Essere soltanto. Marco Giovenale nel rovescio della scrittura

Ada De Pirro

: e per essa

nessuna lettura convenzionale è più pre-

vista o accettabile o augurabile.

Emilio Villa, Cy Twombly, 1957

Un filo sottile lega i rimescolii alfabetici declinati in varie tipologie nei carmi figurati – versi intessuti, technopaegnia e calligrammi: tutti mirabilmente studiati da Giovanni Pozzi –, e le configurazioni asemiche (asemic in lingua inglese) che dagli anni Sessanta vengono create da poeti e artisti visivi, ma che vantano un considerevole numero di precursori, anche presso culture primitive. Ideogrammi e simboli esoterici, scritture segrete e scarabocchi, appunti veloci o meditati sono materiali di riferimento per quello che potremmo definire un linguaggio universale che non prevede una lettura ma uno sguardo accogliente.

Parliamo di segni che non significano. Segni singoli, o disposti in insiemi variegati, che creano configurazioni semplici o complesse. Articolazioni che non prevedono leggi fonetiche, perché questi segni non hanno suono, non appartengono al mondo del linguaggio parlato, bensì a quello visivo. Le asemic writings ci trascinano in luoghi dove l’appiglio a un significato scompare per farci ritrovare sbalzati nella posizione di margine in cui la leggibilità è solo un’illusione, un’aspettativa che viene disattesa sempre. Le scritture asemiche compongono pertanto un ossimoro rivelando, come fa notare Massimiliano Manganelli, l’ironia – e aggiungiamo la libertà – di una negazione della scrittura realizzata utilizzando i suoi stessi mezzi. Questi segni senza significato, cioè senza sistema di riferimento, si limitano a simulare la scrittura.

Il termine asemic, «asemico», tende oggi a essere preferito ad «asemantico», invece impiegato nel 1974 da Gillo Dorfles per definire le opere di Irma Blank. In origine, in inglese, il termine asemic (o meglio asemia) designa piuttosto forme di patologia nell’uso del linguaggio, mentre in italiano «asemico» rimanda alla disarticolazione del codice linguistico, laddove i segni mantengano comunque un valore di significante.

Come i carmi figurati, che ci impegnano in un gioco di decrittazione degli artifici combinatori sotto forma di schemi geometrici o figurali – e dove il linguaggio è sottoposto a operazioni ludiche di smembratura semantica a fini per lo più religiosi –, anche le sperimentazioni asemiche ci spingono a ingaggiare un corpo a corpo con i testi. La differenza sostanziale consiste nel fatto che nelle antiche rappresentazioni che polverizzano la linearità della scrittura si nascondono delle regole, ancorché spesso molto complicate, ma che comunque portano alla comunicazione di un messaggio. Che per statuto manca, invece, alle prove asemiche.

L’illeggibilità della scrittura nasce come una delle espressioni dell’afasia e dell’impossibilità della comunicazione, temi entrati con forza nella pratica letteraria e artistica con l’avvento delle avanguardie. Come crittografie di cui si sia persa la chiave di lettura, anche le scritture illeggibili hanno a che fare con la dimensione del luogo segreto e della negazione all’accesso. È noto quanto Roland Barthes abbia criticato la semplice funzione comunicativa del linguaggio, la mera trasmissione di informazioni, perché elude la funzione che la scrittura ha avuto fin dall’antichità, quella di nascondere e preservare. In Variazioni sulla scrittura scrive: «L’illeggibilità, lungi dall’essere lo stadio difettivo, o mostruoso, del sistema scrittorio, ne sarebbe al contrario la verità propria (l’essenza di una pratica al suo limite estremo forse, non al suo centro)». Espressione del potere di controllo, la scrittura è considerata “personale” soprattutto quando diventa illeggibile, come nelle opere di artisti che hanno adottato l’automatismo surrealista (come André Masson e Bernard Réquichot). Le loro opere indecifrabili, sostiene Barthes, non sono aberrazioni d’artista ma «manifestazioni del rovescio, infero, della scrittura (la verità è al/nel rovescio)». A questo è strettamente legato il tema della libertà espressiva. Nulla infatti distingue la scrittura “vera” da quella “falsa”: «il significante è libero, sovrano. Una scrittura non ha bisogno di essere “leggibile” per essere pienamente scrittura». Dunque l’ossimoro è parzialmente risolto: anche i segni illeggibili possono essere considerati scrittura.

