Contrattare l’algoritmo, uscire dai luoghi di lavoro. Istruzioni per il sindacato prossimo venturo

Aldo Bonomi

Tempi (retro)moderni” – libro di Francesca Re David - non è l’ennesimo lavoro sul rapporto tra tecnologie e lavoro, genere quanto mai prolifico e un po’ inflazionato. Al centro sono ovviamente le “nuove” tecnologie di rete, i robot, l’Intelligenza Artificiale e il quesito sull’impatto di questa nuova ondata di innovazione tecnologica sul lavoro e sulle sue forme. Tuttavia, la reale posta in gioco riguarda la possibilità o meno che nel capitalismo dell’intelligenza artificiale si dia ancora la presenza di un lavoro come soggettività e rappresentanza autonoma. Il libro è dunque ambizioso, affronta nodi di fondo, non si limita alla solita casistica sulle “professioni del futuro”. I capitoli sono esito di un dialogo che parte dalla ristrutturazione della produzione e della fabbrica, la frantumazione e corporativizzazione del lavoro e del sindacato, l’affermarsi dell’egemonia della tecnica e il ritorno del tema dell’alienazione, fino al ragionare di futuro del lavoro e del sindacato con l’idea di “contrattare l’algoritmo”.

Partiamo dal titolo: tempi (retro)moderni è un titolo che offre da subito la cifra del tempo in cui viviamo. Un tempo in cui l’apparato tecnologico è parte di una società, di rapporti sociali, la cui ipermodernità assume spesso i tratti della premodernità. Il massimo dell’innovazione non solo convive ma si alimenta del massimo dell’arcaicità, i fattorini alimentano i lavoratori della conoscenza, la potenza tecnologica del manifatturiero globalizzato convive con il ritorno del lavoro servile o schiavistico, l’operaio-tecnico ad alta specializzazione convive con l’operaio-massa di Amazon. Lo sventagliamento delle forme produttive del valore fa convivere forme (apparentemente?) opposte di lavoro, di cui sarebbe interessante capire le connessioni funzionali. L’aspetto più positivo del libro, è il tentativo degli autori di rivedere la propria cassetta degli attrezzi, intellettuale e sindacale per dare voce a questa diversità. È il punto da cui partire: credo che dobbiamo decostruire il flusso dell’ideologia “4.0” e mettere in discussione (Demichelis, nell’Introduzione), la visione deterministica della tecnologia e dell’accelerazione sociale in cui “tutto sembra magnifico e progressivo” per “uscire dalla grande narrazione dell’innovazione per l’innovazione a prescindere dalla sua utilità sociale” (e qui mi verrebbe da chiedere: cosa significa utilità sociale?). Da qui tocca (ri)partire per affrontare il tema centrale del libro, la ricostruzione di un agire sindacale efficace.

Da dove iniziare? Il punto sta nella lettura della crisi. Se oggi il paradigma sociale è rappresentato dalla dialettica flussi-luoghi, allora la crisi va vista come una esperienza collettiva di ricomposizione unilaterale del lavoro da parte dei flussi: il ruolo della tecnologia va letto dentro questo processo. Oggi la questione non è più principalmente la fine della fabbrica come luogo esclusivo della produzione e l’esplosione del lavoro nelle schegge dei mille lavori, ma la sua ricomposizione realizzata attraverso l’algoritmo dalle imprese-piattaforma. Una ricomposizione che si fonda su due tendenze: polarizzazione sociale e pressione ad estendere lo spazio di produzione del valore attraverso metodologie industriali all’intera società non prevedendo il ruolo di un potere intermedio con cui contrattare. Questa tendenza totalizzante non alla disintermediazione ma alla re-intermediazione in proprio, rappresenta il lato oscuro delle nuove tecnologie fino all’esempio estremo del civismo totalitario già avviato in alcune città cinesi. Dunque il libro legge l’impatto delle tecnologie da tre punti di vista, tutti rilevanti per il sindacato: il ruolo dei corpi intermedi e della società civile, e dunque il tema della democrazia; le forme di produzione/estrazione del valore e di organizzazione dell’impresa con il nuovo paradigma del capitalismo delle piattaforme in una economia organizzata su reti globali; le forme di articolazione del lavoro concreto in un’epoca in cui le tecnologie danno la possibilità all’impresa di incorporare e mettere al lavoro potenzialmente la stessa vita personale e sociale come fonte di valore.

