Mondo vampiro

Giorgio Villani

Orazio dovette certo trovarsi molto scornato da quelle celebri parole di Amleto sulla sua filosofia. È certo, tuttavia, che s’egli avesse posseduto la biblioteca odierna non dirò di uno studioso ma di un uomo di pur mediocre curiosità, avrebbe saputo rispondere in ben altri toni al suo principe. Dai tempi della pazzia d’Ofelia ai nostri, infatti, la letteratura di succubi e fantasmi è stata esaminata, coi più rifiniti strumenti delle scienze umane, da molti studiosi le cui fatiche oggi nessuno comparerebbe, come fece una volta Benedetto Croce, a quella d’Ercole nella stalla d’Augia. La sua estensione d’altronde è troppo vasta per essere trascurata. L’Ottocento romantico, mentre tirava fuori dai bauli del trisavolo ferraglie rugginose e stinti arazzi per arredare le camere in stile Carlo Martello, trasse per il lenzuolo anche molti vecchi fantasmi; sicché, tra gli eterocliti arredi d’un improbabile stile moresco-plantageneto-carolingio, non era raro che nella fantasia del poeta oppiomane si affacciasse il perturbante incarnato della ninfa Melusina.

Malgrado quel che scrisse in proposito Edmund Wilson, il quale le trovava incompatibili con l’invenzione della luce elettrica e della radio, storie dell’orrore sovrannaturale continuarono a fabbricarsene per tutto il Novecento. Nel 1992 Francis Ford Coppola dette una sua versione ridondante e melodrammatica del Dracula (1897) dell’irlandese Bram Stoker, nella quale l’opera originale si trovava avvolta da strati di memoria letteraria e cinematografica sul vampiro, alla stregua d’una turgida cipolla. Due anni dopo, il libro di Vito Teti La malinconia del vampiro (del quale oggi Donzelli pubblica un’edizione notevolmente accresciuta) giungeva a far chiarezza non tanto sulla storia dell’immaginario vampirico quanto sulle sue molteplici interpretazioni giacché, come già allora spiegava l’autore, “il vampiro che non può specchiarsi è diventato figura del rispecchiamento e della autorappresentazione dell’uomo moderno”. Col film di Coppola il libro di Teti divideva dunque l’acuta percezione della polisemanticità e della sedimentazione del mito che andava studiando.

Lavoro dotto in tutte le sue parti, La malinconia del vampiro era, almeno in molti dei suoi capitoli, anche prova d’originalità e rigore. Teti ripercorreva con ammirevole precisione gli studi settecenteschi sul vampirismo sollecitati dalla “epidemia vampirica” che in quegli anni aveva sospinto la popolazione d’interi villaggi della Serbia e della Moldavia a disseppellire e bruciare una moltitudine di cadaveri. Casi come quello di Peter Plogojowitz (1725) a Kisolova, il cui corpo venne esumato e distrutto nella convinzione di porre fine così ad una successione di misteriosi decessi, o del soldato Arnold Paole (1732), trafitto e mutilato dopo la morte, suscitarono l’attenzione di medici e filosofi i quali non esitarono a riconoscervi gli effetti che l’assenza di razionalistica luce poteva produrre in cervelli rustici e selvatici. Chi per la prima volta trattò ampiamente il tema fu Augustin Calmet, frate benedettino, nelle cui Considerazioni (1746-1756) sono riportati i due casi di vampirismo summenzionati. Se Calmet fu cautamente scettico, Voltaire si mostrò invece apertamente sprezzante nei confronti di quelle che giudicava manifestazioni inequivocabili d’ignoranza villereccia (“Mentre i vampiri” – scrive – “menavano la bella vita in Polonia, in Ungheria, nella Slesia, nella Moravia, in Austria e nella Lorena, non si avevano notizie di Vampiri nella città di Londra e Parigi”): il suo spirito si ritrova nell’opera di Tartarotti Del Congresso notturno delle lammie (1749), nella Dissertazione sopra i vampiri (1774) di Davanzati e, soprattutto, nei Remarques sur le vampirisme de l’an 1755 di van Swieten che restano il più articolato fra i tentativi compiuti dall’Illuminismo per spiegare su basi medico-scientifiche i fenomeni connessi al vampirismo.

Teti s’interrogava sulle ragioni di questa epidemia vampirica lungo tutto il Settecento, trovandola nel collasso dell’antico ordine magico-agreste al quale il vampiro folklorico indissolubilmente apparteneva. Florido, rubicondo, “orribilmente rigonfio come fosse una sanguisuga sul punto di scoppiare”, la sua figura s’apparentava ad altre delle mitologie arcaiche e contadine da Bengodi al Paese di Cuccagna, alle Isole Fortunate. Su quale sfondo sociale agissero codeste fantasie, alimentate dal papavero e dall’inedia in un’Europa smunta dalla carestia, parlano alcune pagine di Daniello Bartoli sulle folle di derelitti questuanti nella Povertà contenta descritta e dedicata a ricchi non mai contenti: “Tutti poi pallidi, scarni, ignudi, mangiati dentro dalla fame e fuori consunti dalla necessità: senza altro patrimonio che le proprie miserie, senza altro senso di vita che il dolore di un penoso morire”. Coincisa con l’affermarsi degli Stati moderni sulle antiche realtà locali, “l’epidemia vampirica” sarebbe dunque esplosa “nel momento in cui, a causa di un’inarrestabile disgregazione delle culture popolari (controllate e aggredite dall’alto e dall’esterno)” non fu più possibile “dare una comune risposta ai bisogni individuali e collettivi”.