Stare dalla parte sbagliata

Già Bruno Munari nel 1933 (prima di lui i dadaisti e negli stessi anni di Alexander Calder) si era accorto, colle sue Macchine inutili, di quanto potesse risultare creativa la non funzionalità di un oggetto. Quando poi alla fine degli anni Quaranta inizia a ragionare sui Libri illeggibili, sposta l’attenzione dalla forma libro come oggetto di trasmissione del sapere al libro come oggetto in sé, valutandone materiali rilegature caratteri e colori degli inchiostri come entità significative, in assenza di parti scritte. Al di là della scrittura il libro diventa dunque radicalmente asemico per arrivare a significare sé stesso.

Ma un libro può essere asemico anche in presenza di scrittura. Sfogliando le pagine della recente enciclopedia asemica, asemic encyclopædia di Marco Giovenale, autore molto attivo nell’ambito della scrittura di ricerca, troviamo una corposa raccolta di testi asemici presentati secondo una tassonomia arbitraria che sembra concepita per famiglie di segni. Quella che infatti viene intitolata enciclopedia, edita da IkonaLíber, si presenta con pagine rigorosamente non numerate, come se fosse virtualmente possibile ricomporre i fogli secondo varie combinazioni. Come segnalato in copertina, questo è un primo volume che comprende opere eseguite tra il 2011-2017. (L’indicazione temporale sembra essere una costante nelle sillogi poetiche di Giovenale che, come nota Stefano Ghidinelli sul «verri», si sottrae costantemente a un inquadramento cronologico in funzione di una «quasi-sincronia» del suo lavoro. Come in un work in progress che elimina i perimetri temporali e prevede di lavorare contemporaneamente su piani e codici diversi, che possono anche intersecarsi.)

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«Dopo il semaforo è tutta campagna. Dopo il semaforo è tutta enciclopedia. Da qui in poi è tutta campagna, da qui in poi è tutta enciclopedia», scrive Giovenale in una delle sue «prose in prosa», datate 2014, della raccolta inedita Oggettistica. L’attrazione per l’elenco il catalogo l’enciclopedia e il nonsense, che si annida nella sua scrittura semica, si ritrova nella sua pratica del drawriting, mot-valise inglese da lui inventata per descrivere la sua scritturadisegnata o disegnoscrittura asemica. Dare un ordine all’accumulo, cercare un senso nella catalogazione o nel semplice elenco, appare impresa impossibile e non necessaria per un autore prolifico e polisemantico come Giovenale, che al contrario cerca continuamente di uscire da percorsi dati. La sua enciclopedia è volta piuttosto a un’idea di dissipazione, di spreco. Come in raccolte poetiche quali La casa esposta del 2007, l’idea di accumulo di testi tra loro non omogenei comprende anche immagini fotografiche: il tutto però indirizzato verso la sottrazione piuttosto che l’addizione. Un eccesso che, invece di rivelare, nasconde. Come nella sua minuziosa dissezione anatomica della realtà, analizzata per frammenti minimi e che non viene mai ricomposta in uno schema stabile nella sua opera poetica, le sue opere asemiche si offrono per insiemi passibili di continue trasformazioni all’insegna della provvisorietà. Il senso installativo della sua opera letteraria, che viene a riflettersi nella pratica della scrittura-che-non-dice, trova più di un riscontro – come vedremo più avanti – nel concetto di littéralité di Jean-Marie Gleize.

Una pubblicazione deve per forza avere una sua struttura editoriale, ma in casi come questo si percepisce subito quanto effimera possa risultare. L’impianto ironicamente enciclopedico può far riferimento a quello del geniale Codex Seraphinianus o del Codice Voynich, ma mentre questi testi sono tracciati secondo categorie precise, anche se inventate, e seguono rigide regole calligrafiche interne, queste coordinate latitano dalle pagine asemiche di Giovenale: il quale usa un tratto anticalligrafico e asistematico tracciato con penne e pennarelli, condotto con grande libertà inventiva. I suoi segni sono tracce chirografiche che, con procedimento vicino alla scrittura automatica surrealista, scorrono sui fogli rispettando schemi e margini, sviando così la nostra percezione. Appunti veloci mappe elenchi graduatorie scarabocchi report: parodie del nostro repertorio quotidiano che fanno il verso alle pagine scritte che leggiamo o tracciamo in diverse occasioni. Potremmo considerarle l’equivalente muto del grammelot: parodie nonsensiche di lingue naturali.

