Poesia ed ecologia

Alberto Comparini

Nella moltitudine di -ismi (modernismo, postmodernismo, strutturalismo, post-strutturalismo, et cetera) e di turns (linguistico, culturale, temporale, spaziale, et simila), l’ecocritica ha assunto un ruolo di primissimo piano negli studi di teoria e letterature comparate, in particolare negli Stati Uniti, dove l’ecocriticism ha ormai raggiunto uno stato accademico di un certo prestigio.

Quel campo di indagine che un tempo sembrava appartenere a una dimensione esclusivamente etico-politica – un aspetto, quest’ultimo, ancora presente nei contributi ecocritici meno solidi – oggi rappresenta uno dei terreni interdisciplinari più ricchi, dove letteratura e scienza, e più in generale le scienze umanistiche, producono, o ambiscono a produrre, nuove forme di pensiero attraverso lo studio di forme simboliche che afferiscono (per lo più) al dominio della prosa. Con le dovute eccezioni: il mondo (letterario) che Robert Pogue Harrison racconta in quell’orizzonte epistemico che è stato definito esistenzialismo ecologico (ecological Existentialism) – da Forests. The Shadow of Civilization (1992; Foreste, Garzanti 1995) a Juvenescence. A Cultural History of Our Age (2014; L’era della giovinezza, Donzelli 2016) – prende in considerazione un corpus estetico plurale che comprende poesie e romanzi, raccolte di racconti e pièces teatrali, saggistica e discorsi pubblici.

Da diversi anni, tuttavia, anche gli studi “continentali” hanno accolto questo spazio di indagine di matrice ecologica: il dossier Ecopoetry. Poesia del degrado ambientale curato da Niccolò Scaffai – autore della recente monografia Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (Carocci 2017) – per la rivista «Semicerchio» (2018) ne è certamente uno degli esiti più felici, per almeno due ragioni. In primo luogo, esso tenta di ribaltare, con successo, questo “paradigma narrativo” dell’ecocritica affrontando, per via tematica, la poesia ecologica e le sue rappresentazioni del “degrado”. Da cui segue il secondo motivo: Ecopoetry indaga, o meglio attraversa una particolare dimensione fenomenologica del reale, una realtà, per l’appunto, degradata e inquietante, che volutamente prende le distanze dal tradizionale concetto di Umwelt di derivazione romantica – ma anche settecentesca, se ci rifacciamo a quella interpretazione filosofica del mondo naturale (Naturphilosophie) che va da Kant a Schelling. Così facendo, si amplia ulteriormente la struttura semantica ed conoscitiva della Umwelt, intercettandone le sfaccettature più negative e mettendole in dialogo con le molteplici modalità di rappresentazione di cui la poesia è portatrice. Parimenti a questa scelta eterodossa, nella premessa al volume Scaffai rimarca altri tre aspetti cruciali dell’ecocritica: la necessità di ripensare il nesso tra tema e struttura; il ritorno alla dimensione diacronica della storia; e l’invito, o meglio, la sfida che la critica letteraria – e ça va sans dire, la letteratura – raccoglie quando decide di occuparsi di questioni ecologiche attraverso le strutture simboliche dell’arte.

Il rischio maggiore di questi lavori interdisciplinari – non solo ecocritici, ma anche post-coloniali e post-umani, per fare due esempi particolarmente attuali e controversi nel dibattito pubblico e accademico – risiede proprio nella «subordinazione del discorso critico e letterario alla portata etico-civile dei problemi ecologici». La dichiarazione di intenti e la produzione saggistica di questo dossier hanno uno spettro sovranazionale e comparato, il cui spazio di indagine rimane in primis letterario (si avverte una sorta di difesa, o salvaguardia, della “testualità letteraria”, la cui centralità sembra essere sempre più minata dal dominio della teoria negli studi comparatistici nord-americani) e tocca, perifericamente, questioni ecologiche che appartengono ad altri domini: economia, politica, società. Ponendo al centro il testo e muovendosi intorno alle molteplici rappresentazioni dell’ambiente in poesia (e in ultima istanza anche nel cinema), Ecopoetry offre un’interpretazione di un sapere ecologico che attraversa senza soluzione di continuità la letteratura occidentale (ma non solo, come emerge dal saggio di Tommaso Meozzi sull’haiku francese).

Nella prospettiva del volume, l’ambiente è un tema che le forme letterarie hanno colto e rappresentato nel corso della storia secondo fisionomie plurali, una sorta di presente in perenne divenire radicato in una finestra storica da cui ogni autore è partito per sviluppare la propria indagine. In questo modo, storicizzando le forme della natura e della poesia, gli autori del dossier hanno letto le metamorfosi (spesso negative) dell’ambiente secondo determinate scelte politiche, sociali ed economiche – delle vere e proprie idee di mondo – di una precisa parentesi temporale della Storia, che va dal medioevo latino ai giorni nostri. In questo senso, la prospettiva temporale qui adottata più che seguire un percorso diacronico sembra accettare, o sperimentare latamente, un paradigma transtorico, che si basa su «prospettive e modelli che hanno un’origine più antica» del presente. Per usare le parole di Luigi Tassoni dedicate alla poesia di Andrea Zanzotto, il tempo dell’ambiente «si costella di monumenti riguardanti un tempo storico» dove si sedimenta l’esperienza dell’io, e «insieme corrisponde all’immagine di una sostanza psichica tangibile come manifestazione sinottica della variabilità ciclica del cosiddetto tempo geologico».

Metodologia da un lato, valore euristico e/o epistemologico dall’altro: questi sono i due grandi temi cui si fanno carico gli autori degli undici interventi del doppio fascicolo monografico, cui il lettore può aggiungere un ulteriore aspetto: che cosa può dire la poesia nel dibattito ecologico – di àmbito letterario – contemporaneo rispetto alla visione (ecologica) del mondo prodotta dalle strutture narrative del discorso? Etimologicamente, la Um-welt (letteraria) “circonda” il nostro essere lungo due linee: una biologica, l’altra semiotica. Questo essere tende verso lo spazio e assume una determinata postura a seconda delle strutture semiotiche in cui ci imbattiamo durante la nostra esplorazione fenomenologica del mondo dell’arte. Rispetto al romanzo o al racconto, ma in maniera non troppo dissimile dalle strutture filmiche (cfr. Alberto Baracco), la poesia stabilisce una rete relazionale dove l’io «viene problematizzato come se la sua stessa presenza e il suo esistere in un corpo e nel tempo nascondesse un errore nella catena biologica sfuggito alla conoscenza umana», come suggerisce opportunamente Antonella Francini. Questa postura etica ci permette così di vivere dall’interno le trasformazioni estetiche ed empiriche dell’ambiente secondo quel principio di «interdipendenza dell’essere-nella-relazione» da cui ha l’origine la nozione stessa di ecopoetica; il soggetto conoscente, allora, nelle vesti di lettore e di interprete, è ontologicamente chiamato a «riprogetta[re] il proprio mondo tentando vanamente di proiettarsi oltre i propri limiti» nei termini di un ecocentrismo antropologico.

Dossier Ecopoetry. Poesia del degrado ambientale

numero monografico a cura di Nicolò Scaffai di «Semicerchio», LVIII-LIX, 1-2, 2018, Pacini, 168 pp., € 40

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