Music@Villa romana: due giorni di suoni radicali e memorie ottocentesche

Paolo Carradori

Può anche succedere in una calda serata fiorentina – al concerto di chiusura della decima edizione di Music@Villaromana - di ritrovarsi ammaliati da uno Schubert languidamente notturno. “Memorie in Eco” il tema di quest’anno in una due giorni di sorprese, dubbi, meraviglie e condivisioni. La memoria, l’eco di armonie vissute che tornano a galla e si confondono con suoni contemporanei, ricerca e sperimentazione. Memoria nella quale possiamo anche scovare, noi uomini tecnologici e iper-connessi, un angolo romantico che riaffiora quando non te lo aspetti. E un po' ci piace anche, lo salvaguardiamo come zattera di salvataggio.

Francesco Dillon ed Emanuele Torquati oltre che ottimi musicisti sono anche visionari organizzatori, una direzione artistica la loro che, con coraggio e spregiudicatezza, in una visione nonostante tutto ottimistica, spiazza disegnando una rassegna dal percorso accidentato, non proprio rassicurante. Da tempo pensano e lavorano sulla crescita di un pubblico curioso, aperto, critico. Dopo dieci anni si può dire ci siano riusciti.

Già solo vedere Anna D’Errico al pianoforte è un piacere. Lo domina, lo accarezza, lo percuote, come solo i grandi si possono permettere. La scelta repertoriale è geniale: mischiare musica quasi fresca di giornata con una selezione dal primo libro dei preludi di Claude Debussy (1909-1911). Come dire, ci possiamo sbizzarrire negli ambiti creativi più avventurosi ma un po' di anni fa qualcuno ha posto le basi della musica moderna, fondandola su bellezza, poesia e felicità dei sensi. Il Debussy della D’Errico è di una potenza spumeggiante, impeccabile nel tocco deciso, modernissimo allontanato da tentazioni autocompiacenti. Interprete mirabile la pianista anche di fronte alle estreme distanze dei repertori spalmati negli interstizi delle perle francesi. Come Solo (2011) di Daniele Bravi brano introspettivo, sospeso tra grappoli astratti, momenti percussivi in una gestualità marcata con un finale misterioso e commovente. Le Bagatelle (2000) di Franco Oppo rimandano al popolare della sua terra (la Sardegna) in una trama elegante dello sviluppo ritmico, mentre Preludi (2007-2009) di Filippo Perocco rilegge i preludi chopiniani nell’alterazione timbrica dello strumento che viene preparato anche durante l’esecuzione. Il suono è scarnificato, distorto, stoppato, cadenzato. A landscape in my hands (2017) di Daniela Terranova sintetizza bene un’opera che prevede un profondo contatto tattile-percussivo del pianoforte in tutte le sue parti, tastiera e struttura, un rapporto nuovo con l’esecutore che scopre possibilità comunicative in una travolgente immedesimazione nella materia fisica dello strumento. Dopo, sorprende e molto Thema mit 840 Variations (1993-1997) di Enno Oppe che potrebbe apparire teoricamente una pazzia: l’esposizione di tutte le possibili variazioni su due note, cioè 840. Detto così pare un cervellotico giochino matematico ma il brano funziona e come, nella sua tensione ritmica, timbrica. Pare che il pianoforte esploda da un momento all’altro.