Errore, disturbo, glitch. Giovenale lavora sul margine della sfocatura di un termine, di un’immagine, di un suono. Il tema del fallimento, accolto nelle realizzazioni delle avanguardie di inizio Novecento, viene oggi trattato, con finalità di emancipazione, da pubblicazioni che vogliono insegnare come gestire al meglio le mancanze, sia a livello imprenditoriale che personale; nel lavoro di Giovenale scrittore romano, e in generale degli asemic writers, rappresenta invece la base fondante, quanto paradossale, di ogni operare. Significa stare volutamente dalla parte sbagliata, quella difettosa e inconcludente: in risposta al pieno ossessionante di significato voluto dal senso comune e dal “potere”. Accogliere gli scarabocchi dei bambini, le scritture dei borderline, i segni tracciati a caso, i refusi, le marginalità del nostro quotidiano: sono tutti aspetti di una poetica della reticenza. La ribellione al finalismo dei nostri gesti.

L’enciclopedia è stata presentata dal curatore Giuseppe Garrera e dalla sottoscritta nello Studio Campo Boario, spazio culturale aperto a Roma nel 1991 da Alberto D’Amico, videomaker e filosofo. Questo spazio è nato per creare intersezioni tra cinema e arti contemporanee, ma è diventato nel tempo un riferimento per chi ama incunearsi tra le pieghe di argomenti eterogenei. Anche se il termine suona vintage, è uno spazio underground: anche in senso fisico, materiale. Composto inizialmente da un garage e una cantina, ha coinvolto nel tempo altri ambienti dello stesso edificio fino a integrare ultimamente un grande negozio dismesso. Una struttura labirintica piena di anfratti e irregolarità, disseminato di oggetti che abitano un territorio che sembra vivere di una sua propria vita, accogliente e malleabile nella sua anarchia, e che per questo può anche risultare disturbante.

In questo luogo-palinsesto sono state esposte le scritture asemiche di Giovenale. La mostra è stata concepita come un’installance, altro termine coniato dallo scrittore che definisce la sua opera come installazione performativa. Il dialogo con questo spazio così particolare, carico di altri segni muti e irregolari, ha amplificato il senso di impermanenza e fragilità della corrispondente pubblicazione. Negli ambienti dello studio Campo Boario abbiamo assistito a un gioco visivo – immersivo e antitecnologico – tra senso e nonsenso, accumulo di segni che volteggiano su fogli e foglietti, post it e carte trouvé, riverberati dal luogo che momentaneamente li aveva accolti.

L’esibizione delle carte asemiche e la presentazione del volume, il giorno seguente è stata arricchita da un pomeriggio di studi a cui hanno partecipato Alberto D’Amico, Fabrizio M. Rossi (l’editore di IkonaLíber), Fabio Lapiana, Silvia Bordini, Laura Cingolani, Andrea Tomasini, Giuseppe Garrera e lo stesso Marco Giovenale. Mariangela Guatteri ha virtualmente partecipato con un testo.

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Il vuoto, il pieno

A proposito di asemic writing nel 2013 Giovenale affermava che sono «materiali visivamente riconducibili all’area formale della scrittura, che però non fanno riferimento ad alcunché di noto o decifrabile, ad alcuna vera lingua, a nulla che trasmetta significato (senza tuttavia, per questo, esimersi dal trasmettere senso)». Il tema è stato ripreso da Francesco Aprile, cocuratore con Cristiano Caggiula del recente volume Asemic writing. Contributi teorici, edito dall’Archimuseo Adriano Accattino di Ivrea, che parla di «kènosis»: ossia di svuotamento della scrittura che non significa ma non elude il senso.