Lo studioso, tuttavia, non si limitava ad analizzare i processi culturali in atto nel XVIII secolo: faceva del vampiro una figura della crisi, la stigmate d’un vuoto o, se si vuole, d’una transizione imperfetta. Così, in un discorso per molti aspetti assonante con quello condotto in quei medesimi anni da Francesco Orlando, il vampiro diventava per Teti una sorta di cattiva coscienza della Modernità: “Quando il mondo popolare era ancora vivo, veniva negato e demolito dai ceti dominanti; nel momento della sua disgregazione diventa invece oggetto di rimpianto e di rivalutazione a opera delle nuove élites alla ricerca di una diversa affermazione sociale ed economica”. O ancora: “il vampiro si appresta a interpretare il problematico rapporto con la morte e coi defunti di un’epoca che si è impegnata nelle loro espulsione ed esorcizzazione”. Via di questo passo: “il vampiro moderno è diventato una figura della possibile fine del mondo”, egli “dimora nel buio della nostra personalità, in mezzo alle nostre rovine interiori”. In queste pagine l’analisi di Teti si riallacciava ad una consolidata tradizione di studi sulla sensibilità del XIX secolo (Macchia, Praz), ch’egli poi arricchiva di suggestioni molteplici, con esiti che, seppur sempre convincenti, risultarono forse meno originali di quelli raggiunti nella prima parte dalla spigolatura delle più varie e insolite fonti.

Già allora tuttavia, in quell’ultimo capitolo sull’amore melanconico, poteva osservarsi una certa tendenza dello studioso a dilatare la figura del vampiro contaminandola e sovrapponendola ad altre dell’immaginario ottocentesco. D’altro canto, elevare la malinconia del nosferatu a “metafora del bisogno di infinito e di eternità dell’individuo che scopre drammaticamente tutta la sua sconfinata limitatezza” significava assimilarvi l’intero Romanticismo, con poche trascurabili eccezioni. Accade così che questo Diavolo di Teti assomigli un po’ troppo al Dio dei teologi del quale può trovarsene un po’ in ogni dove, anche nel più scellerato degli uomini. Nell’ultima parte Altri ritorni (2007-2018) – che costituisce la più ampia aggiunta di questa nuova edizione – la figura del vampiro, sempre più altamente concettualizzata, diviene un contenitore tanto vasto da riassorbire in sé quella dell’emigrante, dello sradicato e d’altre molteplici espressioni della diversità, già studiate peraltro dall’autore in alcuni suoi recenti lavori. Si può certo leggere con profitto e interesse il libro sino a quegli ultimi capitoli in cui vampiro descritto da Teti finisce con l’abusare della sua proverbiale destrezza metamorfica ma è altrettanto legittimo, ultimatane la lettura, continuare a preferirne la prima parte, meno generosa ma più limpida, nella quale i grandi temi della Modernità si specchiavano nell’opera di un umile frate benedettino o nella diligente relazione di due oscuri fisici austriaci ovvero, secondo l’insegnamento di Carlo Ginzburg, nell’estremamente piccolo. D’altra parte, molto del fascino del celebre dipinto di Van Eyck non sta forse nel vedere riflesso in un piccolissimo specchio, come per sortilegio, l’interezza del cosmo nel quale vivono i due coniugi Arnolfini?

Vito Teti

Il vampiro e la malinconia. Miti storie immaginazioni

Donzelli, 2018, 378 pp., € 34

Una risposta a “Mondo vampiro”

  1. Si può anche affermare che i vampiri discendono dall’immaginazione dei greci se consideriamo la presenza nella loro letteratura di demoni femminili che rimandano alla morte, allo strazio dei corpi, al sangue come nutrimento. Le Chere e le Erinni, figure demoniache e mostruose dell’Oltretomba, succhiano il sangue dalle loro vittime. Le Chere, descritte nell’anonimo poemetto “Lo scudo di Eracle ” di età arcaica, volteggiano sui campi di battaglia dove giacciono soldati morenti, bramano bere il sangue di chi ferito giace a terra, lo arpionano con le loro grandi unghie. Quando sono sazie del loro sangue, gettano via il cadavere che precipita nel gelido Tartaro.
    Le Erinni, figlie della dea Notte, temibili divinità della vendetta, puniscono chi si è macchiato dell’uccisione di un consanguineo, inseguono l’omicida, lo straziano con i loro artigli, si nutrono del loro sangue. Protagonista della trilogia dell’”Orestea” di Eschilio, l’assassino della madre Clitemnestra è inseguito dalle Erinni che minacciano di bere tutto il suo sangue, ma protetto da Apollo riesce a sfuggire all’agguato.
    I morti stessi possono rianimarsi bevendo sangue. Omero narra della discesa di Odisseo nell’Ade e del suo dialogare con le ombre dei defunti grazie a una magia suggerita da Circe: solo dopo aver bevuto sangue di un animale ucciso dall’eroe, le ombre si riappropriano provvisoriamente della loro vita.
    Nell’”Ecuba” di Euripide Neottolemo evoca dal mondo dei morti il padre Achille invitandolo a bere il sangue della vergine Polissena da lui uccisa come offerta propiziatoria.
    Se non proprio la figura del vampiro, senz’altro l’idea del sangue come nutrimento è presente nell’irrazionale fantastico del mondo antico.

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