Speciale Biennale 2019 / Il Limbo nella visione di Lina Lapelytė e nell’opera Sun & Sea (Marina)

Lina Lapelytė, Hunky Bluff, 2014. Courtesy the artist

Benedetta Carpi De Resmini

Lina Lapelytė, tra le artiste più promettenti dell’ultima generazione, con una formazione da musicista, ha vinto il Leone d’Oro della 58esima Biennale di Venezia, il più ambito premio a cui artiste e artisti possano auspicare, per il padiglione Lituano. L’opera dal titolo Sun & Sea (Marina) è ideata e scritta dalla stessa Lina Lapelytė insieme a Rugilė Barzdžiukaitė, filmmaker, regista teatrale e scrittrice e con la drammaturga e poetessa Vaiva Grainytė. Le tre artiste in precedenza avevano già collaborato insieme per Have a Good Day, 2013: un’opera lirica che vede la vita intima di 10 cassiere, emergere tra le righe degli automatismi di un lavoro alienante, come il lavoro alla cassa di un centro commerciale. La vita di personaggi che vivono solitamente nell’ombra, improvvisamente balzano sul palcoscenico, i loro segreti vengono svelati al pubblico e trasformati in brevi drammi personali.

In ugual modo le opere dell’artista Lapelytė svelano sempre una dimensione che si apre al di fuori dei margini precostituiti. In Ladies opera performativa del 2015 protagoniste sono 4 donne, che generalmente suonavano durante il regime sovietico nei gruppi folcloristici. Anche in questa performance l’artista unisce queste donne provocando un senso di legame con la contemporaneità e al contempo suscitando nello spettatore una forte sensazione di straniamento atemporale. Un limbo che ritorna più volte tra il tempo che scorre inesorabile e l’eternità, quasi un tempo di sospensione alcune volte veloce e leggero in attesa di un cambiamento che forse non avverrà mai.

Lina Lapelytė, Rugile Barzdziukaitė, Vaiva Grinytė, Have a Good Day, 2013 Courtesy the artists

Generalmente si è sempre tentati di dare un’identità precisa, un limite alle opere, ma quelle di Lina esulano da una dimensionalità univoca, si distaccano da qualsiasi connotazione di genere. In un’epoca in cui si è portati a stabilire sempre dei confini ben precisi a ogni nostra singola azione, l’artista ci invita ad aprirci senza cercare di inserirci in uno schema, a superare il nostro costante tentativo di catalogare tutto. Le sue opere si allontanano da tematiche apertamente politiche quasi provocatoriamente, e si confrontano in maniera sottile sulle questioni di genere, sollevando argomenti cruciali per la nostra società. L’opera di Lapelytė si avvale del corpo, dell’azione, del melodramma oltre che della musica, per aprirsi a una contestualizzazione sociale e legata al tempo presente, sempre al limite tra arti visive e opera lirica. In Candy Shop, 2013, ad esempio, rielabora testi desunti dal repertorio hip-hop in cui sono impiegati termini esplicitamente sessuali e violenti, facendoli cantare da un gruppo di sette donne e trasformandoli in ninne nanne rilassanti: il ritmo concitato espresso dalla musica hip hop si apre e si estende a una dimensione diversa, invita lo spettatore a una forma di meditazione collettiva sulle gerarchie di potere. Per entrare nelle sue opere è richiesta una doppia lettura, un passaggio binario che concepisca la perdita e il successivo ritrovamento, creando uno spazio al confine del tempo. Le canzoni diventano quindi conversazioni e rappresentano una voce collettiva. Nella performance musicale, attraverso il gesto, la presenza scenica, l’utilizzo della voce come affermazione del proprio corpo e una sottile manipolazione del suono e della musica, Lina Lapelytė crea una intensa opera multimediale, con nuove e ampie prospettive di sviluppo. In essa la vocalità si esprime con maggiore matericità, ogni particolare gestuale diventa un modo per permettere la comunicazione e favorire collegamenti iper-estetici. La solennità del senso spaziale e compositivo di un’opera lirica si mescola alla contemporaneità del vissuto quotidiano. Come nei tableaux vivants descritti da Goethe nelle Affinità elettive dove le figure corrispondono così bene al reale, “le tinte così ben distribuite, e l’illuminazione così ingegnosa…; solo che la presenza reale in luogo dell’immagine dava un senso d’angoscia” . Un’inscindibile mescolanza tra sacro e profano, qualcosa di intangibile si trova anche nell’opera Hunky Bluff, 2014, nata da una committenza per il Serpentine Pavilion, e ispirata alle opere liriche scritte appositamente, nell’ossessiva ricerca del sublime, per i cantori evirati. Lapelytė, riprendendo le arie scritte per castrati da Handel e da Vivaldi, le riadatta, le de-costruisce per voci femminili che hanno un timbro molto basso e con un’estensione da tenore. Giocando quindi sull’ambiguità implicita del ruolo, apre un discorso più ampio a livello sociale, legato all’inviolabilità del corpo, alle questioni di genere e alla piena consapevolezza delle proprie scelte, sempre comunque mantenendo un contesto altro. La natura politica viene affrontata nel senso più ampio, supera il contingente e si colloca in quella dimensione vincendo la temporalità che aspira a conseguire qualcosa di eterno, al di là di sé e dentro noi stessi.