Cercare di definire il confine tra significato e senso (tema che ha da sempre investito la linguistica e la semiotica e di cui sono particolarmente interessati gli studi di estetica di Emilio Garroni) apre nel caso delle scritture asemiche a un regime di indeterminatezza che sembra essere un altro argomento centrale per chi si avvicina a questo tipo di segni. A quest’ambito è connessa la personalità del singolo autore, al quale a nostro avviso è demandata una buona dose del senso che si va a ricercare nelle opere, siano esse frutto di semplice manualità sia supportate dalla tecnologia.

Messo in crisi il concetto di autorialità, come affermato dallo stesso Giovenale in Cambio di paradigma, un suo saggio del 2010, l’autore si manifesta come corpo che traccia segni che si esprimono nel proprio ritmo. O forse nelle intersezioni del ritmo. La scomparsa del significato (non del senso) porta con sé un vuoto, e questo sembra essere il paradigma di tutte le operazioni asemiche.

Secondo la logica visiva di chi osserva – prospettiva altrettanto importante anche secondo Tim Gaze, teorico e performer australiano –, lo svuotamento del significato dei grafemi sembra essere il precipitato delle opere asemiche. In questo affini alle pratiche di azzeramento del testo operato nell’ambito delle varie coniugazioni della poesia concreta e visiva novecentesche. Basti ricordare l’opera di Martino Oberto, Roberto Sanesi, Magdalo Mussio e Corrado Costa. Con quest’ultimo in particolare Giovenale condivide, come messo in evidenza da Garrera nell’introduzione all’enciclopedia, lo stare dalla parte in ombra: «il retro della poesia, il retro del discorso, e continuare a sbagliare, a essere [...] nella parte sbagliata (il retro tace, non dice niente del discorso, è il retro)».

In epoca moderna, più o meno dalle pagine dello sterniano Tristram Shandy in poi, il dialogo con il bianco della pagina è vario e problematizzato in diversi modi. Significativamente, tra tutti gli elementi dei suoi libri illeggibili, anche Munari prende in carico l’analisi degli spazi bianchi nelle pagine (o della trasparenza delle carte usate). Le scritture asemiche, segni che si muovono liberamente su fogli di forme e di dimensioni variabilissimi, hanno un rapporto potremmo dire alla pari con il bianco del supporto. Pieno e vuoto. È difficile capire dove alberghi il vero vuoto e il vero pieno, se nella presenza di segni o nella loro assenza. Errore, disturbo, glitch. Scrittura senza parola, segni senza significato. Parlare di composizioni asemiche è un po’ come parlare del Nulla. E, come per il Nulla, per definirlo se ne può parlare intorno. Un abisso definito da quello che non è.

Se le prime sperimentazioni segniche di Henri Michaux, Mark Tobey e altri possono essere messe in relazione con gli esercizi di calligrafie orientali e in generale con la filosofia zen, il rapporto con il vuoto è profondamente diverso in Occidente che nell’Oriente; e tuttavia, come emerge dagli studi di Dorfles, dagli anni Cinquanta pratiche e attitudini orientali sono entrate a far parte dei procedimenti artistici occidentali.

Nelle opere asemiche l’aggregazione e la rarefazione di segni diventano due possibilità di relazione con il vuoto della pagina le cui configurazioni alludono e nascondono. L’azzeramento della scrittura, usando i suoi stessi mezzi, riempie e svuota allo stesso tempo.

In un recente articolo su «Nazione Indiana» Andrea Inglese, per analizzare alcune scritture di ricerca, accoglie da Jean-Marie Gleize il principio di littéralité (poesia della sottrazione o della neutralizzazione delle immagini), la cui finalità è la liberazione da «quell’enorme deposito d’immagini e di significati che impregnano costantemente il linguaggio», ovvero la strada per arrivare a quella che viene definita nudità. Mettendo a confronto «realismo integrale» e «emancipazione dalle immagini», Inglese trova il primo, vicino a un misticismo negativo, impraticabile per la poesia; e il secondo iconoclasta. Le immagini sono incalzate e inadeguate a rappresentare il mondo e vengono dunque sostituite, come accade nelle opere di Giovenale e di altri asemic writers, in una pratica che potremmo definire, più che astrattiva, concettuale.

