in canto agli altri: fine che il mezzo poetico ha rimosso. Cura e coro; essere cura e essere coro. Etimologicamente “coro” è danza accompagnata dal canto, mentre “cura” deriva dalla radice “ku” di “osservare”, e anche “ascoltare”: la cura ascolta il coro, lo osserva. Tuttavia la Cura ha una faccia umbratile, quella che Heidegger chiama “deiezione”, la “dittatura del -si”, il regime del riflessivo: “si” cerca, “si” desidera, in nome di un impersonale impulso, al comando d'un ordine che è collettivo, senza fine, irrisolto. Occorre tornare al -ci, al “Da-Sein”, dunque. Al coro, a noi? No, a “Ognuno”, propone Fiori. Siamo un popolo di ognuno, un coro di ogni io; non tutti, tutt'uno. Non curarsi, ma curarci: r-incorarci. Avere in cura gli altri significa avere in coro gli altri.

Ma il poeta cade in un'ennesima trappola, quando sente parlare un uomo in una lingua infarcita di luoghi comuni, e monta la rabbia: «“Se le troiate che spari | sai farfugliarle quasi in italiano, | se puoi curarti la lebbra | che ti consuma quel culaccio da cane, | è grazie a gente come loro, grébano! | Al vostro pane e aglio, alle vostre tare | bisognava lasciarvi, brutte canaglie». Il Conoscente ha il ghigno di chi aveva previsto la mossa, di chi irride l'avversario: «“(...) non era forse in nome suo | che lottavate? Il popolo, le masse... Eccoli: Olindo. E adesso che comanda | invece di rallegrartene | lo insulti e lo aggredisci. | (...) Altro che fratellanza, democrazia... | Che cosa sei nel profondo, si è visto: | un reazionario, un razzista”». Fiori annaspa. Cerca un alibi, un appiglio.

«“(...) Sogno di far parte di quegli uomini | (…) non migliori | di altri, non dico questo; | ma che si ritrovano ad avere dentro | - come ti posso dire? - | un seme che fermenta, un bene | - piccolo o grande – che punge, | che preme, che trabocca, | e pur di liberarsi di quel peso | lo danno agli altri, si lasciano mungere (…).”». «“Che bella immagine: | uomini-mucca! Ma bene... Ti piace, vero? | Quest'idea sono anni che la rigiri, | che la stringi al cuore, che ti ci gongoli. | Ma – stammi un po' a sentire: chi l'ha detto | che è utile, il vostro latte? Chi l'ha deciso” | obietta il Conoscente».

Mentre Fiori è al tappeto, nel racconto in versi si apre la quinta parte. «Come dal nero di un colle la luna piena, | dai larghi rami di schiuma della battigia, | nuda, svelta, grondante, | è sorta Selva.» Verso di essa Fiori ha una subitanea attrazione: intravede la “Lichtung” heideggeriana, la radura che lascia filtrare la luce per pochi istanti, penetra nel nel fitto dialogo tra luce e ombra. Selvatico: se penso alla mia, di lingua, mi viene in mente che in dialetto suona “salvatico”, ovvero salvezza e selvatico, selvaggio e salvifico. Fiori risente «il verso selvaggio». Se Selva è poesia, Fiori si è unito alla lingua, alla “Sprache”. È entrato nella Casa. Lo fa poco dopo che aveva sfogato la rabbia, la frustrazione in pianto, «Ma a commuovermi | non era stato proprio il riflesso | che di me stesso saliva da quelle immagini? | Un'immagine, anch'io. Figura stata | - domani, ma già ora - | per sempre, una volta. Salva». La Selva salva: lingua aggettivo verbo. Selva è Beatrice, la Beatrice del XXXIII canto del Purgatorio che si apre proprio con un coro (il coro che Fiori desidera), il coro delle sette donne che custodisce un riferimento all'iniziale selva dantesca inaccessibile, ora scioltasi in radura, aperta. Al verso 54 Dante scrive “del viver ch'è un correre a la morte”, preconizzando l'essere-per-la-morte di Heidegger, l'angoscia dell'uomo per il suo essere un ente finito. Beatrice non è l'Essere, non è la Conoscente, lei è il cercato, ciò che si trova, una risposta: è il senso dell'essere. La Selva è il senso anche per l'Ente, per il Conosciuto, per Fiori. Nel canto XXXIII così Dante si rivolge a Beatrice: “Madonna, mia bisogna | voi conoscete, e ciò ch'ad esse è buono” (vvv. 29-30). Lei è Selva perché è “Lichtung”, radura: “Ma perch'io veggio te ne lo intelletto | fatto di pietra e, impetrato, tinto,| sì che t'abbaglia il lume del mio detto” (vv. 73-75). Dante è “puro e disposto a salire alle stelle”, dunque de-sidera, fissa attentamente le stelle, come Fiori de-sidera il coro, e lo fissa, scruta il linguaggio accendersi nella casa di ognuno.

Umberto Fiori

Il Conoscente

Marcos y Marcos, 2019

Il Conoscente sarà presentato a Roma all'interno del Festival delle letterature il 26 giugno alle ore 17 presso la Casa delle Letterature. Interverranno, insieme all'autore, Simone di Biasio, Claudio Damiani e Paolo Febbraro. 

2 risposte a “Umberto Fiori, il desiderio di essere ognuno”

  1. articolo scritto molto bene (come del resto gli articoli di alfabeta scritti da ( persone) che sanno scrivere…).
    Ma io ci vedo solo la morte della sinistra.

  2. DANTE, L’USCITA DALLA “SELVA OSCURA”, E L’APPRODO AL “PARADISO”: RI-NASCERE …

    ALBABETA 1, ALBABETA 2! “Pietro” ha colto pienamente nel segno e detto “la cosa” essenziale: “io ci vedo solo la morte della sinistra”! Con Heidegger, infatti, non si esce dalla Selva Nera (né dai “Quaderni Neri”), così come con Hegel non esce dal “cerchio di tutti i cerchi” – dalla “Scienza della Logica” dall’Inferno!!! Qualcuna ha già detto, anni fa, “sputiamo su Hegel” (ma tutti e tutte continuano a “civettare” con Lui” – “Napoleone”! Il potere “se-duce”, seduce – in memoria di “Giulio Andreotti”)!

    Ad apprezzamento della ricerca poetico-filosofica portata avanti e, tuttavia, contro la perversione del discorso hegeliano prima ed heideggeriano dopo – e, ancora, a chiarimento della totale incompatibilità di Dante con Hegel e con Heidegger, mi sia lecito (e mi auguro che le note sia degne di attenzione), si cfr.:

    A) HEIDEGGER, KANT, E LA MISERIA DELLA FILOSOFIA – OGGI.
    (…) Ancora oggi, ci sono studiosi che sembrano “prendere sul serio il profetismo di Heidegger” e insistono a dare credibilità ai sogni dei visionari e dei metafisici (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4790);

    B) STORIA E MITO. GIASONE, “L’OMBRA D’ARGO”, E “VENTICINCINQUE SECOLI” DI LETARGO.
    DANTE, ERNST R. CURTIUS E LA CRISI DELL’EUROPA. Note per una riflessione storiografica (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908)

    C) “CHI” SIAMO NOI, IN REALTÀ. RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTÀ: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4198).

    Federico La Sala

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