The Artists Lina Lapelyte, Rugile Barzdziukaite, Vaiva Grinyte at the Lithuanian Pavilion
© Andrej Vasilenko

Questa diversa dimensione temporale costituisce uno dei trait d’union più forti dell’intera opera dell’artista che ritroviamo amplificata, nell’imponente padiglione lituano. La visione che si ha è qualcosa di impalpabile e qui, per la prima volta, mi viene incontro Dante, quando accompagnata da Vaiva Grainytė, una delle artiste, mi ritrovo in una zona d’oltremondo a tu per tu con un ritrovamento, alla ri-scoperta del viaggio allegorico compiuto con Virgilio. La vista a volo d’uccello sullo spazio affollato di una spiaggia, in cui non esiste il passar delle ore e il tempo è sempre uguale a se stesso richiama la distanza tra il punto di vista di Dante e le anime che incontra nel suo viaggio ultraterreno. La scintilla creatrice dell’opera sembra corroborare la mia interpretazione: l’ispirazione viene infatti da lontano, in occasione della première dell’opera, Have a Good Day, a New York, le artiste ebbero una vera e propria visione suggerita probabilmente dall’architettura stessa del Guggenheim. Quella prospettiva conica di Frank L. Wright ricorda così intensamente la voragine Dantesca!

Lina Lapelyte, Rugile Barzdziukaite, Vaiva Grinyte, Sun & Sea (Marina), opera performance, Biennale Arte 2019, Venice  © Andrej Vasilenko

Sulla spiaggia non esistono né sole, né stelle, solo una forte luce soffusa e morbida che non crea ombre. Le figure che sono stancamente sdraiate sulla sabbia finissima, intonano un canto a metà tra un coro celestiale e un lamento, non c’è la volontà nelle azioni che compiono, ma sono piccoli gesti quotidiani che lasciano intendere una ripetizione costante degli stessi. La semplicità e la tranquillità è solo apparente, l’incedere apocalittico, i versi cantati sembrano ripercorrere l’angosciosa sospensione spazio-temporale sull’orlo di un abisso doloroso. Ma se nel limbo dantesco si risponde ad un ordine divino ad un “alto fattore” di giustizia, qui il contesto si profila beffardamente enigmatico. Con Sun & Sea (Marina) le tre artiste lituane hanno dato vita a un’opera, intesa nel senso più complesso e più amplio del termine, che non comprende la scansione canonica in atti o tempi, non prevede nemmeno un percorso che dia avvio a un cammino iniziatico, ma si apre a diverse interpretazioni. E’ la stessa Lina Lapelytė che mi ha fatto riflettere proprio sul carattere comune delle sue opere, che alla mia domanda sull’impostazione fortemente diversa rispetto alle opere precedenti, mi ha detto: “in uno si parla di supermercato, qui si parla del nostro destino, ma in fondo siamo sempre Noi con il nostro presente!”.

Una risposta a “Speciale Biennale 2019 / Il Limbo nella visione di Lina Lapelytė e nell’opera Sun & Sea (Marina)”

  1. La vita di personaggi che vivono solitamente nell’ombra, improvvisamente balzano sul palcoscenico, i loro segreti vengono svelati al pubblico
    Basta vedere l’operazione ” MITO ARIS” degli ARIS ” ARTISTI RISORTI”

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