Tra gli artisti iconoclasti Inglese cita anche Piero Manzoni che nel 1958 – quando ha da poco iniziato a realizzare i suoi Achromes –, afferma che «astrazioni, riferimenti, devono essere assolutamente evitati; nella nostra libertà d’invenzione dobbiamo arrivare a costruire un mondo che ha la sua misura solo in se stesso». E, nel 1960: «Alludere, esprimere, rappresentare, sono oggi problemi inesistenti [...], sia che si tratti di rappresentazione di un oggetto, di un fatto, di un’idea, di un fenomeno dinamico o no: un quadro vale solo in quanto è, essere totale: non bisogna dire nulla: essere soltanto». Nello stesso anno Manzoni firma un Manifesto contro niente per l’esposizione internazionale di niente.

Le sue dichiarazioni teoriche si avvicinano da prospettive diverse a ciò che altri scrittori che si muovono nelle intersezioni tra parola e immagine hanno realizzato nelle loro opere. Anche Emilio Villa, che attinge dalla tradizione ermetica e biblica gli strumenti per scavare labirinti di senso, e Adriano Spatola con i suoi Zeroglici, sperimentazioni verbovisive che smontano e rimontano frammenti di linguaggio, sono riferimenti costanti nell’opera di Giovenale, in particolare quella di matrice asemica. Le sue Asemic Sibyls sono un diretto omaggio a Villa, evidente soprattutto nella sovrapposizione delle scritture strutturate in griglie squadrate e nel loro destino di disseminazione, come nella famigerata performance villiana, che ne disperse alcune scrivendole su sassi poi gettati nel fiume. La stessa idea di installance, che prevede anche l’abbandono delle opere in vari luoghi, può essere ricollegato a questa azione.

Worldwide Asemic Web

Nell’ambito di Concreta-Festapoesia, svolta a Roma presso l’Accademia di Ungheria dal 21 aprile al 2 maggio 2018, a cura di Giuseppe Garrera, István Puskás e Sebastiano Triulzi, sono state messe in rapporto le sperimentazioni delle neovanguardie novecentesche con quelle attuali, creando interessanti confronti tra lo spirito che animava la controcultura di sessanta anni fa e la ripresa attuale. Il festival ha coinvolto, oltre ai due paesi promotori, molte altre nazioni europee e gli Stati Uniti, dando un accento internazionale all’evento. Ne è emerso un quadro molto vivido che denota un grande fermento di attività nel campo della scrittura di ricerca, della musica e della performance. La mostra collegata a questo evento ha dato la possibilità di verificare i legami più o meno carsici che esistono tra le sperimentazioni storicizzate e le recenti prove di asemic writing.

Tramite il web si è creato in breve tempo uno scambio articolato e interattivo tra artisti che lavorano sulle sperimentazioni asemiche. Questo aspetto è talmente interiorizzato da Giovenale che sembra entrato a far parte di tutta la sua pratica poetica, come sostiene Ghidinelli che descrive la sua propensione all’installazione di frammenti di scrittura come una «virtualità relazionale illimitata della Rete o al cartiglio infinitamente espandibile come se attingesse a un enorme data-base» che porta a modelli nuovi di fruizione, che possono comprendere anche il montaggio di termini attinti dalla rete come nel Googlism e nel Flarf.

Un aspetto molto interessante è inoltre il rapporto tra scritture asemiche e creatività femminile, a cui il web dà voce. L’aspetto femminile della scrittura asemica, nei cui confronti anche Giovenale si dichiara fortemente debitore, è molto attivo negli scambi internazionali. Alle figure storiche come Irma Blank, Ivana Haiek, Tomaso Binga e altre, si sono aggiunte ora nel panorama internazionale Anneke Baeten Rosaire Appel e Lina Stern, le cui linee biografiche attraversano il pianeta con il loro lavoro asemico, come evidenziato da Giuseppe Garrera in più occasioni.

