Come riconquistare il senso estetico

Matteo Moca

Il filosofo coreano Byung-Chul Han, trapiantato da tanti anni in Germania dove insegna, ricopre ormai una posizione di primo piano nel panorama filosofico: schivo quasi fino all'eccesso, ha sempre lasciato la parola alle sue opere, incentrate con successo su un'indagine dei paradigmi più profondi della modernità, in particolare su tutto ciò che riguarda la rivoluzione digitale, con un'attenzione importante verso le modifiche che questo cambiamento ha portato nella vita di tutti i giorni, nelle relazioni e nel rapporto con il reale (e resta indispensabile per comprendere questo mondo sempre in movimento, tra gli altri titoli sempre chiari e radicali, Nello sciame. Visioni del digitale).

Al di là di questo ruolo meritoriamente acquisito, Han però non è libero da alcune critiche nei confronti del suo impianto filosofico e dei nuclei delle sue opere: talvolta inteso in chiave troppo apocalittica e negativa rispetto alle modifiche irrevocabili della modernità digitale, altre volte criticato per l'utilizzo che fa della filosofia continentale e, altre volte ancora, biasimato per la presunta semplicità e semplificazione che pare emergere dai suoi libri, l'unica risposta che può venire in mente dopo profonda lettura delle sue pagine è l'urgenza di un filosofo in grado di interpretare con tale intensità, e senza cedimenti, il presente. Al di là di alcune posizioni talvolta eremitiche rispetto alla tecnologia, la semplificazione di cui si accusa è una critica sterile e anche poco aderente al suo testo: perché la semplicità, e la brevità talvolta, che sembra affiorare dai suoi libri è frutto di una levigazione del pensiero, uno scavo profondo, delicato e rispettoso nei confronti dei maestri e delle fonti, in grado di portare sulla pagina una parola genuina, che giunge immediata al punto, come se il libro fosse una cassa di risonanza quando la speculazione più profonda è già avvenuta e adesso non resta che darle una voce chiara e limpida.

Non sarà certo esente da tali interrogativi e critiche il suo ultimo libro, pubblicato da Nottetempo (a cui va il grande merito di aver portato in Italia l'opera del filosofo) con la traduzione di Vittorio Tamaro, ambizioso sin dal titolo: La salvezza del bello. Questo suo nuovo lavoro si presenta come un ulteriore tassello all'interno della sua grande opera di indagine della contemporaneità, ponendosi questa volta come obiettivo le forme e le declinazioni che assume il bello nella nostra società. Han parte dalla constatazione che nell'epoca digitale il bello occupi una posizione precaria, di pericolo, insidiato dallo smarrimento della sua integralità grazie all'esperienza dell'epoca digitale: il compito che il filosofo si propone è allora quello di salvare una concezione del bello che pian piano si sta disfacendo.

Han prende come simbolo di questa nuova estetica le superfici levigate, immagini e oggetti consegnati all'utilizzatore o al contemplatore già pronti per il consumo, utilizzando il paradigma delle opere di Jeff Koons, nelle quali individua la natura del bello contemporaneo: nessuna sconnessione, possibilità di specchiarsi e rimirare il proprio Io, nessun rischio di ferirsi con luoghi appuntiti, niente urti ma invece forme che si adattano all'osservatore, che provocano solo piacere e nessuna scossa, contorni che «strappano un like» grazie alla completa disposizione visuale dell'oggetto che finisce per annientare e svuotare lo sguardo nell'annullamento del suo ritmo di presenza e assenza, di velamento e svelamento. In questa metafora che ha come immagine di paragone le opere di Jeff Koons sta l'emblema dell'anestetizzazione del bello contemporaneo («l'estetizzazione si mostra nel modo dell'anestetizzazione» scrive Han), connaturato adesso nell'assenza totale di scuotimento e fermento: «così anche il “wow” di Jeff Koons è una reazione anestetica, diametralmente opposta a ogni esperienza negativa di urto o scuotimento. L'esperienza del bello è oggi impossibile. Quando si fa largo il mi-piace, il like, viene meno l'esperienza, la quale risulta impossibile senza negatività».

Da questa constatazione parte l'analisi di Han che, con l'appoggio teorico di pensatori sempre al centro della sua opera, da Heidegger a Gadamer, da Platone ad Adorno, si interroga non su come salvare il bello in questo mondo, operazione ambiziosa anche per il più ambizioso tra i filosofi, quanto su come invece proteggere, ricostituire e riconquistare il senso estetico che la modernità ha pian piano soffiato via. Come spesso accade nei suoi libri potrebbe sembrare che anche qui Han si lanci in una lotta totale contro le protuberanze tecnologiche che oggi affollano e pervadono ogni spazio del nostro quotidiano, a favore di un rifugio nell'eremo della filosofia e della società del passato: ma se non ci si ferma a questa prima impressione, che ci si sente di definire confusa, si può intravedere come questo testo metta compiutamente a confronto presente e passato, senza il coinvolgimento di demoni eterni e definizioni inscalfibili, per cercare di trarne una sintesi che non vive dell'isolamento o del regresso, quanto di una nuova consapevolezza all'interno del presente.

Il bello, questo il ragionamento che ritorna in nuove forme nei numerosi e brevi capitoli che compongono questo libro, deve «impegnare a una responsabilità» perché «la salvezza del bello è la salvezza dell'altro» (e qui sta il punto di unione tra questo lavoro sul bello con quelli sullo sciame, sulla trasparenza, sull'eros e sulla politica). Il bello, quello autentico, è in grado di superare la fugacità del tempo presente ergendosi come un colosso difensivo rispetto al consumo che è invece ciò che annienta l'arte: «la crisi della bellezza consiste oggi proprio nel fatto che il bello viene ridotto alla sua semplice presenza, al suo valore di uso e consumo». Riscoprendo allora il valore etico legato all'arte e alla bellezza, lo scontro con una forza che si oppone e non asseconda il mainstream e il valore dell'unicità in libera uscita dallo sciame, sarà allora possibile provare a tornare a vedere le cose nel loro «rilucere della verità» e dunque salvare il bello, nel senso di tornare ad ammirare «ciò che vincola e impegna a una responsabilità».

Byung-Chul Han

La salvezza del bello

nottetempo 2019

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