Oramai l’annosa diatriba culturale sulla collocazione dei compositori americani del Novecento nella storia della musica, sempre rimasta sospesa per le resistenze di fautori di un polveroso eurocentrismo, meglio lasciarla da parte. La carta vincente è far parlare la musica. E lo fa bene il FontanaMIXensemble (già un chiaro biglietto da visita) proponendoci a Villa Romana composizioni di Ives, Reich, Varèse, Cage, Bernstein…nel programma “New York Counterpoint”. The Unanswered Question (1908) di Ives, il padre del rinascimento musicale americano, nella versione curata dall’ensemble per strumenti ed elettronica forse perde qualcosa rispetto alla versione per orchestra ma riesce a mantenere nel dialogo fitto tra arpa, flauto e clarinetto su un morbido sottofondo dell’elettronica, la magia di una musica eclettica con una forte identità. Bravissimo Marco Ignoti in New York Counterpoint (1985) di Steve Reich, il suo clarinetto dialoga con il nastro e ci da la misura di come l’Africa e le sue percussioni stia sullo sfondo di uno dei padri della minimal music. Un capolavoro in equilibrio tra perfezione formale e la ricchezza, i colori di un processo in divenire incontenibile. Altrettanto brava Lavinia Guillari nell’affrontare Density 21.5 (1936) per flauto di Edgar Varèse. Lavoro profondo, che scava ferocemente nel suono senza implicazioni emotive.

Meritevole la scelta di presentare nel contesto della rassegna il recente prezioso saggio Non abbastanza per me (Ed. Quodlibet) che raccoglie scritti e taccuini di Stefano Scodanibbio (1956-2012). Un testo affascinante che tanto ci dice di lui, del contrabbassista, del compositore, dell’agitatore culturale. Le sue avanzatissime idee sulla musica, sull’improvvisazione, sulla vita, sul viaggio come conoscenza di sé. Intellettuale curioso e visionario del quale ha tracciato un profondo ritratto il musicologo Stefano Lombardi Vallauri, in chiusura il flautista Manuel Zurria propone uno dei suoi capolavori Ritorno a Cartaghena (2001) per flauto basso.

Ai confini della performance” è lo spazio curato dal mdi ensemble dove si mettono in gioco gli aspetti più sperimentali e rischiosi di Music@Villaromana. A cominciare da Im Rauschen (2012) di Simon Steen-Andersen dove gli strumenti vengono come deflagrati, diventano altro sia nell’aspetto tecnico che nelle sonorità filtrate dal pc che si accumulano in un labirinto asfissiante al limite della comunicabilità. Meno criptica, anzi decisamente interessante la ricerca di Giovanni Verrando con First Born Unicorn (2001) per flauti. La voce di Sonia Formenti entra nel flauto e si fonde con slap, fischi, accelerazioni, alla percezione sfugge il labile confine tra le due fonti, il risultato è attraente. Altrettanto stimolante Cassation (2003) per clarinetto, trio d’archi e pianoforte, di Gérard Pesson, dove in una teatralità spiccata lo sfregamento delle corde, i soffi del clarinetto, il pedale del pianoforte percosso sviluppano una tensione costante condita con un filo di ironia.

Nel finale di due giorni impegnativi con “Au bout de la nuit” Emanuele Torquati al pianoforte con Manuel Zurria al flauto, ci offrono di Mario Pagliarini Il silenzio secondo Gluck (2019) per flauto distante e pianoforte, lavoro breve dove una sobria poetica si dipana nel dialogo sottile tra tastiera e flauto disposto in una stanza vicina, lontananza-assenza che crea uno sfalsamento percettivo temporale/spaziale affascinante. Con l’aggiunta del violoncello di Francesco Dillon e la voce registrata di Giuliano Scabia (su propri testi) sempre di Pagliarini Opera della notte (2018). Lavoro un po' macchinoso, schematico nelle alternanze voce-strumenti che lascia almeno perplessi.

Se dietro quest’opera c’è l’ombra di Schubert (Macht und Traume) allora il trio ce lo ricorda con un cammeo notturno, come un arrivederci al secondo appuntamento di Music@Villaromana di settembre. E noi storditi da una due giorni di suoni radicali, con lo smartphone tra le mani rimaniamo sorpresi dalla nostra memoria ottocentesca.

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Music@Villaromana – 10° Edizione

7/8 giugno 2019

Firenze - Via Senese 68

Memorie In Eco”

mdi Ensemble – Claudio Rocchetti – Manuel Zurria – FontanaMIXensemble – Anna D’Errico -Francesco Dillon – Emanuele Torquati

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