Siti come «slowforward», «gammm», «asemicnet», «the otolith» e «the new postliterate» sono luoghi di scambio internazionale di quello che potremmo definire un linguaggio interplanetario. Nel segno della lingua imperfetta ma universale gli artisti si scambiano segni muti e configurazioni ingannevoli attingendo da un enorme bacino di culture. Per introdurre le Lingue oscure analizzate nel suo recente testo, Daniel Heller-Roazen racconta quanto le lingue naturali – compresi dialetti e parlate locali – possano risultare incomprensibili a chi non le conosce, essendo quello che normalmente viene definito linguaggio in realtà una molteplicità di lingue il cui elemento base è l’opacità, in quanto «il linguaggio esiste dal momento in cui si diano un significato, un ragionamento e un’intenzione articolata».

Se è pur vero che l’inglese è diventato la lingua veicolare privilegiata che ha colonizzato tutto il mondo, potremmo vedere nell’asemic, almeno dalla prospettiva artistica, una sorta di linguaggio universale che in senso reticolare accoglie e scambia attraverso il web le diverse suggestioni.

Mettere in salvo

Alla fine di questo breve percorso nel rovescio della scrittura, è ancora una volta utile rileggere le indicazioni di Barthes che, per superare le contraddizioni tra linguaggio e letteratura, vedeva solo in un linguaggio «proiettato nel futuro» una possibilità di salvezza. Anche se le forme di scrittura asemica, dichiarando il naufragio della comunicazione verbale, non sembrano voler accogliere questa tensione alla salvezza, posizionandosi all’estremo di un percorso in negativo avviato con le sperimentazioni di metà Novecento, esse suggeriscono in realtà anche un’ipotesi: se l’atto di negazione della parola scritta fosse invece un atto di protezione dal suo inevitabile consumo, così come ad esempio è avvenuto con l’operazione di cancellazione fatta da Emilio Isgrò? Si tornerebbe così alla vera essenza del linguaggio: alla sua parte oscura, nascosta. (O da nascondere).

Marco Giovenale

Enciclopedia asemica-Asemic Encyclopedia, vol. I: 2011-2017

prefazione di Giuseppe Garrera, edizione bilingue con traduzione di Johanna Bishop

IkonaLíber, 2019, 209 pp., € 18

http://www.ikona.net/marco-giovenale-enciclopedia-asemica-asemic-encyclopaedia/

Anteprima/preview:

http://www.ikona.net/enciclopedia-asemica-anteprimaasemic-encyclopaedia-preview

Enciclopedia asemica

mostra a cura di Giuseppe Garrera

Roma, Studio Campo Boario, dal 27 febbraio al 7 marzo 2019

Piccola selezione di link e riferimenti utili:

Gillo Dorfles, Scrittura asemantica: Irma Blank, galleria Cenobio-Visualità, Milano, 1974. Cit. in http://www.dechiricogalleriadarte.com/docs/10e2e747b68c56cb3d76901a0ee03517e39ce2d1.pdf, ripubblicato con il titolo Le scritture asemantiche di Irma Blank in «gammm», 18 luglio 2007, traduzione inglese di Nerida Newbigin: https://gammmorg.wordpress.com/2007/07/18/blank-dorfles

Tomaso Binga, Storie di ordinaria scrittura 1970-1987 (A.A.M./ Coop. Architettura Arte Moderna Roma), in rete nell’archivio di Francesco Moschini all’indirizzo http://ffmaam.it/GALLERY/0-1161344279-CATALOGHI_8687_Binga_visualiza-catalogo.pdf (scheda e altri link qui: http://ffmaam.it/pubblicazioni/tomaso-binga-1987)

Christian Dotremont, Signification et sinification (1950), in «gammm», 30 luglio 2007: https://gammm.org/2007/07/30/signification-et-sinification-christian-dotremont-1950/

Giuseppe Garrera, Cenni di poesia visiva femminile, in «gammm», 30 marzo 2017: https://gammm.org/2017/03/30/cenni-di-poesia-visiva-femminile-giuseppe-garrera-2017/

Marco Giovenale, Asemic writing / scrittura asemantica (in «l’immaginazione», 274, marzo-aprile 2013, p. 41), poi su «Punto critico» (2013), infine – riveduto e leggermente accresciuto – in «alfabeta2»: https://www.alfabeta2.it/2015/02/15/gioco-e-radar-05-asemic-writing/