Cos’è dunque oggi il lavoro? Come si articola trasversalmente tra filiere, settori, tra città e piattaforme produttive territoriali, tra luoghi di lavoro e luoghi di vita, tra élite e lavoro servile, tra generazioni e culture: e potremmo andare avanti. La verità è che non lo sappiamo perché negli ultimi anni sono mancate pensiero e ricerca che non fossero settoriali e parziali. Lo ha fatto meritoriamente la FIOM, ma limitatamente al proprio mondo. È questo vuoto che rende più difficile inquadrare i temi della tecnologia e della rappresentanza. Per questo sono convinto che oggi il problema della rappresentanza del lavoro si possa affrontare se assumiamo la diversità/pluralità delle forme in cui il lavoro stesso e l’impresa si articolano. Forme che intrecciano non solo saperi, organizzazione del lavoro, tecnologie, ma anche etnia, genere, religione, ecc. e presentano una pluralità di condizioni vastissima: lo accennavo all’inizio, dal riemergere del tema dei lavori servili e della nuova schiavitù nelle campagne o della cosiddetta “gig economy” urbana, fino al costituirsi di una nuova “aristocrazia operaia” dei lavori ad alta professionalizzazione nella manifattura 4.0. Per questo dobbiamo uscire dal determinismo tecnologico, da una idea totalizzante della tecnologia: oggi le forme del capitalismo e il rapporto tra organizzazione del lavoro e dell’impresa rimangono diverse tra loro: se c’è il capitalismo delle piattaforme con la sua profezia di frammentazione e ricomposizione totalizzante del lavoro attraverso l’astrazione degli applicativi, una buona parte dell’impresa e del lavoro oggi continuano a strutturarsi attraverso forme che mantengono la possibilità di un riconoscimento reciproco tra capitale e lavoro, sebbene in forme diverse dal passato. Tutto ciò è un puro residuo del passato o l’espressione del fatto che la dimensione dei flussi globali (di capitali come di tecnologie) inevitabilmente dà origine a forme di impresa e di lavoro e di relazioni industriali plurali?

Allo stesso modo se dovessimo chiederci cos’è oggi il lavoro, vedremmo la compresenza di almeno tre grandi blocchi: c’è il “nuovo” lavoro gratuito in cui tutti noi si lavora vivendo e socializzando e le nuove forme di coesione sociale e di ricostruzione social e sharing della comunità sono la base della produzione di valore e di lavoro non riconosciuto come tale; c’è il lavoro parcellizzato e non rappresentato della cosiddetta “gig economy” a cui aggiungerei anche il grande tema del lavoro nero e del riemergere della schiavitù, del lavoro parasubordinato, ecc., evoluzione della parabola del vecchio precariato; c’è poi tutt’ora la gran massa del lavoro rappresentato, in parte coeso e riconosciuto; e ciononostante in crisi, sofferente per il blocco dell’ascensore sociale e protagonista dell’arretramento dei ceti medi. L’impatto delle tecnologie sul lavoro e la sua rappresentanza va letto mantenendo ben ferma nel quadro questa articolazione. Viviamo in un mondo in cui il lavoro assume una forma di moltitudine intesa come massa senza il principio ordinatorio della classe sociale, nel quale anche le nuove forme del conflitto sociale come i “gilet gialli” in Francia si manifestano come intreccio di questi tre grandi blocchi del lavoro. È sulla capacità di costruire un proprio progetto di articolazione dei blocchi, diverso ma in rapporto con quello dell’impresa, che il sindacato si giocherà la possibilità di esercitare una funzione rilevante anche nel futuro. Francesca Re David nelle sue pagine parte dalla crisi del fare-sindacato, crisi certamente antecedente al tema dell’Intelligenza Artificiale, che ha a che fare sia con il peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro, sia con la sua “frantumazione” corporativa e con il venir meno di un sapere generale e collettivo.

A questo proposito ci sono due aspetti conclusivi che mi paiono importanti nel libro. Il primo attiene alla proposta di “contrattare l’algoritmo”, di cui la cosa più interessante è che finalmente si assume la tecnologia come un fatto non neutrale, non limitandosi a contrattare ciò che rimane. Non c’è partecipazione senza ruolo nel definire il progetto di impresa. Secondo aspetto, l’idea di un sindacato generale che esce dai luoghi di lavoro e prova a rappresentare la condizione sociale del lavoro o del non-lavoro o del quasi-lavoro, seguendo i percorsi delle ragnatele del valore e che mi sembra contenuta nella proposta di Maurizio Landini del sindacato di strada. Un terreno su cui conta molto il ruolo della politica: nel libro si lamenta l’assenza di una visione della politica sul lavoro.

In realtà la questione è che la politica in questi anni non è stata assente, ma iperattivamente schierata nell’accompagnare la dimensione dei flussi e dei poteri nel disciplinare i luoghi, i territori, le comunità operose. Un sindacato generale e di strada vive se c’è una politica che recupera il ruolo di forza che si “mette in mezzo”, che media il rapporto tra flussi e luoghi e riprende la capacità di stare nei luoghi, conoscerli e praticarli e al tempo stesso conoscere i flussi per poterli gestire. Ovvero una politica che recuperi un ruolo di potere intermedio all’altezza dell’inasprirsi della competizione globale. Infine, mi chiedo se per ri-pensare il proprio ruolo, il sindacato non debba porsi anche il problema di allargare la sua identità di comunità operosa dalla funzione contrattuale alla funzione di progettazione dello sviluppo locale.

C’è bisogno di recuperare una nuova idea di economia mista, di nuove forme di organizzazione economica alternative al capitalismo dei flussi e delle piattaforme se vogliamo che l’Intelligenza Artificiale e l’economia dei dati globalizzata producano crescita collettiva oltre che ricchezza privata. Senza questa capacità politica difficilmente la rappresentanza avrà un futuro.

Francesca Re David

Tempi (retro)moderni. Il lavoro nella fabbrica-rete

Jaca Book

Pag. 96, € 15.00

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