Documenti e annotazioni di Jim Leftwich:

Asemic Writing: Definitions & Contexts (1998­2016): https://archive.org/details/AsemicWritingDefinitionsAndContexts19982016 e https://app.box.com/s/f18hm1rcp96mxqwb1byizvtne6b1egij/file/56893530045

Ongoing research in and around asemic writing: https://app.box.com/s/f18hm1rcp96mxqwb1byizvtne6b1egij

Ongoing notes on asemic writing:

http://scriptjr.nl/ongoing-notes-on-asemic-writing-jim-leftwich-2015/3336#.XMj_QTAzbIU

Massimiliano Manganelli, Sull’asemic writing (2019), in «Slowforward», 15 aprile 2019: https://slowforward.net/2019/04/15/sullasemic-writing-massimiliano-manganelli-2019/

La voce di Wikipedia, in inglese https://en.wikipedia.org/wiki/Asemic_writing; e in italiano https://it.wikipedia.org/wiki/Scrittura_asemica

Michael Jacobson, blog «The New Postliterate»: http://thenewpostliterate.blogspot.com/

File audio della tavola rotonda sulle scritture asemiche (Roma, Studio Campo Boario, 28 febbraio 2019): https://tinyurl.com/y3hhyne6

Marco Giovenale, Le tracce piccole, le tracce minori (2013), poi in https://www.scribd.com/doc/192102986/Le-tracce-piccole-le-tracce-minori

Marco Giovenale, Cambio di paradigma (in «il verri», 43, giugno 2010), poi in «Nazione indiana», 21 ottobre 2010: https://www.nazioneindiana.com/2010/10/21/cambio-di-paradigma/

Il gruppo più numeroso (e di più remota formazione) di asemic writing su facebook: https://www.facebook.com/groups/76178850228/

Dodici interviste in inglese sull’asemic writing: http://scriptjr.nl/tag/4-questions

Andrea Inglese, Iconoclastia artistica e concetto di littéralité, in «Nazione indiana», 9 luglio 2018: https://www.nazioneindiana.com/2018/07/09/iconoclastia-artistica-e-concetto-di-litteralite/

Risorse nel blog «Asemicnet»:

https://asemicnet.blogspot.com/p/links.html

https://asemicnet.blogspot.com/p/mags-groups.html

https://asemicnet.blogspot.com/p/publishing-houses-e-books-books.html

https://asemicnet.blogspot.com/p/interviews.html

https://asemicnet.blogspot.com/p/entries-posts-vids.html

Una delle prime pagine in rete, a cura di Tim Gaze: http://asemic.net/

http://diacritica.it/wp-content/uploads/1.-CONCRETA-1-a-cura-di-S.-Triulzi.pdf

Atti del Convegno tenutosi a Roma, all’Accademia di Ungheria-Palazzo
Falconieri, il 2 maggio 2018 (nell’ambito di *Festapoesia,* da un’idea di
Giuseppe Garrera, István Puskás, Sebastiano Triulzi, 21 aprile-5 maggio
2018), a cura di Sebastiano Triulzi, 2 gennaio 2019, pp. 368, formato PDF, 

open access, ISBN 978-88-31913-072

Bibliografia minima

Voynich Manuscript, prima metà del XV sec., Beinecke Library, Yale University (https://youtu.be/dfLm1MgBaBg)

Roland Barthes, Il grado zero della scrittura [1953], traduzione di Giuseppe Bartolucci, Milano, Lerici, 1960; Torino, Einaudi, 1982


Bruno Munari,
Codice ovvio, a cura di Paolo Fossati, Torino, Einaudi, 1981; Mantova, Corraini, 2017


Giovanni Pozzi,
La parola dipinta, Milano, Adelphi, 1981

Luigi Serafini, Codex Seraphinianus, Milano, Franco Maria Ricci, 1981

Emilio Garroni, Estetica: uno sguardo-attraverso, Milano, Garzanti, 1992

Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo, a cura di Carlo Ossola, Torino, Einaudi, 1999

Francesco Aprile, Cristiano Caggiula, Asemic writing. Contributi teorici, Ivrea, Archimuseo Adriano Accattino, 2018 (edizione fuori commercio)

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